Stroncone: un paese abbracciato dalla montagna

L’espressione più utilizzata per descrivere Stroncone è quella di essere “un castello posto su un colle olivato”. In effetti , le caratteristiche peculiari sembrano proprio essere queste:

  • paese medievale, che conserva nella struttura il pozzo, le antiche mura, le porte…;
  • la produzione olearia con i numerosi uliveti che lo circondano, le mole e una produzione che gli è valso l’appellativo di “strada dell’olio”. La manifestazione “pane e olio” che si svolge ogni anno a fine novembre, richiama molti turisti attirati dalla possibilità di assaggiare tale prelibatezza.

A ben guardare il paesaggio, però, non si possono trascurare le montagne che circondano gran parte del suo territorio, comprese alcune frazioni. Macchialunga, Cimitelle, Monte Rotondo, la montagna di Vasciano e quella di Finocchieto. Il patrimonio boschivo, alternato a vallate e pianure ha visto, da sempre, gli abitanti, prodigarsi per sfruttare al massimo quanto si potesse ricavarne. La pastorizia e il taglio del legname sono state le attività che maggiormente hanno caratterizzato questi luoghi , anche se, non sono da trascurare,la produzione di carbone, l’estrazione di minerali, la semina di grano, la caccia, la raccolta dei frutti del bosco: tartufi, funghi, more, fragole…

Ma quanto hanno inciso nei bilanci comunali e quali difficoltà hanno incontrato le Amministrazioni Comunali che si sono succedute negli anni in cui la gestione, di tali risorse, poteva fare la differenza?

Tre saranno i grandi argomenti trattati: Boschi-Bestiame-Laghi. Intorno ad essi, vedremo intrecciarsi temi di rilevanza economica sia comunale che familiare, che hanno caratterizzato, una parte, della vita di questa comunità di inizio novecento, quando il territorio montano, era lontano da qualunque forma di turismo, sia esso escursionistico che di villeggiatura. Si parla di un’epoca in cui gli unici svaghi erano rappresentati dalla caccia e dove, un’unica rivendita di vino, consentiva agli operai impegnati nei lavori estivi, legati alla semina del grano, di trovare ristoro dopo ore estenuanti sotto il sole. Un luogo dove gli animali erano padroni esclusivi dei prati e delle valli, dove le uniche limitazioni erano rappresentate dai vincoli imposti dall’assegnazione comunale dei pascoli e dal controllo vigile dei guardiaboschi.

I BOSCHI

Negli anni successivi all’Unità d’Italia, tanto era la fretta e il desiderio di modernizzare lo stato appena nato, che, ci fu una corsa alla costruzione di tutte le infrastrutture che avrebbero permesso al Paese di stare al passo col resto d’Europa. I boschi della nostra Regione videro uno sfruttamento che ridusse di molto la loro estensione , a causa del legname necessario alle traverse per la costruzione di linee ferroviarie. Sicuramente, anche la montagna di Stroncone non fece eccezione al depauperamento.

Nel 1907, una citazione presso il Giudice Conciliatore, tratta di ” traverse provenienti da Rocca Carlea” che avrebbero dovuto essere portate alla strada comunale di Crocemicciola. Tra gli attori figurano persone provenienti da Roma o non dimoranti a Stroncone. Non è dato sapere se possa trattarsi di materiali necessari alla costruzione di linee ferroviarie ma un dato significativo, di sicuro, può venire dai verbali di contravvenzione per pascolo abusivo . Località come:

  • Monti Grandi, Cesampa (o Cesanto), Solagno, Valle Pennoli, Quarticciolo e Monte Rotondo, risultano essere boschi giovani;
  • a Macchia Riservata, Schioppo morto, Sterpare e Coste il bosco non è adatto al pascolo;
  • Capoliana, Crocemicciola, Cimitelle e Canepine non sono assegnati ad alcun pascolo;
  • Macchialunga: il pascolo è consentito solo agli animali da lavoro; Pipiolo non è adatto a pascolo caprino.
  • Poi ci sono bandite, come quella di Coppe: un documento del 1899 afferma il divieto di pascolo per la messa a dimora di giovani pini; Ripe “Cadorce”, Ialli, Cesanto, Coranieri.

Nei verbali, sul taglio abusivo inoltre, non è raro leggere violazioni su “petagnie, polloni e matricine”.

1911: Felice da Soriano nel Cimino, paga 2 rate rispettivamente da £ 4.811,68 e £ 3.311,68 per il taglio del bosco a Solagno di Ruschio; Cesare, paga £ 1.500,00 per il taglio a bosco Martine.

1921: il Comune organizza un’asta pubblica per la vendita di n.1150 piante di alto fusto di Pino d’Aleppo di proprietà comunale.

  • P. Arsenio, acquista dal Comune, per £ 20, un tronco di pino usato l’albero della cuccagna che servì in occasione della festa di Sant’Eugenia. “Il prezzo è adeguato e il Comune non potrebbe usarlo.”

1928: a novembre, un ciclone abbatte 7 piante nel bosco di Fontazzano e Taballe; il podestà ne autorizza la vendita e ne chiede tempestivamente la notifica del ricavato.

Un taglio a “regola d’arte”

Da un documento del 1891: “taglio dovrà essere eseguito a regola d’arte con ferri ben taglienti, non a bocca di lupo, né a strappo, ma a taglio piano e a scivolo, rasentando possibilmente la ceppaia, rispettando tutti i lasciti marcati con tinta rossa. E’ assolutamente vietato il taglio prima del levar del sole e di proseguirlo dopo il tramonto. Ogni tagliatore, incominciato il taglio in una ceppaia dovrà proseguirlo nella medesima, accuratamente ripulendola”.

1919- Uscite in bilancio relative al taglio dei boschi

  • l’assessore Coletti riceve dal Comune £ 12,00 a compenso, tra le altre, della trasferta al bosco Montigrandi per verificare le contravvenzioni al capitolato nel taglio venduto;
  • a S. Spartaco, vengono pagate £ 20,00 per 10 notti di alloggio fornite al brigadiere forestale, venuto, col sottoispettore di Terni, a visitare i tagli dei boschi comunali;
  • a G. Generoso £ 18,20 per importo di vino consumato dagli operai che hanno assistito ai lavori di rilievo compiuti dall’Ispettore forestale nei tagliati boschi comunali.

1923- Uscite in bilancio riferibili al Taglio a macchia Riservata

  • ad Edoardo, viene pagata la fornitura di vernice ed olio occorsi per la marcatura della Macchia Riservata;
  • a Generoso, £ 125 per vino occorso per la marcatura della Macchia riservata;
  • a Domenico £ 20,00 per tre giornate di lavoro;
  • Trasferta a Perugia del personale comunale per il taglio del bosco
  • a Luigi C. la retribuzione per affilatura di scure.

Una risorsa economica comunale

Che il patrimonio boschivo del comune sia una ricchezza, viene testimoniato da diverse tipologie di documenti.

Nella “Relazione della Provincia dell’Umbria, sui danni cagionati dal terremoto dell’11 novembre 1915“, si può leggere: il paese di Stroncone “ha monti alti, salubri e pittoreschi, ricchi di rigogliosi boschi di querce, elci, ontani, castagne con praterie affollate di bestiame; le sue colline feracissime per selve di olivi e viti, producono olio eccellente e uva prelibate. I monti contengono anche piriti di rame e di ferro e buonissime qualità di pietre per costruzione e taluna di colore carnicino è suscettibile alla lavorazione di blocchi ed a lastre levigandosi come il marmo. La popolazione industre e laboriosa è eminentemente dedita all’agricoltura e alla pastorizia che sono fonte di benessere e lucro…”

Nel 1927, la Milizia Nazionale forestale chiede a titolo gratuito un locale sia per l’ufficio che per abitazione di un distaccamento forestale.” In considerazione dell’importanza del patrimonio boschivo in codesta località e del vantaggio che potrebbe derivarne al servizio”.

Nel 1920, una relazione sulla variante alla Ferrovia economica a trazione elettrica, che avrebbe dovuto interessare il territorio di Stroncone, che non fu mai realizzata, si legge che il paese esporta: cereali, vino, olio, calce e legnami…

Nei bilanci comunali il taglio dei boschi e la vendita di legname sono voci che sono ordinarie ma non sempre vengono effettuate tant’è che, quando nel 1920, si registra un disavanzo di cassa, che ha prodotto sospensioni nei mandati di pagamento e reclami dei creditori, nella Relazione del Commissario prefettizio si può leggere che è necessario migliorare la gestione sulla risorsa boschiva realizzando e non solo preventivando, tagli di bosco.

Quando nel 1923, si redige il verbale di deliberazione della Giunta Municipale per il bilancio preventivo del 1924, il sindaco Rosa deve ammettere la modifica in negativo delle entrata relativa al taglio dei boschi. Infatti la somma preventivata deve scendere a £ 46.00, in quanto l’importo della perizia redatta dall’autorità forestale per il taglio delle zone boschive ai voc. Cesampa e valle Pennoli ascende a tale cifra.

Nel gennaio del 1927, con il R.D.Legge 2/1/1927 si realizzò l’aggregazione di alcuni comuni, tra cui Stroncone, a quello di Terni e, dopo pochissimi giorni, il podestà si affrettò a richiedere la documentazione di tutti i terreni e le piante catastali comprendenti i boschi.

Ad Aprile, nelle residenza comunale dell’ex Comune di Stroncone, si riunì una Commissione per la consegna di atti e documenti sulla gestione amministrativa.

  • Tra i Contratti relativi alle zone montane, figuravano: posti di caccia, vendita dei boschi: Macchia Riservata, Cesanto, Cesarefolle ed altri; voc. Valli e Cimavalli;
  • tra le pratiche diverse: Asta taglio boschi Cesanto; bosco Pini; condotta consorziale forestale; taglio boschi Taballe e Fondazzano; domini collettivi; collaudo taglio bosco, taglio Macchia Riservata, taglio Valli Cimavalli.

Un’entrata non preventivabile ma sicuramente certa veniva dalle numerose contravvenzioni che servivano a pagare anche il salario delle guardie campestri. Nel 1919, erano tre e percepivano 900 lire annue, ognuno, più la metà dei proventi delle contravvenzioni conciliate. I loro compiti, secondo la Tabella delle attribuzioni del vario personale, nel 1921, erano:

  • La vigilanza continua nei boschi comunali;
  • l’accertamento e denuncia delle contravvenzioni al regolamento di polizia rurale e di quelle per furto di legna.

La presenza delle guardie è molto importante.

Nel 1914, per reiterato comportamento indisciplinato verso i superiori e le loro mansioni, due di loro, vengono licenziate, venne aperto immediatamente un concorso. La Prefettura stessa ravvisò la “necessità di provvedere al più presto per non lasciare i boschi incustoditi”.

Un’economia (anche) familiare

Caccia:

Il Comune riscuote i fitti di caccia per appostamenti fissi, la tassa sulla licenza, sul porto di fucile e sui cani.

  • Nel 1911,veniva versata una quota totale di £ 257, pagabile in due rate a luglio e a ottobre;
  • Nel 1921, per il fitto di caccia a voc. Coste e Cesagrande servono £ 15.
  • Nel 1920, il tributo sulla tassa dei cani da caccia era di £ 50 e i possessori, ne dovevano fare regolare denuncia entro il mese di febbraio, avendo cura di comunicare eventuali variazioni nel corso dell’anno.

La caccia,oltre a rappresentare un introito nei bilanci, è un’attività che divertiva la piccola comunità e rispondeva anche al bisogno alimentare. Quando ad esempio, il D.M.del 30/10/1920, limitò il consumo della carne e la conseguente riduzione degli orari di apertura degli esercizi di vendita, venne esclusa da tale divieto, la cacciagione.

