UN MONUMENTO PER NON DIMENTICARE

Camminava appoggiandosi al suo fedele bastone attento a non cadere nelle insidie dei sanpietrini sconnessi dal tempo. Il suo era un incedere lento che sembrava sostenere a fatica il peso di una vecchiaia che si allungava verso il tramonto della vita. Una vecchiaia che in realtà non era ancora giunta alla sua pienezza ma che palesava la sofferenza delle vicende affrontate ogni giorno tra dolori e miserie. Il compito che lo attendeva era uno di quelli che nessuno avrebbe voluto compiere. Un groppo alla gola lo accompagnava e lo sconforto lo dilaniava, ancora una volta, come già troppe volte, quando la sua presenza diventava latore di morte. Nella tasca custodiva una lettera che avrebbe cambiato la vita di una famiglia, così come era già avvenuto per altre ed era toccato sempre a lui il pesante onere della triste comunicazione. Anche stavolta aveva abbracciato tutto il suo coraggio e si era avviato a compiere l’ingrata incombenza.

Nella via principale del paese, le botteghe erano in piena attività già da ore. Il ritmo lento dei martelli che battevano su ferri infuocati sembravano voler accompagnare il suo mesto tragitto tra i vicoli. Un cavallo legato alla ringhiera aspettava impaziente il turno per la ferratura e mostrava insofferenza con nitriti che si diffondevano nell’aria insieme al rumore di pialle e seghe. I garzoni dei negozi pulivano gli ingressi sulla strada ed esponevano la mercanzia in vetrine all’aperto, appendendo ogni genere di alimento. Quella di Augusto si distingueva dalle altre per la cura e la meticolosità quasi artistica con cui amava circondare la porta del negozio occupando buona parte della parete superiore. Era una delizia passarci davanti anche solo per curiosare. Carote, peperoncini, agli e cipolle erano sapientemente intrecciate ed elegantemente appese; i broccoli sembravano fiori appena sbocciati tra cespi di sedano tenuti in grandi ceste rotonde insieme a fichi, mele e pere, appoggiate su panche di legno rivestite di carta paglia. Il buon uomo aveva una figura imponente resa austera da due grandi baffi alla moda e un berretto calato su una faccia rotonda dal colorito roseo. Al collo un fazzoletto legato con un nodo ben visibile e l’immancabile grembiule. Accoglieva la sua clientela con un sorriso accattivante; amava il suo lavoro e la gente. Il negozio era la sua creatura, venuta alla luce con tanti sacrifici. La famiglia contribuiva con i prodotti della campagna da quando era riuscita a riscattare un piccolo podere dopo anni di mezzadria.

Suo figlio Giacomo, il suo unico e adorato figlio, un giorno sarebbe diventato il padrone e chissà, avrebbe potuto anche ascendere nella scala sociale aspirando a diventare uno dei signori del luogo. Era con quell’orgoglio che lo pensava soldato a combattere un nemico del quale quaggiù si comprendeva poco l’esistenza ma, la cui cacciata, sembrava sempre più un’impresa eroica che avrebbe dato lustro e onore all’intera Nazione. Per la verità, quando gli echi della guerra erano  giunti in questa piccola realtà rurale di fede Guelfa, la risposta non tradì la scarsa inclinazione a sposare idee rivoluzionarie. Arroccato tra le montagne dell’Appennino centrale questo ameno pesino, era più interessato a mantenere un tranquillo “status quo” piuttosto che imbarcarsi in imprese ardimentose. Era uscito indenne, anche, dal vento risorgimentale dei moti di fine secolo che aveva spirato con veemenza ai suoi confini. Inoltre si era appena ripreso dallo sconvolgimento per essere stato catapultato nel Grande Stato Italiano, dopo aver vissuto per anni all’ombra del protettorato pontificio. Questo aveva dato una scossa negativa alle commesse delle piccole imprese del territorio costrette a trovare nuovi mercati facendo fronte a concorrenze spietate. Il piccolo Comune aveva dovuto trovare un nuovo equilibrio,  non solo dal punto di vista economico ma anche politico e sociale, con prefetti e sottoprefetti che lo stringevano in una morsa burocratica che non ammetteva  sbagli e omissioni. Il riassetto obbligatorio degli Ordini caritatevoli,  inoltre, poneva non pochi problemi in una piccola comunità dove la carità e la beneficenza, anche se a volte sfuggivano al controllo, facevano la differenza per i diseredati e i derelitti che non riuscivano neanche a vivere di elemosine. Perciò ora sarebbe restato, volentieri,  a guardare quella Guerra lontana per dedicarsi alla gestione del suo territorio montano e collinare che richiedeva  continuamente  manutenzione e  attenzione. Eppure aveva dovuto rispondere al richiamo delle armi e i sacrifici in vite umane cominciavano a farsi sentire.

Intanto il Messo comunale era giunto a destinazione: « Buongiorno Primo», Augusto lo salutò con la solita cordialità e nemmeno un istante dubitò della bonarietà di quella visita continuando a far entrare i clienti con la prontezza di sempre. Primo salutò togliendosi il cappello con un certo imbarazzo e solo allora, vedendolo indugiare,  il commerciante capì…il suo volto divenne bianco e si sentì mancare immaginando il vero scopo di quella venuta. Davanti a sé si aprì un baratro talmente profondo dal quale non sarebbe stato facile risalire. Il telegramma era arrivato nella prima mattinata, quando  il cielo dell’albore  non aveva ancora deciso quale vestito indossare. La carta era giallina e mostrava numerosi timbri postali, una elegante grafia con inchiostro nero riportava come  destinatario il sindaco del Comune. All’interno poche righe scritte a macchina con colore blu partecipavano con dolore la perdita del tenente avvenuta durante il ripiegamento sul Tagliamento, quando le truppe austro-ungariche sferrando un grande attacco avevano colto impreparate le truppe italiane. Il testo continuava con le condoglianze alla famiglia per la morte eroica del giovane congiunto. Quel telegramma testimoniava un dramma, comune a molte altre famiglie, un dramma consumato in territori lontani, dove la ferocia dell’uomo si univa all’inospitalità di montagne impervie. Esso metteva fine a tutte le speranze e alle lunghe attese di lettere dense di tristezza e malinconia, dove le parole trasudavano le più intime fragilità dell’animo umano di fronte a crudeltà ed atrocità, inimmaginabili ed inenarrabili, per chi combatteva nella prima linea del fronte. Le generazioni più giovani avevano indossato l’ideale patrio con la stessa facilità  con cui  avevano indossato l’uniforme.

 La piccola comunità, alla fine del conflitto pagò un tributo di 78 anime, partiti ragazzi, morti da uomini. Quando finì il tempo delle lacrime, un solo pensiero parve serpeggiare nella penisola intera: non dimenticare e così monumenti e lapidi sorsero in ogni piazza “ad perpetuam rei memoriam”. Da ogni parte sorsero comitati per sostenere le iniziative patriottiche e far sentire la propria vicinanza alle famiglie colpite da lutti e infermità. Il Consiglio comunale stanziò con il contributo di Enti e Associazioni del territorio, 7500 £ per realizzare un monumento in marmo e pietra che venne messo in opera il giorno stesso dell’inaugurazione, prevista per settembre. Giunta la data concordata il Paese tutto si apprestò a solennizzare l’inaugurazione. La lunga giornata cominciò con la Santa Messa cui parteciparono anche le scolaresche nel più assoluto e rispettoso silenzio. Al termine, don Antonio guidò la processione in corteo fino alla piazza. Tra le autorità erano presenti anche due onorevoli eletti nei territori vicini e il Comandante del Presidio Militare, a testimoniare l’importanza dell’iniziativa patriottica che si andava estendendo in tutta la Nazione. Il Sindaco tenne un discorso accanto all’asta dove sventolava il tricolore e non mancò di sottolineare l’eroismo dei suoi concittadini. Declamò, poi, i loro nomi uno ad uno con tono solenne. L’animo di tutti, seppur gonfio di dolore, si riempì di gloria e di vanto per la soddisfazione di onorare giovani strappati alla vita così presto. Ad ogni caduto venne designato un familiare che ricevette una menzione e una bandiera; per un crudele destino, ci fu chi dovette rappresentare due familiari. Augusto stringeva il cappello delle grandi occasioni tra le mani e non poteva trattenere le lacrime dinanzi all’epigrafe che riportava il nome dell’adorato figlio. Alcuni piccoli orfani posarono una corona votiva davanti al Monumento, la commemorazione continuò con i riti sacri della benedizione e le preghiere . Terminata la cerimonia, i bandisti si disposero dinanzi al ricordo marmoreo e il Maestro diede l’attacco per l’esecuzione dell’Inno Nazionale che venne cantato dall’intera comunità, seguì la canzone del Piave e altri inni sacri che conclusero con un’atmosfera quasi mistica l’intera celebrazione.

Racconto pubblicato nell’Antologia “I racconti della storia moderna” AA.VV. 2023 Rudis Edizioni 2023

Il racconto è liberamente ispirato a eventi accaduti e a documenti conservati presso l’Archivio storico del Comune di Stroncone

CONSOLAZIONE A CHI RESTA

L’umidità del primo mattino rendeva scivolosi i sanpietrini lungo la discesa. Il freddo novembre sembrava voler anticipare l’inverno. Le due donne camminavano con quella mestizia di chi vive un lutto; proseguivano lentamente lasciandosi avvolgere dalla nebbia.

Quando arrivarono davanti al convento, sentirono suonare la campanella, segno che la messa stava per iniziare nella piccola cappella. La suora che aprì era anziana e bassina con il viso scarno e la pelle che a malapena copriva le ossa. Negli occhi e nella voce però la stessa energia che l’aveva portata lì, anni or sono, giovane novizia. Aveva dato tutta se stessa in quella piccola comunità devota e praticante che seguiva i riti spirituali al pari dei ritmi stagionali con le sue tradizioni e usanze rurali.

