LA PRIMA E’ UN CONFRONTO SU TEMI CULTURALI MA ANCHE POLITICI CON L’ACCENNO AD ESEMPIO A CECCO BEPPE, COME VENIVA IRONICAMENTE CHIAMATO, IN ITALIA L’IMPERATORE D’AUSTRIA;
LA SECONDA, DI LUISA CIAPPI E’ ESPRESSIONE DI QUELL’ENTUSIASMO PATRIOTTICO CHE HA ANIMATO MOLTI GIOVANI AL FRONTE. L’AUTRICE DELLA LETTERA SI TRAVESTI’ DA UOMO PER PROVARE AD ARRUOLARSI MA VENNE SCOPERTA E RIMANDATA A CASA.
IL PROF. GIACOMO GIACOMINI SCRIVE A TAIDE MALVETANI
3-10-1915
” Carissima Taide,
t’invio a mezzo della bustina acclusa due edelveiss raccolte sulle Alpi Dolomiti e precisamente sul monte…che non ti posso dire perché la censura non vuole e come vedi ci obbliga ad impostare le lettere aperte… Della pubblicazione della lettera n. 11 non voglio sentir nemmeno parlare, perché se togli la maledizione a Cecco Beppe, è tutta roba da carcere e non vorrei farmi lapidare. Mi meraviglia che mi abbia fatto una tale proposta tu che sai tutto il mio odio per gli scribacchini che imbrattano fascicoli di carta e affliggono il mondo con le loro corbellerie.(…)Ti prometto, tuttavia, che se riuscirò a finire un soggetto su Francesco Giuseppe ( ho fatto una sessantina di versi e ne dovrebbe contenere circa 500) quello lì lo faccio pubblicare e ti mando la rivista o il cofanetto che lo conterrà. Per ora leggi quello che ti accludo e che stralcio dal mio diario, a condizione s’intende che appena letti, li destini alla fine che meritano.
Te li trascrivo perché mi chiedi mie notizie, e credo che in quei versi vi siano tutte le impressioni e i sentimenti della mia vita di Ufficiale. Ciò che ho scritto è ciò che ho nell’anima: supplisca la sincerità alla deficienza della composizione:
Tramonto alpino
Freman gli abeti a l’aure de la sera
E mandano un lamento in mille accenti
Come di pianto e come di preghiera.
Tramonta il sole fra scintillamenti
Che sembran ghigni ed il cannone romba
Tagliando l’aure per dolci frementi.
Il pianto de le cose alto rimbomba
Ne l’alma apprezza e detta un mesto carme
L’ultimo carme…
…Ma…s’ode una tromba!
Avanti Italia è il suono de l’allarme!
LUNA E ANIMA
Sorge dietro il Civetta
La luna bianca, bianca;
Non ha splendori: è forse
Nauseata e stanca?
Va nel cielo silente
Con un palpito strano;
Sogna forse la pace
Del bel tempo lontano?
Si sospende sui monti
Come seguendo un sogno;
Di sorrisi e d’amore
Ha fors’ella bisogno?
Cosa cerca la pallida
Regina solitaria
Quali fantasmi insegue
Ne lo spazio, ne l’aria?
Non so forse non sa
Tal mistero ella stessa
Le speranze e i timori
O non sa o non confessa;
E triste va nel cielo,
Ne la tenebra bruna,
Come l’anima mia,
Ne la notte, la luna.
SOTTO IL CANNONE
Un colpo lontano lontano
Com’eco che muor ne la gola
Dun monte con cupo dolore.
Un fischio rabbioso e inumano
Che passa veloce. che vola
Straziando gli orecchi ed il core.
D’attesa un minuto angoscioso
Sognando le cose passate
MONCIONI 7/6/1915
LUISA ( LUIGIA) AL PROF. GIACOMINI DIVENUTO UFFICIALE
Gentilissimo
Sono orgogliosa che un mio collega, presto ufficiale, mi abbia scritto nobili parole come le sue.
Grazie!
Ma più che della sua ammirazione, grazie per la promessa di parlare di me, non come Luisa Ciappi ma come donna fra suoi suoi futuri soldati, lassù nei campi di battaglia.
Come deve esser bello scendere dalla cattedra e lasciar dietro di noi i ragazzi che sempre ci hanno sentiti entusiasti per la Patria per tradurre in atto i sentimenti e i desideri sentiti fortemente tra i banchi della scuola. Normale è avvolgere con l’esempio e con la parola che sa giungere al cuore uomini che devono sacrificare gli amori più forti della vita per l’altro immenso!
Invidio lei che può raggiungere quanto avevo desiderato ardentemente Parli di me sì, ma con parola semplice e mi ricordi come una collega e sorella italiana, che qui nella solitudine dolorosa di soggiorno campagnuolo ha saputo tanto ingagliardire i suoi sentimenti da compiere una cosa troppo ardita. Ardita sì ma sarei anche ora pronta a ricominciare da capo se solo non avessi il peso di un corpo femminile.
Le auguro sentitamente di combattere da eroe e di sventolare presto primo fra tutti il nostro tricolore su Trieste ansiosa.
In nome d’Italia, sua sorella Luisa Ciappi
DOCUMENTI PERSONALI APPARTENENTI AL MIO ARCHIVIO DI FAMIGLIA
La pazienza è potere: con il tempo e la pazienza ogni foglia di gelso diventa seta
Confucio
Lo si può ammirare nella sua secolare bellezza ai confini delle strade, lungo i fossi o all’interno di vecchi poderi. E’ maestoso e la sua storia si intreccia con una pratica antica e affascinante: la produzione della seta, attraverso l’allevamento del baco: è il GELSO!
LA GELSIBACHICOLTURA IN UMBRIA
Malgrado ebbe una vita breve, questa economia domestica caratterizzò per alcuni anni la nostra regione e rappresentò un incremento ai guadagni dei contadini. Lo stesso Stato Pontificio, elargiva premi per incoraggiare i contadini ad espandere le piantagioni di gelso.
Gli studi dimostrano che la parabola ascendente della produzione umbra, iniziata nel ‘700, terminò con l’Unificazione, quando venne a mancare il sicuro mercato romano e la concorrenza degli opifici settentrionali si mostrò superiore.
Nel 1850, a Terni esistevano 13 titolari di filande che, alcuni anni, dopo arrivarono a 17. La seta ternana aveva un ottimo mercato, raggiungeva i centri di Londra, Roma, Lione e Parigi. La maggior parte dei lavoratori era rappresentata da donne e si calcola che ne fossero impiegate circa 500.
Quelli dopo l’Unità d’Italia, furono gli anni della grande industrializzazione ternana che fece perdere di vista il possibile incremento dell’attività serica e lo sviluppo delle filande. Ciò determinò un’iniziale differenziazione sul piano economico rispetto alla provincia perugina dove le aziende manifatturiere continuarono, invece, a produrre legandosi al territorio. Una brutta battuta d’arresto si verificò con la comparsa della pebrina che ebbe come conseguenza sia la mancata rimessa a dimora di nuove piante, che l’abbattimento di quelle esistenti.
Nel 1871 Il Comizio Agrario di Terni, rese noto che, anche qui, le perdite subite furono catastrofiche.
La produzione della seta si interruppe ma, nei centri urbani, si consolidò il mercato dei bozzoli e l’Umbria diventò uno dei maggiori produttori per le filande di Toscana e Marche.
La coltivazione del gelso e l’allevamento dei bachi veniva praticato in campagna, mentre, la commercializzazione del prodotto avveniva in città.
Nel 1922, sappiamo, per certo, che a Terni esisteva un mercato pubblico di bozzoli.
Stroncone, come dimostrano i documenti conservati nell’Archivio Storico del Comune, non fu estraneo a tale attività. Ripercorreremo la storia di questa antica pratica contadina attraverso le disposizioni di governo e le dinamiche sociali che furono alla base di un’economia che sembrò redditizia ma non troppo convincente.
IL GELSO NEL PAESAGGIO UMBRO
Nel paesaggio umbro di fine ‘800, il gelso campeggiava insieme a pergole, olivi, querce, pioppi… La coltivazione del gelso era favorita dal clima mite e dal terreno fertile. Quasi ogni fondo ne possedeva uno; si trattava maggiormente di piante isolate, che nei poderi più grandi, però, potevano arrivare anche a dodici. Si trovavano anche nei giardini privati ed avevano un valore che andava dai 40 ai 60 baiocchi, per le piante giovani, fino ad arrivare a più di 2 scudi se erano maturi e rigogliosi.
….” il moro gelso alle volte si rinviene lungo i confini delle strade nelle vicinanze delle case coloniche di ciascuno podere e lungo i confini delle diverse proprietà… Risulta difficile stabilire a livello storiografico l’entità dell’estensione occupata dalla pianta perché non ci sono veri e propri gelseti ma singole piante rinvenute…”
Era difficile sottoporre ad un controllo censorio l’estensione della coltivazione di questa pianta in quanto era una coltura dispersiva che sfuggiva ad ogni accertamento. Dagli atti del Comizio Agrario risulta la presenza di gelsi anche in piccoli centri come Collescipoli.
Dai documenti conservati nell’Archivio Storico, risulta che il Comune di Stroncone fosse proprietario di alcuni gelsi.
1906 Castelli Pio si aggiudica la foglia di gelso per £ 4,8
1911: Valuta di foglia di gelso di proprietà comunale caducifoglie a trattativa privata, somma stanziata da: £660. Castelli Pio, del fu Luigi, se l’aggiudica per una somma pari a £ 787 con una prima rata di £ 35.
1927: Il rapporto del Cantoniere dichiara che Rosa Mauro ha piantagioni di gelsi in voc. Cupero di sua proprietà, rasente la conduttura dell’acqua potabile della fontana pubblica in detta località.
1928: Il Comune di Stroncone, risulta proprietario e venditore anche di foglia di gelso per la quale bandisce un’asta pubblica e qualora vada deserta finisce a trattativa privata. Dal bilancio si evince che il ricavato fu di £ 400.
UN’ECONOMIA GESTITA DALLE DONNE
Se la coltivazione dell’albero e la raccolta della foglia erano di pertinenza degli uomini, l’allevamento dei bachi era riservato alle donne, ai bambini e agli anziani della famiglia. Questi ultimi, in particolare, provvedevano ad intrecciare giunchi per realizzare ceste utili al trasporto del fogliame.
Le uova dovevano essere tenute al caldo e appena avveniva la schiusa bisognava provvedere a nutrire i bachi posti su telai tenuti sempre puliti. Cominciava allora l’estenuante raccolta delle foglie per la loro insaziabile fame durante la crescita. Terminata la fase di nutrizione, si preparava l'”ascesa al bosco”: si costruivano dei “castelli” di rami dove i bachi lavoravano per costruire il bozzolo. Questa fase era molto delicata perché a mano a mano che crescevano avevano bisogno di spazio e c’era pericolo di malattie che avrebbero potuto far morire l’intero allevamento.
A volte la seta era prodotta in casa con rudimentali aspi e telai. Pezzi di stoffa di modeste proporzioni venivano cucite insieme per realizzare capi di biancheria.
1922: presso il Giudice Conciliatore del Comune di Stroncone si presenta C. Lucia per citare in giudizio C. Orsola la quale le deve £6,00 prezzo di bachi da seta vendutigli.
QUALI OSTACOLI AL DECOLLO DELL’ECONOMIA LEGATA ALLA BACHICOLTURA
RAPPORTI TRA PADRONE E CONTADINO
Nel territorio umbro, la terra era divisa in poderi che erano lavorati dal contadino e dalla sua famiglia. Il ricavato veniva diviso con il padrone, in base ad un contratto mezzadrile che ne definiva i contorni anche in merito alle attrezzature, alle sementi e ad ogni altro materiale necessario alla coltivazione e alla raccolta.
I rapporti tra contadini e padrone che regolavano la coltivazione del gelso e l’allevamento dei bachi, erano diversi da luogo a luogo. Il proprietario poteva obbligare o meno il colono ad allevare i bachi.
“La foglia dei mori gelsi è tutta padronale e sarà in facoltà del padrone di obbligare il colono a coltivare i bachi da seta per quanti ne possono alimentare i gelsi del podere”
Spesso restava proprietario della foglia e dunque riceveva parte del ricavato della vendita. A volte il contadino scontava con l’utilizzo della seconda foglia utilizzata come cibo per il bestiame.
A Terni era così regolamentato: …” di ordinario i proprietari somministrano ai coloni la semente, forniscono loro la foglia di gelso per l’alimentazione dei bachi, lasciando ai contadini il carico dell’educazione e dividendo con essi gli utili di tale industria a parti uguali, come si suol fare di qualsiasi altro prodotto agrario”.
1922- N.Carlo di Benedetto, si presenta al Giudice Conciliatore di Stroncone per rivendicare la sua porzione di foglia di gelso situata nel terreno tenuto in affitto.
Anche se i contadini avevano capito che la coltivazione del gelso e il conseguente allevamento del baco poteva essere remunerativo, tuttavia la consideravano un impegno più gravoso che conveniente. Non si può dar loro torto se consideriamo che l’allevamento dei bachi, soprattutto all’inizio aveva bisogno di locali idonei, riscaldati e privi di correnti d’aria, una situazione che, troppo spesso, si scontrava con la realtà di case, poco più che capanne che, mal riparavano dalle intemperie i suoi abitanti, figuriamoci i bachi! La raccolta delle foglie era pericolosa perché gli alberi erano molto alti e una rovinosa caduta avrebbe messo a repentaglio le altre opere agricole. L’allevamento richiedeva cura e responsabilità perché non si era gli unici proprietari del prodotto. I bachi potevano essere venduti al mercato o direttamente alle filande ma in ogni caso il ricavato andava diviso col padrone.
L’ARRETRATEZZA DELLE TECNICHE
Lo scetticismo verso le nuove tecniche produttive che avrebbero portato un miglioramento del settore, si dimostrò anche verso l’opera dei Comizi Agrari, fin dalla loro comparsa nel 1868. I padroni stessi non erano interessati a migliorare le tecniche produttive e i contadini erano più interessati ad ottenere abbondanti raccolti di foglia piuttosto che a curare la pianta attraverso potature e concimazioni.
Secondo le nuove conoscenze, affinché l’allevamento potesse procedere nel migliore dei modi, la foglia doveva essere ” fresca, raccolta senza macchie ed asciutta. Meglio se raccolta nelle prime ore della mattina con la rugiada asciutta o dopo le ore di massimo caldo del pomeriggio”.
La foglia bagnata non poteva essere mangiata dai bachi, quindi la pioggia rappresentava un vero problema, bisognava farla asciugare molto bene all’interno delle capanne.
I mesi di marzo-aprile potevano già dare un’idea di come sarebbe stato il raccolto, considerando le condizioni climatiche che si andavano delineando.
L’analfabetismo era una piaga che si andava sommando alla mancanza di una adozione verso metodi scientifici di pratica agricola e spingeva a fare ancora affidamento su metodi empirici legati solo all’esperienza. In realtà esistevano le scuole rurali ma erano poco frequentate perché i figli dei contadini dovevano principalmente badare alle cure del podere.
Una politica sociale poco adeguata, inoltre, spingeva quella parte di lavoratori saltuari non inglobati in alcuna fascia della società a rubare nei fondi, per sopravvivere alla più grande miseria. Pur essendo perseguiti dalle guardie campestri e municipali, tuttavia erano una fascia di popolazione che occorreva inserire nelle attività di bracciantato ad opera dei proprietari terrieri. Questi ultimi avevano tutto l’interesse ad evitare queste azioni illegali in quanto non solo, così facendo, salvaguardavano il prodotto ma anche la pianta stessa, che, spesso, ne usciva rovinata.