Minerali:

  • da un’analisi del 1900, delle Acciaierie di Terni, risulta che, il minerale di ferro estratto da Macchialunga è una limonite a ganga calcarea cristallina avente in (…manca…) metallo di 32,45%.
  • da un’analisi della fabbrica di Rieti, viene invece il risultato del minerale estratto a Coste Martoni di Finocchieto che risulta composto da 49,20 di zolfo, 44,77 di ferro e il resto di ganga, residuo insolubile.

Pozzi della neve : nel 1911, tra le voci delle entrate dell’Amministrazione c’era il canone annuo di £ 57,37 per frutti di censo che Rosa Ilario, Filippo ed eredi Pietro pagavano al comune sui Pozzi della Neve.

I possessori di stalle, grotte e “caprarecce”, non di rado potevano affittare o essere remunerati in natura per aver offerto riparo a persone o animali all’occorrenza. Così ad esempio:

  • nel 1905, C. Michele cita D.E.Eligio per il fitto di una stalla; S.Raffaele cita F. Vincenzo, per £ 30,00 per essersi ricoverato in tempo di pioggia nella capanna di sua proprietà a Macchiamorta;
  • nel 1925, S. Amorevole, affitta una stalla ai Prati a G. Riccardo per 1 anno, alla cifra di 80£.

Il grano di montagna

La semina del grano in montagna, su terreni comunali, è un’opportunità cui, i contadini, accedono attraverso aste pubbliche. Ruschio e Valleone sono le zone più interessate. E’ un profitto in cui compartecipano famiglie e municipio.

Di questa attività, ci giungono indirettamente notizie, nel 1927, attraverso il rinnovo della richiesta per la rivendita di vino in località Prati. Il delegato del Podestà, a giugno , scrive al Prefetto affinché rilasci anche per l’anno in corso, la concessione di cui gode la rivendita da oltre 40 anni. ” Affluiscono ai Prati, lavoratori adibiti essenzialmente alla pastorizia e all’agricoltura e, in modo rilevante, specialmente durante la falciatura, mietitura e semina e viene gestita da una donna onesta e laboriosa L. Brigida. Il luogo è distante dal centro abitato per 9 km. Il consumo di vino è di 1 hl al mese nei mesi di giugno, luglio,agosto e settembre. Nella rivendita non si praticano giochi di alcun tipo.”

  • 1880 Protocollo del Municipio: nel mese di giugno viene registrato come “vistato” il capitolato per la vendita del grano di montagna;
1906
  • Nel 1911, il grano raccolto sui beni di proprietà comunale, viene venduto a trattativa privata. Giuliano B. versa due rate: £ 787 e £ 335,25.
  • Nel 1925 B. Pietro, cita in giudizio S. Carlo per £ 125, come risarcimento del danno recato con un branco di capre al seminato a grano in località Ruschio.
  • 1928, 28 proprietari seminano su terreni comunali. Lo stimatore Grimani Costantino, deve accertare la quantità da corrispondere al comune.

Legna come combustibile per alimentare forni, fornaci o per uso bestiame

  • 1928, C.Luigi “chiede di poter tagliare ginepri di proprietà comunale da utilizzare per cottura a calce ad uso proprio e non a scopo di commercio, a voc. Treiu, sopra una superficie non maggiore di 1 ettaro”. Nel 1904, M.Lorenzo vuole essere risarcito da S. Chiara per £ 10,50 Importo di 3 rubbie di calce vendutagli; V.Nicola contro S. Vincenzo per conteggiare il denaro ricavato dalla vendita di calce di proprietà comunale;
  • G. Americo, chiede di tagliare nei boschi comunali per ” i bisogni dei forni per la cottura del pane”.
  • 1927, a Macchialunga e Buco del Grugnale vengono multati per taglio abusivo di fasci di carpino e frasche di cerro per il bestiame, così pure a Monti Grandi e a Forchetta.
  • Carbone, nel 1891, una “soma” di carbonella vale £ 250.Luigi E. taglia una quercia a Valle Lecina e carbonizzandola, ricava circa mezzo q.le di carbone. Nel 1929, nella Verifica periodica di Pesi e Misure, figura C. Natale di Finocchieto, carbonaio.

Non solo funghi…

La ghianda è un frutto che permette ai suini di avere carni morbide quindi, la sua raccolta, diventa preziosa, così come la salvaguardia delle querce che ne permettono la coltivazione. Nelle citazioni al giudice conciliatore non è raro trovare attori che se ne contendono il furto o il danneggiamento.

  • Nel 1904 N.Carlo cita Isidoro per £ 8,00 per danno arrecato alla ghianda nel suo terreno di voc. Case Peruzzo,con maiali;
  • Lo stesso, cita anche Ferdinando, per avergli danneggiato la ghianda nel terreno di voc. San Biagio;
  • Nel 1916 Giuseppe vuole essere risarcito di £ 20,00 per la ghianda che è stata raccolta dal suo recinto a Macchia Riservata;

BESTIAME

Alla voce pascolo fa eco senza dubbio la parola bestiame. Entrambe, infatti sono strettamente legate alle entrate comunali di cui certamente un territorio rurale come Stroncone non può fare a meno.

Una tassa che viene da lontano

La tassa bestiame fu uno di quei cespiti che introdotto nel 1868, per permettere ai comuni di avere delle entrate con le quali espletare le spese di funzionamento del comune stesso. Fu un tipo di rendita sulla quale le varie Amministrazioni operarono rincari ogni volta che si presentava la necessità di provvedere “ai cresciuti bisogni pubblici reclamati dalla cittadinanza”, fu così che si pronunciò il sindaco Crisostomi nel 1914. Nel 1919, in tal senso scrisse la Prefettura dell’Umbria:”…considerando che quasi tutti i comuni umbri hanno bisogno di un aumento di proventi per ottenere il pareggio dei propri bilanci, modifica la tassa bestiame in minimo e massimo”. Questo faceva sì che, ad esempio, per un vitello, nel 1914, si pagava £3,70, nel 1919 si poteva arrivare a pagare £ 5,00; per una pecora da £ 0,50 a £1 e per una capra da£ 1,50 a £3,00.

Vale la pena citare qualche numero, per capire l’entità del profitto.

Dai censimenti del 1905 e del 1908

  • 465 vaccini per passare, poi, nel 1908 a 545
  • 122 cavalli e muli, per passare nel 1908 a 144
  • 414 somari, nel 1908 diventano 426
  • 511 suini, nel 1908 diventano 824
  • 2288 capre , diventano tre anni più tardi 4953
  • 4681 pecore, diminuiscono nel 1908 a 2385.

Nel 1922, il Tesoriere del Comune, Ubaldo Contessa, lamenta che, a causa della mancata riscossione della Tassa bestiame, nel mese di maggio si troverà impossibilitato a pagare gli stipendi.

Nel 1928, in seguito alla Legge sull’aggregazione dei comuni, tale tassa verrà unificata e nuovamente modificata, per cui, si arriverà a pagare per una vaccina £40, per un vitello £25, per i lanuti £5 e per le capre £15.

Diritti di pascolo

1896

Una buona fetta di contravvenzioni sui terreni montani veniva dal pascolo abusivo e dallo sconfino da altri territori come Moggio e Cottanello.

  • Nel 1921 a Valleone per “abbeveraggio di capre sconfinanti” la multa è di £ 150.
  • Nel 1927, su 43 verbali, 33 sono per pascolo abusivo e la contestazione con la relativa somma da versare varia sia in base al numero di capi che al tipo di bestiame: gregge o da lavoro, nonché al tipo di terreno su cui si è infranta la regola: campo seminato, bandita o pascolo non assegnato.
  • Il Comune assegna anche il pascolo invernale che avviene nelle zone più basse, quasi collinari. Nel 1923 affitta l’erba della Costa e della bandita di Coppe, rispettivamente per £ 500 e £ 400, dopo regolare asta, partita a base 300, con offerte in aumento di £ 10 e un deposito di £ 30.

La tipologia del bestiame

La qualità del bestiame presente nella nostra zona è descritto dalla relazione che, nel 1906, in merito alla questione sulla condotta residenziale, venne redatta dal veterinario.

“Ottime in generale si possono ritenere le condizioni del bestiame e questo benessere fisico, questa scarsità di casi di malattie infettive, più che alle cure igieniche che in generale non vengono rigorosamente osservate, è dovuto alla robustezza, sobrietà degli animali, specialmente bovini costituiti in massima parte dalla cosiddetta varietà montagnola piccola di statura di mantello grigio scuro, grandi corni, varietà di una rusticità eccezionale e molto adatti a questi monti ove la produzione foraggera è piuttosto scarsa. Anche l’assenza di bovini di razze più perfezionate e sensibili ai diversi morbi diminuisce i casi di malattia.

I LAGHI

Stroncone è un territorio povero di acqua ma nello stesso tempo le attività, cui è dedita la popolazione, sono prettamente rurali quindi necessitano di questo bene prezioso. Se ne deduce che, da sempre, questo bisogno sia stato soddisfatto insieme a un quanto più rigido controllo possibile per la salvaguardia di fontane, pozzi e laghi.

Nel 1868 il guardiaboschi municipale, Massoli Francesco, è in servizio notturno presso il “beveraggio”al lago dei Prati, quando viene ferito con un colpo di fucile alla regione clavicolare destra”.

In un territorio così grande la manutenzione di tali risorse prende una bella fetta di bilancio, soprattutto nella prossimità dei mesi estivi quando l’abbeveraggio degli animali in montagna rischia di essere compromesso da una mancata e tempestiva pulizia.

Ben se ne rende conto il Podestà di Terni, all’indomani dell’applicazione della Legge sull’aggregazione dei comuni, nel 1927. A maggio il delegato di Stroncone, avvisa che dovranno essere ripuliti i laghi di montagna

Nel mese di luglio, poiché non è stato provveduto, giunge un esposto dei proprietari di bestiame i quali scrivono richiedendo:

  • immediata ripulitura dei laghetti: Prati, Valleuvo, sistemazione pozzi Fondazzano e Prati;
  • sistemare la carreggiata che da Stroncone va ai Prati che serve al trasporto del grano e foraggio prodotto in montagna;
  • l’acqua scarsa rende quasi impossibile abbeverare il numeroso bestiame, si chiede un accordo con l’Università Agraria di Finocchieto per ottenere che il bestiame da Stroncone possa recarsi per l'”abbeveraggio”, in quel territorio, in voc. Capo dell’acqua, come già nelle passate stagioni , previo pagamento;
  • è un anno di eccezionale siccità, mai ricordata e i laghetti di raccolta di acqua piovana si sono quasi prosciugati e si è scoperto , in essi, un ammasso di sterco, terra e ogni sorta di immondizia. In genere, tale pulizia veniva fatta prima che l’acqua venisse a mancare.

La risposta, seppur tempestiva, del Podestà non offre, certamente soddisfazione ai poveri allevatori.

Un’ Amministrazione, da sempre, impegnata nella salvaguardia delle acque

Un’interessante documentazione si trova nel testo di Angeletti-Ciccarelli. Dai documenti sulle Riformanze, possiamo leggere che

  • fin dal lontano 1466 si ravvisa “…la necessità urgente di ripulire le pozze d’acqua di montagna, non utilizzabili perché piene di rifiuti, detriti e quant’altro..”
  • nel 1540 i pastori si lamentano per la scarsità d’acqua in quanto i laghetti sono sporchi di fango e altra immondizia…Un consigliere propone di trovare i fondi necessari dal ricavato della vendita di due salme di grano del Comune e dal residuo della dativa di maggio”
  • da sempre poi, sembra che un’attenzione particolare venga data al lavaggio dei panni da parte delle donne. Sia le riformanze più antiche, che un provvedimento del 1928, mirano a regolare questa pratica che sembra sfuggire ad ogni controllo in quanto esse, sono solite, nonostante i divieti, ad attuare il lavaggio nelle pubbliche fontane e laghetti destinati all’abbeveraggio del bestiame.
1928-divieto di lavare i panni sulle sponde del lago dei Prati

Finocchieto

L’ “abbeveraggio”, a pagamento,alla fonte di Capo d’Acqua, sembra essere una consuetudine, non solo per gli allevatori di Stroncone ma anche per quelli di Cottanello. La richiesta viene accettata solo dopo la concessione da parte dell’Università agraria di Finocchieto.