L’ambiente della chiesetta era tutt’altro che mesto: ben illuminato sembrava un faro deciso a indicare la via di un nuovo inizio nonostante tutto. Il lampadario lavorato in ferro, dono dei fabbri del luogo, sovrastava le loro teste e il piccolo altare era coperto da una tovaglia di un bianco candido, ricamata e rifinita all’uncinetto dalle abili mani delle sorelle; anche le candele su candelabri lucenti avevano una fiamma affatto tremolante quasi a voler sottolineare la fermezza di quella fede che si manifesta attraverso la devozione.

Poche persone laiche prendevano parte alla celebrazione eucaristica mattutina. Il parroco ripeteva quei gesti ogni giorno da molti anni e le messe in suffragio dei defunti sembravano avere il principale scopo di consolare il dolore di chi era sopravvissuto.

Trascorso il tempo della funzione, le due donne ricevettero l’abbraccio spirituale di tutte le monache che cercavano di infondere fiducia cacciando così la disperazione. Pronunciarono parole di speranza, quella speranza che alberga in tutti noi che vogliamo credere un giorno di poter riabbracciare i nostri cari oltre la morte.

I luoghi dove anima e cuore si incontrano

Non è facile dare una definizione della Vita. Gli approcci possono essere i più vari: medici, filosofici, psicologici, religiosi…ma una cosa è certa si tratta di un percorso che si svolge attraverso la relazione con altre vite. Il fatto stesso di cominciare questo cammino dentro il grembo materno ne è testimonianza. Le persone che ci circondano vanno e vengono, lasciano un segno positivo o negativo ma comunque tracciano, in noi, esperienze difficili da dimenticare. Quando intervengono i sentimenti è tutt’altra faccenda. Di fronte alla mancanza o lontananza delle persone care ci sentiamo disorientati, angosciati, disperati ma poi, a poco a poco, riusciamo ad andare avanti serbando il loro ricordo negli angoli più intimi del nostro cuore.

A volte, però quel dolore e quella sofferenza tornano e ci avvolgono in un modo in cui non credevamo possibile. E questo succede quando chiudiamo per sempre la porta di quelle che sono state le nostre case da tempo vuote: allora siamo costretti a lasciare andare quello cui ci eravamo aggrappati per conservare i ricordi. Si dice che i defunti permangano nello spirito nei luoghi amati e pur essendo considerato solo un valore consolatorio relegato al margine del paranormale, sempre più persone sono convinte di sentire odori, rumori, voci o sensazioni di presenze tra le pareti in cui quelle persone care avevano vissuto.

Personalmente devo dire che in periodi molto particolari, quando la mia sensibilità era molto sollecitata per problemi di salute dei miei familiari, ho sperimentato queste sensazioni difficili da spiegare, e ancora oggi in certi momenti la parte razionale riesce a collegarsi a certe percezioni fuori dalla mia volontà.

Mi aggiro per le stanze di quella che da ora in poi non sarà più la casa dei miei nonni, di mia nonna, con la quale come affermano anche studi accreditati, ho in comune materiale genetico quasi al pari di mia madre e alla quale mi ha sempre unito un forte legame di affetto e di amore.

A lei ripenso quando svolgo ogni attività della mia giornata che riguarda l’accudimento e la cura della mia famiglia; la rivedo come un esempio di pazienza, di consolazione e modello da imitare per la dedizione con cui ha allevato 5 figli in periodi storici non certo facili. Rivedo le sue dita muoversi intrecciando fili di cotone con l’uncinetto ad ogni ora del giorno, seduta accanto alla finestra delle scale dove piante lussureggianti annunciavano la bella stagione, sul davanzale che affacciava sulla via. Io, piccola, cercavo di imitarla ma fare cose difficili mi generava quella frustrazione che presto si trasformava in un capriccio dopo l’altro, allora con infinita pacatezza mi chiedeva di ricominciare e ricominciare e di non mollare fino al raggiungimento dell’obiettivo.

Mi rivedo, anche, correre su quei gradini per raggiungere la cucina dove il ragù domenicale o il brodo con i tagliolini bollivano sul fornello per le feste in famiglia. Assaggiare era obbligo: il pane intinto nel sugo, un pezzetto di formaggio o le olive conservate sotto sale… a me era tutto concesso e io ne ero felicemente consapevole. La presenza del secchio con il pastone per le galline fatto di semola e avanzi di cibo era costante; nel suo piccolo orto continuava a compiere gesti antichi che aveva imparato da sua madre e prima ancora da sua nonna e mi avvicinava a quei piccoli animali con la dolcezza che aveva per tutta la natura in generale. Ricordo un’altra uscita abituale che facevamo, quella all’oliveto; qui cercava di farmi superare la paura dei serpenti facendomi avvicinare per osservare con quell’enfasi francescana che considera tutte le creature dono di Dio. Devo dire però che nonostante la fiducia in mia nonna la paura è restata o addirittura aumentata!

Se le persone scompaiono i luoghi però sopravvivono, restano gli oggetti usati e pavimenti calpestati, la seggiola preferita, il cuscino, il cassetto… a volte, anche dopo molti, anni si riesce a sentire il profumo della casa intriso nei muri e nei mobili.

La targa sul pesante portone di legno con le rifiniture in ottone, ha perso la sua lucentezza ma la grafia elegante testimonia ancora oggi una raffinatezza affatto scontata per l’epoca in cui venne affissa. Mi sorprendo a guardarla con attenzione solo ora che sto per lasciarla.

Mi aggiro in quelle stanze dove ho pianto, giocato, riso; dove ho trovato braccia che mi hanno consolata e compresa.

Torneranno i fiori alla finestra ma non saranno i tuoi, tornerà a bruciare la legna nel camino ma non ci saranno più castagne arrostite sulla padella con i buchi. Qualcuno canterà e l’allegria si spanderà con nuove risate ma saranno voci a me sconosciute.

Una porta si chiude sul passato e si apre al nuovo presente di chi costruirà nuove speranze dondolando sull’altalena della vita.

AUGUSTO E IL CORAGGIO DI AMMINISTRARE

                    Quando Augusto chiuse la porta di casa, quella mattina, lo fece con un gesto di stizza e di malumore. Il cielo non preannunciava niente di buono ed un vento freddo anziché allontanare le nuvole sembrava volerle concentrare tutte sopra la collina. La stagione invernale era ancora lontana  ma l’autunno  non era migliore. L’arrivo delle piogge, infatti,  avrebbe disconnesso le strade e danneggiato gli argini dei fossi. La manutenzione straordinaria e le relative spese per gli attrezzi, il materiale e per  i braccianti, in aiuto ai cantonieri, era il tasto dolente del bilancio. Di certo non si potevano lasciare isolate le numerose frazioni dove abitavano molte famiglie. I contadini erano sempre pronti a protestare quando per l’assistenza sanitaria e veterinaria, quando per le servitù di pascolo o per gli interventi alle fonti d’acqua. L’ultima manifestazione riportata anche dal Corriere dei Comuni, risaliva solo alla settimana scorsa. Era ancora bruciante l’imbarazzante situazione di fronte al Sottoprefetto che sempre più spesso reclamava un controllo maggiore sulla gestione pubblica.

            A tale contesto pensava, mentre si recava agli uffici comunali e, di certo, anche questa, non si prospettava una buona giornata. Sul suo tavolo era arrivata fresca,  fresca, una lettera firmata dal capobanda e da tutti i bandisti anziani per rimostranze contro il Maestro che, a dire loro, non si impegnava abbastanza per il Concerto Civico, causandone la decadenza. Una bella gatta da pelare. Il Maestro Giulio, aveva diretto, per circa 10 anni, con competenza e passione il Corpo musicale, curando i nuovi allievi e riuscendo sempre a gestire i rapporti, non sempre facili, tra i musicanti e gli organizzatori. Aveva attraversato gli anni difficili della guerra, e quando il Comune non era riuscito più a fornire una stanza, aveva messo a disposizione persino la sua casa per le prove. Eppure il periodo post bellico aveva lasciato un segno, lo stipendio era basso, e così, un accordo verbale col vecchio sindaco, lo aveva autorizzato a contattare altri comuni cui offrire la sua opera, tanto, per sbarcare il lunario. Questo sembrò un’onta per i soci conservatori del Concerto che lo attaccarono fino al punto di chiederne la censura e il conseguente licenziamento.  Eppure, pensava Augusto, Giulio aveva sempre difeso i suoi musicanti, li aveva accolti con benevolenza quando alla sera stanchi, dopo una dura giornata di lavoro, spesso nei campi o nelle botteghe, si presentavano poco attenti. Cercava sempre di essere clemente con il rigore del regolamento quando  arrivavano in ritardo o quando si lasciavano andare a comportamenti poco ortodossi a rischio di multa. Soprattutto nei servizi prestati nei Comuni vicini, a volte il campanilismo prendeva il sopravvento e un bicchierino di troppo faceva perdere il controllo ritenuto doveroso e decoroso per l’intero Corpo del Concerto. La riunione del Consiglio era stata fissata per la settimana a venire e con un sospiro di sollievo, pensò che in tale tempo forse gli sarebbe balenata una soluzione.