UNA PRODUZIONE INTENSIVA
Gelsicoltura e allevamento del baco, un binomio, quasi inscindibile. Tra i mesi di maggio e luglio, venivano impiegate centinaia di persone. L’allevamento durava circa due mesi e mezzo, si trattava di un’attività tutta concentrata in un periodo particolare dell’anno. che prevedeva molte ore lavorative. Nelle case coloniche si ricorreva anche a mano d’opera salariata ma il lavoro maggiore era svolto dai componenti della famiglia. Nel periodo di nutrimento del baco, l’approvvigionamento di foglie era continuo e poteva avvenire anche nelle ore notturne.
Così come nella casa contadina era la donna la vera protagonista, anche nelle filande le operaie erano donne. Venivano occupate anche le bambine a partire dagli 8-9 anni; ad esse era riservata la scopinatura perché con le loro piccole mani, riuscivano ad individuare il capo del filo che, poi, veniva fatto passare sull’aspo. Ognuno aveva un ruolo preciso., agli uomini erano riservate le mansioni del fuoco e quella del vapore.
1922- “Il Ministero del Lavoro autorizza ad utilizzare per l’industria dei bozzoli, su domanda, donne minorenni e adulte nelle ore della notte, in cui il lavoro è vietato, purché si osservino le condizioni stabilite dalla Legge sul lavoro donne e fanciulli”.
L’INTERVENTO GOVERNATIVO IN UN’OTTICA DI AMMODERNAMENTO AGRICOLO
All’indomani dell’Unità d’Italia, fu avviata un’inchiesta per conoscere lo stato dell’Agricoltura in Italia, e dunque dall’analisi emersero, anche, delle informazioni sulle piantagioni di gelso. La crisi economica che, alla metà dell’800 aveva attraversato l’Italia non aveva lasciata indenne l’agricoltura. L’atrofia dei bachi, nello stesso periodo, portò ad un crollo dell’allevamento e molti gelsi vennero abbattuti per ricavarne legname.
In realtà, da subito il neonato governo si rese conto dell’arretratezza e dello scetticismo verso nuove tecniche di coltivazione che caratterizzava alcune aree del paese. Occorrevano idee e capitali per riorganizzare l’intero comparto e soprattutto occorreva socializzare alle masse le nuove tecniche e le nuove conoscenze. Si cercò di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso la creazione dei Comizi Agrari, (trasformati in Consorzi Agrari con la Legge del 18 aprile 1926), le Cattedre Ambulanti di Agricoltura, le Conferenze, le Mostre, i Concorsi e i Giornali. Nel nostro territorio “L’Umbria agricola” fu il periodico ufficiale dei Comizi Agrari di Perugia, Terni, Spoleto, Rieti e Orvieto.
Era previsto il contributo degli enti locali e dello Stato, come dimostrano i verbali del Consiglio comunale di Stroncone:
1896: Il Consiglio Comunale di Stroncone, stabilisce il contributo al Comizio Agrario in £ 6,60;
1921: Nel Bilancio del Comune viene previsto l’aumento del sussidio alla Cattedra Ambulante di Agricoltura per un totale di £ 80,00;
1928: Al Consorzio Agrario Nazionale viene destinata la somma di £ 15,00.
L’inchiesta agraria venne approvata con la Legge 15 marzo 1877. La parte relativa all’Umbria fu affidata al marchese Francesco Nobili-Vitelleschi. La relazione finale fu redatta dal senatore Jacini, che credeva in un rinnovamento di tecniche e di conoscenze che passassero però per il mantenimento dell’assetto fondiario.
Per quanto riguarda il tema di cui stiamo trattando, le conclusioni misero in luce la necessità di superare metodi di coltivazione poco remunerativi a vantaggio di nuove tecniche di potatura, di innesto e concimazione. L’introduzione di nuove specie e varietà di piante che potessero accelerare la vita vegetativa oltre a presentarsi di dimensioni più modeste con meno rischi per la raccolta. Nelle filande, un’innovazione importante fu l’introduzione del vapore al posto del fuoco, che permise un maggiore controllo sulla temperatura, migliorando la qualità del prodotto.
La gelsibachicoltura terminò definitivamente alla metà del novecento. Intorno agli anni ’30, infatti, ci fu un crollo irreversibile di questa attività e conseguentemente anche delle filande.
DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI STRONCONE
Bibliografia
M.Vaquero Pineiro “Il baco da seta in Umbria (XVIII-XX sec.) In Economia e Storia collana diretta da G.Taranto- editoriale scientifico s.r.l. Napoli, 2010
M. Vaquero Pineiro ” Intraprendenti” serici e filandieri in Umbria ( XVIII-XX sec.) Univeristà degli Studi di Perugia
Non ricordiamo l’infanzia – la immaginiamo. La cerchiamo, invano, attraverso strati di polvere oscura e recuperiamo brandelli di ciò che pensiamo fosse. (Penelope Lively)
“Del mio luogo nativo poche cose ho da dire. Stroncone è un ameno paesello a 430 metri circa sul livello del mare e dista 9 chilometri dalla città di Terni. Esso diede i natali all’illustre signor direttore del nostro simpaticissimo giornalino: non ti pare sia già molto? Inoltre fu la culla del Beato Antonio Vici, il cui sacro ed incorrotto corpo si conserva alla venerazione dei fedeli nella Chiesadei Frati Minori, a poca distanza dal paese”.
(Bianca Coletti, dalle pagine del giornale: “L’Idioma Gentile” -1922)
Bianca, ha 10 anni e si avvia a diventare una donnina timorosa di Dio e fedele ai principi della morale del tempo. La sua è una famiglia benestante, la mamma Giulia Malvetani, appartiene ad una delle famiglie più in vista che annovera tra i suoi membri, ecclesiastici e rappresentanti politici. Le sue sorelle, Taide e Rosa, hanno sposato altrettanti esponenti della borghesia stronconese, impegnati politicamente e socialmente. Andare a trovare i nonni materni è, sempre, una festa. Il casolare è completato da stalla, cantina, granaio, molino dell’olio ed è sempre un viavai di persone che lavorano o che chiedono udienza per favori o elemosine. Nessuno viene mandato via e a tutti viene offerta ospitalità. La dispensa è colma ed abbondante di ogni “ben di Dio”, le succulente merende sono condite dai racconti della nonna sempre piacevoli da ascoltare.
Pur essendo una piccola realtà rurale, Stroncone non appare isolato dal mondo e malgrado la crisi derivata dalla guerra, cerca in tutti i modi di rialzarsi e dare dignità alla sua politica amministrativa. Si può leggere in questo contesto lo sforzo economico di consolidare e ampliare l’impianto di illuminazione: ” per dotare tutte le famiglie del beneficio della luce”, con un mutuo presso la Cassa di DD e PP, e l’attivazione, inoltre, dell’ufficio Poste e Telegrafo che venne inaugurato nel dicembre 1921, grazie anche all’interessamento di eminenti politici.
ESTATE
Agosto
E ‘ l’estate del 1922 . Bianca è felice e soddisfatta perché è stata promossa alla classe V. Ne è fiera e lo scrive sulle pagine del suo giornalino preferito, “L’Idioma Gentile” diretto dall’illustre concittadino Giacomo Giacomini. Dal suo” piccolo cantuccio solitario” guarda al suo futuro e legge con avida curiosità i racconti dei suoi coetanei. Ammette però, di sentirsi ” …confusa nel leggere le descrizioni di viaggi e di luoghi di villeggiatura, il mare sconfinato ed azzurro, le grandi città ricche di monumenti…” e si augura: “…con l’andar del tempo spero di vedere anch’io un po’ di mondo e di descriverti tante cose belle” La sua quotidianità si svolge in modo semplice con i suoi genitori e le sorelline minori: Luigina ed Albertina.
La mamma riceve regolarmente la rivista; l’abbonamento è annuale e costa 12 lire. E’ consapevole di come alcune letture possano aiutare a crescere secondo alcuni valori. L’educazione mira a formare uomini onesti e laboriosi, pietosi verso condizioni umane difficili, e, nello stesso tempo, vuole infondere fiducia verso l’ingegno. L’educazione che, sprona all’azione, rifuggendo ogni forma di svago insensato, passa anche attraverso le pagine dei grandi autori come De Amicis, Manzoni, Alfieri, Dante… Nel giornalino, molte sono le storie di povertà, di miseria che mirano ad esaltare la carità e la bontà di cuore; sono, inoltre, ricche di sentimenti forti come la fedeltà alla Patria, la fiducia, l’onore. Vogliono suscitare un senso di compassione e, anche, quando il protagonista è avaro ed arrogante, nella conclusione, egli si ravvede delle sue prepotenze e, in lui, prevalgono il senso di pietà e la consapevolezza dell’errore. Bianca, oltre ad amare queste storie, segue, con diligenza, anche i consigli per migliorare la grammatica e per scrivere bene, sta attenta a non usare “francesismi”, così come le viene raccomandato, a favore di un più corretto uso dei termini della lingua italiana.
“Fanciullo, ricordati di amar la tua lingua. Devi amarla perché è il vincolo più saldo della nostra unità di popolo, l’eco del nostro passato, la voce del nostro avvenire, verbo non solo, ma essenza dell’anima della patria”
E. De Amicis
Senza invidia, guarda gli scalmanati compagni arrampicarsi sugli alberi, correre e fare capriole, acchiappare lucertole e farfalle. Lei, è una donnina perbene e sa che certi giochi le sono preclusi e così continua a pettinare la sua bambola. Ha promesso alla mamma di aiutarla nelle faccende domestiche e di imparare a fare la pasta. Nella camera che divide con le sorelle, ci sono una scansìa per i libri, un tavolinetto, due sedie, un cassettone e un lavamano. Tutto è pulito ed ordinato; nella parete vicino ai letti è appesa l’immagine della Madonnina.
I pomeriggi trascorrono sereni all’ombra degli alberi del cortile e qualche passeggiata rompe la monotonia di quelle interminabili giornate. La meta preferita è il paese, dove abitano le zie e i cuginetti. Sulle vie si aprono le botteghe di fabbri e falegnami, il rumore dei loro attrezzi accompagna il lento trascorrere delle ore; i ciabattini quando è bel tempo, portano il loro banchetto sulla strada e chiacchierando accompagnano lo spago che cuce le tomaie. A sera, riempiranno le osterie, insieme ad operai e braccianti per concedersi una chiacchierata davanti a un bicchiere di vino. In via Contessa c’è la piccola, ma già famosa, officina Vittori e la zia Taide che racconta favole bellissime e offre gustose merende. Quei pomeriggi corrono veloci e prima del suono dell’Ave Maria si è già a casa. Nelle calde notti con le finestre aperte si può sentire la musica di stornelli e serenate. Mandolini, chitarre e violini sostano sotto alle finestre. Quando le note si fanno troppo stridenti o, per scherzo, escono a casaccio, delle belle annaffiature fanno scappare gli improvvisati musicisti.
E’ questa un’estate insolitamente calda anche in località estere, come testimonia un telegramma, giunto al Sindaco, Petrucci, del 10/07/1922. Disposizioni ministeriali raccomandano indicazioni sanitarie-profilassi infettiva verso gli animali in piena efficienza: disinfezione periodica a brevi intervalli acqua potabile zona protezione serbatoi percorso conduttura incaricando persone responsabili di ispezionare mulini, pastifici e depositi di cereali… Un avvertimento da non sottovalutare considerando che la principale attività economica della comunità proviene dall’allevamento e dall’ agricoltura.
Dalla finestra della sua casa, oltre il muro del cortile, Bianca, osserva la grande distesa dorata che, a breve, sarà teatro della più lunga fatica dei lavori agricoli, per le famiglie dei contadini: la mietitura. Adulti e bambini, per giorni con falci e forconi, dalle prime luci dell’alba, tagliano il grano; tutti sono impegnati: ognuno con un compito preciso. Solo le colazioni portate dal fattore interrompono il frenetico e sfiancante lavorio delle braccia; l’ombra di qualche albero aiuta a riprendersi dalla calura estiva. Il grano viene ammonticchiato lungo i solchi dove lucertole e serpi si rincorrono al canto incessante delle cicale. Sull’aia dei casolari avviene, poi, la trebbiatura. Zio Vitaliano, proprietario dell’Officina Vittori, con la sua trebbiatrice è presente in quella che è, in assoluto, la festa più importante dell’estate. Un grande banchetto, infatti, concluderà il grande lavoro nei campi. Tutti sono contenti per la sua riuscita; anche quest’anno si sono evitati incendi, purtroppo non così rari, e i temporali che avrebbero potuto rovinare l’intero raccolto. Non ci sono stati incidenti alle persone e dunque si può brindare e ballare fino a tarda sera, pregustando il meritato riposo.
Con trepida attesa e devozione, finalmente, il 21 , arriva la festa del Beato Antonio. Uno scampanìo festoso accompagna i paesani fin dal primo mattino insieme a scoppi di mortaretti. Messe e funzioni liturgiche si sono svolte, anche, nei giorni precedenti. La solenne processione con il simulacro del Beato è collocato su un altare provvisorio addobbato di velluti e frange preziose; un’interminabile folla di popolo è accompagnata dalla musica del Concerto Civico diretto dal Maestro Cerù. Sono presenti le Confraternite con i loro vessilli, le suore, i frati minori, il clero e rappresentanti dell’ Amministrazione Comunale. I canonici impartiscono benedizioni ai devoti inginocchiati. Il suono delle campane a distesa chiude le celebrazioni religiose. Nel pomeriggio è tutto un susseguirsi di giochi per la festa popolare. Corse di cavalli e biciclette, tiro alla fune e corsa dei sacchi. Ad un cenno del Maestro, la Banda, suona marce e pezzi d’opera. Al centro della piazza allieta gli uomini seduti ai tavolini del bar e le donne che elegantemente passeggiano; tutti, almeno oggi, sembrano dimenticare disgrazie e sfortune. C’è anche l’albero della cuccagna che fa divertire grandi e piccini
Nel 1923, sul Colle della Madonna si svolgerà il tiro a piattello con premi in denaro, così come autorizzerà il sottoprefetto alla richiesta del presidente della Soc. di Tiro a volo, Augusto Genuini. Tale Società si costituirà nel maggio 1923, per il tiro di addestramento per i cacciatori locali da svolgere in località Colle della Madonna, luogo piano e distante dall’abitato.
In piazza arrivano saltimbanchi e pagliacci e per pochi soldi mostrano la loro arte dentro abiti dai vivaci colori che sembrano fatti a posta per mascherare una vita fatta di miseria e solitudine. Forse la stessa cosa si può dire per gli ambulanti, strillano per attirare i clienti dietro i loro carrettini di dolciumi e di oggetti vari. A sera, uno spettacolo pirotecnico, illumina il cielo e congeda i “festaroli“.
AUTUNNO
Settembre
L’autunno porta con sé il raccolto di prodotti tipici di questo paesaggio collinare
La vite e l’olivo sono da sempre le colture più prelibate e vedono molte persone impegnate nei campi e nelle cantine che si alternano nei loro compiti. Le donne più esperte cucinano per i braccianti. I lavori cominciano molto prima delle raccolte vere e proprie; ci sono una serie di attrezzi ed utensili da sistemare: sacchi di iuta, ceste, scale, forbici…torchi, botti e tini. Inoltre, bisogna tagliare le erbacce e potare gli ulivi dai “succhioni”. La vite destinata alla vendemmia, è, spesso coltivata, ” abbracciata” all’olivo, e, dunque interi terreni, sono interessati dalle stesse opere. Per il trasporto dei prodotti vengono utilizzati carretti, muli e asini. L’uva da tavola, viene fatta appassire e conservata in dispensa per l’inverno, così come le olive che vengono messe ” alla gelata”. Dentro ceste con il sale, affinché perdano l’amaro, vengono esposte alla brina mattutina: serviranno per cucine gustose.