Uscite in bilancio per pulitura laghi di montagna e fontane

1919 -Protocollo di spesa
1919

1923

  • L. Stanislao riceve £ 125 per “pulitura” lago Valle UO
  • F. Pietro riceve £ 250 per ” pulitura” lago I Prati
  • Diversi ricevono £ 280 per “pulitura” lago di Ruschio
  • Diversi ricevono £ 120 per lavori occorsi per la riparazione fontana Pozziche
  • A. Agostino riceve £ 30 per la pulizia annuale del fosso Fieiu
  • L. Salvatore riceve £ 30 per il restauro del pozzo delle Canepine
  • M. Ettore viene risarcito per un trocco per “abbeverare” il bestiame in voc. Acqua del Carpino
  • C. Alfonso riceve £ 40 per aver fornito vitto ed altro, somministrato in occasione della pulitura del lago di Ruschio

CONCLUSIONE

In occasione del trentesimo anniversario della riconquistata Autonomia Comunale, nel 1978, la Pro-loco, pubblicò un volume per celebrare gli anni della ricostituita gestione democratica.

E’ interessante il discorso che nel 1958, a due anni dalla sua elezione come sindaco, Terenzio Malvetani, tenne per fare il punto sulle realizzazioni dell’Amministrazione. Interessante, così come sarà quello che farà alla fine del mandato, nel 1960, e così come lo sarà quello del suo successore Vittori Alberto, nel 1970, perchè nei vari interventi, si possono ritrovare i tempi dibattuti fin qui.

Le difficoltà del bilancio, le tasse importanti, tra le quali, la tassa bestiame; il patrimonio boschivo come risorsa economica e la difficoltà sempre presente del reperimento dell’acqua.

Nella difficile situazione finanziaria in cui si trovava il Comune, Malvetani, cercò di reperire fondi da quelle entrate che non erano state esatte dai precedenti amministratori , tra le quali c’era la voce: boschi. Un capitolo che gli costò anche delle critiche :” questi invece…non fanno altro che vendere boschi…” al quale egli ribatté con un tema già più volte replicato:” il comune deve, da solo, provvedere a fornire tutti i servizi che deve espletare”. Nei 10 milioni di deficit di cassa c’era la mancata riscossione di imposte comunali di cui faceva parte la mancata vendita di tagli boschivi, pur figuranti in bilancio.( una pratica che si ripete, come abbiamo già visto dai bilanci del 1921).

Particolare attenzione venne data alla costruzione e al restauro di opere legate all’approvvigionamento idrico, tra le quali riportiamo: lavori di riparazione del lago e delle cisterne nelle zone montane dei Prati, di Crocemicciola, dei Pozzi Nuovi; costruzione di nuove cisterne in località Cimitelle e Colmartino. Anche il Vittori parlò di:opere di riparazione della fontana di Fondi, della fontana di Vasciano, di Finocchieto e del pozzo di Fondazzano; nello sviluppo economico e turistico della montagna, incluse il“miglioramento dei pascoli e degli abbeveratoi per il bestiame nella zona montana”.

Si parlò ancora di Tassa bestiame come uno tra i principali cespiti d’imposta e si affermò che la sua entità era stabilita da una Commissione provinciale e quindi identica ad ogni altro comune del circondario.

Le realizzazioni compiute dall’Amministrazione così vennero citate:”divengono imponenti ove si consideri che il Comune non raggiunge i quattromila abitanti, in gran parte dediti all’agricoltura, ha giacitura prevalentemente montana e la possibilità contributiva degli amministrati è molto modesta”

Quello che maggiormente emerge nelle intenzioni degli Amministratori dell’epoca, è una prospettiva progettuale nuova per la zona montana. Abbandonata l’idea di un semplice luogo destinato a pastorizia e agricoltura, si intravedeva quello che oggi è sotto gli occhi di tutti. Probabilmente, all’inizio, la volontà fu quella di unire i mezzi moderni che la tecnologia metteva a disposizione per migliorare situazioni di difficoltà e di isolamento cui senza dubbio, certe zone si trovavano, mi riferisco a luce e telefono.

Complice una politica nazionale che attraverso i vari Ministeri elargiva finanziamenti per le varie opere pubbliche, gli amministratori, poterono accedere e improntare una gestione del territorio che solo i posteri poterono giudicare.

  • La Legge 991 del 1952 fece conseguire una parziale reinclusione nei territori considerati montani;
  • contributo statale di 3.600.000 per la redazione di un “piano economico generale della proprietà silvo-pastorale,
  • predisposizione di servizi, quali: allaccio del telefono, piano regolatore e viabilità per la “valorizzazione turistica della zona montana de I Prati”;
  • La Legge 622 sulle opere di bonifica montana, fece reperire i fondi dal Ministero del Lavoro, per finanziare la strada Stroncone-Prati per un costo di 185 milioni di lire.

Sicuramente l’intenzione di togliere Stroncone dall’isolamento culturale ed economico attraverso lo sfruttamento di luoghi così ameni che, pochi Comuni, potevano vantare fu un sogno allettante. Quanto poi, nel tempo, questo abbia rappresentato o mantenuto, quei benefici che, senza dubbio, all’inizio si saranno goduti, ognuno di noi ne risponde per sé. Questo perché ogni generazione ha comunque dentro questa realtà sempre meno selvaggia ma sempre rurale che in modo o nell’altro gli è entrata nel cuore.

BIBLIOGRAFIA

Angeletti G.,”Toponomastica stronconese”, ed. Thyrus, 2004

Angeletti G. e Ciccarelli A.,” Le fontane di Stroncone”, ed. Thyrus ,2002

Aldo Zucchi “Stroncone trent’anni d’autonomia comunale” ed. Società Arti Grafiche Nobili di Terni, 1979

Documenti conservati presso l’Archivio storico del Comune di Stroncone

I Prati anni 1960-70

dedicato a Marcello : diario di un cinquantenne che ha saputo mantenere intatti sentimenti, sensazioni ed emozioni legate ad un luogo caro.

Introduzione

I primi mezzi di trasporto solcano la strada ancora bianca e polverosa del sentiero francescano: 500 e 600 con gli sportelli al vento, giardinette, bianchine, motociclette, vespe…si sostituiscono, ormai, ai carri e alle bestie da soma che, per anni ,hanno trasportato persone e vettovaglie destinate al soggiorno montano.

Il primo autobus a raggiungere I Prati, fu un Leoncino, era il 15 agosto 1956 ed era guidato da mio nonno Adamo.

15 agosto 1956

Qui, ho trascorso la mia infanzia e il ricordo di quei giorni lontani è ancora molto nitido e presente nella mia mente. Risento l’odore di sterco misto a quello del latte appena munto, l’odore del fieno tagliato e delle erbe selvatiche, del muschio, rivedo quella terra marrone tendente al rosso del bosco e delle zolle fra i prati.

Ricordi di fanciullo

Con mia madre, partivo all’inizio dell’estate. Le giornate calde che accompagnavano la fine della scuola, erano per me, le più felici perché preannunciavano quel lungo periodo in mezzo alla natura dove avrei vissuto in assoluta libertà e spensieratezza.

Correvo per i campi assolati e acchiappavo le cicale arrampicandomi sugli alberi per portarle con me perché sapevo che in montagna non le avrei trovate. Le mettevo con cura in una scatola con i buchi ma…che delusione! morivano quasi subito! Oggi mi meraviglio nel sentirle gracchiare all’ombra dei grandi ciliegi e mi piace immaginare di aver contribuito anche io a questa strana migrazione.

Lungo la strada i miei occhi si appagavano di quel verde, di quel cielo azzurro con le nuvole così bianche da sembrare panna montata che, con il vento, diventavano cavalli, facce, e altro da sognare.

Il laghetto circondato dai pioppi mi dava il suo benvenuto con la sua vita pulsante: il gracidare delle rane, lo svolazzare delle libellule, lo strisciare e il sibilare delle bisce…era un inghiottitoio naturale in perfetta sintonia con l’uomo e gli animali…Una tristezza incommensurabile mi assale ripensando all’angoscia che mi pervase quel giorno, quando, le ruspe emisero il loro stridente rumore per coprirlo. Quel “suono” così stonato con la naturalezza del luogo, riecheggiava per la vallata come un urlo di morte.

Sulle sue sponde, frotte di ragazzini come me, sperimentavano mille modi per pescare tinche, acchiappare rane e salamandre: una canna di bambù, del filo da pesca e ami spesso improvvisati ricavati perfino da bollette delle scarpe. Altra meta, era spesso il laghetto di Sant’Antonio che raggiungevo, con mio nonno o mio padre anche a piedi.

Spesso, alla luce dell’acetilena, quando era già buio, mi appiattivo tra l’erba e tendevo l’agguato a quei gracidanti animaletti che cercavano di acchiappare incuriositi un batuffolo di ovatta saltellante.

La graziosa chiesetta del Buon Pastore, ( o Santa Maria dei Prati secondo alcuni documenti), è adiacente al lago. L’ho scelta come scenario per uno dei giorni più importanti della mia vita e, non poteva essere altrimenti, visto l’amore che mi unisce a questi luoghi.

Davanti ci sono un pozzo e degli abbeveratoi che per anni sono stati mete di incontri per pastori e paesani che vi sostavano per fare due chiacchiere durante le afose serate estive.

L’albergo-bar di Gigi e la bettola di Norma erano gli unici luoghi pubblici dove ci si poteva riunire per bere un bicchiere di vino e giocare a carte. Il sabato si ballava e noi bambini spiavamo quelle coppie di ballerini affatto improvvisati che si distinguevano per la creazione di figure a passo di danza. Altri luoghi molto frequentati erano il forno di Loreta e quello di Ferruccia, dove c’era anche il telefono, e rappresentavano anch’essi un punto di incontro soprattutto per massaie che, con le loro succulente ricette, inondavano l’aria di profumi gastronomici.

Oggi, guardo i secolari castagni e i grandi noci e, con gli occhi della mente, rivedo, sotto un cielo terso e immenso, gruppi di ragazzetti giocare a nascondino dentro i grandi tronchi o gli adulti approfittando dell’ombra fare pic-nic su tovaglie colorate e stoviglie improvvisate quando, ospiti inaspettati, si univano ai deliziosi pranzetti.

Impressioni, sentimenti ed emozioni legati a questi luoghi sono gli stessi di quando ero bambino e ancora oggi, pur vedendoli trasformati, trovo fatica a viverli in modo diverso.

Semplicemente vacanza

Mia madre preparava poche cose da portare: una valigia con qualche vestito, asciugamani, tovaglie e cibo. Caricavamo tutto sulla 600 di mio padre che ci accompagnava prima di ripartire per svolgere il suo duro lavoro di camionista. La casa era, ed è, appena dietro il laghetto, in un agglomerato di casupole dai tetti e scale irregolari. Un letto matrimoniale e un piccolo armadio a muro, abbellito da uno specchio, erano separati da una grande tenda a fiori. Il resto della stanza era occupata da una credenza e da un tavolo di marmo grigio con poche sedie. Un grande camino di roccia padroneggiava un angolo della parete di fondo e la sua maestosità stonava con la semplicità del resto del mobilio; una brandina ospitava mio nonno Arturo, quando si fermava nel fine settimana. Il tetto, con le grosse travi di legno, mi incuteva quasi timore e nello stesso tempo mi affascinava, i suoi disegni geometrici accompagnavano i miei sonni e i miei risvegli. Le notti di pioggia erano per me le più belle, sentivo l’acqua picchiettare sulle tegole e mi addormentavo con quella ritmata ninna nanna. La nostra casa era tutta lì: una unica grande stanza, un tempo abitata da pastori. Un ballatoio sopraelevato alla strada, con annessa una grotta per tenere a fresco il cibo, completava la modesta proprietà.