                         La pace ritrovata, aveva portato un po’ ovunque la voglia di celebrare la Vittoria attraverso il ricordo di quell’eroismo dimostrato dai morti e dai reduci. Questo recava un po’ di serenità alle famiglie che dovevano elaborare lutti e invalidità. Ovunque si innalzavano lapidi e monumenti a ricordo di chi era morto per la Liberazione e si raccoglievano fondi attraverso la costituzione di Comitati che si formavano anche nei più piccoli centri. Molte spese però erano sostenute dalle Amministrazioni che spesso, non riuscivano neanche a soddisfare i servizi essenziali. Così era stato anche per la festa della Consegna delle Bandiere alle scuole,  sancita da un Decreto,  che prevedeva l’omaggio al Tricolore degli alunni, ogni sabato al termine delle lezioni; ogni scuola avrebbe dovuto possederlo con il contributo del Comune. La Manifestazione si era recentemente  conclusa e  la gente ne continuava  a parlare tanto era stata coinvolgente per la popolazione tutta. Di lavoro ce n’era stato molto. Una festa da organizzare di sana pianta a cominciare dal reperimento della stoffa e dalle operazioni di cucito, per non parlare dell’ospitalità da offrire alle autorità che sarebbero intervenute. I sarti Aristodemo e Achille, reclutarono le donne per la confezione delle bandiere  e le stesse Suore Francescane non si ritrassero all’invito. Gaspare e Vittorio nella loro officina fabbricarono  le aste e le lance. Nell’occasione a Generoso vennero pagate nove giorni in più di lavoro per la pulizia straordinaria del paese; venne sospesa la mattanza al mattatoio comunale e vennero multati quelli che legavano muli e somari sulla pubblica piazza, così, come era previsto nei giorni di festa. Tutto doveva concorrere a migliorare l’aspetto del paese e alla ditta Blasi venne commissionata la verniciatura dello Stemma comunale. Pericle, titolare di  una rivendita di vino fu incaricato di offrire da bere agli chauffeurs e  ad Adolfo  ai musicanti del Concerto Civico.  La musica non doveva mai mancare per accompagnare le celebrazioni nazionali. Cesarina aveva cucinato polli e altre pietanze per il sottoprefetto e i suoi accompagnatori; Francesca servito paste e dolciumi. A pensarci ora sembrava poca cosa ma il timore che qualcosa potesse andare storto aveva fatto collezionare non poche notti insonne al nostro caro sindaco. C’era, inoltre,  il palco da trasportare,  da montare e bisognava provvedere alla sua illuminazione… Alla fine si trattava di uscite straordinarie per il misero bilancio che si impoveriva sempre più! Per fortuna tutto funzionò alla perfezione ; gli scolari si esibirono in canti patriottici e preghiere guidati dai maestri e da don Federico. Dopo il discorso delle autorità fu issata la bandiera, come previsto dal cerimoniale e lo stesso sottoprefetto si congratulò con l’intera Amministrazione.

                    Le spese di gestione erano diventate sempre più onerose. Quando lo Stato volle per sé il monopolio di alcuni prodotti,  Augusto già sapeva che il debito sarebbe andato oltre ogni aspettativa e che  il Sottoprefetto sarebbe intervenuto per richiedere un controllo finanziario. Eppure diversamente non si poteva fare. Eliminati domestici, pianoforti, e biliardi, quasi sconosciuti in tale realtà sociale, tutto il resto era già stato tassato ampiamente; un ulteriore rincaro non sarebbe stato sostenibile per nessun ceto della popolazione. Alla fine, si dovette decidere di  accedere a un mutuo; la conseguenza fu quella di generare una situazione economica sempre più difficile e compromettente. Bixio, il fedele segretario, entrò in ufficio con uno sguardo desolato, portando altri resoconti finanziari e altre fatture inevase con altrettanti solleciti. La ditta Alterocca reclamava già da mesi il saldo del debito contratto in più di un ordine, per il materiale di cancelleria e l’abbonamento del servizio telefonico. Ubaldo, nella sua veste di Tesoriere entrò subito dietro e comunicò che se le tasse non fossero state versate in tempo, sarebbero stati a rischio gli stipendi dei dipendenti comunali. Una situazione certo condivisibile con la maggior parte dei Comuni Italiani, indebitati con la Cassa di Mutui e Prestiti per ammodernare l’apparato burocratico e dotarsi di infrastrutture come strade, energia elettrica, scuole, acquedotti e sistemi fognari, necessari ad una popolazione sempre in aumento. Un dato di fatto che però  non leniva la frustrazione degli amministratori.

Augusto lasciò l’ufficio ed entrò nella Sala Consiliare. I pesanti tendaggi alle finestre impedivano alla luce di entrare e sembravano chiudergli il respiro. Guardò il grande tavolo ovale delle assemblee e le pesanti sedie che lo attorniavano. Un elegante lampadario a gocce centrava il soffitto illuminando  gli stemmi delle casate più importanti che avevano fatto la storia del piccolo borgo.  Quanti cambiamenti erano accaduti in pochi anni, da quando questo piccolo paese viveva beato, abbracciato dalle sue montagne e protetto dallo Stato Pontificio! Fedele da secoli al papato che ne garantiva il benessere economico anche attraverso il mercato dei suoi prodotti. Cos’era cambiato? Prima della Guerra, il risveglio era stato quello di ritrovarsi a far parte di uno Stato, di un Regno…di colpo erano cambiate consuetudini e regole, e la necessità di adeguare il lento cammino della vita contadina  era  andato sempre più scontrandosi con l’ ambizione di fare dell’Italia una nazione moderna capace di competere a livello  europeo tra le grandi potenze. Augusto rifletteva e capiva ogni giorno di più di non poter andare oltre…non per vigliaccheria, non per incapacità, piuttosto per l’amore smisurato verso la sua gente. Tirò fuori dalla tasca una busta sgualcita che da giorni gli faceva compagnia e la porse al suo uomo di fiducia. Non senza commozione Bixio, la prese ma non la guardò, la portò all’impiegato del Protocollo e mestamente tornò al suo tavolo…ben presto sarebbe stato al servizio di un nuovo sindaco.

MARINO

Armando versava il vino per le lire che aveva davanti. Nella bettola angusta, ricavata da una cantina attigua alla propria abitazione, la luce era fioca e le ombre si allungavano sui muri anneriti dal fumo. Da fuori si percepiva l’odore forte e a tratti acre degli aromi di cucina misto a sudore e polvere intrisi sui vestiti sporchi di garzoni, braccianti e manovalanza varia. L’immancabile partita a carte, con il pugno sul tavolo e la bestemmia, erano lo sfogo di giorni sbagliati e lavori persi. Marino aveva due muli e ad alcuni pareva una fortuna. Nessuno ricordava da dove fosse venuto e quale fosse la sua famiglia. Seduto sempre allo stesso tavolo, un po’ in disparte, sera dopo sera, vedeva in quel bicchiere tutta la sua vita. Chi avrebbe potuto dire quali fossero i suoi pensieri e se ne avesse; quale fosse stata la sua vita precedente, quando la gioventù abbracciava l’orizzonte con lo sguardo. Eppure un tempo, il suo cuore era stato rapito dalla dolce Emma, la ragazza dagli occhioni verdi che coltivava i bachi da seta nella casa colonica fuori le mura. Incontri fortuiti e poi sempre più intenzionali, alle feste di paese, la domenica a Messa o sulla corriera per andare in città nei giorni di mercato; giochi di sguardi che accomunavano gli animi, un segreto da tenere riservato. Quando la stagione dei lavori di campagna aveva richiesto braccianti e manovali, Marino non se lo era fatto ripetere due volte e ogni giorno passava davanti a quella casa, dove lei lo aspettava. Un rapido saluto e poi durante la pausa, dietro il muro della casa, mano nella mano, si baciavano sperando in un futuro. Quel sogno fu l’unica cosa che rimase di quella storia: all’inizio dell’autunno, Emma morì: contagiata dallo zio reduce della campagna d’Africa. La tubercolosi non lasciò scampo a quell’esile e fragile ragazza che sperava di diventare donna. Così l’animo di Marino aveva ceduto allo sconforto e alla disperazione, fino alla rassegnazione e alla decisione di vivere di quel ricordo fino alla fine dei suoi giorni .

Con la testa appoggiata sulle braccia, spesso, cedeva al sonno, incurante del vociare continuo tra assi e primiere. Era sempre l’ultimo ad andarsene, Armando lo svegliava strattonandolo un po’e lo scortava all’uscio. La notte accompagnava i suoi passi nel vicolo, fino alla porta di legno rovinata dal tempo. Apriva con una pesante chiave di ferro. Una lampada ad olio illuminava a fatica lo scarso mobilio presente: poche sedie e un tavolo in mezzo alla stanza; l’acquaio sempre ingombro di piatti e rami; una cassapanca in noce, era l’unico arredo di un certo valore. Una tenda sbiadita e rattoppata divideva la stanza. Il letto era posto accanto a un’alta finestra priva di scuri; a volte il chiarore della luna lo avvolgeva come una coperta preziosa e  custodiva il suo sonno. Aveva un fisico asciutto ed era basso di statura. Il viso magro era perennemente scuro per le lunghe ore trascorse nei campi. Alcuni denti mancavano e conferivano al volto una strana smorfia ma gli occhi scuri nascondevano una vivacità tipica di chi che sa il fatto suo e non si fa abbattere dalle circostanze. Il berretto schiacciato sulla testa, con una visiera a coprire la fronte era diventato parte di sé come la giacca dove, a poterci guardare dentro, l’occhio si sarebbe perso tra mille cianfrusaglie. Era sformata al punto da toccargli le ginocchia. Ogni giorno, di buon mattino, si recava nella stalla vicino alla piazzetta a prendere i  muli che ragliavano e scalciavano impazienti di uscire. Non cavalcava mai le sue bestie ma li teneva con la cordicella del basto. Erano docili, e in realtà la necessità di guidarli si faceva esigente solo all’ingresso e alla percorrenza del paese. L’ultimo scalino prima di una breve salita e poi l’inizio di quel sentiero che digradava verso il fossato costeggiando arbusti e alberi di cerro, carpino e conifere. Sempre lo stesso percorso, passando davanti ad orti, stalletti e voliere. Il puzzo che a taluni poteva sembrare nauseabondo per lui era l’odore caratteristico del luogo e non avrebbe saputo immaginarlo privo. I paesani con i loro secchi di mangimi e con le loro ceste piene di uova andavano e venivano; di sera, spesso, sostavano lungo i muretti ad aspettare il suo ritorno per fare quattro chiacchiere.