Il 20 settembre, l’Italia, commemora l’anniversario della presa di Porta Pia. In paese ci sarà festa e suonerà anche la Banda come prevede il regolamento del suo Statuto, tra i servizi obbligatori.
“ In questo giorno, cinquant’anni fa, si compiva il sogno di tutti i nostri Grandi, da Dante a Carducci, da Machiavelli a Mazzini. Roma era finalmente nostra; sul Campidoglio sventolava il tricolore” ( G. Giacomini, 1922)
Dalla montagna arrivano castagne, funghi e noci. Tutte prelibatezze delle quali far scorpacciate prima di aggiungerle alla dispensa. Le castagne, private dei ricci, saltano dentro la padella bucherellata, sul fuoco del camino per la gioia di tutti e rendono piacevoli i primi freddi.
OTTOBRE
E ‘ l’inizio di un nuovo Anno Scolastico
Emilia ha appena suonato la prima campanella. Bianca comincia la V classe elementare. Sua sorella Luigina e il suo cuginetto Costante frequentano la prima classe e a breve entreranno l’altra sorellina Albertina e la cuginetta Maria. Per Bianca essere la maggiore è segno di fierezza ed orgoglio. E’ diligente, studia ed è stata sempre promossa con bei voti. Pur essendo ancora una bambina, ha compreso bene quali sono i comportamenti da evitare. Il divertimento smodato ed eccessivo che impedisce l’intelligenza. Il lavoro e lo studio da prediligere come attività di persone operose che rispondono ai principi e ai valori indicati dalla religione, dalla morale e dalla Patria. Sono anni difficili, la guerra ha seminato miseria e povertà, ma fuggendo lo sconforto, esse vengono prese come obiettivo di una nuova rinascita, sono lo stimolo per migliorarsi e agire. Ecco allora che anche Robinson Crusoe, diventa il nuovo eroe da imitare
” Come il naufrago più fiacco e più pigro costrettovi dal pericolo che lo minaccia, nuota, si agita e fa per salvarsi, sforzi di cui si credeva assolutamente incapace, così l’uomo, sotto lo stimolo della miseria, aguzza l’ingegno e trae spesso vantaggi insperati dal suo lavoro”
I cari maestri, Guido Contessa, Ginevra Danielli e il Direttore Napolitano, li accolgono sulla porta, salutando cordialmente tutte le mamme presenti . Nelle cartelle hanno trovato posto pennini nuovi, libri e quaderni. Non tutti i bambini, però sono ben vestiti e accuditi. Ci sono alcuni con i vestitini rattoppati, spettinati e anche un po’ sudici; a scuola si imbrattano di inchiostro e non stanno mai fermi.
Le aule sono state imbiancate e disinfettate, i vetri puliti, anche se sono un po’ malconci, il pavimento è sconnesso e come ha già sollecitato al sindaco, il Direttore Napolitano, con una missiva del 31 agosto , andrebbe sistemato perché ” i bambini ci inciampano”.Servono, inoltre, 50 banchi perché la popolazione scolastica è in continuo aumento.
Fa ancora caldo ed Emilia ha provveduto a puntellare le finestre e a sistemare nelle aule un secchio d’acqua, asciugamani e strofinacci puliti e sbiancati. Essere la bidella di questa scuola è un lavoro oneroso e lo stipendio è misero; non basta a fronteggiare il rincaro continuo dei prezzi. Il Comune, dal quale dipende, le passa 2 indennità caroviveri ma, a causa della forte crisi economica anche l’Amministrazione deve fare dei tagli alla pianta organica così
con il Decreto 27 maggio 1923 n. 1177 verranno eliminati quei posti i cui titolari non prestano la loro opera per intero , tra cui il bidello. Emilia, dovrà, quindi, accontentarsi di un modesto aumento di stipendio. Il servizio della Bidella verrà compensato con la somma di £ 45 mensili compresi i periodi di vacanza”.
Alle pareti sono appesi, ben in vista, il ritratto del Re e il Crocifisso, come raccomandato dall’Amministrazione Provinciale Scolastica “Il toglierli è violazione di una precisa disposizione regolamentare e offende la religione dominante dello Stato e il principio unitario della Nazione simboleggiata ed espresso nella Persona Augusta del Sovrano” . I Sindaci devono vigilare affinché siano ben visibili nelle scuole.
Come è consuetudine, si svolge la Festa degli Alberi. Fin dal 1898, voluta dal Ministro della Pubblica Istruzione Baccelli, essa ha lo scopo di infondere nei giovani, l’amore per la natura e per la difesa degli alberi. Come dice il maestro,” le piante devono essere rispettate perché costituiscono una delle principali ricchezze del nostro paese, impediscono le inondazioni, favoriscono la formazione di ricche sorgenti d’acqua potabile, abbelliscono giardini e monti. I ragazzi che lanciano sassi contro gli alberi o ne incidono i tronchi o rompono e calpestano gli arbusti sono monelli degni di gran biasimo”. Alcune piante giovani vengono messe a dimora con l’aiuto dei ragazzi più grandi e tutti partecipano alla cerimonia.
Alla metà di ottobre una brutta infezione febbrile costringe, Bianca, a letto per ben 15 giorni. Durante la malattia, il dottor Faggioli la visita spesso, anche due volte al giorno; misura la febbre, prescrive medicine e si ferma a consolare le sorelline e la mamma preoccupate. Il papà, si reca in farmacia dove il dottor Vittori anche di notte è sempre a disposizione per preparare rimedi e unguenti. Non sono infrequenti, tra i bambini questi episodi, in particolare la difterite è quella che fa più paura e quando avviene tra gli scolari, il sindaco è costretto a chiudere la scuola.
L’11 Aprile del 1923” la Scuola di Finocchieto viene temporaneamente chiusa dall’Ufficiale Sanitario del Comune per casi di difterite.”
Novembre
Quante tristi ricorrenze e celebrazioni aprono questo mese grigio e nebbioso! Negli anni della guerra, Bianca è piccola e poco ricorda ma i discorsi degli adulti sono carichi di aneddoti e di misere storie. Parlano di addii strappati e soffocati nel pianto, dei lunghi periodi in attesa di una lettera, dei comizi nelle piazze, delle proteste, della rassegnazione e della fame… Il maestro racconta la gioia che accompagnò la fine del conflitto: campane che suonarono a gloria, la musica che girava per il paese e una folla grande che cantava l’Inno e gridava “Viva il Re, viva L’Italia!”
Per la commemorazione dei defunti, l’1 e 2 novembre, nelle strade che conducono al Camposanto è un andirivieni di donne, uomini e ragazzi che portano corone, fiori, piccole croci e lumi. Le voci sono sommesse anche nei saluti. Sono giornate, generalmente accompagnate da nebbia, “acquerugiola fine che bagna le ossa” e cielo nuvoloso. Le campane rintoccano in modo funebre per ricordare i morti che attendono lacrime e preghiere. Nei vialetti sassosi le siepi di bosso sono state potate e ovunque ci sono ghirlande, fiori e candele.
E’ un luogo diventato inadeguato per la popolazione e la Giunta Comunale ha approvato l’ampliamento già da tempo. I nuovi lavori, però non sono ancora iniziati e c’è necessità di riesumare alcune salme.
Il 4 novembre è la giornata dedicata ai Caduti. Tutti gli scolari partecipano alla Messa e al corteo che deporrà una corona d’alloro al Monumento della Piazza. Gli uomini portano coccarde e distintivi sulle loro giacche e la Banda intona l’Inno. Il Sindaco ancora una volta esalta l’eroismo dei morti ed ha parole di conforto per le famiglie rimaste sole. Il Tricolore sventola anche dalle finestre e accompagna la lunga processione lungo le vie del paese.
Gli anni appena trascorsi sono stati duri per tutti, anche per una famiglia agiata come quella dei Coletti. La guerra, pur lontana, ha fatto le sue vittime anche qui. Bianca ha visto coetanee accettare la morte di padri e fratelli con la rassegnazione e l’orgoglio di essersi immolati da eroi. I feriti ebbero una medaglia al valore. La sofferenza era amplificata dalle difficili condizioni economiche in cui versava l’intero paese. Disposizioni prefettizie si susseguivano senza sosta in base alle normative emanate dal governo centrale e riguardavano essenzialmente i rifornimenti di viveri. Era la fame a fare più paura. Nel 1918 carne, pasta, olio, grassi e zucchero…erano razionati …il pane immangiabile…mancava la legna. Per molto tempo le file davanti ai negozi furono interminabili ed estenuanti sotto la pioggia torrenziale o sotto il sole cocente.
Nel 1921, nell’elenco dei poveri del comune di Stroncone figuravano 318 famiglie per un totale di 1253 componenti. Notevoli difficoltà per stilare l’elenco dei poveri vennero affrontate dalle amministrazioni. Difficoltà che trovarono soluzione in un provvedimento emanato dalla Regia prefettura il 17/03/1922: “saranno iscritti nell’elenco dei poveri coloro che si trovano in stato di miserabilità o che pur essendo in grado di sopperire col complessivo reddito della famiglia agli ordinari bisogni della vita in condizioni di parità di tutti i componenti, non possano in caso di malattia sopportare la maggiore spesa per assistenza medica per acquistare medicinali”
Il ricordo degli anni di guerra e dei martiri che si sono immolati per la Patria è più vivo che mai. Bianca ricorda con quanta solennità si sia svolta, l’anno precedente, la cerimonia che ha portato all’altare della Patria la salma del milite ignoto. Tutti i Comuni Italiani accompagnarono il triste viaggio del soldato, secondo le disposizioni inviate ai prefetti dal documento del Comitato Esecutivo: Onoranze al milite ignoto.
“In tutti i Comuni d’Italia e in tutti i centri delle colonie e dell’Estero, dove battono cuori italiani nel 4 novembre deve svolgersi una solenne ed austera cerimonia in onore dei morti per la Patria”
A Stroncone fu esposta la Bandiera nazionale. Tutti i bambini delle scuole parteciparono ad un corteo insieme alle più alte cariche dell’Amministrazione e ai componenti del Concerto civico. Dopo un discorso tenuto da un apposito oratore, fu offerta una corona votiva al monumento ai caduti e dalle 11:00, per mezz’ora, suonarono ” a Gloria” tutte le campane.
All’indomani della fine della guerra, anche Stroncone rispose al monito: ” NON DIMENTICARE!” e così, il 12 settembre 1920, venne inaugurato il Monumento ai Caduti in piazza della Libertà. Esso riportava i nomi di 78 concittadini, il sindaco Francesco Malvetani, li vantò con queste parole:
“L’Italia nostra sorta per virtù di popolo dalle rovine degli scomparsi potentati, che l’avevano per lunghi secoli martoriata, ha dovuto percorrere, per raggiungere la meta sospirata dai mille patrioti immolatisi ad essa, una lunga via aspra di triboli di ogni fatta. Ma finalmente, superando le vicende ora tristi, ora liete, sempre sanguinose (…) oggi, nell’ultima titanica lotta ha visto coronate di vittorioso successo le lunghe aspirazioni grazie al valore dei suoi figli, che caddero per la sua grandezza e per la sua libertà.”
Per la Nazione l’onore riconosciuto ai morti andò oltre il semplice tributo.
Nel 1923, il Sottoprefetto invita i sindaci a vigilare sulla buona condotta delle vedove che godono della pensione di guerra, togliendola a coloro che tengono una condotta scandalosa e quindi indegne. Coloro dovranno essere segnalate agli Uffici Centrali e al Ministero delle Finanze.
INVERNO
Dopo la scuola, Bianca ripete la lezione alla mamma. Lei è lì, vicino alla finestra che dà sul cortile e l’ascolta ricamando. Le dita affusolate si muovono agili e leggere su stoffe di lino, cotone e seta per realizzare preziosi corredi. La pendola scandisce le ore di lunghi e interminabili pomeriggi invernali. Al suono dell’Ave Maria, una preghiera accompagna i riti della giornata che si va concludendo.
Dicembre
A volte è necessario recarsi a Terni per rifornirsi di qualche stoffa e di altri beni di consumo. Essendo la più grande, Bianca, ha il permesso di accompagnare la mamma. Si parte con carrozza e garzone.
In prossimità del Natale c’è un gran viavai di gente affaccendata tra le botteghe. Le vetrine sono addobbate con festoni e alimenti. Le pizzicherie appendono salumi e formaggi tra strisce colorate e, quelle dei dolciumi, tra fili d’oro e d’argento, appendono pupazzi e animali di zucchero e cioccolato. Quelle dei giocattoli sono le più belle: trenini, bambole, dai vestiti vivaci e veicoli di latta, soldatini di legno o cartapesta. Lungo le strade gli ambulanti mostrano i loro carretti con verdura, pesce, polli, canestri d’uova e le immancabili castagne. Passando davanti alle osterie si avverte un odore forte di sporco e di fumo misto a vino. Ai tavoli si gioca, si beve, si parla…
Andare a vedere il treno è un’esperienza inebriante per la giovane sognatrice. Alla stazione c’è confusione e molte persone; viaggiatori, fattorini, ferrovieri, chi si abbraccia e chi si saluta con le lacrime agli occhi; emigranti, facchini…un giornalaio strilla per attirare l’attenzione e ad un tratto viene interrotto dal fischio del treno che arriva con un gran rumore di ferraglia, si avvicina, fischia e poi si ferma. Gente si sporge dal finestrino, alcuni scendono, altri salgono…poi, così come era arrivata, tutta quella folla, al ripartire del treno, abbandona i binari; nella stazione piomba il silenzio e resta il vuoto.
Il giorno della Vigilia, un garzone porta un pino per fare l’albero di Natale. Tutte le sorelline sono eccitate, la mamma lo colloca in mezzo alla sala e si preparano gli addobbi: ovatta bianca per la neve, candeline e fili argentati. Il giorno di Natale si arricchirà di dolciumi e regalini. Bianca spera di ricevere un bel libro illustrato, mentre le sue sorelline una bambola, magari di quelle che chiudono gli occhi e muovono la testa. Ai suoi piedi un piccolo presepe con statuine di cartapesta ricorda la Natività, poggia su un piccolo tappeto di muschio raccolto nel fosso vicino casa. Con quanta devozione le bimbe collocano il bambinello e recitano preghiere! Per il pranzo sono invitati i parenti e si cucina dal giorno precedente: tovaglie ricamate e servizio buono. I piatti sono gustosi: antipasti con uova, olive e altre verdure conservate, brodo di gallina e arrosto di agnello, uva passa e dolci concludono il lauto pranzo. Nel camino arde ancora il ceppo messo la sera prima come vuole tradizione, perché arda nella notte Santa . Durante il pomeriggio, la casa si riempie di vicini che vengono a fare gli auguri e portano biscotti o uova fresche, lo stesso fa Giulia, con un’attenzione particolare alle persone povere che non hanno il coraggio di elemosinare ma soffrono in silenzio dentro mura grigie e annerite dal fumo dei camini. Lo ha imparato dalla sua nonna paterna, Annetta:
” a quelli poveri che passano,” diceva ” dategli un pezzo di pane, che non si nega a nessuno e mandateli via, ma la carità vera è quella che si fa ai poveri vergognosi; lei intendeva tante famiglie che non chiedono la carità e languono nella miseria” ( dal Diario di Taide Malvetani 1901)
Quest’anno, forse sarà un Natale meno tribolato perché
con un telegramma del 23/11/1922, Il prefetto, notifica che, in occasione delle Feste Natalizie, il Commissario generale di approvvigionamento, ha autorizzato la vendita di acrni e dolci durante le feste natalizie.