Noi trascorrevamo le giornate feriali sempre da soli. A volte, inaspettatamente, arrivava mio nonno, con la sua motocicletta e ci portava regali e gustose cose da mangiare. Capitava di vedere arrivare dal paese anche Pennacchio, il fedele cane da caccia di mio padre, stava un po’ e poi se ne tornava a casa.

Il paesaggio e gli animali

Oggi il paesaggio è molto cambiato, la vegetazione è più fitta anche intorno all’abitato. Gli alberi ancora bassi e il pascolo che avveniva in prossimità delle case non permetteva agli arbusti di infittirsi.

Le abitazioni erano poche e quasi tutte prive di luce e acqua. I più fortunati attingevano acqua dai pozzi ma per lo più bisognava andare a rifornirsi alle fonti di Raicato e Moggio. Si trasportava con i secchi e poi a casa si teneva in altri contenitori, spesso di rame, dai quali si attingeva con un mestolo. Con occhi increduli guardavo con quanto equilibrio alcune donne riuscivano a portare contemporaneamente brocche in testa e secchi in mano.

Quando l’afa estiva si placava, me ne andavo a spasso per i sentieri del bosco. Dalle alture guardavo le coste delle montagne dove, come schizzi di colore, in mezzo al verde scuro, spuntava il marrone dei semi di carpino, deliziosi e gustosi grappoli per frosoni e fringuelli. Spesso mi fermavo ai “salari” ad aspettare le capre e guardavo i pastori mettere il sale su quei sassi levigati dalle ruvide lingue dei caprini. Il momento preferito, dell’intera giornata, era per me, la mungitura al rientro dal pascolo. con il mio barattolino di metallo, aspettavo con ansia di vedere quelle mani veloci stringere le mammelle gonfie di latte e poter godere di quel succo caldo e dolce cui i miei sensi tutti aspiravano.

Le stalle erano adiacenti alle case e il contatto tra l’uomo e l’animale era molto stretto. Tutti i prati erano usati per pascere le greggi. Queste venivano spostate continuamente insieme a recinti di rete e paletti per creare degli “stazzi”, fertilizzanti naturali. I pastori con le loro camicie a quadretti, un grande cappello e la giacca scura, si appoggiavano con fare stanco, ma deciso, sul loro lungo bastone e trascinavano su un carretto, scopi, lamiere e tavole per il loro precario riparo notturno.

La notte buia, faceva diventare alberi, rocce e cespugli masse scure e minacciose, i lupi spiavano gli animali chiusi nei recinti. Il loro ululato vicinissimo, faceva tremare il belato delle pecore …era l’unico momento in cui temevo questo luogo altrimenti sentito magico…Mi stringevo forte a mia madre nel lettone e, silenziosamente, un pensiero malinconico andava a mio padre chiuso nel suo camion chissà dove… La presenza dei lupi era così forte che a volte si rendeva necessario, chiamare il “luparo”: un personaggio che veniva da Spoleto. Egli faceva appostare i cacciatori, nelle notti di luna piena, e richiamava la belva imitando quel grido cupo e prolungato dentro un recipiente di coccio.

Una piccola comunità

Spesso i temporali erano preannunciati da forti boati. Pian piano il cielo diventava sempre più scuro e un vento minaccioso cominciava a muovere le fronde degli alberi aumentando il rumore tutt’attorno. Poi, improvvisamente una pioggia fredda e intensa cominciava a bagnare la terra arida. Erano le occasioni migliori per radunare le poche famiglie presenti, per allegre chiacchiere o giocate a carte. Solidarietà e condivisione caratterizzavano la semplice quotidiana arricchendo rapporti umani di nuove amicizie o rafforzando le vecchie. Ogni avvenimento, triste o felice toccato a uno toccava tutti e veniva vissuto con vero amore fraterno. Occasioni normali diventavano spesso entusiasmanti e motivo di festa solo perché si svolgevano insieme. Quando ad esempio Loreta accendeva il forno era una gioia grande. Le donne al mattino presto mettevano il lievito per cuocere pizza e pane, con i loro grembiuli colorati e spesso ricamati ( come voleva la tradizione del corredo), con i loro fazzolettoni in testa, controllavano la cottura di gustosi manicaretti: oca, pollo, agnello, crostate…l’aria si impregnava prima dell’odore della legna bruciata e poi di un insieme di fragranti aromi. Noi bambini eravamo eccitati e correvamo e bisticciavamo e le nostre grida si mischiavano alle chiacchiere delle comari dove non mancava qualche pettegolezzo.

La notte e la sua magia

Nella notte illuminata da un cielo carico di stelle, due fari illuminano l’ampia distesa erbosa di Ruschio. Il laghetto è circondato di anfratti fatti da scopi e felci, ripari naturali per animali selvatici. Gli occhi furtivi di un cacciatore esperto come mio padre, abituato a scrutare nell’oscurità, si accompagnano ai miei spauriti ma orgogliosi e tenaci nel voler dimostrare di essere cresciuto e degno di poter partecipare a queste avventure notturne. Nel mio cuore, però, sono contento della presenza di mia madre, con lei, infatti, posso anche solo far finta di essere grande! L’aria umida ci accarezza il viso dai finestrini della 600; la luna rischiara a tratti quelle masse erbose impenetrabili. Un’upupa spaventata si alza in volo dal cespuglio interrompendo il suo sonno notturno. Arriviamo alla Croce e scendiamo dalla macchina , lentamente avanziamo sul prato; sento il cuore battermi in gola. Dal pendio scosceso giungono scricchiolii di rami spezzati, battiti d’ali di uccelli, predatori in cerca di cibo. Anche volpi, cinghiali e lupi si muovono a proprio agio di notte, i loro versi si intrecciano all’ unisono con ululati sinistri e lugubri. Ora la luna splende in tutto il suo chiarore illuminando la vasta piana, rimaniamo in silenzio, senza quasi respirare e la nostra attesa viene premiata: una famiglia di leprotti esce allo scoperto. Occhietti rossi saltellano qua e là fermandosi a rosicchiare giovani arbusti, rannicchiati sulle loro zampette posteriori. Ci fermiamo a guardarli. Non è raro poter osservare gli animali selvatici nel loro habitat, sia di giorno che di notte. Sono grato a mio padre per avermi insegnato a conoscere la natura rispettandone i ritmi.

La caccia di oggi e di ieri

Puntualmente, ogni anno, alla riapertura della stagione venatoria, il nostro paese è bombardato da rivolte ambientaliste verso questo sport che viene considerato una vera crudeltà nei confronti degli animali.

Condivido certi ideali, io stesso non riesco ad allevare un animale domestico e poi ucciderlo per mangiarlo. Amo la natura, il verde e gli ambienti incontaminati, lotto per difendere la mia montagna dal turismo selvaggio e dallo scempio teppistico di sprovveduti che la considerano terra di nessuno. Io stesso, nella mia funzione di Guardia venatoria volontaria, facendo servizio notturno, ho potuto constatare con i miei occhi atti vandalici a cose, piante e animali. Eppure sono un cacciatore. In me vive l’istinto primordiale di quegli antenati che proprio attraverso la caccia permisero la nostra sopravvivenza.

In me sento rivivere le anime di generazioni di uomini dediti a questa attività: sento voci e vedo figure solo immaginate, di uomini che per le vie del paese fischiano sotto alle finestre addormentate per unirsi con i loro cani al guinzaglio e i loro fucili tirati al lucido e ben ingrassati, che si incamminano a piedi o in moto per intere giornate. La bisaccia accuratamente preparata da amorevoli mani di donna e un carniere vuoto da riempire. Al ritorno, la stanchezza non è tale da impedire racconti spesso “gonfiati” di prede catturate. Si riuniscono in barberia, nelle bettole o in casa di amici…

Davanti al fuoco viene cotta la cacciagione e poi conservata in barattoli sott’olio. Una vecchia foto, mostra i membri dell’Associazione Cacciatori di Stroncone, volti di uomini orgogliosi e fieri di appartenervi. Anche io avrei voluto farne parte. Io che mi sono emozionato ai racconti di quelle generazioni, io che ho sognato ad occhi aperti l’inseguimento dei cani alla selvaggina e gli scenari naturali dove nel rigoroso silenzio avvenivano gli appostamenti …Sono vissuto e cresciuto in questa ondata di ricordi, ho respirato l’aria di luoghi selvaggi, quando ancora circondavano la mia stessa casa; quando al posto dei palazzi c’era il bosco e potevo sentire: tordi, fringuelli e merli richiamarsi e rincorrersi da un ramo all’altro rimpinzandosi di bacche.

Ricordo quando partivamo con i miei genitori per il fine settimana e mio padre mi permetteva di andare a caccia con lui. Nei giorni precedenti l'”apertura”, dormivamo nella casetta ai Prati e c’era anche chi stazionava nei prati con ripari di fortuna. Prima di addormentarmi sentivo il guaire dei cani che, insofferenti del posto, pernottavano con i padroni negli appostamenti.

La nebbia e la brina mattutina mi gelavano le ossa e in me c’era una lotta quasi fisica tra la voglia di dormire e quella di avventurarmi nei boschi al pari di lui. Mio nonno,i miei zii, mio padre, raccontavano come in un film le peripezie e le astuzie per sfuggire ai guardiacaccia, per trovare selvaggina prima e più di altri, in una sfida continua tra sfottò vari e qualche tiro mancino che poi si concludevano spesso con una bella bicchierata o mangiata.

I Prati…non solo d’estate

Il sabato, quando al suono della campanella, si apriva il grande portone di legno e tutti gli scolari in fila aspettavano febbrilmente il loro turno per uscire,io sbirciavo tra le teste dei miei compagni sperando di vedere la macchina di mio padre che mi veniva a prendere.Quando ciò avveniva per me era una gioia immensa. Sul sedile posteriore si metteva mia madre con piatti e tegami contenenti cibi già cucinati, legati da canovacci. Io mi sistemavo davanti con l’immancabile Pennacchio che per tutto il tragitto mi leccava e chiedeva carezze. La macchina, nelle mani esperte di mio padre saliva allegra in quella strada che era poco più di un sentiero e una curva dopo l’altra ci portava ai Prati. Ad Ottobre, alternavamo la caccia alla raccolta di noci, castagne e funghi. Il Castagneto a Cimitelle si riempiva di ricci e noi bambini correvamo per discese e piccoli dirupi facendo finta di aiutare quanti erano impegnati nella raccolta di questi gustosi frutti autunnali. Grossi sacchi venivano riempiti con fatica da schiene abbassate e mani doloranti che lavoravano senza sosta per intere giornate. A sera, un fuoco scoppiettante invitava ad assaggiare la prima padellata della stagione: in religioso silenzio e ammirazione, occhi innocenti guardavano tagliare e “pallare” le castagne sopra la fiamma viva con assoluta maestria da nonni e genitori. A cottura ultimata, quando già la stanza era invasa da quella fragranza, si avvolgeva la padella in un panno per qualche minuto mentre bocche avide erano impazienti di addentarle.

A volte, era mia nonno che mi veniva a prendere con la sua moto Augusta. Allora mi sedevo sul seggiolino dietro e partivamo per due giorni di avventura montana: io e lui da soli come due uomini al pari! Mi portava a caccia e io aiutavo nelle faccende domestiche; mi preparava manicaretti, si vantava di essere un bravo cuoco, anche se a volte, ad essere sincero, qualche mal di pancia l’ho avuto! Negli ultimi Km di strada, prima di arrivare alla “spianata” finale, chiudevo gli occhi, mi facevo accarezzare il viso da quel venticello fresco e godevo di quella mescolanza di odori fatta di sterco e erbe aromatiche…era il segnale che stavamo per giungere a destinazione. Il mio amore per questi luoghi partiva proprio da lì. Appena entrati, la casa era fredda, quasi inospitale, stanchezza e fame si facevano sentire, ma, subito, la ricerca di legna per accendere il camino rianimava la mia voglia di godere di ogni momento . Subito dopo aver mangiato, andavamo ” a rientro” . Mi sentivo importante e aspettavo impazientemente di avere l’età per possedere un fucile tutto mio e vivere così in prima persona questa sfida tra l’uomo e l’animale.