Quel giorno il cielo di una primavera ormai inoltrata sembrava oscurarsi, grossi nuvoloni si rincorrevano velocemente; tirò su il bavero e controllò di avere a portata di mano l’ombrello infilato nel basto del primo mulo. Non camminavano mai affiancati ma sempre l’uno dietro l’altro, come in una lenta processione. Ad ogni passo, pagine di bosco si aprivano sotto i suoi occhi: impronte di selvatici o nidi di uccelli sui rovi rinvigoriti di nuove gemme. Il profumo delle giovani foglioline di timo, erica e acacia, solleticava il suo naso. Qualche lucertola, inseguiva i radi spiragli di sole che si facevano strada tra il fogliame. Immerso in quella pace trovava la serenità del suo intimo più profondo e la solitudine si annullava. Giunto a valle, attraversò con prudenza schivando i grandi massi trasportati dall’acqua e cercando di evitare le buche nascoste dai detriti ammucchiati qua e là. Guardò quel lato il paese che sembrava salutarlo dalle tante finestre sparse. Arrancò di nuovo in  salita e si fermò nel campo degli ulivi. Cominciò la sua attività quotidiana: togliere erbacce e potare a dovere le piante, concimare, zappare e raccogliere quanto doveva. Al suono della campana di mezzogiorno tirò fuori la sacca di stoffa: il pane fresco non mancava mai perché la buona Fiorenza gliene regalava sempre qualche pezzo invenduto, un pezzo di formaggio del suo amico pastore completava il pasto. Marino approvvigionava il forno del paese con i fasci adatti alla cottura. Tutti avrebbero saputo dire in quali giorni ed orari avrebbe consegnato la legna. Con un sapiente colpo faceva schioccare la frusta ed il basto cadeva in terra. Non di rado qualche biscia strisciava fuori e disorientata se ne scappava rintanandosi in qualche buco nel muro. Quando tornava a casa, a pomeriggio inoltrato, le vie risuonavano del vociare degli abitanti ancora in giro e dei ragazzini che tiravano palloni o giocavano a rialzino tra i vicoli. Tutti sapevano che prima del tramonto lo avrebbero visto arrivare con i suoi muli, era una presenza costante in quella comunità. Oggi però la pioggia imminente non faceva sperare in un rientro serale. Si mise al riparo dentro l’antico casolare per un po’, ma il temporale veniva dalla montagna e aveva riempito il fosso in un attimo. Poteva sentire il rumore dell’acqua sbattere contro i sassi e le sponde; immaginò di dover trascorrere la notte lì non potendo rischiare di attraversare la corrente. Il paese intanto chiudeva le imposte, ancora per poco e poi il silenzio lo avrebbe riavvolto fino all’indomani. Qualcuno pensava a Marino e ai suoi muli.

RACCONTO DI FANTASIA ISPIRATO ALLA FIGURA DI MARINO

FOTO DI Luciano Cinti pubblicata nella pagina fb STRONCONE: L’altro ieri. Ieri, Oggi, Domani.

LA CASA DEI NONNI

Mia nonna grattugiava il formaggio come non ci fosse un domani. Il pecorino era sparso ovunque sul tavolo, come la farina che appariva, qua e là, in terra e sulla spianatoia. L’acqua, nella grossa pila sui fornelli, era pronta ad accogliere le ciriole appena tagliate. Erano spesse, dure e contorte come piacevano a me. In un’altra pentola il sugo bolliva da ore e il profumo di quel ragù di carne e di funghi si spandeva per la casa. Pensai subito che, evidentemente, zia dovesse essere partita per uno di quei viaggi, in giro per il mondo che faceva, una volta l’anno, alla scoperta di terre lontane. Zaino in spalla e pochi compagni, spariva per un mesetto. Telefonava solo all’arrivo e dall’aeroporto nel giorno del rientro. Lei odiava ogni tipo di latticino e il disordine sfrenato, cose in cui, invece, mia nonna sguazzava. Per fortuna, zia, non amava stare in casa e le sue fughe erano una costante dei fine settimana, una tregua che consentiva una convivenza accettabile.   Ottobre era il mese delle prelibatezze soprattutto quando si accompagnava al crepitio della legna nel caminetto. Le serate cominciavano a farsi fresche, in quella grande casa dentro il paese con la quale il sole era avaro in estate, figuriamoci nelle altre stagioni. Mio nonno, grande cacciatore, partiva all’alba con i suoi richiami e raggiungeva in macchina il vicino uliveto, dove aveva un capanno affatto scomodo in verità. Era così attrezzato che ci si poteva anche passare la notte, al bisogno. Lo aveva costruito in muratura e aveva lasciato una piccola finestrella dalla quale mirava gli uccelletti che si posavano sui rami del bosco confinante. Se ne stava al calduccio con la sua stufa a legna sulla quale riscaldava il cibo e si preparava un buon caffè. Lo aveva arredato anche con una brandina e una coperta marrone che sembrava infeltrita;  al tocco faceva venire i brividi per la mancanza di morbidezza. Noi nipoti più piccoli, durante la raccolta dell’oliva, andavamo a giocare in quella che consideravamo la nostra casetta e nonna ci portava gustose merende. Gli uomini salivano sulle scale per arrivare ai rami più alti. Le donne, raccoglievano dai rami bassi, da terra, con una specie di grembiule che aveva una grossa sacca sul davanti. Quando i sacchi erano pieni, li portavamo al frantoio e aspettavamo la macinatura che a volte avveniva quasi a notte. Non mancava mai l’assaggio dell’olio nuovo con la bruschetta che, i padroni del molino, arrostivano nel grosso camino. C’erano delle seggiole tutte intorno e tutti aspettavamo con pazienza quel momento. Si parlava della resa dell’olio, dei costi affrontati nella stagione, si contrattava il prezzo…    Trascorrevo con i nonni, molte ore al giorno. Mia madre, casalinga, maglierista, nonché sarta all’occorrenza, non aveva certo il tempo di portarmi a spasso e mio padre, operaio alle acciaierie, usciva da casa alle 8 di mattina e tornava alle 19, tutti giorni della settimana, escluso il sabato e la domenica. Le uniche giornate per uscire erano quelle ma, non sempre, accadeva di fare qualcosa. Con loro, invece, non mi annoiavo mai e le mete più frequenti erano la montagna e i campi. In autunno si cominciava con i funghi. Le piogge di fine estate e il sole che riappariva ancora così potente, nelle ore centrali della giornata, consentivano raccolte abbondanti e, allora, vai a polenta e pasta.                                                                                                                                                    Passavamo dentro il bosco; con la sapienza di grandi conoscitori, mi indicavano questo o quell’albero, mi facevano segno di stare in silenzio per non tradire la nostra presenza e far scoprire i posti in cui i porcini erano nati e ne sarebbero spuntati ancora nei giorni successivi. Tutti i “fungaroli” facevano così, c’era una tacita sfida combattuta a colpi di fandonie e di imbrogli. Qualche volta, se avvertivamo la presenza di qualcuno, nascondevamo il canestro pieno e camminando a testa bassa, facevamo finta di non aver visto niente, intanto spiavamo gli altri per scoprire posti sconosciuti.                                                                                                                              Il periodo della caduta di noci e castagne coincideva. Il sabato, uscivo prima da scuola, mi venivano a prendere con la 500. Nonna preparava un panino imbottito di prosciutto e portava tavolette di cioccolata bianca e nera. Salivamo verso la montagna dove saremmo restati fino a sera. Al rientro avrebbero cotto le castagne sulla fiamma nella grande padella dal fondo bucherellato. Io mi accovacciavo sulla poltrona tanto vicina al fuoco da farmi bruciare le guance. Guardavo con quanta maestria il nonno faceva saltare in aria quei frutti dopo averne intaccato al buccia. Quando questa, cominciava a diventare scura, ne prendeva una da assaggiare, poi le copriva con un panno per farle macerare. Mia nonna le apriva e le schiacciava; quando erano pronte io ne facevo scorpacciate. Le noci le mettevano ad asciugare in capaci cassette sul davanzale del terrazzino più esposto al calore del sole. Successivamente con pazienza, le avrebbero spaccate con lo schiaccianoci e messe da parte per i panpepati di Natale.                                                                                                                       

Uccelletti arrosto, funghi, castagne… tutta la via era impregnata di questi odori perché in ogni casa si svolgeva lo stesso rito da tempo immemore. Una legge non scritta ma rispettata da tutti. La legna stessa mentre bruciava emanava un profumo piacevole, spesso aromatizzata dalla resina delle pigne che cadevano abbondanti nei boschetti vicini al paese e che venivano raccolte per aiutare i ceppi più grossi ad ardere.                                                                              

 Quando la sera era ancora giovane, ma buia, nelle strade, le sole voci che si sentivano erano dei botteganti e degli avventori che si dilungavano in chiacchiere. Gli uomini che tornavano dal lavoro camminavano in fretta, per raggiungere le loro case, dopo ore sfiancanti in campagna o nelle fabbriche. Per me cominciava l’ora dei ricordi. Aprivo una porta chiusa sulle scale dopo aver oltrepassato il portone principale. Un lungo corridoio, poi, mi conduceva ad un’altra porta oltre la quale venivo accolta da un calore familiare che profumava di coccole, di frutta consumata vicino al caminetto, di biancheria ricamata sulla tavola e di centrini sparsi su ogni mobile a ospitare cornici di vecchie foto. Si creava l’atmosfera dell’attesa di un nuovo racconto, dove volti noti o sconosciuti diventavano protagonisti di vecchie storie.                                                                                         