Febbraio
Prima della Quaresima, arriva il periodo più scherzoso e divertente dell’anno: il Carnevale. Un divertimento che coinvolge adulti e bambini. Per le strade e per le vie, si possono incontrare, folle chiassose in maschera con vestiti vecchi e fogge di ogni colore. Per i giovanotti e le ragazze, si tratta di un’occasione per conoscersi e frequentarsi; si mangiano ciambelle e si beve vino; le sale sono illuminate da lampade all’acetilene o dalla luce elettrica. Le feste avvengono in casa, tra vicini e conoscenti, oppure in locali pubblici. Tuttavia, anche tale periodo è rigidamente disciplinato da norme e provvedimenti.
“E’ vietato l’uso delle maschere durante il Carnevale nei luoghi pubblici e aperti al pubblico. I percorsi mascherati tradizionali possono svolgersi con le modalità che consentono l’ordine pubblico.I contravventori saranno passibili di arresto”.
Contessa Dante e Ferracci Luigi chiedono l’autorizzazione al sottoprefetto per tenere feste da ballo pubbliche in occasione del Carnevale. In locale privato in via del carcere per 3 volte alla settimana e chiedono di autorizzare Danielli Odoardo già munito di licenza a vendere vino e liquori per tutta la durata della festa.
Natale Marini chiede il permesso di tenere feste da ballo private nella sua casa dove attualmente vende il vino dei propri fondi. Dette feste sono private e senza scopo di lucro ed avranno luogo dopo l’orario di chiusura e a porte chiuse non potendo intervenire che le sole persone invitate.
PRIMAVERA
Con i primi tiepidi soli, spariscono mantelli e abiti pesanti, su peschi e mandorli sbocciano i primi fiori è il periodo delle scampagnate e delle merende fuori. A volte, Giulia e le sue figlie raggiungono la Cappellina di Santa Maria situata lungo il sentiero francescano. E’ un luogo suggestivo perché secondo una tradizione popolare, la Madonna, avrebbe parlato ad una pastorella .
“Un giorno, una piccola pastorella ebbe la grazia di sentire la voce della Madonna che le ordinava di andare dal parroco del paese per essere rimossa da quel sito per essere collocata in uno più decente…era il 1738“
La strada è faticosa e sassosa, davanti solo montagne, Macchialunga è la più alta e sulla sua cima arrotondata, d’inverno si può ammirare la neve. Bianca è felice per questa camminata e, fedele agli insegnamenti ricevuti, non vuole perdersi nulla di quanto le avviene intorno; nella sua mente ricorda le parole del maestro:
” Non bisogna andar per la strada con il naso sempre all’aria inseguendo angeli e rondoni”, come dice il Carducci, ma osservare con cura tutto ciò che ci circonda.
Sulle ripe che fiancheggiano il cammino, capre barbute si arrampicano tra arbusti di mirto e mortella, il loro profumo, unito a quello della ginestra, impregna l’aria e i polmoni quando i lunghi respiri accompagnano le soste. Lungo il sentiero la natura esplode in tutta la sua bellezza, cespugli di rosa canina, margherite, mammole e ciclamini, è un tripudio di colori. Lungo la via non è difficile incontrare piccole carovane di gente con, a seguito, asini carichi di provviste. Si tratta per lo più di pastori che si avviano a trasferire le greggi ai pascoli più alti o braccianti impegnati nelle coltivazioni del grano di montagna. Tutti si fermano anche se per un veloce segno della croce. Quante volte è stato rifugio per improvvisi acquazzoni! Il pavimento è fatto di grosse pietre dove cresce anche l’erba ai muri sono appese devozioni per richieste di grazia e voti.
La Cappella di Santa Maria, oggi
Marzo-Aprile:
Il 10 marzo, un telegramma del Prefetto, stabilisce la chiusura di scuole ed uffici, in occasione del cinquantenario della morte di Mazzini, “In segno di onoranza al grande Italiano,” la bandiera dovrà essere esposta a mezz’asta .
Nei giorni successivi, un gran fermento agita l’intero paese. Tutta la comunità è impegnata ad organizzare la “Festa della consegna delle Bandiere alle scuole”. I sarti e, perfino, le suore sono impegnate nella confezione, gli artigiani lavorano per realizzare le aste e gli esercenti sono impegnati nella preparazione del banchetto da offrire al Prefetto che sarà presente.
Nella seduta Consiliare del 10 luglio 1923 vengono deliberate le seguenti spese impreviste:
Per la confezione delle BandiereSuore Francescane: Confezione bandiere tricolori; Ferracci Pietro: spese diverse per confezione di bandiere tricolori in occasione della venuta del R. Prefetto; Danielli Odoardo: fornitura di stoffe per le bandiere; Pietro Martoni: fattura di n. 41 aste per bandiere; Danielli Giuseppe: Fattura di lance per bandiere; Castelli Luigi: imbottitura aste per bandiere. Per il ricevimento del Prefetto, così come si conviene:Salvati Adolfo: vitto somministrato agli “chauffeurs” e per il vino somministrato al Concerto; Leonardi Francesca: fornitura di liquori e paste; Danielli Cesarina: cottura polli per il banchetto; La musica non deve mancare e la Banda civica accompagna sempre le celebrazioni nazionali:Marino Giacomini: spese per il trasporto del palco per il concerto; Serangeli Salvatore: illuminazione al palco del concerto. Altre spese sono per migliorare l’aspetto del paese:Ditta Blasi: verniciatura dello stemma comunale; Gasbarri Generoso:9 giornate per pulizia straordinaria del paese; Giuseppina : pulizia straordinaria degli uffici comunali
La consegna delle bandiere alle scuole, si inserisce nei provvedimenti legislativi presi dal Ministero della Pubblica Istruzione, nel 1923. Fu il sottosegretario Lupi che introdusse l’omaggio degli alunni al Tricolore. Il 31 gennaio 1923 venne decretato che “ogni sabato, alla fine delle lezioni, gli scolari debbono rendere omaggio al Tricolore con il saluto romano e cantando coralmente gli inni patriottici” (cit.Giorgio Vecchio). Quindi ogni scuola doveva possedere e custodire con cura una bandiera. Un nuovo decreto, a settembre, ne stabilì le dimensioni, “l’obbligatorietà e i modi della sua esposizione da parte degli uffici pubblici di province e comuni” ( cit. Giorgio Vecchio).
Ad aprile, in occasione del Natale di Roma:
” Il Consiglio dei Ministri, dispone che sia festa Nazionale del lavoro, saranno passati in rassegna i reparti di Milizia Nazionale volontaria per la sicurezza nazionale. Sarà giorno festivo per scuole e uffici pubblici”
Maggio
Maggio, il “glorioso” Maggio, è un susseguirsi di ricorrenze sull’ Unità d’Italia. Cerimonie, discorsi e letture, a scuola e in paese sono tutte improntate a ricordare le gesta e gli eroi che hanno reso grande l’Italia.
Ancora vivo è il ricordo di Garibaldi, di cui si ricorda la morte avvenuta il 2 giugno. Anche le pagine dell’Idioma Gentile ne riassumono la vita e le gesta perché:
” …ricordare i propri grandi morti è dovere e bisogno dell’animo; ma anche e soprattutto perché ci sorride la speranza che dall’esempio dell’Eroe i giovani traggano ispirazione ed entusiasmo per fare cose nobili e grandi”. E ancora,
” La storia non vide mai più leonino coraggio, più disprezzo della vita, più amore per la libertà e per la Patria. Onore ai Prodi!”
Il 24 maggio per la ricorrenza del passaggio sul Piave delle truppe italiane, si legge il discorso del Re:
” Soldati di terra e di mare! L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata…a voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri, che la natura pose a confini della Patria nostra…”
AGOSTO 1923…UN ANNO DOPO
Bianca è felice, è stata promossa a pieni voti alla classe VI
Nel 1922, viene istituzione la classe VI, anche a Stroncone, richiesta per ampliare il corso scolastico .
” Reclamata dall’intera popolazione e necessaria per l’aumentato incremento dell’Istruzione”. Il M.P.I. si espresse con parere favorevole a patto che l’Amministrazione, in sede di Consiglio, avesse deliberato di sostenerne le spese relative a stipendi e liquidazioni.
EPILOGO
Non so se tu abbia mai realizzato il sogno di viaggiare e di vedere il mondo… so con certezza, però che gli insegnamenti ricevuti hanno fatto di te una persona seria, dalla morale rigorosa e devota ai principi religiosi.
Sicuramente la responsabilità di essere un esempio per le tue sorelle ti ha sempre contraddistinta. Il tuo aspetto austero, il tuo sorridere pacato anche di fronte all’evento divertente, contrastava con l’ilarità e la risata argentina di Luigina che emanava simpatia al solo guardarla per la sua gestualità e la sua voce squillante.
Ricordo la tua stanza da lavoro: il pavimento lucido, quasi uno specchio, la penombra creata da tende chiare e profumate; i giornali ben riposti e il cestino da lavoro come non fosse, mai, stato toccato, le poltrone rosse con i merletti appoggiati sulle spalliere e il tuo libro delle preghiere.
La villetta, con il pozzo, le panchine e i gerani fioriti, spiccava per grazia tra i palazzi moderni appena costruiti e spuntati col boom degli anni ’70. Tu, incurante di tali modernità, te ne stavi a coltivare il tuo giardino tra tigli profumati ed erba tagliata. Ai miei occhi di bambina, incutevi un po’ di timore per la severità del tuo sguardo ed ora mi piacerebbe pensare che da lassù, mi guardi, con benevolenza…
… Ciao, cara zia Bianca.
DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO ARCHIVIO COMUNALE DEL COMUNE DI STRONCONE
Brani tratti da “L’idioma gentile ” annate 1922-1923
Pensandoci bene, apparteniamo anche noi alla medesima storia, che continua attraverso i secoli! Non hanno dunque una fine i grandi racconti?”. “No, non terminano mai i racconti”, disse Frodo. “Sono i personaggi che vengono e se ne vanno, quando è terminata la loro parte. La nostra finirà più tardi… o fra breve”. J.R.R. TOLKIEN da “Il Signore degli Anelli”
Durante la stesura della mia tesi di laurea, un progetto mi continuava a frullare nella mente. Più rileggevo quei testamenti delle donne, dettati in una lontana epoca medievale, e più desideravo approfondire e scovare quei legami che si andavano intrecciando tra le famiglie, in una fitta trama di relazioni sociali, tra affari e parentele o solo per comunione di ideali.
Immaginavo, in quella piccola realtà rurale, il possidente, il contadino, l’uomo o la donna di buona famiglia e il povero bisognoso, percorrere vie e vicoli che, io stessa, sebbene in epoca ben più moderna, ho calpestato; entrare nelle stesse chiese e assistere alle medesime celebrazioni.
Marutia, ser Arcangelo, domino Francesco, domina Paola, Vannella e Clarella... nomi, persone che hanno vissuto il loro tempo, rispecchiando gli avvenimenti della Grande Storia. Sullo sfondo delle loro vite sono passati gli eventi che hanno modificato la società del tempo: la crisi economica, la peste, il grande scisma, le crociate; ” l’invenzione” del Purgatorio che ha legato, quasi indissolubilmente, la necessità di non morire intestati, per superare la paura della morte; il movimento francescano con le sue iniziative a favore dei poveri e bisognosi. Poi, il ruolo della donna che la cultura descrive come soggetto passivo delle decisioni dell’uomo: padre, marito e fratello. Un’immagine che sinceramente è ben diversa da quella che appare dai testamenti presi in esame.
Approfondire tutto questo, è diventato un toccare con mano la “storia vera” mediante la consultazione di documenti e atti conservati negli archivi o attraverso gli scritti di chi ha approfondito tali vicende .
UNO SGUARDO AL PERIODO STORICO CONSIDERATO
Oggetto di studio è, dunque, la comunità di Stroncone, un ” piccolo borgo circondato da mura”, come lo descrive il Contessa, nel suo “Memoriale”…
Inserito nello Stato Pontificio e sicuro della sua fede Guelfa, gode, da sempre, della benevolenza di papi e cardinali che non disdegnano la loro permanenza tra queste “fertili colline,” soprattutto nel periodo estivo, con benevolenza della popolazione. Concedono sovente anche indulgenze per le chiese del castello, come quella di Papa Nicolò IV, nel 1291, per la Chiesa di Santa Maria, futuro convento di San Francesco.
Nel 1378, Gregorio XI, ribadisce che il Municipio di Stroncone e i suoi abitanti sono da considerarsi “immediatamente sogetti alla Chiesa Romana”. D’altra parte alcuni coraggiosi stronconesi avevano anche, cacciato Tomacelli e distrutto la loro stessa Rocca, per riaffermare la sudditanza alla Chiesa romana.
Proprio la Religione è il palco sul quale si muovono scelte e decisioni politiche e personali. Sono i secoli in cui si è ormai affermato il movimento francescano che, a Stroncone, ha trovato un ricco terreno su cui svilupparsi. Tradizione vuole che, San Francesco abbia visitato questi luoghi, nel suo cammino verso Narni e si sia fermato a pregare davanti all’immagine della Madonna, nello stesso luogo che, oggi, occupa il Convento.
La devozione, la preghiera e le opere caritatevoli, accompagnano l’uomo e la donna che vivono questo momento storico fortemente dominato dalla paura della morte e del giudizio divino.
La Peste nera
Il grande flagello di questi secoli, ha colpito anche qui, come testimonia la vicenda personale del notaio Ser Battista Cole, quando, nel 1478, scrive della sua toccante vicenda: perde la moglie e il figlio nato prematuro, colpiti, appunto, dalla peste. Il pover’ uomo, inoltre, deve assistere impotente, alla morte dei figli Lattanzio e Ludovico e della cara nipote Brigida. La frase conclusiva: “Ignoro che cosa Dio riservi a me e a mia sorella Francesca”, trasforma una grande tristezza in rassegnazione e fiducia nella volontà e nella misericordia di Dio; tutto ciò in perfetta sintonia con il sentimento religioso del tempo.
Altro documento che conferma la presenza della nefasta malattia è riportato anche da Angeletti quando dichiara che la Chiesa di San Rocco, fu edificata, probabilmente dalla Comunità, intorno al 1450, in “rendimento di grazia per la preservazione dalla peste”. Sempre Angeletti, riporta un certo Pellegrino di Giovanni Angeluzzi, che, malato di peste, dispone 19 carlini per chi vorrà andare, “pro suo viatico” , in pellegrinaggio alla Madonna di Loreto.
Nel Convento di San Francesco, inoltre, tra il 1450 e il 1460, venne fatta erigere la Cappella di San Sebastiano perché cessasse la peste nel castello. La devozione per questo Santo si può ricavare anche dal testamento di Eugenia uxor Santo Franceschelli, del 1492, la quale dispone che i suoi eredi paghino 10 bolognini che, lei stessa, si era impegnata a versare per una figura di San Sebastiano, nella chiesa di San Francesco.
Il Purgatorio
La morte arrivava all’improvviso; a volte favorita, anche, dalle scarse conoscenze in ambito medico. L’alta mortalità è un dato comprovato
Margherita Chiarecte, testa una prima volta nel 1476, come “uxor”, alcuni anni dopo, in un nuovo testamento risulta vedova; Andrea Freze, testimone in vari testamenti e citato come erede in quello di sua madre, nel 1470, lo sappiamo morto otto anni dopo; Francesca Laurentii, testatrice nel 1479, risulta morta nel 1486, nel testamento di sua sorella Margherita vedova Chiarecte; stessa sorte per Clarella Polloni.
Le guerre, le carestie e la povertà, spesso facilitavano l’approssimarsi del triste evento. L’unica speranza era nella redenzione e nella fiducia di un Purgatorio che evitava la dannazione eterna nel fuoco dell’inferno. La creazione di questa sorta di Terra di mezzo, fu un bel guadagno per la Chiesa sia per il clero secolare che per i frati.
Uno strumento quasi obbligatorio per il credente era il testamento. Chi moriva intestato, non poteva essere sepolto in chiesa o nel cimitero e affrontava la scomunica.