Conclusione

I Prati: luogo vivo in tutte le stagioni. D’estate era l’allegria scanzonata delle famiglie e delle comitive ad animare la vallata; d’inverno erano il bosco e il silenzio. Ancora oggi il cacciatore vive questi luoghi conoscendone ogni segreto. Io sono riconoscente ai miei cari per avermi insegnato, anche, il rispetto con cui si deve praticare l’attività venatoria. Passione non è accanimento per la conquista della preda ma, è sfida, inseguimento, tra cane e selvaggina, dove l’uomo, è l’ultimo anello della catena e, non sempre, determinante perché per colpire un animale ci vuole destrezza e capacità.

Nei miei ricordi, “le cacciate” terminavano con tradizionali spiedate e polentate. Intere famiglie si riunivano nell’armonia e nell’amicizia. Le donne cucinavano e chiacchieravano scambiandosi consigli e ricette, gli uomini raccontavano le loro avventure arricchendole di particolari, battute e accurate descrizioni…

A noi bambini che li ascoltavamo rapiti, trasmettevano quella passione che, a loro volta, era suscitata in loro dalle generazioni precedenti…si compiva così quella fusione di anime che unisce l’uomo nella universalità che porta all’immortalità.

La Banda di Stroncone

l’arte è una in tutte le sue forme e in tutte le sue manifestazioni: solo vi hanno mezzi di espressione che arrivano più o meno direttamente alla mente e al cuore del popolo; e la banda, nota dal popolo, per la sua voce poderosa e squillante parlata dall’aria libera, nelle piazze, resta appunto uno dei mezzi più diretti di educazione musicale” cit. A.Vessella

Un suono sovrasta gli schiamazzi della strada, il vociare della gente e le grida dei bambini…d’un tratto si avvicina…si distinguono le delicate melodie di flauti e clarinetti; uno squillo di tromba fa piombare nel silenzio ogni altro rumore…gli rispondono un corno e un sassofono, poi…in un’unica Armonia il ritmo della musica avvolge ogni cosa fino a quando, un colpo di piatti e di grancassa ne determinano la fine…Schierati, i bandisti, nelle loro impeccabili uniformi, sfilano per le vie, fermandosi di tanto in tanto per farsi ammirare nell’esecuzione del loro repertorio…

Un po’ di storia

Gli strumenti a fiato, in particolare chiarine e trombe, hanno, da sempre, accompagnato gli eventi più importanti di luoghi e persone: feste religiose, incoronazione di papi e imperatori..Nel XIII sec., a Firenze, i suonatori si uniscono in corporazioni ben organizzate.

la musica assurge a vera espressione d’arte…”

Nel 1339 tra le spese per gli impiegati del Comune di Firenze compaiono musici regolarmente stipendiati con attribuzioni regolamentate da speciali statuti.

Nella metà dell’800, sulla tradizione delle bande militari, cominciano a formarsi Associazioni Filarmoniche su iniziativa di privati di cittadini che pian piano vengono inglobate nelle Amministrazioni comunali.

Stroncone e la prima Associazione Filarmonica(1840)

Sono almeno due, le Deliberazioni Comunali, attestanti l’origine della Banda a Stroncone, risalente al 1840

1914
1875

Lo scopo dell’Associazione è…” di gentile incivilimento degli Onesti cittadini”, una definizione che rimarrà invariata nel corso di tutto il primo dopoguerra.

Essa possiede un capitolato e un regolamento che durano per circa un biennio o triennio.

I Soci e le Amministrazioni comunali, allo scadere del mandato, rivedono clausole e articoli, modificandone il contenuto qualora nuove esigenze lo rendessero necessario.

1908
1914-approvazione del nuovo regolamento con modifiche apportate a quello del 1908

Essi sono legati da un vero e proprio contratto come dimostra un documento del 1882

Contratto riguardante i diritti e gli oneri del Concerto comunale

Inutile dire che, nel corso del secolo preso in esame, contrastate e animate vicende, hanno caratterizzato l’attività bandistica del paese che, però, nella tenacia e nella fermezza, sia dei soci che degli amministratori pubblici, ha trovato un valido sostegno per il prosieguo della sua storia.

Uno dei temi più dibattuti, come è lecito supporre, è quello economico e un documento del 1883 ci mostra come vengono ripartite le quote finanziarie

La Banda “un affare di famiglia”

Intere generazioni si avvicendano nella formazione del corpo bandistico,” famiglie storiche” i cui cognomi si ripetono per oltre cinquant’anni: Massoli, Leonardi, Vittori, Spezzi, Rossi, Ferracci, Andrielli, Grimani, Castelli…

1868
1911
1908
1919

Sono cognomi che torneranno ancora nel secondo dopoguerra, una continuità che suggerisce un grande senso di appartenenza.

Si tratta di operai, artigiani, contadini, che dedicano le ore del riposo, allo studio di uno strumento,impegnandosi in lezioni e prove per dare il meglio di sé nelle uscite dentro e fuori il Comune.

Gli allievi, spesso figli degli effettivi, per poter partecipare devono aver:

-compiuto 10 anni di età;

-fede di nascita;

-certificato di subita vaccinazione e di essere libero da mali contagiosi;

-certificato di saper leggere e scrivere.

Tra i vari articoli si legge:

L’ allievo dovrà presentarsi al Maestro di musica per essere inscritto nel registro che appositamente sarà aperto e dovrà giustificare ogni assenza.

Dovrà provvedere personalmente all’acquisto dei quaderni di carta di musica e alle riparazioni dello strumento, seguendo le indicazioni del maestro.

Orgoglio paesano

Per i Comuni avere un Corpo Filarmonico è un vanto, e, anche Stroncone, si prodiga, nel corso degli anni, secondo le possibilità, a sostenerlo economicamente, preventivando nei bilanci, quelle spese necessarie al suo sostentamento: la sala per le prove e la relativa illuminazione; un sussidio per gli arredi e l’abbigliamento; lo stipendio al bidello e al maestro di musica. Inoltre,attraverso i suoi rappresentanti, cerca di valutare l’opportunità migliore, per garantire che, le trasferte dei bandisti,avvengano rispettando gli accordi presi. Non solo, ma è attento al suo “benessere”, anche quando è impegnato in servizi obbligatori sanciti dal regolamento, non disdegnando di mettere in bilancio, spese extra, come “bicchierate” fornite dagli esercenti locali.

La stessa popolazione tiene in forte considerazione sostenere il Corpo filarmonico come si evince anche dalle relazioni che accompagnano le delibere ogni volta che si deve rinnovare il capitolato.

1908
Relazione della Commissione Comunale per rinnovare il Capitolato

L’uniforme

La rispettabilità passa anche attraverso il vestiario, non a caso, i musici della Filarmonica dei Laudesi, nel lontano 1232, avevano l’obbligo di vestire sempre abiti forniti dal comune stesso, uno per l’inverno e uno per l’estate, col distintivo del giglio fiorentino:”a ciò che possano onorare il loro ufficio in modo onorevole per il comune”.

Quasi settecento anni dopo, si sente la stessa esigenza, come leggiamo nella relazione che, la Commissione municipale, nel 1891, redige in occasione della ricostituzione del Patrio Concerto.

componenti della Commissione

Essa, infatti, appoggia la richiesta di rinnovare le divise, ormai logore, affinché anche il Paese ne possa trarre lustro.

Già nel 1883, il Comune stanziava una somma da spendere per il vestiario ripartendola secondo i ruoli ricoperti dai vari componenti

Nel 1880 il Ministero dell’Interno autorizza i nuovi figurini

Di quelle rinnovate, nel 1908, vengono conservati i bozzetti

La Banda, specchio dei tempi

L’accentramento burocratico e il rigido controllo statale che si attuò all’indomani della Unità d’Italia, traspare anche dal regolamento che disciplina l’attività bandistica.

Le norme evidenziano la ricerca di un’integrità morale quasi esasperata mirante al controllo quasi ossessivo verso ogni comportamento suscettibile di creare onta a se stessi o al Paese che rappresentano.

Dall’osservanza degli orari, al decoro dell’uniforme, tutto è impregnato di un rigore quasi militare.

Sanzioni e multe in denaro, colpiscono chi ritarda alle prove, chi non esegue le parti assegnate, chi si assenta senza giustificato motivo, perfino chi si diletta nell’uso dello strumento senza autorizzazione del maestro…

Anche in materia ECONOMICA, Stroncone, attraverso la sua banda è testimone del più ampio quadro storico nazionale.

Quando la crisi si fa più sentire, nel 1919, ne può fare le spese, persino,uno dei personaggi più amati e rispettati che ha occupato la scena per oltre un decennio. Menghini Ercole, maestro di musica, nasce a Roma nel 1871. Si diploma all’Accademia di Santa Cecilia, in Roma, nel 1894, conseguendo il titolo di: Diploma di maestro compositore e direttore di banda. Quando approda a Stroncone nel 1907, può vantare un’esperienza decennale. Per circa 13 anni si distingue per professionalità e serietà, ricevendo encomi e lodi dall’Amministrazione Comunale. Poi…la guerra…E sì, la Grande Guerra gioca proprio un brutto scherzo al povero Menghini che si ritrova in poco tempo,come vuole il detto:”dalle stelle alle stalle”.

Si ritrova con un gruppo, è proprio il caso di dirlo, “sbandato”; deve utilizzare la sua casa per fare le prove, in quanto il Comune non dispone più di una stanza adatta; deve comporre musica nuova e occuparsi dei nuovi allievi e tutto per un misero mensile di 120 £ ( che arriva anche in ritardo) e senza indennità caroviveri, come gli spetterebbe in quanto impiegato comunale.

Cerca di arrangiarsi come può cercando di raggirare quella clausola del contratto che gli impone di risiedere in Paese e prendendo al volo quel “detto non detto” dell’Amministrazione, va a fare servizi presso altre Bande viciniore.

Figuriamoci se i diligenti stroncolini potevano accettare una cosa del genere e così, scatta subito il provvedimento disciplinare della Censura, alla quale, il Menghini non ritiene di rispondere discolpandosi, ma, presentando una relazione dove si toglie qualche sassolino dalla scarpa e conclude con le sue dimissioni.

I temi musicali

Dal repertorio svolto, nonché dai servizi che la Banda è tenuta a svolgere o svolge liberamente, si colgono momenti di vita quotidiana che caratterizzano questa piccola comunità e che si intrecciano ancora una volta con realtà più grandi, dimostrando che Stroncone, pur nella sua peculiarità di paese rurale non è affatto isolato .

Anzi, testimonia e partecipa di ogni evento che può avere risonanza nazionale.

“…la banda comincia ad imporsi come mezzo di diffusione artistica e si delinea (…) la sua missione di efficacia come mezzo culturale per le masse”

I grandi autori come Verdi, Rossini, Ponchielli, … con le loro opere più celebri si mischiano a operette, sinfonie e cori dai titoli e contenuti patriottici o frivolezze sociali.

1905

I servizi

I servizi ufficiali, stabiliti dal regolamento, sono all’insegna del più profondo patriottismo: Natalizi della casa reale e di Garibaldi, l’anniversario della Breccia di Porta pia, la ricorrenza dello statuto…

ci sono poi dai tre agli 8 servizi l’anno da fare a disposizione del sindaco per ricevimenti e feste civili occasionali, oltre alla festa del patrono in febbraio e in agosto.

Nel 1868, compaiono anche :

-la festa per la Madonna del Colle;

-fiere, tranne quella di Corvajanni.

Compaiono anche i servizi presso le 4 frazioni del Comune, che sono regolamentati da precise raccomandazioni, compresa una cauzione che i festaroli devono lasciare a garanzia degli impegni presi.