   Mia zia sembrava aver vissuto dieci vite. Aveva scelto di non legarsi a nessuno se non alla libertà. A differenza di mia madre che aveva seguito la tradizione della donna di quell’epoca e conduceva un’esistenza dedicata alla famiglia, lei aveva scelto e potuto lavorare in città e il suo impiego le aveva concesso di divertirsi e di incontrare gente di ogni tipo. Portava pantaloni e guidava una macchina sportiva, andava in grotta e scalava montagne, sciava e camminava per sentieri. Io mi riempivo la testa di quelle immagini e guardavo le foto di posti meravigliosi e di volti sorridenti. Ogni sera una nuova puntata mi lasciava entusiasta e curiosa.                                                                 

  Accanto alle avventure però, c’erano anche le vicende di famiglia. Quelle mi toccavano nel profondo e le ascoltavo con una concentrazione quasi mistica. Io, infatti, pur ammirando la vita di quella zia fuori dal comune, nel mio intimo aspiravo alla tranquillità familiare impersonata da mia nonna e da mia madre e mai avrei seguito le orme della scalmanata parente. La preferivo nella versione bambina quando con i suoi fratelli faceva visita agli anziani nonni o andava in campagna a raccogliere le erbette per cucinare. Mi raccontava di luoghi che anch’io avevo in parte vissuto come l’Officina di famiglia con quell’odore forte di segatura e i rumori delle macchine. Gli zii che con i loro grembiuli blu accoglievano i committenti mentre lavoravano e contemporaneamente discutevano di politica o di sport. Anche quello era un luogo dove, spesso mi recavo a piedi con nonna. Persino la domenica c’era sempre qualcuno. Entravamo da una porticina di ferro che era all’interno di una più grande che veniva aperta solo per transitare con macchinari o caricare prodotti finiti. Un grande e lungo capannone dove venivano prodotti banchi per le scuola, mobili, infissi e casse da morto. La carpenteria con i suoi valenti fabbri era conosciuta in tutto il mondo: cancellate, portoni, letti. I miei parenti la consideravano una seconda casa da sempre e tutti lo sapevano quindi, non era raro, anche nelle giornate festive, trovare  l’amico che cercava una tavoletta o un pezzetto di ferro, il nipote che doveva costruire qualcosa per la scuola, clienti e amici  che andavano per ricevere un consiglio, un aiuto o un parere professionale…tutti venivano accolti dall’allegro fischiettio dei Vittori, gente allegra e ottimista.                                                                                                     

    Quell’ottimismo che era proprio anche di mia nonna. Si poteva sentirla cantare dalla strada quando sfaccendava per casa e la sua voce altisonante era inconfondibile anche durante le funzioni religiose. Malgrado avesse allevato cinque figli nel periodo della guerra, non aveva mai perso il buonumore e trascorreva nottate a cucire e a stirare per aiutare il bilancio familiare. Nonostante ciò i suoi figli erano sempre ben vestiti e curati come si addiceva ai suoi natali benestanti. I suoi genitori e dunque i miei bisnonni appartenevano a casate importanti che si erano distinte per meriti professionali e politici. Persino la passeggiata del mio paese è intitolata al mio avo e, da piccola, io me ne vantavo con gli amichetti.               

 Godevo nell’ascoltare mia zia narrare di sua nonna che recitava parti della Divina Commedia a memoria, scriveva poesie e amava tutti i suoi numerosi nipoti che intratteneva con la lettura di fiabe. Io che l’avevo conosciuta, seppur per breve tempo, rivedevo la sua figura di donna robusta e bassina girare per casa. Ovunque c’erano libri, quaderni e documenti. La ricordavo nei suoi gesti semplici ma amorevoli come quando mi faceva sporgere da una finestrella sul corridoio per prendere una caramella portata dalla prima rondinella, era per dirmi che la primavera era arrivata. Oggi restano case ormai chiuse e luoghi abbandonati, molte persone care sono morte, ma la polvere dell’oblio non potrà mai posarsi sui ricordi di chi ha amato.

IL MIO DIARIO DAL BOSCO

Si può scegliere di camminare nel bosco per molti motivi ed ognuno di essi determina anche la tipologia della camminata stessa.

Se cerchi funghi, gli occhi accompagneranno ogni tuo passo alla scoperta di quei cappellini che spuntano tra le foglie o in mezzo a radure e prati. Te ne starai in religioso silenzio per non farti scoprire, accorto a nascondere il tuo bottino al primo eco di parola umana che giungerà alle tue orecchie. Se sei un cavatore di tartufi, mostrerai  lo stesso atteggiamento, ma non sarai solo perché avrai il tuo fedele compagno di viaggio che ti accompagnerà come un’ ombra.

Se sei un cacciatore,  seguirai il cane nella cerca o nella ferma. I tuoi sensi saranno allertati a percepire  il minimo fruscio,  un battito d’ali o un  canto che romperà il silenzio del bosco. Camminerai anche velocemente per raggiungere l’animale e nei momenti di attesa studierai i colori, i profumi e le piante che ti circondano. Pagine di bosco si apriranno ai tuoi occhi attenti a individuare tracce nel terreno di impronte, feci, pelo. Scoprirai ogni angolo, ogni anfratto, ogni pozza d’acqua e imparerai le abitudini di tutti gli abitanti del bosco, dagli insetti ai grandi selvatici.

Se sei un amante della montagna in generale, camminerai e a volte canticchierai, osserverai quanto ti circonda con animo leggero e il tuo spirito si rinnoverà e si alimenterà del benessere che il bosco ti trasmetterà.

In qualunque modo si affronti questo cammino è indubbio che la sacralità che da sempre contraddistingue questo luogo si avverte distintamente. Si è immersi in  un ambiente estraneo alla fretta quotidiana, all’immediatezza dei messaggi e alla disponibilità per chiunque. Il tempo sembra rallentare e quelle sensazioni e percezioni così poco necessarie nelle attività di tutti i giorni sembrano risvegliarsi. L’udito si acutizza e si è in grado di recepire il più piccolo rumore che sovrasti, anche di poco, quel sommesso e continuo stormire delle foglie. Il manto che copre il terreno attutisce ogni movimento del piede, perfino lo scricchiolio di piccoli rami calpestati. Chi vuole godere della spiritualità che questo spazio infonde, dovrà restare in silenzio, osservare la natura che si apre sotto i suoi occhi e scoprirà i suoi segreti. Cerri e faggi secolari accanto a nuove piantine pronte a diventare rigogliose e forti; fiori di radura come campanelli, margherite, ciclamini, orchidee selvatiche.

Il ronzio degli insetti impollinatori è continuo ed incessante e nelle zone dove il sole fa capolino, splendide farfalle si posano delicatamente sui petali a volte anche in coppia.

Non solo l’olfatto e la vista vengono appagati, durante una passeggiata nel bosco, ma anche il gusto. Nella stagione primaverile, infatti, saporite fragoline spuntano qua e là nelle radure e nei prati che costeggiano i sentieri.

La presenza degli animali è testimoniata dai “covacci” riconoscibili dalla “lavorazione” del terreno, cinghiali e caprioli non sono rari in queste zone.

I predatori sono in agguato e oggi una ghiandaia ne ha fatto le spese

Le impronte lasciate su suoli umidi , tronchi sporchi di fango o scortecciati, rivelano un’operazione di sfregamento  del corpo da parte dei grandi selvatici.

Flora e fauna in una simbiosi perfetta offrono una varietà di elementi necessari alla loro stessa sussistenza. I tronchi scavati sembrano fatti apposta per conservare l’acqua quando è più difficile trovarla oppure offrono ripari naturali

Pozze naturali nel terreno si riempiono e dissetano ogni tipo di animale, specialmente i cinghiali che amano rotolarsi in questi “insogli” per pulirsi dai parassiti.

Gli elementi atmosferici modificano alcune caratteristiche dell’ambiente boschivo. A volte i sentieri si trasformano in vere e proprie gole scavate dall’acqua

dove non è difficile trovare rocce bucate delle più strane forme

Fino a sembrare una rigida seduta

La mano dell’uomo appare nelle opere di disboscamento che da tempi immemori segue il taglio del bosco ceduo. Sono evidenti ceppaie e polloni di faggio e di cerro, insieme a nuove piantine che si fanno largo tra i grossi fusti.

Il bestiame da allevamento trova riparo in capanne temporanee occupate nei mesi estivi e il passaggio dei grossi bovini modifica il terreno al pari degli scavi dei cinghiali privando una parte di suolo erboso.

In passato la montagna era popolata di ovini e caprini e la vegetazione era molto rada, oggi le greggi sono diminuite in modo considerevole e di conseguenza arbusti e boschi si sono ripresi molti spazi soprattutto lungo i pendii.

La politica del comune mirava alla salvaguardia delle fonti di acqua soprattutto nel periodo estivo e i laghetti, o meglio gli inghiottitoi naturali, di Prati, Valleuvo e pozzi Fondazzano, venivano puliti regolarmente e vigilati dalle guardie campestri di notte e di giorno. Una rigida regolamentazione ne disciplinava l’uso e lo sfruttamento.

Trocchi per abbeverare il bestiame si trovavano vicini a tali fonti e ancora oggi vengono, in parte, utilizzati

Tracce di attività umana sono anche i resti di vecchie carbonaie, un’attività da vari anni dismessa, così come le fornaci di calce di cui resta documentazione nell’archivio storico del comune. Molto altro si potrebbe raccontare e ho già scritto; rimando a una lettura più a carattere storico in questi link

Stroncone: un paese abbracciato dalla montagna

STRONCONE E I SUOI BOSCHI

Usciti dal bosco ci aspetta uno spettacolo di colori dove il cielo si sposa con il prato.