Molte testatrici, come Clarella, Vannella, Margherita...hanno conosciuto il dramma di sopravvivere a una parte della prole. Un grande dolore che poteva essere lenito, solo, dalla speranza che Messe, pellegrinaggi e preghiere, potessero permettere all’anima del proprio caro, di giungere presto in Paradiso.
Nelle formule di rito, il testatore, per prima cosa, si preoccupava di restituire il maltolto ( male ablatis) e di rimediare ai torti fatti in vita lasciando una somma in denaro per le elemosine.
Spontanea, figlia di Antonio Andriocchi lascia “pro incertis et male ablatis solidos XX”; Margherita figlia diGiovanni Magliavacca di Monteleone lascia “pro incertis et male ablatis solidos V” e così si potrebbe andare avanti per tutti i testamenti, non solo della piccola comunità stronconese.
La cura della propria anima passava anche attraverso le messe di intercessione: secondo i riti: di San Gregorio, dell’Arcangelo Gabriele e di quelle che si ripetevano durante l’anno: la settima la trentesima e annuale.
La cerimonia funebre
Quando la morte arrivava, chierici e presbiteri si preparavano alla veglia; ad ognuno veniva offerta una piccola somma in denaro. Il corpo veniva, poi, accompagnato nella chiesa destinata alla sepoltura. Per l’intera durata del rito, ardevano ceri e candele.
Sant’Angelo era quella più indicata, la più antica. Seguiva, poi, quella di San Nicolò, mentre San Francesco era destinata alle “pinzoche”.
Marta Cole Ianni lascia 10 ducati”pro missale seu calice, seu planeta”
C’è traccia, anche, della testatrice, Vannella, che vuole essere sepolta, invece, a San Benedetto e perciò, lascia 1 fiorino, un quarto di sale, 2 tovaglie di seta e una ricamata e 2 pezzi di panno di canapa di 20 braccia .
Alcune testatrici dispongono le celebrazioni per la propria anima anche per diversi anni dopo la propria morte:
Vannella, dispone che ogni anno, nella festa di San Nicolò, sia offerta una libra di candele per 10 anni dopo la sua morte e la stessa cosa sia fatta a San Francesco, per la festa di Santa Maria nel mese di agosto. Giovannetta, lascia alle suore di Terni, ogni anno per la festa di tutti i Santi, un mesale di grano.
LE FAMIGLIE NOBILI: IL LORO INTERVENTO PER LA CHIESA
In ogni grande o piccola città, alcuni “Signori”, importanti per casata, professione o ricchezza , hanno occupato cariche e indirizzato la politica sociale e ideologica di quel luogo.
Giorgio Petrollini, ministro della confraternita del Terz’ordine; Giovanni Leterutii, probabilmente della famiglia di Francesca Leterutii,è procuratore della chiesa di San Nicolò; l’abate di San Benedetto,Nicolò Odutii, è il fratello di Angelutia
Appartengono al Terz’ordine come Lucia Bartolomei Simelli, probabilmente nipote di Constantia che elargisce molti beni alle chiese e all’ospedale. Lucia èuna delle donne che il 13 dicembre 1498, si registrarono come appartenenti alla Confraternita. La cerimonia si svolse a San Francesco alla presenza del notaio Battista Cole e al Ministro Giorgio Petrollini.
Concludono affari con l’abbazia di San Benedetto in Fundis, come le famiglie Mactielli, Tocchi, Cole Ianni, Poli, Vici… Sono spesso presenti come testimoni di atti notarili. Contribuiscono a costruire e abbellire chiese con le loro donazioni e lasciti testamentari. Dimostrano la loro generosità verso i poveri e partecipano al sostentamento di conventi e ospedali. Come scrive il Contessa, “portano somma riverenza alla Chiesa et alle cose sacre, il che mostra nell’ornamento di chiese et alla divotione de’ Sacramenti”.
La devozione si esercitava all’interno delle chiese e la partecipazione richiedeva la presenza dei fedeli ed era accompagnata da gesti e preghiere, per questo motivo si svolgevano processioni e pellegrinaggi.
I FRANCESCANI
La forte spiritualità che sembra caratterizzare questi luoghi, probabilmente, sarà derivata anche dalla presenza dei francescani, ai quali la popolazione, tutta, sembrava molto legata a giudicare dai documenti che ne attestano la presenza e l’influenza nelle decisioni persino nel governo della città. Come già scritto, in un precedente articolo, infatti, la stessa creazione dei “Monti di credito”: quello di pietà e quello frumentario, si deve all’opera di predicatori itineranti, così come la vigile attenzione alla correttezza dei costumi, soprattutto delle giovani donne.
“Il luogo di Stroncone ebbe sempre Frati devoti i quali formavano il popolo assiduamente con l’esempio e con la parola”
Canonici
Il Convento, dapprima un povero e semplice ricovero per eremiti, con il tempo si trasformò in un vero e proprio centro spirituale dove accorrevano, oltre ai religiosi, anche gli artisti, per affrescare cappelle e dipingere le immagini sacre. Confraternite e Compagnie avevano qui i loro altari e contribuivano con le loro offerte e cerimonie, alla sussistenza dei frati.
Certamente, una grande influenza fu esercitata dalla famiglia dei Vici, che annoverò tra i suoi membri, beati e religiosi. Tale famiglia era nobile e imparentata con altre dello stesso rango, così è facile supporre che quando Giovanni Vici, diventò superiore del locale convento, tutta la popolazione condivise l’orgoglio per questo importante incarico occupato da un loro concittadino. Questo fu solo l’inizio: sulla fine del trecento, da Ludovico Vici e Isabella Martini, sarebbe nato il futuro Beato Antonio, venerato ancora oggi come patrono della città. Appena dodicenne volle far parte della comunità religiosa, sulle orme dello zio Giovanni nella stretta osservanza della Regola di san Francesco.
Tutte le famiglie patrizie, così come i Vici, scrive il Contessa, “portano somma riverenza alla Chiesa et alle cose sacre, il che mostra l’ornamento di chiese et alla divotione de’ Sacramenti”, e non si macchiarono mai di eresia.
Molti si adoprarono per la “fabricha” delle chiese del castello contribuendo non solo in paramenti sacri o oggetti propri delle celebrazioni ma anche per abbellimenti vari al loro interno. Una pratica, questa, che “assicurava lamemoria nell’ambito della Comunità”.
Cicchola lascia 10 libre di denari cortonesi per un’immagine della Madonna da farsi nella chiesa di san Nicolò; Agnese dispone un lascito per l’auditorio della chiesa di Sant’Angelo; Clarella lascia un fiorino per il tetto di San Nicolò…
Ai Conventi, sia di Stroncone che del circondario, venivano elargiti lasciti in beni naturali per la sussistenza dei frati, oltre a quelli per paramenti sacri o abiti.
Ceccha lascia una tunica per ogni frate; Cicchola lascia a San Francesco di Greccio un mediale d’olioda distribuirsi in 6 anni dopo la sua morte; Paola,lascia a S.Simone 2 ducati per una pianeta e una culcitram diseta; Vannella,di Iannicellus, lascia un mediale d’olio a San Francesco di Greccio, di Fontecolombo, di Piediluco e al Loco Francescano di Monteluco di Spoleto.
LA POVERTA’ E LA CARITA’
Il terz’ordine della Penitenza di origine francescana, coinvolgeva i laici che volevano vivere secondo il messaggio del Vangelo sulle orme di San Francesco. La frequenza alla messa, ai sacramenti e una vita ritirata e modesta si sposarono, presto, con la cura per il prossimo e per il bisognoso.
I poveri non erano tutti uguali, così come la povertà e lo stato di indigenza in cui si trovavano a vivere. C’era il miserabile, il derelitto che viveva di elemosina e non aveva un ricovero . C’era poi, chi, a causa di motivazioni più varie, anche all’interno della propria casata, poteva cadere improvvisamente in miseria. Lavoratori che, per motivi più vari, si trovavano nell’impossibilità di esercitare la professione. Una brutta stagione, una malattia, un’infermità che impedivano il lavoro stagionale o giornaliero. Questi anni furono caratterizzati da una instabilità nello smercio dei prodotti. La grande epidemia della peste si unì ad una carestia dovuta a insufficienti raccolti, questo determinò una crisi economica molto forte che, pur coinvolgendo maggiormente, le città, passò non senza conseguenze anche nei piccoli centri.
Margherita uxor Mactei Antoni, stabilisce che i suoi eredi possano vendere e alienare i suoi beni in caso di necessità; Marutia, lascia ai suoi nipoti, tutti i beni mobili della sua casa a patto che non li vendano senza il consenso della loro madre;
Anche la carità, dunque assumeva diverse forme: dal pane e panni distribuiti per i poveri del Castello: ” nutrire i poveri, significava nutrire con preghiere l’anima del donatore”, ai beni particolari, destinati a persone specifiche, non sempre individuabili nell’ambito della stessa cerchia familiare.
Le figlie di Bartolomeo Chinalli, compaiono in vari testamenti come destinatarie di modesti legati, accompagnate dalla citazione “pro amore Dei”.
I BENI DELLA DONNA
La dote
In caso di crisi economica, il soggetto più fragile era la fanciulla in età da marito. D’altra parte anche il Monte Frumentario aveva tra gli scopi quello di costituire, ogni anno, la dote per una fanciulla del castello. La moralizzazione dei costumi, ribadita anche nelle predicazioni itineranti dei francescani, era quella di evitare il concubinaggio e di favorire il matrimonio. Certamente la dote diventava un elemento indispensabile che doveva essere congrua al patrimonio familiare e allo stato sociale, quindi una delle preoccupazioni era di fornirne una dignitosa.
Antonella, uxor olim Pietro Caterine, dona alla figlia già sposata 10 ducati come supplemento alla dote, perché sia ben accetta nella casa del marito; Fiorella, moglie di Giovanni Cole Fiorelle, lascia alle figlie come supplemento della loro dote, un terreno; Iacobutia, lascia 100 denari cortonesi per aumento della dote di sua figlia, Antonella, lascia a Lucia sua nipote, per ora non sposata, mezzo ducato.
Laddove, la famiglia non riusciva a costituirne una, spesso, entrava il contributo di altre famiglie benestanti che attraverso lasciti e donazioni provvedevano con corredo o somme in denaro.
Luciadestina parte della sua dote alle persone povere; Angelutia, lascia la sua dote a Francesca, figlia di Nicola
Sovente erano le nonne a provvedere alle nipoti.
Ritella, lascia 5 fiorini per un letto; Antonella lascia mezzo ducato; Vannella pro dotibus200 denari eLucia 50 denari.
La dote era costituita da terreni, case, il letto, la cassa, la coltre cum penna, le lenzuola…poi ducati e fiorini, terreni.
Paula figlia di Pietro di Giovanni Palutii, in dote ebbe: 18 fiorini un letto, “unam culcitram cum penna et unum capitale”; Diuccia, 10 fiorini d’oro; Lucia, un terreno.
Antonellauxor olimGiovanni Macti dispone che le figlie potranno restare nella casa paterna, se non dovessero sposarsi, a condizione che rinuncino alla propria dote; Vannella stabilisce che se la figlia Paradisa,in caso di vedovanza, potrà rientrare nella sua casa e stare con gli eredi, fino a che sarà sufficiente la sua dote; Iacobutia, dispone che se sua figlia dovesse rimanere senza figli, potrà disporre liberamente della sua dote.
Francesca di Pietro Butii, dichiara di dover ricevere dagli eredi del marito, 3 fiorini e 50 orci d’olio, è presumibile pensare che anche questi, rientrino nella “concessione dotalizia” in quanto, alla vedova veniva restituito il patrimonio personale portato col matrimonio. Margherita uxor Colecte , riceve da suo suocero, 10 fiorini della sua dote.
Spesso, al momento della dettatura del testamento, la donna ne è rientrata in possesso e allora può scegliere di donarla alla propria discendenza o di restituirla alla casa paterna. Non c’era una regola ben definita ma, certamente, se la donna “restituiva la dote”, significava che continuava ad appartenere alla casata d’origine, piuttosto che alla “famiglia coniugale”.
Marutia Lugnini e Lucia Sanctis, lasciano l’eredità universale ai propri fratelli.
Francesca, lascia l’usufrutto della dote al marito e poi ai suoi figli e così fanno Macteutia e Berardina. Margherita, lascia a sua figlia 10 ducati e una cassa con tutto ciò che vi è contenuto ad eccezione di tovaglioli e oggetti d’argento che appartengono alla casa di suo marito e che lei concede al figlio Sante.
Il Patrimonio personale
La vita economica del Castello, si svolgeva all’esterno delle mura, nelle vallate e nelle colline intorno, dove abbondavano coltivazioni di ogni sorta. Le donne possedevano un patrimonio personale composto da beni mobili e immobili, come case, terreni coltivati a grano, vigneti e oliveti. Essi derivavano da donazioni e lasciti familiari. Non di rado, ciò derivava da altre donne, appartenenti ad una cerchia di conoscenze o dalla famiglia acquisita: nuore, suocere, cognate, elargivano al pari di madri, nonne e sorelle.
Andriole filia Andree Martoni lascia a Maria uxori magistri Petri, un pezzo di terra, e così a Iacobutia uxor olim Petri Iohannis Antonii; a Marta Cole Iannis,un “plancatum”, un catino di rame, una catena di ferro, unum coctorum; Spontanea, uxor Bruni Petri, lascia un terreno aLodovice figlia di Piero Vitalis; Vannella, uxor Angelis, lascia una cassa di noce, Biannecta uxor olim ser Simeonis Antoniutii, lascia a Margherita de dicto loco “unum petiolum terre positum in vocabulo Delle Piane”; Margherita, stabilisce che sua cognata potrà avere in usufrutto, un terreno dopo la sua morte.
Altra mobilia presente: asce, coltelli, mattere, callara di rame, soppedanum, sedie, olla di metallo…
Tra gli attrezzi da lavoro, compare anche il telaio. Un frammento di statuto conservato nell’Archivio Notarile del Comune di Stroncone, afferma che esistevano donne che svolgevano l’attività di tessitrici. In effetti la maggior parte delle donne, aveva un sostanzioso corredo in stoffe di lino, seta e lana. I “panni” venivano conservati in una “cassa“. I loro abiti erano: tuniche colorate, verdi, celesti, nere; mantelli; scialli; gonnelle; camicie. Per ornarsi avevano cinture e pettini che potevano essere anche d’argento; reticelle anche di seta, rosse, nere e viola . Della tunica, in particolare, si può addirittura desumerne il valore: si andava da mezzo ducato a tre ducati, ed era donata anche se consumata o logora. Poteva essere data alla chiesa per fare paramenti ad altari o alle ragazze per il giorno delle nozze.
Margherita, lascia una sua veste celeste per i paramenti dell’altare; Agnese dona a sua nipote 3 ducati peruna tunica, per quando si sposerà; Matalona, dona a Margherita una tunica celeste per le sue nozze e se dovesse morire senza figli, tale tunica dovrà andare ad un’altra fanciulla povera del castello.
I teli venivano misurati in braccia e canne. La tunica che Matalona lascia a Margherita ha il valore di 6 braccia e un’estensione pari a 20 canne. Il valore è, inoltre, confermato da Francesca, che ha dato in pegno a Bernardino Nicolangeliuna tovaglia di 11 braccia doppia. Erano presenti, poi, Coperte doppie, lavorate, ricamate, di lino, di lana, cum piumacio, coltri e lenzuola.
Maggiormente preziose appaiono le stoffe destinate alla tavola e ai paramenti sacri donati alle chiese: Tovaglioli ramati, tovaglie grandi di seta rossa, panni di lino e pannicelli di cotone.