Essi consistono nel fornire i bandisti di vitto e alloggio per 1 giorno e mezzo, durata prevista per il servizio, e cavalcature necessarie per l’andata e per il ritorno.

1868

L’attività dei filarmonici è variegata e certamente poco monotona. Accanto agli impegni regolamentati, ci sono le gite “fuoriporta” che non sempre vengono condivise dai membri, tant’è che nel 1892, alla ratifica del nuovo capitolato, si teme il pericolo che qualcuno si ritiri, impedendone così la ricostituzione.

La questione si risolve con la garanzia che il Comune di volta in volta deciderà e vigilerà sulle condizioni necessarie affinché l’impegno si possa o meno accettare.

I servizi a pagamento offrono uno spaccato delle usanze della comunità stronconese, come quella di accompagnare messe, processioni e funerali con differente tariffa a seconda del luogo (distanza dal paese); del giorno( feriale o festivo); dell’ora( mattina o pomeriggio);

ci sono, poi, le esibizioni più frivole legate alle feste da ballo, specie nel periodo del Carnevale.

Il Maestro

Il capomusica in tempi più remoti era scelto tra i più bravi.

Con la Riforma del 1900 e con l’Istituzione della Cattedra di Composizione e Strumentazione, nel 1896, istituita presso il Liceo Musicale di Santa Cecilia in Roma, si riconosce l’importanza della figura del Maestro come “educatore delle masse”.

Vengono indetti concorsi e il curriculum diventa basilare per avere punteggio ed ottenere il posto. Il maestro non si improvvisa e sicuramente quelli che dirigono il Concerto a Stroncone nel periodo storico considerato, hanno una competenza stimata e apprezzata.

Il maestro Cardoli

A lui, va senza dubbio, riservato un pensiero a parte, avendo servito la filarmonica per circa 25 anni, guadagnandosi una rispettabilità che lo porterà ad essere nominato persino Giudice conciliatore e vice presidente della società operaia.

Dal foglio matricolare, risulta essere nato a Narni nel 1835.

Nel 1868 diventa maestro del Concerto presso il Comune di Stroncone.

Le sue esperienze non sono molte: dopo aver svolto l’incarico di capo musica presso il Reggimento di fanteria, ha avuto un solo incarico presso la Banda di Calvi.

Termina la sua carriera da invalido, probabilmente, per vecchiaia. Lo scopriamo da un verbale del consiglio Comunale riunito in seduta straordinaria, per sostituire il Maestro elementare Chiorri, il quale ha ricevuto il trasferimento a Sutri, proprio a inizio dell’ Anno Scolastico 1905-1906. In tale dibattimento, si cerca di porre rimedio sia alla supplenza nelle classi rimaste scoperte, che alla direzione del Concerto. Sembra infatti che il Comune, dovendo pagare l’assegno al Cardoli invalido, abbia utilizzato le competenze del Chiorri per dirigere anche la scuola di musica.

Una relazione sull’attività bandistica del 1894, ci mostra, il Cardoli, come una persona comprensiva e capace di vera empatia nei confronti dei suoi sottoposti.

Accanto alle lodi per l’Amministrazione Comunale che sempre li sostiene, non manca di ammettere certe situazioni di taluni allievi che hanno provocato degli “appunti” da sanzionare.

Egli, allora, pur condividendo la necessità del rispetto del regolamento, chiede umilmente, che venga tenuto conto dell’oneroso impegno che i numerosi servizi richiedono e prega di far decadere la multa impegnandosi egli stesso a far valere quelle doti di moralità mettendo a garanzia il proprio comportamento.

Il maestro Cerù

Probabilmente fu quello che sostituì il dimissionario Menghini.

Di lui quello che sappiamo, lo troviamo in una lettera che scrive al sindaco alla scadenza del suo mandato, nel 1924.

In essa, fa presente che se gli venisse tolta la Direzione della Banda, ciò causerebbe un: “grave danno per lo sviluppo delle tendenze artistiche e tecniche degli elementi del Concerto, con l’ interruzione degli esercizi graduali che in questo tempo ho avuto agio di iniziare”.

Da Verbale del Consiglio però apprendiamo della sua partenza e così il Comune si trova a bandire un nuovo concorso

I curriculum degli aspiranti, dimostrano l’evoluzione che la figura del Maestro, ha avuto in questi anni del dopoguerra.

Ad esempio Secca Gino, che risulterà quello scelto e, che però, non prenderà servizio perché accetterà altro incarico, può vantare oltre ai vari diplomi di Composizione, Contrappunto, Direzione di banda ecc. Anche una serie di elogi e di encomi per le sue capacità artistiche, lodi di originalità e creatività nell’istruire parti, “drizzare vecchi musicanti e affinare i giovani iniziandoli all’esecuzione delle migliori opere italiane e straniere con squisito senso d’arte”

Accetterà il nuovo incarico, il Maestro Tagliaferri con uno stipendio di £ 7000 annue più 200 di indennità.

Il fascino intramontabile della banda

“Il carattere di popolarità della banda va inteso come mezzo diretto e immediato per l’educazione musicale del popolo che si viene a trovare naturalmente in contatto nelle piazze”

La Banda ha reso possibile la divulgazione dell’arte della musica che era stata privilegio di pochi, chiusa nei teatri e nei salotti, portandola a contatto con una moltitudine di persone. Persone semplici, spesso analfabete, che attraverso arie ed opere famose si avvicinavano ad una cultura altrimenti inaccessibile.

E’ interessante notare come viene descritta da un adolescente un’esibizione bandistica nel 1923

“Tutti ascoltano con grande attenzione tanto che (…) nessuno si accorge che il cielo si è coperto di nuvoloni. Quando cadono le prime gocce (…) i più prudenti si allontanano ma la maggior parte della folla non si muove (…).

La banda continua a suonare: sta eseguendo magistralmente il finale del primo atto della Traviata e maestro e suonatori sono addirittura trasportati da quella stupenda pagina musicale…l’entusiasmo è al colmo scoppiano fragorosi applausi.”

Conclusione

Il presente articolo riguarda il periodo che va dalla fine dell’800 al primissimo dopoguerra (1924). I documenti esaminati sono: Delibere comunali, relazioni, inventari, minute e atti ufficiali, capitolati di spesa e regolamenti che si sono susseguiti negli anni, aventi come unico scopo quello di mantenere il Corpo Filarmonico Comunale di Stroncone.

Bibliografia

La banda, dalle origini ai nostri giorni…,di Alessandro Vassella; Milano, Istituto editoriale nazionale,1935

-Le foto dei documenti sono conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Stroncone.

Stroncone e i Caduti nella Grande Guerra

La memoria degli eroi

Quando le armi tacquero, le urla di dolore delle carni dilaniate si spensero e le lacrime delle donne:madri,spose, sorelle…si asciugarono, un solo pensiero parve serpeggiare nella penisola intera: non dimenticare.

“La memoria della guerra venne rimodellata in un’esperienza sacra, che forniva alla Nazione una nuova profondità di sentimento religioso, mettendo a sua disposizione una moltitudine di Santi e martiri, luoghi di culto, e un retaggio da emulare”

Ovunque sorsero comitati per recuperare fondi finalizzati alla realizzazione di lapidi, targhe e monumenti.

Mentre, infatti, fu l’esercito a provvedere alle sepolture, le celebrazioni commemorative furono lasciate nelle libere mani di enti, associazioni private o pubbliche.

Per raccogliere denari venivano organizzate gare sportive, lotterie, concorsi.

I Sindaci dovevano, inoltre, comunicare al Ministero, tramite i sottoprefetti, un elenco dettagliato dei morti, dei dispersi e dei luoghi di combattimento a scopo di propaganda interna.

Il monumento di Terni

Il comitato sorto a Terni, nel 1920, in un manifesto murale così scriveva: il monumento…” ha da essere opera decorosa e degna:tutti devono concorrere a compierla…Si dia poco, si dia molto: uniforme è l’intento, pari l’omaggio, uguale il gesto …”

Per la cerimonia della posa della prima pietra, intervenne il re in persona che era in visita nella città.

La cerimonia ebbe luogo a Piazza Tacito, il 17 luglio 1923.

Nel masso di travertino, venne chiusa una pergamena miniata dallo scultore Possenti, firmata dal re e dalle autorità.

Per il suo progetto fu indetto un Concorso artistico Nazionale, nel cui Bando erano specificati i materiali, il tema e il luogo in cui sarebbe stato collocato.

Per la parte scultorea e decorativa dovevano essere utilizzati 2 quintali di bronzo.

Si aggiudicò, l’onore di realizzarlo, il Guastalla che descriveva la sua opera in 12 metri dal posamento per conferire alle targhe, con i nomi dei caduti, più slancio ed eleganza.

Venne inaugurato con cerimonia solenne, cui partecipò anche una troupe dell’Istituto Luce, il 28/08/1927 e il musicista Cerquetelli, per l’occasione, scrisse un sonetto.

I Caduti ricordati furono 265

Il monumento di Stroncone

Nel mese di giugno 1920, il Consiglio comunale deliberò la costruzione di un monumento a ricordo dei morti in battaglia.

Il lavoro venne commissionato alla Ditta Federico Colasanti-Terni, specializzata nella lavorazione “in marmo e pietra”.

Molto celermente, i responsabili, inviarono disegno e preventivo:

“verrà eseguito in cemento armato;

la base sarà quadrata con un lato di m.2,80 e h 5,50 circa.

Il lavoro sarà ultimato in due mesi.

Prezzo: £ 7.500 da pagarsi in tre rate uguali. “

Il sindaco Francesco Malvetani, si attivò, subito, al fine di recuperare fondi, per la realizzazione, attraverso gli enti e le associazioni presenti nel territorio e così intervennero: la Congregazione di Carità, l’Associazione Nazionale Combattenti , la Società Operaia…

A luglio, la Ditta contattò nuovamente l’Amministrazione per richiedere le epigrafi per le lapidi laterali e centrali:una destinata a una dedica, quella centrale ai nomi dei caduti e l’altra ai nomi dei morti per malattia contratta in zona di operazione.

Dichiarazione di guerra e giorno dell’Armistizio, saranno incisi in alto al capitello di coronamento del monumento.

Il monumento sarà messo in opera per il giorno destinato all’ inaugurazione”

Questo giorno, nelle intenzioni di tutti, sarebbe dovuto essere il 21 agosto, ricorrenza del Santo Patrono; come, poi, scopriremo da altri documenti, essa venne effettivamente svolta il 12 settembre. ( Nella lapide in realtà è riportato il 12 Agosto).

Alle ore 9:00, in Piazza della Libertà si svolse la cerimonia.

Furono invitati: l’onorevole Augusto Ciuffetti, deputato al Parlamento, di Acquasparta;

nell’invito, il sindaco si esprimeva così: ” l’onore di averla non ai noi verrebbe impartito, sibbene ai nostri Morti che ne sono più degni, perchè col loro sacrificio fecero sì che il lungo sogno di Dante si avverasse” ;
e il Comandante del Presidio Militare, che, però declinò la presenza a causa di altri impegni precedentemente presi, così come il Ciuffetti.

Ad ogni Caduto, venne designato un familiare che partecipò alla commemorazione e, purtroppo, ci fu chi per un crudele destino, dovette rappresentare due familiari..

I Morti furono 78.