STRONCONE E I SUOI BOSCHI

Le case arroccate sulla collina si aprono al più vasto panorama verso una pianura antropizzata ricca di campi coltivati. Nella parte posteriore del paese le montagne sembrano confluire in un abbraccio con i loro boschi.

Da sempre la montagna ha costituito un bene collettivo che ha permesso a piccoli artigiani, contadini e pastori di aumentare il proprio sostentamento attraverso lo sfruttamento delle risorse che il bosco e i pascoli offrivano. Regolato da norme e vigilato da guardie campestri il patrimonio boschivo è sempre stato oggetto di una politica amministrativa volta a tutelare la sua gestione.

UNA POLITICA A TUTELA DEL BOSCO

Nei primi anni del secolo scorso, l’incremento demografico, la nascita delle nuove fabbriche nella vicina Terni, nonché lo sviluppo delle infrastrutture per modernizzare il neo nato Regno d’Italia, provocò una richiesta sempre più pressante di legname.

Nel 1907, una citazione presso il Giudice Conciliatore, tratta di ” traverse provenienti da Rocca Carlea” che avrebbero dovuto essere portate alla strada comunale di Crocemicciola. Tra gli attori figurano persone provenienti da Roma o non dimoranti a Stroncone

Nell’uso quotidiano della comunità, le attività di disboscamento riguardavano il taglio della legna da ardere, il taglio di frasche e di germogli per uso animale o di legna per alimentare le fornaci di calce.

  • 1928, C.Luigi “chiede di poter tagliare ginepri di proprietà comunale da utilizzare per cottura a calce ad uso proprio e non a scopo di commercio, a voc. Treiu, sopra una superficie non maggiore di 1 ettaro”. Nel 1904, M.Lorenzo vuole essere risarcito da S. Chiara per £ 10,50 Importo di 3 rubbie di calce vendutagli; V.Nicola contro S. Vincenzo per conteggiare il denaro ricavato dalla vendita di calce di proprietà comunale;
  • G. Americo, chiede di tagliare nei boschi comunali per ” i bisogni dei forni per la cottura del pane”.

Era praticata anche l’attività di carbonaio come risulta da alcuni documenti:

nel 1891, una “soma” di carbonella vale £ 250.Luigi E. taglia una quercia a Valle Lecina e carbonizzandola, ricava circa mezzo q.le di carbone. Nel 1929, nella Verifica periodica di Pesi e Misure, figura C. Natale di Finocchieto, carbonaio.

Di scarsa importanza era la discussione sul reperimento delle zone da adibire al pascolo a svantaggio degli alberi, che teneva banco, invece, in altre zone geografiche del paese. Tuttavia anche qui risulta che parti di bosco siano state sacrificate per ottenere terreni seminativi, relegando porzioni di macchia, sempre più lontane dal centro abitato. Senza dubbio anche la promiscuità con gli animali avrà avuto la sua parte. Infatti, come si può dedurre dai documenti che attestano la presenza di stalle all’interno del castello, sembra evidente che il passaggio di greggi e di altri animali abbia provocato un eccessivo sfruttamento dei terreni limitrofi.

Giacomini P. viene multato per aver portato in piazza il suo maiale; Sensi A. per aver abusato di tenere una gran quantità di letame nella stalla cagionano disturbo ai vicini; Nella borgata di Coppe, per ordine dell’Ufficiale Sanitario Angelici S. viene sanzionato perché nella stalla di sua proprietà si trova letame che fa danno alla salute dei vicini; Vittori V. riceve una contravvenzione per avere tenuto una quantità di letame nella stalla.

Inoltre c’erano greggi di pecore e capre che si ricoveravano in ovili a ridosso del paese e che offrivano latte appena munto al ritorno dal pascolo in pianura; una costante presenza di muli e cavalli, necessari al trasporto di merci e persone, che in alcune zone impervie rappresentavano l’unica possibilità di movimento.

Il legname era la materia prima per eccellenza che poteva creare maggiori problemi nel mantenimento dell’area boschiva.

Il taglio periodico andava protetto per i danni che potevano essere recati a polloni e matricine. Occorreva dunque una rigida regolamentazione che punisse i trasgressori, i quali non si lasciavano spaventare da divieti e sanzioni. Andava promossa una politica tesa a impedire lo sfruttamento scellerato in nome del riconoscimento del bosco come fattore economico-produttivo.

Vennero previsti turni di sorveglianza svolti dalle guardie campestri i cui compiti erano:

  • La vigilanza continua nei boschi comunali;
  • l’accertamento e denuncia delle contravvenzioni al regolamento di polizia rurale e di quelle per furto di legna.

Il taglio degli alberi comunali non era libero ma soggetto al pagamento di un censo che poteva essere aggiudicato all’asta mediante il metodo della candela vergine.

1911: Felice da Soriano nel Cimino, paga 2 rate rispettivamente da £ 4.811,68 e £ 3.311,68 per il taglio del bosco a Solagno di Ruschio; Cesare, paga £ 1.500,00 per il taglio a bosco Martine.

1921: il Comune organizza un’asta pubblica per la vendita di n.1150 piante di alto fusto di Pino d’Aleppo di proprietà comunale.

Il taglio andava fatto a regola d’arte. Da un documento del 1891: “taglio dovrà essere eseguito a regola d’arte con ferri ben taglienti, non a bocca di lupo, né a strappo, ma a taglio piano e a scivolo, rasentando possibilmente la ceppaia, rispettando tutti i lasciti marcati con tinta rossa. E’ assolutamente vietato il taglio prima del levar del sole e di proseguirlo dopo il tramonto. Ogni tagliatore, incominciato il taglio in una ceppaia dovrà proseguirlo nella medesima, accuratamente ripulendola”.

L’iter da rispettare era lungo e prevedeva spese anche per l’Amministrazione. Le trasferte a Perugia come dimostra un documento di pagamento all’assessore Vittori per esservisi recato prima di stabilire il taglio. Le visite degli Ispettori forestali per sopralluoghi e rilievi che coinvolgevano anche dipendenti comunali e operai. Tutto questo aveva una ricaduta anche per le attività commerciali del luogo che offrivano vitto, alloggio e trasporti. Inoltre agli artigiani venivano commissionati lavori di costruzione e affilatura degli strumenti necessari. Per alcuni anni a seguito del disboscamento effettuato le zone interessate erano vietate al pascolo o addirittura bandite con l’impossibilità di reperire alcun prodotto o cacciare. La bandita poteva essere definitiva o temporanea. Quest’ultima interveniva nei periodi di raccolta delle castagne, ad esempio, o di altre produzioni agricole. Lo sviluppo del bosco e la sua tutela, passavano e passano ancora oggi attraverso alcune attività dell’uomo. E’ lecito supporre che le zone deputate alla semina del grano fossero interdette ad ogni animale salvo le bestie da lavoro o da trasporto. Anche i castagneti secolari rappresentavano l’impegno volto a preservare questo patrimonio. Essi, tuttora, vengono custoditi attraverso il rimpianto di nuove piante, la potatura e la messa a punto di nuovi innesti. Questo importante frutto ha rappresentato per molti anni una risorsa alimentare ed economica fondamentale per i ceti più bassi della popolazione. Meleti, noceti e querce da ghianda erano anch’essi necessari alle attività rurali e dunque tenuti in considerazione per il sostentamento di uomini e animali.

Le zone a bandita erano: Ripe “Cadorce”: Enrico M. viene multato perché conduce 30 pecore in un bosco giovane non andato a pascipascolo in nessuna specie di bestiame , Ialli, Cesanto, Coranieri e poi Coppe: un documento del 1899 afferma il divieto di pascolo per la messa a dimora di giovani pini.

Il binomio montagna- animale è inscindibile. I prati sono da sempre pascoli ambiti per i pastori che in estate si spostano con le loro greggi. Eppure proprio gli animali possono essere la causa dell’indebolimento del bosco perché danneggiano le cortecce e le fronde dei giovani alberi. Il governo del bosco ceduo praticato in epoche passate ha cercato di rispondere a diverse esigenze dei contadini e degli allevatori. Consentiva di poter stabilire stabilire delle zone individuando sia il tipo di pianta che di animale destinato al pascolo. Era evidente ad esempio che le capre rappresentassero un danno maggiore rispetto agli animali da lavoro o che pascolare con le pecore procurasse un diverso risultato che pascolare con suini o equini. Inoltre permetteva di ottenere legna da ardere, pali necessari all’agricoltura e riconquistare zone di pascolo dopo pochi anni dal taglio.

Macchialunga: il pascolo è consentito solo agli animali da lavoro; Pipiolo e Lamata non adatti a pascolo caprino.

La tutela del dominio collettivo si estendeva alle sanzioni contro i “forestieri” e le multe salate colpivano quelli che oltrepassavano il confine.

Costemartoni uomo di Cottanello che conduce al pascolo 9 capre ; donna multata in località Valleone per sconfino pascolo con 12 suini; a Buco del Grugnale multa di £200 per sconfino con 7 vaccine.

La potatura a “capitozzatura” era una delle strategie atte a far desistere i possessori di animali a compiere tagli vandalici sulle piante montane. Fare la “frasca” (fronde tenere) infatti era una consuetudine molto radicata e permetteva di integrare il foraggio invernale soprattutto quando questo cominciava a scarseggiare. Purtroppo però tali iniziative venivano spesso disattese, lo dimostrano numerose sanzioni.