A San Benedetto in fundis, viene destinato un mantello celeste per paramento dell’altare e a Sant’Angelo,un tovagliolo e velo come ornamento dell’altare.
Nell’attribuzione dei beni, giocava un ruolo molto importante, sia la famiglia di origine che il sentimento di appartenenza della moglie alla nuova famiglia. Non deve stupire, quindi, trovare tra le testatrici, donne giovani che designavano eredità per figli ancora piccoli o addirittura in grembo.
Maddalena uxor Mactei Petri Butii, lascia suo figlio Angelo erede universale, e “si decesserit in pupillarri etate”…; Francesca uxor Petri Iacobi Persichuti è incinta; altre, come Giovanna Menichelli, ipotizzano una discendenza maschile, stabilendo che, se dovessero nascere figli maschi, saranno questi ultimi ad avere l’intera eredità. D’ altra parte, scopo del matrimonio era “generare dei buoni eredi“. Come hanno dimostrato studi recenti, le gravidanze occupavano circa la metà della vita della donna prima dei quarant’anni. Nello stesso tempo, l’alta mortalità infantile contribuiva alla necessità di fare molti figli.
A Vannella di Giovanni Verardoni, sono morti il figlio e la nuora. Quest’ultima le ha lasciato dei beni che lei si appresta a concedere ai nipoti.
Generalmente, la preferenza accordata alla discendenza maschile nell’eredità universale era dettata dalla necessità di mantenere lustro al casato o per scongiurare matrimoni con forestieri che avrebbero potuto far confluire i beni a “famiglie rivali”. La formula, spesso destinata alle figlie femmine ” e non possa chiedere di più”, può far supporre che abbiano già ricevuto la dote, oppure secondo lo studio di Pertile, si può ipotizzare che anche a Stroncone esistessero degli statuti che limitavano l’eredità per le figlie come accadeva anche in altri comuni.
La vedova
Restare vedova, poteva rappresentare un vero e proprio momento di precarietà. La donna, spesso ancora in giovane età, a volte senza figli, si trovava all’interno di una famiglia che la doveva ospitare oppure poteva chiedere di tornare alla casa paterna. Una condizione non tanto rara come dimostrano alcune disposizioni testamentarie.
Cicchula, stabilisce che la vedova Marutia, potrà abitare in metà della sua casa insieme alla nipote Sabecta; Francesca, stabilisce che la nuora Caterina, potrà rimanere nella sua casa se vivrà “honesta et casta” e condurrà “vitam vidualem”
Tuttavia, i testamenti delle vedove, rivelano spesso, anche, un consistente patrimonio e una certa libertà nella sua gestione. Se, si dà per scontato, infatti, che anche il proprio marito, abbia fatto testamento, come è usanza del tempo, si evince che la sposa non sia stata estromessa dalle proprietà della famiglia. Rientra in possesso della sua dote e gestisce i beni immobili tra gli eredi delle sue, due o più, famiglie.
Solidarietà femminile, mantenimento del “buon nome”, tutela del patrimonio familiare…qualunque fosse la ragione per definire le scelte nella spartizione dell’eredità, è certo che avrebbero influito notevolmente sulla vita dei beneficiati. Al di là del significato religioso, infatti, il testamento era anche un mezzo per “mantenere e consolidare la ricchezza familiare” .
Margherita Chiarecte, rispetta entrambe le famiglie: restituisce ai suoi cognati quanto ha ricevuto in eredità dai suoceri e dal marito, nomina eredi universali i nipoti carnali.
In caso di nuovo matrimonio, nelle preghiere e messe in suffragio, si ricordava il defunto marito, e si distribuivano lasciti per i figli.
Luciauxor Francisci Bartolomei Angeli, dispone salme di grano da distribuire alle chiese, per le anime dei suoi due mariti defunti: Cole e ser Iohannis, e per suo figlio Lareti; Francisca uxor Petri Iacobi Persichuti de Interamna, lascia a sua figlia Palmitia, avuta da Luce Fantilli , “olim marito”, un carlino papale; dispone eredi universali, l’attuale marito e Murandinam eius filiam.
Si poteva anche essere nel ruolo di “seconde mogli”, e, allora, tra i beneficiati, apparivano anche i figli.
Sabecta, uxor Antonio lascia a Maddalena figlia di Antonio una sua tunica e un panno.
La solidarietà tra donne
Dai documenti studiati, appare una figura della donna libera e non eccessivamente prevaricata dalla figura maschile, dunque, ben inserita in questa modesta comunità. Tuttavia, alcune disposizioni testamentarie dimostrano l’esistenza di una fragilità nello “status” di donna che passa attraverso una consapevolezza da parte della donna stessa, del bisogno di essere tutelata e protetta.
Diuccia, di Antonio Massoli, stabilisce che sua sorella, in caso di necessitàpotrà abitare nella sua casa;Margherita, lascia alla sorella, ogni suo diritto sulla casa paterna e una porzione di un terreno; Francesca, cede i beni ricevuti dall’eredità di sua sorella, a sua nipote
Una solidarietà che può derivare anche da un sentimento di tutela. Cicchula, è vedova, i suoi eredi universali sono i suoi nipoti: Pietro e Sabecta. Quest’ultima è orfana di padre e, dunque, Cicchola si assume il ruolo di “capofamiglia”, stabilendo che Pietro lavori i suoi possedimenti e dia i frutti a Sabecta, la quale potrà sposarsi solo con il consenso di Pietro, pena l’esclusione dall’eredità; Renzia, Ferratii, stabilisce che in caso di mancata discendenza dei suoi eredi legittimi, ereditino i suoi fratelli a condizione che le sue figlie abbiano 200 libre di denari.
Amicizia, comunanza di interessi o anche solo rapporti di buon vicinato, possono essere tra i motivi che portano alcune a beneficiare di beni immobili, donne fuori dal parentado.
Spontanea ” item reliquit Sabecte filie Petri Benciole…un petiunculum terre positum in voc, Pede Macchiamorta iuxta bona dicti Petri Benciole“.
Curioso è il caso di due testatrici: Marta Cole Ianni e Marutia Antonii Rumpittis . Dal testamento di Marta, sappiamo che Marutia è pinzoca, le concede di abitare in un plancato per tutta la sua vita; nello stesso tempo, Marutia, elegge erede universale la stessa Marta.
LE DONNE DELLA FAMIGLIA “MACTIELLI”
La “matriarca” che è all’origine della famiglia in questione è AGNESE vedova di Mactielli Petri Ioannis. I suoi figli sono Margherita, Giovanni, domino Francesco, ser Pietro e Angelo. Nel suo testamento, del 1456, i lasciti sono in ducati d’oro e proprietà immobili. La sua attenzione principale è tutta verso il figlio Giovanni, al quale vuole lasciare 35 ducati d’oro e dovranno essere gli altri fratelli a far sì che egli li possa avere. Nello stesso tempo, vuole che lo stesso Giovanni, però non si opponga in alcun modo alla condivisione dei beni che lascerà in comune. Testerà altre 2 volte e, mentre in questo, gli eredi universali sono tutti e 4 i figli maschi, nell’ultimo, del 1463, erede universale sarà, solo, Giovanni.
Le nuore sono: domina Paula, moglie di eximii doctoris domini Francesco, Lorita vedova di ser Pietro e Angelutia, moglie di Giovanni
Testano in un periodo compreso tra il 1461 e il 1499 e si caratterizzano per una marcata devozione verso gli ordini religiosi e i poveri.
Domina Paula è di Interamna, nel suo testamento dispone che l’erede designato, faccia fare ossequio di un mediale di grano per ogni anno della sua vita. Alla morte di suo marito, la chiesa di S.Maria di Terni, erediterà un pezzo di terra e due volte l’anno dovrà fare ossequio per l’anima della testatrice e per quelle dei suoi morti. Inoltre, alla presenza della ministra Paula Lucivenute de Interamna, lascia un pezzo di terra alle pinzoche del Terz’ordine francescano.
Lorita, lascia ducati d’oro, un anello d’oro, cera e paramenti sacri come pianete, capitale sete, culcitram sete. Chiede la celebrazione delle Messe di San Gregorio “pro anima sua et ser Petri olim sui viri”. I suoi figli sono Giovanni Battista, Giulio e Feliciano.
Angelutia dispone che i suoi eredi facciano pane con salme di grano e che tali pani vengano distribuiti tra i poveri, come è usanza del castello; lascia anche al Convento di San Francesco. Tra i suoi 5 figli, vanno ricordati frate Angelo e Antonio. Di Antonio, ci è pervenuta la discendenza, attraverso i documenti notarili.
Antonio, nel 1460, acquista un pezzo di terreno dall’abate di san Benedetto in fundis, per 12 ducati d’oro. Sposa Sabecta, definita dal notaio teotonica, probabilmente nipote di Herrighus Janne. Sembrerebbe un secondo matrimonio in quanto Sabecta tra gli eredi nel suo testamento, definisce Maddalena, come figlia di Antonio e Giovanni, invece, come suo figlio naturale. Anche qui troviamo lasciti in ducati d’oro e oggetti preziosi d’argento.
Giovanni, quasi sicuramente, è la stessa persona che nel 1478, come riporta l’Angeletti, che in una seduta dell’Arengo, si alzò in piedi per sollecitare il completamento della Cappella di San Sebastiano, presso il Convento di San Francesco. Figura come testimone anche nel testamento di Francesca Laurentii.
Jacobutia, è la moglie di Giovanni ma nel 1480, quando testa, è già vedova. Anche in questo documento sono citate le Messe gregoriane, le messe rivelate dell’Arcangelo Gabriele e le donazioni sono in ducati. I suoi figli maschi sono : maestro Ludovico, Benedetto, Giuliano. E’ citato inoltre un nipote, Pietro, a dimostrazione di come anche i nomi , diventino quasi uno status che indica l’appartenenza a questa o a quella famiglia. Lo stesso è, nel 1460, al centro di un affare con l’abate del Monastero benedettino per l’acquisto di un terreno per 12 ducati d’oro. Fatto che conferma la disponibiltà economica di tale famiglia.
Analizzando altri documenti scopriamo che c’è un’altra figlia: Caterina, a meno che, non possano essere altre le ipotesi, da un errore di trascrizione a un’omissione tra gli eredi. Caterina, vedova di Pietro Malfetani, infatti, nel 1479, esprime la volontà che in caso di mancata discendenza di suo figlio Francesco, possano ereditare i suoi fratelli: maestro Ludovico e Giuliano Ioannis Mactielli. In realtà, tra i designati, compaiono anche delle figlie, ma, evidentemente, la famiglia di origine ha una maggiore importanza, anche, sulla sua stessa progenia. Anche in questo testamento sono previste le celebrazioni: delle 18 Messe, delle Messe gregoriane ; le donazioni ai conventi, compreso quello di Greccio.
Da notare è la casata con la quale si è unita in matrimonio. La famiglia Malfetani è tra quelle benestanti e la ritroviamo in altri atti notarili. Mactiello Malfetani è citato come proprietario di “domus “ e terreni nella determinazione di confini con altre proprietà ed è destinatario di alcuni lasciti importanti.
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
Documenti conservati presso l’Archivio Storico Notarile del Comune di Stroncone
Spezzi E. tesi di laurea ” Mondo femminile a Stroncone dai testamenti del notaio Battista Cole” A.A. 98/99 relatore Ch.mo Prof. F. Mezzanotte
Angeletti G. Il monte di Pietà ed il Monte Frumentario a Stroncone in Il Beato Antonio da Stroncone a cura di M.Sensi – EdizioniPorziuncola, Santa Maria degli Angeli, 1995 vol.II
Angeletti G. La devozione a Stroncone Documenti d’Archivio dal 1400 al 1550 in Il Beato Antonio da Stroncone a cura di M.Sensi – Edizioni Porziuncola, Santa Maria degli Angeli, 1999 vol.III
Ciccarelli A. Donne e Testamenti a Stroncone tra il XIV e il XV secolo. Mostra foto-documentaria dall’archivio storico notarile comunale- Thyrus, Arrone 1999
Contessa A. Memoriale del convento di San Francesco di Stroncone a cura di F. treccia O.F.M.- Stroncone 1990
Costanzi T. Notizie storiche di Stroncone, a cura di G.Angeletti e F. Fratini, Thyrus, Arrone
Mazzoli C. L’abbazia di San Benedetto in Fundis di Stroncone, Thyrus Arrone, 1994
Pertile A. Storia del Diritto Privato, in Storia del Diritto italiano dalla caduta dell’impero Romano alla codificazione, vol. IV Arnaldo Forni, Bologna
Sensi M. Vita quotidiana a Stroncone in Il Beato Antonio da Stroncone a cura di M. Sensi – Edizioni Porziuncola, Santa Maria degli Angeli, 1995 vol.II
L’influenza dei francescani a Stroncone, tra il XIV e il XV sec. attraverso la lettura dei testamenti femminili
Con l’amore del prossimo il povero è ricco, senza l’amore del prossimo il ricco è povero. (Sant’Agostino)
E’ il 1213. Durante una delle sue interminabili peregrinazioni, Francesco si ferma davanti ad un’edicola della Madonna, nei pressi di Stroncone. Un’ immagine che richiama molti pellegrini perché considerata miracolosa e, per questo, più volte, elargita di indulgenze. Il luogo è poco distante dal paese, immerso nel bosco e nel silenzio della natura. Un luogo ideale per contemplare la grandezza di Dio e immergersi nella preghiera.
Francesco il semplice, ultimo fra gli uomini, la cui fama a dispetto della sua umiltà, giunse fino ai confini del mondo allora conosciuto e che lo portò, addirittura, ad incontrare il sultano in Terra Santa durante la quinta crociata. Tradizione vuole che in ogni luogo visitato, gruppi di seguaci abbiano voluto seguirne il cammino e costruire un sito ove vivere in comunità secondo la sua “Regola”. Ne sono un esempio: Foligno, Trevi, Narni, Spoleto…
A ciò Stroncone non fece eccezione e “un primo alloggio” venne costruito secondo le indicazioni del “povero modello datoli dal Santo” come afferma Padre Agostino.
La chiesa venne costruita ove sorgeva l’edicola precedentemente detta e fino al 1550, verrà chiamata Santa Maria, per poi prendere il nome di “Convento di San Francesco”, come viene conosciuta ancora oggi. Il francescano Luciano Canonici la definì: ” faro di luce ed oasi dello spirito, non solo per il paese ma per tutta la zona”.
La devozione per Maria, testimoniata dallo stesso Francesco si unì, presto, alla pratica della carità evangelica ed è pienamente documentata nei testamenti presi in esame, dove vengono citate varie chiese dedicate alla Vergine: Santa Maria de Plateis,Santa Maria de Roccha, o Rocca Santa Maria, Santa Maria di Terni, Santa Maria Nicolecte, Santa Maria di Finocchieto. Santa Maria degli Angeli, di Assisi, è addirittura destinataria di un pellegrinaggio e della celebrazione di messe gregoriane.
Interessante è il lascito di Vannella uxor Pietro Vitalis, nel 1398, che dispone sia offerta alla chiesa di San Francesco una libra di candele per la festa di Santa Maria nel mese di agosto fino a 10 anni dopo la morte della stessa testatrice;Margarite, uxor Mactei Antoni Marutie, lascia 9 libre di denaro per un’immagine della beata vergine Maria da “farsi” nella chiesa di S.Michele Arcangelo; Cicchola figlia delfu Lotius Mariane, lascia 10 libre di denari cortonesi per un’immagine della Madonna da “farsi” nella chiesa di S.Nicolò.
I conventi francescani: una strada da percorrere nel cammino della fede
I luoghi, scelti per la fondazione dei primitivi conventi, erano eremi dove, in estrema indigenza, abitarono i primi confratelli. Avevano quelle caratteristiche scelte da Francesco: lontani dalla città per vivere la spiritualità, ma nello stesso tempo, abbastanza vicini per esercitare la predicazione portando la parola di Dio tra la gente.