Il discorso del sindaco

Vi ringrazio di aver accolto l’invito rivoltovi di qui congregarvi oggi per compiere questa doverosa cerimonia, la quale è pur la piccola cosa di fronte al grande fatto, che intendiamo celebrare. Perché v’hanno sacrifici così nobili, così alti e magnanimi, che nulla nella limitata facoltà dell’espressione umana, vale a degnamente qualificare. Di questi è quello che oggi noi, esecutori della volontà della comunale rappresentanza, commemoriamo alla presenza vostra e di queste egregie Autorità, convenute a crescer decoro all’odierna cerimonia. L’Italia nostra sorta per virtù di popolo dalle rovine degli scomparsi potentati, che l’avevano per lunghi secoli martoriata, ha dovuto percorrere, per raggiungere la meta sospirata dai mille patrioti immolatisi ad essa, una lunga via aspra di triboli di ogni fatta. Ma finalmente,superando le vicende ora tristi,ora liete, sempre sanguinose (…)oggi,nell’ultima titanica lotta ha visto coronate di vittorioso successo le lunghe aspirazioni grazie al valore dei suoi figli,che caddero per la sua grandezza e per la sua libertà. A celebrare degnamente i nostri morti è venuto fra noi l’egregio avvocato spoletino signor Angelini Giuseppe, che ho l’onore di presentarvi, e che per aver partecipato da valoroso all’immane recente lotta può meglio di altri parlare di essa e dirne tutto l’alto significato.

1921: Onoranze al Milite Ignoto

Da documento inviato ai Prefetti ad opera del Comitato Esecutivo: Onoranze al Milite Ignoto

” Tumulazione della Salma del Soldato Ignoto all’altare della Patria, 4 novembre alle ore 10:30 precise.

Tutte le campane delle chiese devono suonare ” a gloria” durante l’intera cerimonia per mezz’ora, poi contemporaneamente in tutti i presidi militari devono essere sparate salve d’onore di 21 colpi.

Sarà emessa una cartolina commemorativa il cui ricavato sarà devoluto agli orfani di guerra. Vanno a tal fine interessati gli Istituti di credito e le più importanti Ditte locali perché si assumano l’incarico di diffonderla. La cartolina avrà due parti staccabili, una per ricordo e una va impostata e il Comitato ne curerà la raccolta e la conservazione come segno tangibile del plebiscito di adesione alle solenni onoranze. £ 1,00 per ogni cartolina.

I sottocomitati organizzeranno cerimonie in tutta Italia.

In tutti i Comuni d’Italia e in tutti i centri delle Colonie e dell’Estero dove battono cuori italiani, nel 4 novembre deve svolgersi una solenne ed austera cerimonia in onore dei morti per la Patria.

La salma verrà trasportata da Aquileia a Roma e si arresterà in tutte le stazioni della linea percorsa.

Nei Comuni interessati alla sosta verrà reso austero omaggio:

in nessun luogo dovranno pronunciarsi discorsi e ove esistano musiche potranno suonare una sola volta all’arrivo del treno, la canzone del Piave.

Largo ed ordinato accorrere dei cittadini riverenti e silenziosi, addobbo severo delle stazioni e profusione di fiori sul percorso.

Il percorso:

da Aquileia a Venezia il 29 ottobre

da Venezia a Bologna il 30 ottobre

da Bologna a Arezzo il 31 ottobre

da Arezzo a Portonaccio il 1 novembre

da Portonaccio ore 8:45 a Roma Termini il 2 Novembre ore 9:00″

Il 2 Novembre un telegramma del sottoprefetto comunicherà che, con Regio Decreto, il 4 Novembre sarà giorno festivo con obbligo di esporre la bandiera.

Anche Stroncone celebra il Milite Ignoto

Il Comitato esecutivo della cerimonia a Stroncone fa affiggere i manifesti nei quali appaiono le iniziative intraprese in tale occasione.

Esposizione della Bandiera nazionale;

Corteo nelle ore antimeridiane con l’intervento dell’Amministrazione Comunale in forma ufficiale, della sez. Naz. Combattenti, degli alunni delle Scuole, del Concerto civico e di altre notabilità del Paese;

alle 10:00 verrà tenuta un’orazione da apposito oratore;

alle 11:00 offerta di una Corona votiva al Monumento dei Caduti;

dalle 11:00 alle 11:30 il suono a gloria di tutte le campane

rientro del Corteo

A sera servizio di Banda in orchestra per festeggiare la data storica.

Bibliografia

Fonti e immagini conservate nell’Archivio Storico Comunale di Stroncone

Domenico Cialfi, Il monumento ai Caduti della Grande Guerra di Terni. Vicende storiche, artistiche e urbanistiche. In Industria e Società durante la Grande Guerra e ed. Thyrus, 2016

L’eroe mancato

“la storia è madre della verità depositaria delle azioni, testimone del passato, esempio e annuncio del presente, avvertimento per il futuro”

(Miguel Cervantes)

Alcuni luoghi legano la propria storia a miti e leggende e la nostra Terni non fa eccezione.A tempi assai remoti, quando il suo nome era legato allo status di sito collocato tra due fiumi, risale il famoso racconto del drago, quel drago che ancora oggi troneggia nello stemma comunale.Il “Thyrus”, capace di evocare e soddisfare il più intimo senso di appartenenza alla comunità. E’ ben visibile nei gagliardetti delle associazioni sportive, nei loghi di enti o studi professionali, nelle manifestazioni locali e perfino nei tombini.Per tanta fama, gli è stata dedicata anche una statua. Nella tradizione araldica, questa creatura alata, simboleggia: vigilanza,custodia e fedeltà; altre figure simili incarnano virtù di potenza, forza e maestà. Eppure, volendo leggere con attenzione quanto riportato anche dal Passavanti nella sua Historia di Terni, il drago della leggenda ternana, non ha niente di tutto ciò, anzi è portatore di morte , simbolo della palude insalubre, capace di fare più morti di un'”ondata di barbari”.Fu ucciso da un giovane di cui si sono perse le tracce!Egli è il vero eroe della situazione, ma che fine ha fatto? Dove sono le glorie a lui dedicate per aver salvato la comunità a sprezzo della propria vita? Non se ne conosce neanche il nome…certamente siamo di fronte a costruzioni fantastiche care alle credenze popolari, ma ciò che colpisce è la mancanza di riconoscenza e l’assenza totale di ossequio. L’ingegno umano, l’intelletto e la capacità di stravolgere le sorti di una situazione catastrofica, la fiducia nelle possibilità dell’uomo di modificare a suo favore anche la natura stessa creando un ambiente salutare.. ecco cosa è stato ignorato…Forse, sul piedistallo è stato posto il simbolo sbagliato!

La storia si ripete

Le cronache di questi ultimi anni, sono piene di articoli sull’aria inquinata della conca ternana. Sul banco degli imputati: la “grande fabbrica”, l’Acciaieria, emblema di una “ternanità ” moderna e orgogliosamente tecnologica fin dal 1884, quando fu posta la firma per il suo impianto.Terni, “città dell’acciaio” e l’acciaieria, estensione della città stessa, un binomio indissolubile, due realtà che sono andate, via via, identificandosi l’una con l’altra. Nel 1965, lo stabilimento, assunse come marchio di fabbrica proprio “TERNI” e precedentemente un logo ne sancì il legame.

“L’identificazione aveva portato il simbolo della soc. Terni, la cascata stilizzata, disegnata nel 1945 dal pittore futurista ternano, G. Preziosi che sovrastava il nome Terni, quasi a sostituire l’antico Thyrus del gonfalone”

Ancora una volta un simbolo di morte, solo che stavolta i miasmi velenosi escono da camini e ciminiere con nomi che non richiamano qualche insetto raro,bensì, zinco, piombo, benzene, nichel, cromo… e la malattia che ne deriva è la più temuta del secolo.

I rapporti dell’ Azienda sanitaria locale parlano di un numero di morti per inquinamento, maggiore rispetto alla media nazionale.

Un patrimonio naturale sottovalutato

L’Umbria è una piccola regione caratterizzata dal verde dei suoi territori.Paesaggi naturali e corsi d’acqua creano mete ambite per il turismo.Terni stessa, anche se sembra strano a dirsi, nei secoli scorsi è stata decantata da viaggiatori e poeti per le bellezze e la ricchezza del suo patrimonio, tanto da essere definita “città di Dio“. Quando si è persa la consapevolezza di questo potenziale economico di cui certo oggi non avremmo di che rammaricarci? Di sicuro ci credevano gli antichi amministratori, se leggiamo nelle Antiche Riformanze del 1564, che :

“Il senato cittadino attento al miglioramento dell’agricoltura, emanò una legge in base alla quale ciascun proprietario, doveva piantare per ogni tavola di terreno irriguo posseduta, cinque piante da frutto..”

pena una multa.

Nel 1500, Leandro Alberti nella sua “Descrittione di tutta l’Italia” e Piccolpasso, nella sua relazione in viaggio per l’Umbria, parlano di ricchezza e abbondanza di “selve di ulivi con vigne”.

“La quantità di ulivi è tale che al tempo che si raccoglie per cinque mesi continui rimette nella città cento some di olio al giorno”

Descrivono ovunque l’abbondanza di acque; il Nera ” grosso fiume, velloce et rapace et perpetuo…”

Orti e giardini rigogliosi per la facilità di reperire acqua a pochi metri dal suolo e campi che danno anche quattro raccolti all’anno. Nel secolo successivo, Carbonario descrive le bellissime colline con ulivi e frutti

selve aspre da legname e cacciare tanto a volatili, quanto a quadrupedi”

E il Nera…“con abbondanti pesci, trote, lucci tinche anguille ” Una terra ricca di frutti e animali come “piccioni buonissimi che vengono a mangiarli da altre città. Lepri, volpi, cinghiali, tordi se ne mangiano tanti…”

L’abbondanza degli uliveti: “…vi è oliva fino all’ottava di Pasqua…”E inoltre: canapa fina, cavoli, porri, agli e cipolle…che si vanno a vendere perfino a Roma.

“Alla fiera del Campitello si vedono cipolle di smisurata grandezza, castagne, funghi, tartufi belli e grassi che pesano anche una libbra, meloni e olio”.

L’occasione mancata

Oggi l’economia cerca di rivalutare tutto il patrimonio sia naturale che artistico per rilanciare lo sviluppo della città. Eppure lo aveva avuto sempre sotto gli occhi, senza scomodare, poi, la cascata delle Marmore o il lago di Piediluco… La crisi inevitabile dell’agricoltura, all’indomani dell’uscita dallo Stato Pontificio, gettò nello sconforto la società post unitaria facendo crollare la fiducia in quel territorio che era sembrato così produttivo. Fece spostare l’interesse e indirizzare l’operosità verso un nuovo mondo industriale anziché migliorare quella immensa ricchezza già posseduta. E ciò è ancora più paradossale se si confrontano zone del Paese dove una natura, poco generosa, non ha impedito ai suoi abitanti di ingegnarsi per ricavare terre da coltivare in zone impervie e di difficile accesso. Terni che ” non fu avara di sacrifici per far sì che l’industria nazionale si svolgesse potentemente nel suo seno”, oggi paga un tributo troppo alto anche a fronte dell’incontestabile benessere economico che ha portato. La soluzione del problema si è cercata altrove…forse, come è stato fatto con l’Eroe dimenticato…è mancato lo spirito di abnegazione, il virtuosismo eroico e la fiducia di potercela fare nonostante le avversità.

Bibliografia

L. Palmeggiani, Dall’Amministrazione Pontificia a quella unitaria in Terni, a cura di M.Giorgini; in Storia illustrata delle Città dell’Umbria a cura di Raffaele Rossi, Elio Sellino editore,1993;

R.Covino Lo sviluppo industriale
in Terni, a cura di M.Giorgini; in Storia illustrata delle Città dell’Umbria a cura di Raffaele Rossi, Elio Sellino editore,1993;

G. Papuli L’industria prima e dopo l’unità
in Terni, a cura di M.Giorgini; in Storia illustrata delle Città dell’Umbria a cura di Raffaele Rossi, Elio Sellino editore,1993;

D. Ottaviani L’ottocento a Terni (parteII) ed. Terni,1984

M.Arca Petrucci Il territorio
in Terni, a cura di M.Giorgini; in Storia illustrata delle Città dell’Umbria a cura di Raffaele Rossi, Elio Sellino editore,1993;

V.Pirro Il paesaggio agrario della Valle di terni nella descrizione dei viaggiatori dal 1500 al 1800 in Rappresentazioni e pratiche dello spazio in una prospettiva storico-geografica a cura di G.Galliano ed Brigati (Genova)

M. Virili La fabbrica d’armi a Terni. Un’architettura neo rinascimentale dall’Italia post-unitaria alla Grande Guerra in Industria e Società durante la Grande Guerra ed. Thyrus,2016

L’acciaieria:alba o tramonto (prima parte)

Il sogno operaio

Il 1 maggio 1987 a Luigi Spezzi, mio padre,veniva conferita la Stella al merito del Lavoro.