Voc. Monterotondo: taglio abusivo di frasche uso lavoro; Monti Grandi taglio abusivo di frasche uso bestiame; Voc. Forchetta: taglio abusivo di frasche uso bestiame; Buco del Grugnale :taglio abusivo di una grossa “petagna” di cerro e di frasche di cerro uso bestiame danneggiando il bosco.

Il bosco una riserva naturale di ricchezza apparentemente inesauribile oggi come ieri, generoso nel donare e nel riprodursi continuamente che conserva al suo interno la memoria dell’uomo.

DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO L’ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI STRONCONE

LE PIETRE RACCONTANO n. 2

AGOSTO A STRONCONE

Fino agli anni ’70, il Ferragosto rappresentava la fine della vacanza ai Prati. Proprietari e visitatori occasionali si riunivano con parenti e amici per la grande abbuffata che terminava sempre con secchiate d’acqua e tiri di scorze di anguria in mezzo ai verdi pascoli. Se l’avvenimento era in prossimità della domenica si indugiava ancora un po’, per terminare gli avanzi della grande festa estiva. La mia famiglia continuava i festeggiamenti per il compleanno di mio fratello e così pasta al forno e zuppa inglese imbandivano di nuovo la tavola. Tutti gli Stroncolini cominciavano a preparare la chiusura delle case dopo la lunga permanenza estiva per dedicarsi ai preparativi per la celebrazione del Santo Patrono che sarebbe caduta di lì a qualche giorno.

Tutto il paese scendeva al Convento di San Francesco per celebrare i riti che da tempo immemore avevano visto, molti enti ed associazioni coinvolti nell’organizzazione delle cerimonie laiche e religiose.

Il Convento, la cui fondazione, si vuol far risalire al passaggio dello stesso Francesco, nel 1213, aveva, da sempre, attirato nella sua orbita la devozione e il pellegrinaggio verso il Beato, che qui era cresciuto. Antonio, era nato dalla famiglia nobile dei Vici, nel 1381. Una famiglia che aveva alimentato la fede con il culto di San Francesco e della Madonna nella piccola comunità di Stroncone e aveva reso possibile la crescita religiosa di questo piccolo centro. Donazioni, anche attraverso la costituzione del Terz’ordine francescano, e confraternite sorte in ossequio ad alcuni Santi, avevano fatto erigere altari e decori, trasformando un semplice ricovero francescano in uno dei Monasteri più frequentati tra le mete dei pellegrinaggi. Antonio attratto dalla vita monastica volle entrare in convento da giovane fanciullo. Trascorse la sua vita lontano da Stroncone e morì ad Assisi, ma il popolo non lo dimenticò mai al punto da volerne rubare le spoglie, proclamandolo Patrono.

Quando si avvicinava questa ricorrenza, nel mio ricordo di bambina c’era il vestitino nuovo da sfoggiare alla Messa e le scarpe, quasi sempre alla bebè chiare, come si conveniva in estate. Per il pranzo a casa di nonna si riunivano tutti i miei zii e cugini e, se veniva lo zio Giorgio, da Treviso, la felicità era completa. Mio padre il giorno prima della festa vera e propria usciva in anticipo dal lavoro, come fosse un sabato. Io gli andavo incontro per essere la prima a comprare il biglietto della Pesca di Beneficenza. Più che altro mi affascinava entrare per vedere, in quello spazio così piccolo tutti quegli oggetti così diversi tra loro. Oggetti che oggi, sono presenti in ogni supermercato ma che all’epoca, abituati alla piccola bottega, si faceva fatica anche solo a pensarli. Nel mese di Agosto il paese era animato, anche, da villeggianti, che in realtà non erano forestieri, ma soltanto famiglie che tornavano a occupare le case di proprietà, chiuse nel periodo invernale. Anche per loro era una solennità irrinunciabile. Arrivavano le genti dalla campagna perché, la festa popolare si svolgeva tutta nel borgo. Tre giorni intensi dove le maggiori attrattive erano la Pesca di Beneficenza, il Concerto della banda nel pomeriggio e lo spettacolo musicale, serale, con qualche complesso che cantava un po’ di tutto, incitando anche al ballo del liscio, ma a memoria d’uomo nessuno ricorda uno stronconese che si sia abbandonato alla danza! Per l’occasione le sedie del salotto di casa, quelle migliori, venivano posizionate in mezzo alla piazza molto presto, chi veniva da fuori, faceva a gara con i paesani per prendere i posti migliori. Chi abitava sulla Torre o nelle immediate vicinanze di San Nicolò, fuggendo il clamore della mondanità, sistemava i cuscini per appoggiarsi con i gomiti e godersi il passeggio, lasciandosi andare a pettegolezzi, così come, chi sceglieva il gradino del muro sottostante che, osservava direttamente, il viavai di tutta quella gente insolitamente presente sulla piazza. Era il momento dell’anno più propizio per aggiornarsi sulle nuove situazioni familiari di conoscenti e amici: lavoro, figli, affari… Gli uomini sostavano, maggiormente, davanti al bar o sul muretto dietro al Monumento in un: “vedo non vedo ma mi accorgo di tutto” e così in questo gioco di occhi spianti le nuove coppiette o i nuovi amori erano costrette a slalom fuorvianti gli sguardi. I fuochi d’artificio, davano un arrivederci all’anno venturo; non di rado, era necessario l’intervento dei pompieri per spegnere l’incendio delle stoppie provocato dalle “luglie”.

Quando le donazioni della popolazione subirono una crescita, le serate aumentarono e cominciarono ad arrivare commedianti e teatranti, qualche nome famoso del mondo della canzone come Mino Reitano e Raul Casadei e al pomeriggio, sbandieratori e tamburini dei Comuni vicini.

La Processione e la Benedizione dei Bambini erano i pezzi forti di tutta la manifestazione religiosa. Erano le due occasioni cui nessuno rinunciava. Bambini e bambine, splendidi nei loro vestitini, solcavano la navata centrale portando un fiore, quasi sempre bianco, da posare sull’altare del Beato. La cerimonia andava avanti in una confusione generale dove non mancavano pianti e capricci; il caldo afoso e la calca convinceva qualcuno ad uscire sul piazzale seppur a malincuore.

La processione si svolgeva il 20 agosto. Partiva e tornava dal Convento dopo avere raggiunto la Piazza del Paese. Il protocollo era sempre lo stesso, la Banda precedeva il corteo, seguivano gli stendardi delle confraternite, la statua del beato, il clero, le donne e i bambini e in fondo gli uomini con il cappello in mano e le mani spesso intrecciate dietro la schiena. Erano poche le persone che restavano al limitare della passeggiata a guardare perché ognuno in cuor suo aveva qualche grazia da chiedere e camminava tenendo in bocca una preghiera per sé o per i propri cari.

AGOSTO STRONCONESE

Quell’anno i preparativi cominciarono molto tempo prima. Il paese era stranamente animato da tanta gente e, tutti, dico tutti, compresi i villeggianti e abitanti della campagna, partecipavano alla Manifestazione che si sarebbe tenuta nei giorni dedicati alla festa del Beato Antonio.

Si cominciò a parlare di 3 Contrade, con una divisione territoriale cui vennero attribuiti simboli e colori. Il Castello per il paese su fondo blu e rosso, L’Arco in virtù di quello che, un tempo, attraversava voc. San Liberatore su fondo giallo, e Santa Lucia su fondo bianco-celeste.

Contradaioli in vacanza

La nuova Festa che si andava delineando era qualcosa di grande. Ci fu bisogno addirittura di una Regista, così la chiamavamo tutti. Ne ho un vago ricordo, mi sembra che portasse abiti leggeri e ampi dai colori vivaci: azzurro, verde… e un paio di occhiali, il tutto completato da un cappello, ma non saprei dire se si tratti dell’immagine che ho di lei o se corrisponda alla realtà.

Per certo so che ci fu uno studio approfondito e meticoloso che arrivò anche in Francia, soprattutto per quello che concerneva i figurini delle guardie napoleoniche e i costumi.

Il periodo scelto per rappresentare la storia, legandola ai fatti del Beato Antonio, fu quello del 1809 quando, alcuni giovani ,guidati da Padre Angelico Coletti, riportarono il corpo incorrotto del Beato, trafugandolo alla città di Assisi.

Per la riuscita dell’evento si succedettero giorni febbrili dove ognuno mise a disposizione sia le proprie capacità, per costruire, cucire, dirigere, disegnare… che la semplice manovalanza. Così ogni Contrada si dotò di un direttivo che potesse coordinare il proprio spazio. E sì che il da fare non era poco! Socializzare e coinvolgere le frazioni, acquistare tutto il materiale: dalla stoffa per i costumi a quella per le bandiere, distribuirle secondo l’ordine programmato, comunicare alle sarte il taglio, l’abbinamento dei colori e suggerendo cosa aggiungere o cosa togliere. Molti rispolverarono i vecchi costumi di famiglia adeguandoli al periodo preso in considerazione. Popolani e nobili, sfoggiarono per l’occasione eleganti collane di corallo, bustini, fazzoletti e grembiuli di fini merletti. Le bandiere dovevano essere cucite e decorate, così uno stuolo di volontari si mise all’opera in vari punti del paese provvedendo senza distinzione di sorta. Intanto c’erano da costituire: il corpo delle guardie e quelle dei tamburini: dalla scelta dei figuranti, quindi si passò a prendere le misure per confezionare divise e intanto ore ed ore di prove “formavano” i vari personaggi: dal soldato semplice al capo delle guardie, dal primo tamburo agli allievi provetti. Venne creata anche la prigione, con un vero galeotto che sostava in attesa dei passanti curiosi. Una taverna allestita nei locali, presi in prestito dal Convento delle Suore, offriva pasti tradizionali, in un ambiente rustico, dove le tovaglie erano di carta paglia, le anfore e i boccali in terracotta e i camerieri e le cameriere indossavano tipici costumi.