A Stroncone, Il primitivo convento fu più volte ampliato e modificato per consentire una maggiore permanenza dei frati, probabilmente la stesso destino toccato agli altri, sorti nello stesso periodo. Quello che caratterizzò da subito il sito stronconese fu la funzione di “cerniera” come lo definisce il Sensi tra l’Umbria meridionale e la Valle reatina, dove videro la fondazione altri importanti luoghi francescani . Come riporta Angeletti, inoltre, il territorio di Stroncone, comunicava con Roma attraverso un tratto della via Salaria; con Piediluco e Marmore attraverso il Monte Terminuto. Percorsi non eccessivamente impervi che determinavano una frequentazione di pellegrini e di gente che si spostava anche per praticare attività economiche. I legami tra il Comune e la valle reatina sono evidenziati anche dalla spiritualità che legava i cittadini ad altri conventi, al punto da essere citati nei legati testamentari.
Il Convento di Fonte Colombo: Francesca figlia di ser Thomas magistri Andree e Marutia figlia del fu Deodatis, lasciano un mediale d’olio; Ritella figlia del fu Vannes Annenis,4 petictos di olio; Giovannetta figlia del fu Jannochi, lascia una libra di candele;
IlConvento di Poggio Bustone: Ritella figlia del fu Loterius Torresei, lascia un mediale d’olio. A volte sono citati entrambi come nel testamento di Cicchula filia olim Lutius Mariani che lascia un mediale d’olio per 10 anni dopo la sua mortead ognuno.
Il sentimento di carità cristiana verso i francescani è testimoniato anche dai lasciti verso altri conventi distanti dal luogo di Stroncone, come San Francesco di Piediluco e Monteluco di Spoleto.
Lontano dalla città ma dentro la società
Il movimento francescano, con la sua ribellione verso una scontata forma di religione e di società che respingeva i più sfortunati, a vantaggio della ricchezza e dell’opulenza, portava un messaggio semplice, soltanto all’apparenza e camminò sul filo dell’eresia per molto tempo, prima di essere approvato dalla Chiesa cattolica.
La manifesta ed ostentata povertà, se da una parte sembrava accusare il ricco, dall’altra parte impensieriva il povero che, comunque, non aveva cercato tale condizione e da essa voleva fuggire. Tuttavia, Francesco con il suo entusiasmo, infiammava gli animi dei suoi seguaci. I conventi si moltiplicarono a vista d’occhio e la loro sussistenza fu condizionata, molto, dalla carità cristiana delle città in cui operarono. Dove l’attività religiosa riuscì ad attirare la spiritualità dei cittadini, a volte, in concorrenza con lo stesso clero secolare, le elemosine e le pratiche liturgiche contribuirono a consolidare e a mantenere l’esistenza del Convento stesso. Cosa che avvenne a Stroncone, come dimostrato dai molti lasciti testamentari e dai documenti che attestano la fervente attività che si svolgeva al suo interno.
In una nuova dimensione politica del sociale, il ricco vedeva nella solidarietà verso il povero la possibilità di riscattarsi dal peccato e, il misero, che, spesso, si trovava talmente bisognoso, da desiderare solo la morte, dava un nuovo significato al suo ruolo, offrendo al Cristo le proprie sofferenze.
Non di rado, nelle disposizioni testamentarie, si provvedeva a far distribuire pane per i poveri come “usanza del castello” o a destinare lasciti per fanciulle o famiglie misere.
Angelutia uxor Johannutii Mactielli vuole che i suoi eredi facciano pane con una salma di grano e che distribuiscano detto pane ” pro deo et anima sua” alle persone povere del castello; Spontanea filia olim Antonii Andriocchi, dispone che i suoi terreni a voc. pede Macchia Morta e a voc. Paro delle pere, vadano a Sabecta e a Lodovica e in caso di morte delle stesse, saranno ereditati dai loro padri o fanciulle e persone povere del castello “pro amore Dei”; Paula filia Petri Iohannis Palutii,stabilisce che suo marito distribuisca tuniche e altri panni alle persone povere del castello; Lucia filia olim Bartholi, dispone che domino Ieronimo, arcipresbitero di Sant’Angelo, distribuisca pane ai poveri del castello per la sua anima e per quelle degli uomini della sua famiglia tra cui suo figlio; Constantia uxor olim Simelli Colecte, lascia alle figlie di Bartolomei Chinalli, dieci bolognini ” pro amore Dei” Matalona uxor olim Antonio Lutii, lascia una tunica celeste del valore di 6 braccia per le sue nozze a Margherita, ma se dovesse morire senza discendenza, tale tunica dovrà andare ad un’altra persona povera; Lucia, moglie di Angelo Petri Johannis, dispone che, se i suoi eredi, moriranno senza discendenza, parte della sua dote sia distribuita tra le persone povere del castello; Agnese vedovaPalloni, vuole che in caso di mancata discendenza tra i suoi eredi, i suoi beni vengano distribuiti alle persone povere; Eugenia figlia di Francesco Ferracti, dispone che in caso di morte o mancata discendenza da parte del figlio, i suoi beni tornino alla casa di suo padre e dispone che sua madre distribuisca i panni esistenti nella sua cassa e il suo letto a suo piacere ” pro anima” della testatrice
I terziari
Seguire Francesco non significava, sempre, abbandonare lo stato laico, per chi avesse una famiglia o un’attività. Si poteva vivere nell’amore di Dio con l’esempio, con la lettura del vangelo, fuggendo da ogni forma di violenza e recando conforto al prossimo. Accanto all’opera dei frati, venne istituito, quasi ovunque, il Terz’ordine francescano della Penitenza, formato da uomini pii e donne devote. Già nel 1289, Niccolò IV emanò una Bolla con la quale ne disciplinava lo Stato laico. Non furono rade le controversie tra Comuni e religiosi. Quando, attratti dalla nuova forma di testimonianza di fede, molti vollero farne parte, si trattò di capire chi e quando potesse essere escluso dai doveri di cittadino, sottraendosi agli obblighi comunali. Papa Sisto IV, infatti, aveva elargito, anche ad essi, gli stessi privilegi, riservati ai “religiosi”. L’Angeletti riporta come, anche a Stroncone, si verificarono situazioni di questo tipo. Tutto si risolse con l’entrata ufficiale nella Confraternita: al termine dell’anno di noviziato, nuovi membri entrarono a far parte della Confraternita del Terz’ordine con una cerimonia nella Cappella di San Sebastiano.
Tra le famiglie, che si contraddistinsero, per l’appartenenza a questo Ordine, è doveroso citare quella, nobile, dei Vici, che, oltre ad avere eminenti familiari tra i religiosi, donò alla comunità stronconese il proprio figlio Antonio, proclamato Beato, poco tempo dopo la sua morte. E’ facile supporre l’influenza che tale casato ebbe nell’elargire contributi, anche in denaro, per ingrandire e migliorare il convento insieme alle altre famiglie patrizie del luogo.
La Confraternita del Terz’ordine aveva un altare proprio, dedicato a Santa Elisabetta. Il Sensi, afferma che tale Confraternita potrebbe risalire al XV sec. come compare “nel Registro Cappella di San Diego o del Terz’ordine francescano nella Chiesa di San Francesco”. Anche se i lasciti testamentari erano modesti, la loro presenza all’interno di detti documenti, dimostra che tale istituzione fosse ben radicata nel territorio. I membri, venivano chiamati anche pinzochi o bizzochi.
Marta filia q. Mactey Cole Iannis, concede alla pinzoca Mauritia, di abitare per tutta la vita in un “plancatum” di sua proprietà; Francischa uxor Bartolomei Damiani, lascia una libra di cere alla “Fraternitate Stronconi”; domina Paula olim Mactei Salzerii, lascia “bizzochis tertii ordinis Sancti Francisci” un pezzo di terra in voc. Valle verde de Interamna; Sancta uxor olim Antoni Petri Tocchi,una libra di cere alla “fraternitate dicti castri, pro divinis officiis celebrandis”; Francischauxor Bartholomei Damiani, lascia alla ” fraternitate” una libra di cera; stessa cosa fa Florella uxor q. Cole Florelle; Iohanna filia q. Cole Menichelli Francisci, 10 bolognini; Carutia del fu Giovanni Angeutii lascia alla confraternita di Santa Maria di Stroncone, un pezzo di panno di canapa.
Le Confraternite locali, alla fine del Medioevo risultano essere tre, tutte site all’interno del Castello: nella P.zza S.Giovanni, la Compagnia della Misericordia, che gestiva l’ospedale di San Rocco; vicino San Nicolò: la Compagnia del Gonfalone; Madonna della Porta di Sotto: la Confraternita del SS Sacramento.
Numerosi lasciti erano per l’Ospedale ma si trattava per lo più della cera o di piccole somme di denaro.
Clarella olim Somarocchus,lascia un letto vecchio, una coltre e lenzuola;Angelutia filia olim Lutius Odutii, lascia il suo letto; Agnese vedova Mactielluslascia 20 soldi; Fiorella, vedova di Giovanni cole Fiorelli,lascia all’ospedale 2 ducati
La sussistenza nella provvidenza divina
“…come pellegrini e forestieri…in questo mondo, servendo il Signore in povertà ed umiltà, vadano per l’elemosina con fiducia.” Così scrive Francesco nella sua Regola e così fanno i Frati utilizzando la “Questua” come mezzo di sostentamento per il loro corpo e la loro anima. Il Sensi, riporta un interessante documento che mostra come i vari conventi viciniori si accordassero per distribuire i confini entro i quali elemosinare alcuni prodotti. Un codice di comportamento che potesse garantire il fabbisogno di tutti senza accaparramenti a danno di altri. Ed ecco che :…” i frati di Terni non vengano a cercare a Stroncone fichi e cascio e quelli di Stroncone non vadano a cercare, soprattutto a Miranda, pane, vino, legumi, cipolle, olio e legna”. Era, ad essi,vietata anche la Fiera di Campitello. Altre norme definivano la “cerca” tra i frati di Narni e tra gli stessi frati di San Simone, dove si vietava a questi ultimi di elemosinare il mosto.
Nonostante tutto, però, la carità francescana si esprimeva anche tra gli stessi conventi come dimostra un episodio narrato da Agostino da Stroncone, riferibile all’anno 1495. Una grossa nevicata teneva isolati i frati di Greccio per molti giorni, così il Guardiano di Stroncone, mandò un asino carico di pane e ” giovani gagliardi ad aprire la strada“.
Come già detto, la vicinanza con la valle reatina e con Narni, in particolare, faceva oggetto di devozione e quindi di generosità, i conventi di Greccio e di Sant’Urbano.
Clarelle uxor Mactey Cecchurelli , lascia a San Francesco di Greccio un mediale d’olio; Biannecta uxor olim ser Simeonis Antoniutii, lascia un quarto di fieno per quattro anni dal momento della sua morte; Andriola filia olim Andree Martoni, un mediale d’olio per otto anni dal momento della sua morte; Mariola Ciccholi Salvatelli, lascia tre ” pectitos ” di olio;Lucia filia olim Bartholi, lascia ai frati di San Francesco di Stroncone, un recentario di olio; Margarita uxor olim Antonii Iohannis Clare, ” viginti sertas” di fieno; Vannella Ihoanni Polloni,un “recentarium di olio; Domina Gentilis uxor olim Petrutii Misticanze lascia un mediale di olio e un ” centinarium” di fichi da distribuire nei due anni successivi alla sua morte; Ihoanna filia q.Cole Menichelli Francisci, un mediale d’olio; Cicchola uxor olim Herrighus Janne, lascia un mediale d’olio da distribuirsi in 6 anni;Cicchula filia olim Lutius Marianiun mediale d’olio per 10 anni dopo la sua morte; Thomas Marinutii,un cero del valore di 8 bolognini; Matalona uxor olim Antonio Lutii, lascia un ” petictum di olio e 3 sertas di fichi“; Lucia, moglie di Angelo Petri Johannis, ” unum pedictum di olio” da distribuirsi in 3 anni.
Paula filia Petri Iohannis Palutii, lascia allo Speco di Sant’Urbano, una pianeta del valore di tre ducati
I lasciti testamentari, tuttavia, non riguardavano solo alimenti ma, anche, paramenti sacri, abiti e perfino soldi per la “fabricha” o mobili.
Paramenti sacri e abiti
Marta filia q. Mactey Cole Iannis, lascia 10 ducati per un messale, calice o pianeta; Paula filia Petri Iohannis Palutii, una pianeta del valore di due ducati e mezzo;Lorita vedova di ser Pietro Mactielli, lascia 8 ducati del valore di 9 libre ciascuno per una pianeta;
Margarita uxor q. Antonii Iohannis Cecchini, lascia alla Chiesa di San Francesco di Stroncone, un abito o tunica per un presbitero; Catherina uxor Luce Iacobutii, lascia un panno di lino; Ceccha uxor Jacobutius di Paolo, lascia una tunica per ogni frate
Beni immobili e mobili
Vannella uxor Iohannis Verardoni, in caso di mancata discendenza da parte dei suoi figli, lascia un terreno in voc. Macchiamorta alla chiesa di San Francesco; Vannella Ihoanni Polloni,dispone che alla morte di suo marito la chiesa di San Francesco erediti un terreno in voc. Colli
Marella filia q. Mactheus Simutii,lascia un fiorino ” pro audiutorio claustri fiendi”; Marutia uxor olim Marco di Pietro Colotii, lascia 48 bolognini “pro fabrica“; Maria, vedova di Thomas Marinutii, lascia 20 soldi “pro altare videlicet pro figuris“;Biannecta uxor olim ser Simeonis Antoniutii, lascia a San Francesco di Stroncone, un cassetto dipinto esistente nella sua casa;Vannella Ihoanni Polloni,una cassa di legno; Eugenia moglie di Santo Franceschelli, dispone che i suoi eredi paghino 10 bolognini per contribuire alla statua di San Sebastiano, nella chiesa di San Francesco.
Legati in denaro
Maria uxor Iacobi Aduline,lascia a San Francesco di Stroncone 10 soldi; Clarola uxor Colecte Petri Chiarecte, lascia 9 libre di denaro; Lucia filia olim Bartholi, lascia ai frati di San Francesco di Stroncone un ducato ” ad rationem pro necessitatibus…”Margarita uxor olim Antonii Iohannis Clare, lascia mezzo ducato ” pro actatione dicti loci”; Margarita filia olim Laurentii Ihoannecte,due ducati;Augetis Mactiellilascia a San Francesco di Stroncone “pro reparatione eiusdem ecclesie ducatum unum auri; Vannella uxor olim Angeli Gratiole, mezzo ducato ” pro reparatione”; Constantia uxor olim Simelli Colecte, lascia due ducati ” pro rebus necessariis dicti loci”; Magdalena uxor Mactey Petri Butii,lascia 5 carlini;Clarella uxor olim Honofri Angelilli, mezzo ducato ” pro actatione eiusdem ecclesie”; Clarella olim Somarocchus,lascia 9 fiorini; Margherita moglie di Giovanni Chiarecte,lascia 3 ducati ” pro divino culto”; Francesca moglie di Menechellus Colecte Marutie, lascia 5 ducati del valore di 60 bolognini e due ducati per la celebrazione delle messe ” pro Deo et anima sua”; Menutella, vedova di Salvo, lascia 15 soldi cortonesi
Mariola Ciccholi Salvatelli,lascia tre ” pectitos ” di olio;
Le funzioni liturgiche tra spiritualità e ricompense in nome della carità
La cera
Quasi in tutti i testamenti, ricorre uno o più lasciti per la cera. Nelle funzioni liturgiche, la candela è simbolo di luce e assume tutte le connotazioni possibili attribuitegli dalla religione. Dall’idea di Dio, come luce che rischiara il mondo, a simbolo di fede che traccia il cammino di ogni credente. Ma c’è di più. Un aneddoto riportato nella “ Franceschina”, mette in evidenza la preoccupazione dei francescani per avere un altare sempre ben fornito di cera così da ottenere una illuminazione dignitosa a rendere onore al Divino. In esso si narra che il Signore stesso ne avesse fatto richiesta apparendo in sogno a frate Angelo di Monteleone; fatto analogo, accadde al futuro Beato Antonio, mentre era in preghiera, per questo, si dice che “…con molta sollecetudine procurava la cera in qualunque modo lui podeva.”