La decorazione, istituita con R.D. 30/XII/1923, comporta il titolo di “Maestro del lavoro” ed è concessa ai dipendenti pubblici o privati che si siano” particolarmente distinti per singolari meriti di perizia, di laboriosità e di buona condotta morale”

Una vita, la sua, tutta dedicata alla “più bella officina siderurgica del mondo”, come fu definita da Schneider nel 1884.

Dalle 8 alle 19 per 6 giorni alla settimana, con pochissimi giorni di ferie durante la “ferma” di Ferragosto; mai un giorno di malattia o permessi straordinari.

Una carriera sempre in crescendo che lo portò, in pochi anni, a maturare competenze e relazioni sociali importanti.

Negli anni delle agitazioni sindacali lo vedevo tornare a casa provato…Il suo volto scarno non riusciva a dissimulare la tensione e la preoccupazione di chi, come lui, non condivideva scioperi e manifestazioni.

La “Terni” non poteva e non doveva fermarsi per qualche soldo o beneficio in più; la “grande fabbrica” doveva produrre ininterrottamente.

Il senso di appartenenza

Nei miei ricordi di bambina ci sono le telefonate all’alba, di notte o nei giorni festivi, per problemi nel reparto di Manutenzione di cui era responsabile. Egli non considerava il suo incarico come un semplice susseguirsi di turni di lavoro.

Per lui, come per molti altri, negli anni ’70 e ’80, lo stabilimento era l’estensione della Città stessa.

Occupare un posto all’ Acciaieria era un sogno che si concretizzava perché, voleva dire, partecipare, in prima linea, alla vita economica di Terni, concorrendo indirettamente al suo sviluppo.

Le capacità finanziarie delle famiglie, con un reddito sicuro, potevano accedere al ceto medio aspirando a un futuro migliore per se stessi e per i propri figli.

Dentro la storia

Il senso di appartenenza a questa fabbrica fu tale e profondo grazie anche alla storia che ha accompagnato il suo sviluppo fin dalle origini.

Uno stabilimento ritenuto da subito unico in Italia e in Europa, intorno al quale girarono subito numeri da capogiro a cominciare dai lavori per la sua costruzione:

500.000 m. cubi di terra da scavare;

125.000 m. cubi di muratura ordinaria per fondazioni ed elevazioni;

oltre 6.000 m. cubi di muratura refrattaria;

5.750 tonnellate di tubi di ghisa;

15 km di binari…per un costo totale di 56 milioni impiegati per finire l’opera reperiti mediante obbligazioni e debiti;

12 milioni versati dallo Stato per fornire la corazzatura delle navi;

il grande Maglio di 105 tonnellate, quasi unico in Europa, che a detta delle cronache, quando cominciò a funzionare fece un “rumore spaventevole” che fece tremare lo stesso stabilimento e che si sentì per tutta la città.

L’importanza a livello Nazionale fu enorme .

Nel 1886, la prima rotaia venne laminata alla presenza del principe Tommaso di Savoia; nel 1887 re Umberto I, con un seguito di alti funzionari volle aprire il primo secchio di colata che arrivava alle lingottiere; dal 1889, visitare e fotografare le Acciaierie divenne quasi una moda e “la tecnologia cominciò a dare spettacolo”.

Farne parte ,quindi, voleva dire entrare, per un pezzetto nella storia..

Terni: terreno di conquista

All’indomani dell’Unità d’Italia, si verificarono due eventi che finirono per percorrere insieme la stessa strada:

-la crisi del mercato della città, che non godeva più dei benefici dello Stato Pontificio;

-la necessità del Governo di trovare un luogo dove impiantare una fabbrica, in grado di fornire acciaio, per produrre materiale bellico, secondo le tecniche più moderne, rendendosi così indipendenti dall’estero.

Le potenzialità del sito ternano furono, da subito, intuite dal Pepoli, il commissario regio per l’Umbria, che la definì la “futura Manchester d’Italia”.

In un suo discorso così si esprimeva:”Al silenzio delle vostre campagne succederà il rumore dei telai, ed il fischio del vapore, ai cadenti casolari sostituirà la speculazione solidi ed ampi edifici; all’ozio mantenuto dai Conventi succederà il lavoro poiché quell’acqua che scende limpida e meravigliosa per le chine delle vostre montagne feconderà la vostra industria”

In effetti:

-la ricchezza delle acque;

-la vicinanza con Roma;

-la lontananza da siti strategici di possibili attacchi nemici: coste o confini;

-la linea ferroviaria;

-le condizioni di viabilità;

-la presenza di opifici con macchinari moderni che evidenziavano la propensione tecnologica della popolazione ternana…tutto ciò rendeva il sito adatto all’impianto di grandi stabilimenti.

Due Commissioni governative, esplorative e l’azione dell’Ammiraglio Brin furono determinanti affinché il Governo concedesse i finanziamenti necessari per la costituzione della Società degli Altiforni e Fonderia di Terni di Cassian Bon e C.

Da protagonisti a comparse

A ben guardare l’imprenditoria di quegli anni, si può notare come, delle fabbriche impiantate a Terni, solo una sia d’origine ternana: Virgilio Alterocca.

Il territorio, nel periodo storico preso in esame, sembrò, infatti, preda di capitalisti anche stranieri che non portarono con sé soltanto soldi ma crearono un’ egemonia, che impedì ad altri settori di decollare con il conseguente risultato che l’economia fu movimentata soltanto dal salario operaio.

Essi si mossero, nel tessuto cittadino, senza alcun concerto con gli amministratori locali che, ben presto si trovarono tagliati fuori da decisioni importanti.

Eppure non si può dire che non si siano mossi con entusiasmo e facendo le mosse giuste, arrivando ad indebitare il bilancio pubblico per promuovere quelle opere necessarie a creare il sito industriale.

La costruzione di Corso Tacito, ad esempio, progettato dall’Ing. Sconocchia, nel 1868, serviva a collegare rapidamente la stazione con il centro cittadino; la piazza che, ugualmente, ne prese il nome, serviva da snodo in direzione Valnerina.

Il Canale Nerino, definito “Fonte battesimale della nuova Terni industriale”fu costruito in 5 anni ed ebbe un costo di oltre 200.000 lire che misero in difficoltà i bilanci pubblici.

Malgrado ciò, più cresceva l’enfasi e l’importanza dell’Acciaieria, meno venivano prese in considerazione, le voci dei locali.

Emblematica fu la visita dell’On. Depretis il 4/XI/1886, allo stabilimento, che, come confermarono le cronache dei giornali, arrivò con un treno speciale all’interno della fabbrica, con modalità anonime e incuranti, non si fermò in città nemmeno per un minuto snobbando apertamente le rappresentanze comunali.

Nemmeno la visita del re l’anno successivo, fu ” per la città”, nonostante la sua partecipazione ai complimenti per la “grande fabbrica” in un discorso tenuto dal balcone del palazzo comunale. In tale occasione, gli amministratori non poterono parlare delle problematiche della città ma dovettero condividere l’entusiasmo del sovrano per un luogo dove tutto andava bene e la popolazione viveva felicemente e in prosperità. Questo perché, in realtà, era quello che aveva organizzato Cassian Bon, il quale dall’esito della visita, sperava in un nuovo finanziamento statale per il suo stabilimento.

La “Ternanità” tradita

Qualcuno ha definito l’acciaieria il DNA di Terni, ma in realtà non fu sempre così, anzi.

I 7 stabilimenti, che alla fine dell’ 800, erano presenti nel territorio, portarono la città, in pochi anni, ad aumentare la sua popolazione di 2500 unità.

Questo determinò un sovraffollamento con tutti i problemi abitativi e di ordine igienico-sanitario che ne conseguirono.

Soprattutto, però, cambiò il tessuto sociale che non sempre visse in armonia.

Per molto tempo, durò una frattura tra il ceto borghese della città tradizionale e quello operaio della città industriale.

Idiomi diversi, uniti a ideologie, usi e tradizioni, si vennero ad intrecciare modificando ineluttabilmente la cultura preesistente.

La convivenza, all’inizio, non fu facile…le case erano poco più che tuguri, dove dormivano anche 13 persone in condizioni igieniche precarie…

Presto cambiò anche il paesaggio con la costruzione di interi quartieri per ospitare le case degli operai.

Oggi, due vie, vicine allo Stabilimento: Viale Brin, e via Cassian Bon,ci ricordano i due principali attori di un evento che ha cambiato la nostra storia per sempre.

Quel 10 marzo 1884, di cui oggi ricorre l’anniversario, ha segnato uno spartiacque tra un passato rurale e un futuro industriale…su quel che ha determinato poi…ci rifletteremo in seguito…

Bibliografia

D.Ottaviani, L’Ottocento a Terni (parte II) ed. Terni,1984

M.Arca Petrucci,Il territorio in Storia illustrata delle Città dell’Umbria a cura di R.Rossi;Terni, a cura di M. Giorgini, ed.Elio Sellino,1993

R.Covino,Lo sviluppo industriale
in Storia illustrata delle Città dell’Umbria a cura di R.Rossi;Terni, a cura di M. Giorgini, ed.Elio Sellino,1993

L.Palmeggiani,Dall’Amministrazione Pontificia a quella unitaria.
in Storia illustrata delle Città dell’Umbria a cura di R.Rossi;Terni, a cura di M. Giorgini, ed.Elio Sellino,1993

Il “caso” motore di ogni destino

E’ curioso, come sia il caso a determinare ciò che siamo oggi…

E’ un caso, ad esempio, che io sia stata presa dall’idea di trascorrere, afose mattinate estive, chiusa in uno scantinato del comune, chiamato “archivio”… che sempre per puro caso, mi venisse tra le mani un documento risalente al 1902 riguardante la mia famiglia…

Adele Forzanti, giovane vedova con tre figli, chissà per quale motivo,si trasferisce da Configni a Stroncone e chiede di essere inserita tra gli assistiti della locale Congregazione di Carità…

Fu ancora il caso che alla sua richiesta di elemosina, viene risposto che non riuscendo a sistemare i suoi figli, verrà annoverata nell’elenco dei poveri per 15£ mensili…

Chissà come sarebbe stata, ora, la mia vita, se le condizioni di vita di questa donna, non fossero state benevolmente accolte dalla comunità, se la sua misera famiglia fosse stata smembrata a causa dell’indigenza…

Così vado avanti, spulciando carte impolverate, scritte a mano su carta ingiallita dal tempo, dove l’inchiostro, elegantemente, verga parole, ormai obsolete, di cui si è perso anche il significato.

Carte dove la quotidianità si sposa con la fatica di sopravvivere, dove la solidarietà è forte , ma paradossalmente, si alterna a contrasti per il possesso di oggetti e immobili.

Carte che testimoniano la fatica di un Paese che si trova a far parte di un Progetto più ampio, elemento di una nuova Unità Nazionale, banco di prova di valori patriottici..Comunità di inizio ‘900 che ha l’esigenza di coniugare governo e nuove infrastrutture, nell’entusiasmo delle nuove tecnologie che la scienza sforna in continuazione per portare nuovi servizi ai cittadini. In una corsa verso la modernità che si scontra col debito pubblico che affligge ogni Comune italiano…

Dalla metà dell’800, sottratto alla tutela e al controllo del vescovado di Narni, svincolato dallo Stato Pontificio, anche Stroncone si trova catapultato nel nascente Regno d’Italia.

Ed è proprio da qui che avrà inizio questo affascinante viaggio nella memoria perduta, anzi…ritrovata.