Quando giunse il grande momento, tutto il territorio era colorato di bandiere sventolanti.

Io avevo aiutato a dipingere e a disegnare con modelli di legno il Castello e l’Arco. Le mie finestre, però, offrirono il risultato delle sapienti mani di mia madre: una bandiera che ritraeva esattamente il vessillo del Comune.

Il mio vestito, lo cucì con le indicazioni ricevute: la gonna era rossa e aveva delle guarnizioni blu; la camicia e il fazzolettone erano di merletto antico di quasi cento anni e il bustino uscì fuori da quell’abilità di sarta conquistata nell’elegante laboratorio di sartoria delle signorine Contessa, negli anni della sua gioventù. Oggi, a distanza di 40 anni, lo indossa ancora mia figlia.

I giorni di festa aumentarono con una varietà di spettacoli e nelle vie del paese si moltiplicarono gli artisti desiderosi di mettere in mostra i propri lavori artigianali. Qualcuno pensò addirittura di organizzare una divisione competitiva tra popolani che, inutile a dirlo diventò immediatamente coinvolgente: “Il torneo di calcio”. Il divertimento fu assicurato: grandi e piccini tifavano a favore o contro, fratelli, generi o mariti, difendendo il proprio campanilismo tra luoghi natii o di importazione. Per un po’, come sempre succede, tutti furono allenatori e arbitri; nelle vie, nella piazza e in ogni dove si discuteva e si rideva.

La sera dedicata alla sfilata fu un tripudio di folla, non ci fu una sola famiglia che non avesse almeno un componente coinvolto nella rievocazione. Calessi di nobili elegantemente vestiti, carretti di contadini e cesti di fiori delle popolane, guardie a cavallo e guardie a piedi…

Ognuno dette il proprio contributo con la propria presenza o fornendo il necessario. Ogni frazione sfilò con il proprio stendardo e i suoi abitanti: Finocchieto, Aguzzo, Vasciano; Colle venne compresa nella contrada dell’Arco; Coppe e Colmartino con la Contrada Castello e Santa Lucia fu contrada propria. Seguiva il Corteo la gente in abiti comuni quasi a portare ancora una volta devozione al simulacro del Santo Patrono.

Altra novità fu la Sfida alla Berretta: i Cavalieri delle Contrade si sfidavano in una giostra medievale. Questa manifestazione ebbe alti e bassi e periodi in cui venne sospesa e poi ripresa.

Nel corso degli anni L’Agosto Stronconese ha modificato eventi e tradizioni, nei due anni di pandemia, poi qualcosa si è addirittura perso. La mia famiglia a vario titolo è stata sempre coinvolta nel Corteo.

Da Castellana sono diventata Arcolana ma solo di nome! La mia Lucrezia ha indossato diversi abiti che hanno seguito la sua crescita

Con la perdita di mia madre, altre mani hanno lavorato con la stessa sapienza per tenere alto il valore di questa ricorrenza. E’ per questo che con gioia ed emozione mi accingo a rispolverare un costume che rappresenta molto più che una semplice festa di paese.

Ersilia

Vitaliano e Ersilia Vittori

Camminavi con il tuo incedere lento, come lento era il ritmo della tua vita. L’abito nero lungo fino alle caviglie nascondeva un corpo gracile e snello. Le scarpe di pelle, chiuse pure in estate, erano anch’esse, rigorosamente nere; l’immancabile fazzolettone che avvolgeva la testa incorniciando un viso scavato e pallido, qualche ciocca di capelli grigi a volte sfuggiva evidenziando il tuo unico tocco femminile. Le mani magre con le dita affusolate e bianche, erano attraversate da vene bluastre quasi a rilievo su quella pelle così delicata. Il tuo abbigliamento non conosceva stagioni o feste e l’unica nota diversa era rappresentato dallo scaldino che accompagnava le lunghe giornate invernali.

Ersilia, zia Ersilia, nacque nel 1887, da Gioberto Vittori e Anna Maria Massoli. Visse gli anni gloriosi della Grande Officina Vittori e assistette all’ascesa di suo fratello Vitaliano sia in campo politico che economico. Quando l’altro fratello Ubaldo si ritirò dagli affari dell’Officina, intraprendendo altre strade con sua moglie, lei, decise di dedicarsi alla numerosa famiglia che intanto Vitaliano aveva cominciato a formare. Una famiglia che crebbe con gli anni così come la fama di questo intraprendente fratello che riuscì a sposare una donna appartenente alla casata dei Malvetani: famiglia possidente, con i cui esponenti condivideva l’interesse per la politica amministrativa. I Vittori e i Malvetani furono per anni protagonisti della scena politica del paese alternandosi nei ruoli di sindaci e assessori.

I ricordi che ho di te risalgono all’ultimo periodo della tua vita. Eri sposata con Gesù e a dirla in verità sembravi una vera e propria suora. Per me eri la zia di famiglia, non proprio la mia ma ” quella non sposata” che i nipoti dovevano accudire così come aveva lasciato detto tuo padre o addirittura il tuo stesso fratello dall’alto della sua autorevolezza. L’accordo stabiliva che dovessi restare nella casa di famiglia e, a te, poco importava se non c’era riscaldamento e l’unica stanza di cui in realtà usufruivi era la tua camera. A te stava bene così e il tuo primo obiettivo era non disturbare. Ricordo un letto grande dalla biancheria sempre immacolata, un catino vicino alla finestra, che poggiava su un piedistallo artisticamente lavorato in ferro battuto, così come la testata del letto: prodotti dalle abili mani degli artigiani Vittori.

Accettavi di andare un giorno alla settimana, a turno, a pranzo dai tuoi nipoti. Consumavi un pasto semplice e frugale perché alcun peccato di gola potesse nuocere alla tua purezza. Vivevi in un mondo tuo dove non trovava posto la ricchezza, lo sfarzo e tantomeno la modernità. Quando era il turno di mia nonna ad ospitarti, mi chiedevo sempre perché anziché mangiare con noi in sala, te ne stavi tutta sola in cucina quasi se il tuo intento fosse solo quello di sfamarti. Il motivo però non era il cibo ma una scatola magica che da pochi anni aveva invaso le case di tutti: la televisione. Un elemento di quel progresso che non riuscivi ad accettare e così in cuor tuo avevi fatto il voto di non cedere mai alla curiosità di quel mostro sonante, così sempre per non essere di peso, non impedivi a noi di goderne e preferivi restare in disparte.

Eri trattata con amore e rispetto per la tua appartenenza alla famiglia, ricordo a malapena la tua voce, sembravi stanca di trascinarti in un mondo che non ti apparteneva più e in cui non riuscivi a trovare ragione di vita se non nella preghiera, sembravi ansiosa di raggiungere il cielo promesso ai giusti. Questa santa visione di te era talmente radicata, in chi ti conosceva, che, dopo la tua morte, mia madre ti sognò in un grande giardino pieno di fiori seduta su una panchina con il volto beato di chi ce l’aveva fatta ed era consapevole che tale luogo, però, fosse riservato a pochi.

Eppure nella tua gioventù dovevi essere stata diversa! Di certo i cambiamenti della società non saranno stati pochi! Avrai visto la povertà imperversare negli anni bui delle due guerre, automobili sostituire carretti e un’emancipazione della donna sempre maggiore che sicuramente ti avrà fatto storcere il naso. Tu che dai racconti di zia Ornella piangevi se la stesa della pasta non era perfettamente rotonda, tu che dedicavi intere giornate al bucato perché diventasse bianco: prima al fontanile, e poi trasportandolo nella cesta adagiata sulla testa, giungevi, con uno stuolo di pronipoti al seguito, al campo, vicino al cimitero e lì stavi tutto il giorno fino a completa asciugatura di tovaglie e lenzuola. Davi una mano ovunque potevi, consapevole che il tuo essere nubile, senza un uomo che provvedesse a te, poteva risultare complicato anche in una famiglia benestante come la tua. In fondo problemi ce n’erano stati e come! Quando tua sorella Angela si era sposata e se ne era andata, a te era toccata la sorte di veder discutere i tuoi amati fratelli. Ubaldo così diverso da Vitaliano, era più attaccato agli interessi che alla fatica e il suo maggior contributo alla Società familiare era stato quello di guardarla fallire. Furono anni difficili e solo con l’ingegno, la capacità e la razionalità che accomunava Vitaliano a sua moglie Taide, fu possibile ricominciare. Nella casa di famiglia restò Ubaldo, come sorte decise, tu ne mantenesti la parte di tuo diritto. Taide, usò la sua dote per acquistare una nuova casa dove allevò 9 figli, i tuoi nipoti. Lì visse il lutto per la morte prematura di Viviana e con la tua fede, ancora una volta, le fosti accanto, sempre pronta a condividere e a sostenere. Quando avevi del tempo libero, aiutavi Pierina, la sarta del paese e ti prendevi cura delle ragazze che venivano a imparare. Trapuntavi colletti e bustini con la macchina da cucire a manovella. Mia madre diceva sempre che a tarda età eri ancora in grado di infilare l’ago senza bisogno di occhiali! Nell’ora del Rosario prendevi per mano mia madre e mia zia e le portavi in chiesa. Davi una mano nell’orto di famiglia, che si trovava nei pressi dell’Officina e nell’allevamento di galline e conigli. L’unica distrazione che ti concedevi era trascorrere qualche momento con la tua e forse unica, vera, amica Cesarina.

Nei miei ricordi ovunque ti trovassi, sembravi di passaggio, così come sembravi esserlo nelle nostre vite, eppure sempre più spesso mi torni in mente e sono consapevole di portare dentro di me anche un pezzetto della tua storia.