Le Messe
La costituzione di Compagnie che all’interno della chiesa avevano il loro altare, come quella dei Mulattieri o quella della Corda o ancora del Terz’ordine, di cui si è già parlato, garantiva celebrazioni di riti vari dai quali si ricavava un compenso.
Molto sentita era la pratica della celebrazione delle Messe Gregoriane a favore, non solo dell’anima della testatrice ma spesso anche per i propri familiari. Si trattava di un ciclo di Messe che dovevano essere celebrate per 30 giorni continuativi.
Francesca vedova di Antonio Paravise,lascia a Frate Antonello un ducato per la celebrazione di tali messe più 2 ducati alla chiesa ” pro fabrica”;Caterina, figlia di Antonello Bartolomei, fa dono a frate Giovanni di Antonio, guardiano di San Francesco, una tovaglia di seta per la celebrazione delle messe di San Gregorio” pro anima” della stessa testatrice
Catherina uxor Luce Iacobutii, lascia una tunica per la celebrazione di Messe Gregoriane; Francischa Laurentii, chiede la celebrazione delle Messe gregoriane;Vannella Iohannis Pallonilascia un ducato per la celebrazione delle Messe di San Gregorio per la sua anima e per quella dei suoi genitori;Lucia filia ser Arcangeli Sanctis, lascia una tunica color” bruschini” e mezzo ducato ” pro missis Sancti Gregori”;Francischa uxor Bartolomei Damiani, una tovaglia di seta per la celebrazione delle Messe di San Gregorio; Larita uxor olim ser Petri Mactielli, una coperta di seta rossa e un capitale di seta per celebrare messe gregoriane per la sua anima e per quella di suomarito; Angela, vedova di Giuliano Speranzie, stabilisce che i suoi eredi facciano celebrare le messe gregoriane con l’obbligo di fare del pane con 3 salme di grano, una salma per anno.
Non vanno dimenticate, inoltre, le 18 Messe rivelate dell’Arcangelo Gabriele, meno citate tra i testamenti presi in esame ma la cui pratica era nota e seguita.
Jacobutia vedova di Giovanni Mactiilli, lascia un ducato e un cero per la celebrazione delle messe di San Gregorio e per 18 Messe rivelate per Sant’Angelo Gabriele, così come fa Maddalena vedova Macteutius, che lascia mezzo ducato e Carutia moglie di Salvatius Ciutii Jacobe che lascia 36 bolognini e una libra di candele.
Inoltre, essendo una chiesa sepoltuaria, l’officiatura di Messe in suffragio rappresentava un guadagno che si prolungava negli anni.
Marta filia q. Mactey Cole Iannis,vi stabilisce la sua sepoltura, lascia 10 ducati del valore di 72 libre per ciascun ducato, per messale, calice e pianeta;Levatella filia Cicchonus Johannis,lascia un mediale olio per la sua sepoltura;Clarutia di Giovanni Giramiilascia per la sua sepoltura 10 libre pro victu fratrum;Marutia uxor olim Antonio Petrigne, elegge preferibilmente la propria sepoltura a San Francesco e in subordine a Sant’Angelo.
La predicazione itinerante e il messaggio di Francesco
Francesco ha fatto della predicazione itinerante lo strumento, privilegiato, per portare il messaggio evangelico. Ma in un’epoca che qualcuno ha definito “…massa di uomini in movimento”, questo non fu, poi, così straordinario. Una figura tra le tante persone ” in viaggio” era rappresentata dal pellegrino che incarnava una sorta di status sociale riconoscibile dagli abiti e dall’atteggiamento. Era colui che per espiare colpe, per esaudire un voto o anche solo per devozione, si recava in luoghi di culto per ritirarsi in preghiera nella spiritualità, accentuata dal disagio e dalla mancanza di agi che caratterizzavano ogni sua meta. I terziari francescani non furono estranei a questa forma di religiosità e la stessa regina Elisabetta, protettrice dell’ordine, si recò a Santiago de Compostela, dove depose la sua corona. Con il tempo, si attribuì a tali persone una sorta di delega, che veniva ricompensata con elemosine in denaro o altro.
Domina Gentilis uxor olim Petrutii Misticanze, chiede a suo nipote, di recarsi per un voto fatto e non adempiuto, a Santa Maria di Loreto; Florella uxor q. Iohannis Cole Florelle,dispone che suo nipote Urbano, vada a Santa Maria degli Angeli, ad Assisi e a Roma nel tempo dell’indulgenza, ” semel trium pro Deo et anima” sua e di Andrea suo genero e padre dello stesso Urbano.
Un messaggio capace di cambiare la società
Come già detto, i seguaci di Francesco, condivisero una forma di religiosità non puramente ascetica ma capace di muovere il cuore degli uomini alla ricerca di una maggiore giustizia sociale. Attraverso il Vangelo essi cercarono anche di interagire con scelte politiche dei Comuni che li ospitavano e alcuni di essi divennero veri e propri predicatori che venivano chiamati in occasione delle feste religiose più importanti.
Fu merito loro, la creazione dei primi Monti di Pietà e dei primi Monti frumentari, con lo scopo di aiutare le persone più bisognose sottraendole alle prepotenze di ricchi e spregiudicati. Come afferma l’Angeletti, si trattava di una vera e propria lotta all’usura. Sempre dall’Angeletti apprendiamo che il Monte di Stroncone, deve la sua costituzione a Frate Agostino da Perugia. Il Monte frumentario, ebbe come caratteristica quella di utilizzare l’eccedenza della quota stabilita, per maritare una fanciulla del castello, provvedendo alla sua dote; entrambi miravano ad una moralizzazione dei costumi e fungevano da propulsori per un rinnovamento nella vita di alcune persone sfortunate.
Marutia, moglie del fu Marco di Pietro Colutii, lascia al Monte di Pietà di Stroncone, 24 bolognini; Maria vedova di Thomas Marinutii, lascia 3 libre di denaro; Francischa uxor Petri Jacobi Perischuti, lascia al Monte di Pietà di Terni (Interamna) , un carlino papale.
Bibliografia
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R. S. Lopez La nascita dell’Europa Giulio Einaudi editore s.p.a. Torino, 1966
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Documenti conservati presso Archivio Storico Notarile del Comune di Stroncone
L. Canonici Beato Antonio Vici Terni, Tipolitografia Nobili Grafiche srl, luglio 2004
P. A. Coletti Esattissima notizia della traslazione del Beato Antonio Vici di Stroncone Todi, LITOGRAF srl, 1988
Tra settembre e ottobre, camminare per Stroncone era inebriante: effluvi riempivano vicoli e strade diramandosi dalle cantine dove il mosto bolliva nei grandi tini dalle doghe di legno. I rigagnoli di acqua mista a succo di uve schiacciate e sfuggite alla diraspatrice correvano per le strade fino a gettarsi nelle fognature più vicine, emanando un buon odore anche da quei canali proverbialmente malsani. Erano gli anni della mia infanzia dove i profumi di cucina e dei forni caratterizzavano ogni stagione dell’anno e ogni festa comandata. Ricordi indelebili che io non potrò mai cancellare e che i miei figli purtroppo non potranno conoscere, se non attraverso le mie parole.
Ogni “stroncolino” vero, possedeva una cantina, attigua alla propria abitazione o situata in un qualche vicolo. Ambienti poco illuminati, che sapevano di terra bagnata e di stantìo, quasi mai intonacati, con muri di vecchie pietre a vista, spesso, nidi di grossi ragni. Le finestrelle, se presenti, erano piccole e dotate di inferriate per impedire l’accesso ai piccoli animali. Le porte dotate di grosse serrature fatte dai fabbri di paese erano aperte da pesanti chiavi di ferro, quasi sempre copie uniche, perciò custodite gelosamente e appese agli ingressi delle case. Una parte del locale, era quasi sempre destinata a legnaia, sullo sfondo, spesso una grotta, ospitava le conserve alimentari , prime su tutte olio e vino. Era una parte della proprietà quasi sempre frequentata dagli uomini che continuavano il loro lavoro di artigiani, in pensione, al solo scopo familiare. In alcuni periodi dell’anno, come quello tra la fine dell’estate e l’inizio autunnale, l’attività diventava febbrile tra canestri, zappette, barattoli e sacchi di iuta, imbuti, grossi caldai e tutto l’occorrente necessario alle provviste invernali: conserva di pomodoro, raccolta e mantenimento di funghi, more, noci e castagne; non ultima la scorta di legna per l’inverno.
Ma la Regina era la Vendemmia. Tutta l’attrezzatura che pazientemente aveva sostato in un angolo per un anno intero, diventava protagonista per il rinnovarsi dell’ antico rito della vinificazione. Torchi, bigonci, tini, spesso dopo essere stati utilizzati venivano prestati ad amici e parenti. Per giorni l’aria restava impregnata di tali aromi e le cantine sempre aperte di giorno e di notte per sorvegliare la fermentazione, animavano ogni angolo del borgo. Ogni famiglia aveva la sua ricetta a partire dalle tecniche di coltivazione, dalla miscela delle uve, dalla svinatura, all’affinamento del vino nelle botti ; si tramandava da generazioni e, quando a novembre si assaggiava il vino novello con le prime castagne arrosto, si discuteva e si confrontavano sapori e metodi.
La coltivazione della vite
La coltivazione della vite si perde nella notte dei tempi e chissà perché assunse da subito una così grande importanza, Sarà stato il fenomeno soprannaturale che, agli occhi degli uomini primitivi, dovette sembrare quel liquido dolciastro che li rendeva così euforici o la sua somiglianza con il sangue che gli conferì sacralità? Non possiamo dirlo con certezza, però è certo che entrò in poco tempo, nei commerci delle grandi civiltà come un prodotto richiesto e ben pagato. Le religioni si appropriarono di tale bevanda per celebrare i loro rituali, dalla mitologia greca con il Dio Dioniso, passando per la Bibbia, quando Noè coltivò come prima pianta del nuovo mondo, appunto la vite, fino ad arrivare all’ultima cena quando Gesù consacrò il vino come sangue del suo sangue. Assunse quindi un’importanza sacerdotale che caratterizzò anche le feste pagane come le incoronazioni o le altre cerimonie del ceto nobile. Inutile dire che anche l’arte si appropriò di questa pratica effigiando la vite e il frutto, dalla scultura alla pittura e non ultima la letteratura. Altro ci sarebbe da dire sugli oggetti che sono diventati simboli di ideologie o di eventi legati al vino, uno su tutti la coppa del Graal, ma ciò non è inerente allo scopo di questo articolo.
La coltivazione nelle nostre campagne
La VITE MARITATA si otteneva facendo crescere la pianta su un albero, spesso l’olmo o l’olivo. Una ricerca universitaria del padovano studiando questa pratica antica ha scoperto che i grappoli sono più sani e meno soggetti all’attacco della fillossera. La convivenza tra l’olivo e la vite si accompagnava spesso a quelle coltivazioni che per essere trattate non avrebbero compromesso la loro produzione.
Domenica De Angelis, ai primi del ‘900, stipula un contratto col suo colono e proibisce la semina del grano nell’oliveto e nella vigna, permettendo solo quella di fave ed erbe da foraggio che permettevano arature primaverili.
Nelle cause presentate al Giudice Conciliatore, non sono rare le citazioni per danni arrecati su terreni olivati e vitati:
Voc. Casette, danno arrecato con somaro su terreno vitato e olivato; danno arrecato con pecore e somari in altro terreno vitato e seminato di biada; voc. Lenze danno arrecato con pecore in terreno vitato e olivato; voc. pizzicone, danno arrecato con 8 cavalle su terreno vitato e olivato; in voc. Vascigliano detto l’Osteria, Vincenzo F. cita Felice F. per transito abusivo e danneggiamento delle uve mediante tiro di sassi; voc. Lunigiani danno arrecato con pecore su terreno vitato; voc. Caprafico, stessa motivazione; voc. Moiallo, danno arrecato con suino in terreno vitato.
Di particolare interesse è la citazione di Febi Isidoro contro G. Giusti per il pagamento di varie forniture, perchè da esse si evincono alcuni particolari che caratterizzavano l’attività vinicola nel 1903. La minuta è scritta di suo pugno con errori di ortografia e di sintassi che riporto fedelmente:
Portata una soma di uva daterni £ 01.00;
Più a portare astregne i menacci some tre dapepe degidio con la traglia £ 02,00
Più l’uva fragolina viaggi 4 £ 02,00
Più due some di vino da stroncone £ 02.00
Piùvino £00,50; 00,20; 00,20
Preso vino unlitro £ 0,40; preso un fiasco e unlitro £ 1,40
Iquanto ai tre menacciari isoadato apigliare labote da Giusti Chiara conliboi
Altri documenti attestano la presenza di tali coltivazioni tra le proprietà di Corpetti Federico e dei fratelli Crisostomi, famiglie entrambe possidenti: voc, Santa Maria a Montemaggio: vitato e olivato; Voc. Piano terreno seminativo e vitato; voc. Montemezzo, voc. Pantano, voc. Regolatore tutti seminativi e vitati.
Da sempre rinomato per le sue colline fertili dove ulivi e viti producono frutti ricercati, Stroncone, non compare solo sulle descrizioni letterati dei vari autori che nel tempo ne hanno fatta la storia, ma anche nelle perizie che hanno accompagnato in diversi momenti eventi più o meno drammatici. Ne è un esempio, quella presentata a seguito del terremoto del 1915, che causò ingenti danni al capoluogo, che parla di un territorio con presenza di uve prelibate.
Vino locale ed economia
Come ogni attività agricola, anche la coltivazione della vite muoveva la piccola economia della comunità.
nel 1918, nella perizia del Progetto-Variante Tramvia elettrica, che avrebbe dovuto collegare Terni a Poggio Mirteto, e che non venne mai realizzata, si legge che: Stroncone esporta cereali, vino, olio, calce e legnami e importa foraggi e cereali.
Coinvolgeva artigiani per la costruzione e riparazione degli oggetti necessari sia al processo vero e proprio come falegnami e fabbri per botti, torchi e botticelle, sia alle attività che vi ruotavano attorno e che interessavano altri manovali, come potatori, lavoratori a giornata, garzoni, che avevano bisogno di attrezzi necessari alla potatura, alla coglitura e al trattamento delle piante come ad esempio, i soffietti per insolfare e le pompe irroratrici e non ultima la lavorazione del terreno.
Vittori Gioberto, fu Gaspare, si rivolge al Giudice Conciliatore, per essere risarcito della somma di £ 4 per aver aggiustato una pompa irroratrice per le viti
Dal Consiglio di famiglia degli orfani Contessa, apprendiamo che ” due opere” per zappare la vigna, costano £ 15.
Era un lavoro che durava tutto l’anno e che veniva gratificato dalla possibilità di vendere al minuto il prodotto finito, pagando la licenza al Comune, anche temporaneamente e presso la propria abitazione.
Marini N. vende vino dei propri fondi, nella sua abitazione e chiede al Comune il permesso di organizzare, negli stessi locali, una festa da ballo privata in occasione del Carnevale, dopo l’orario di chiusura e senza scopo di lucro.
Le rivendite di vino all’interno del Borgo
Le Osterie e le bettole erano i locali maggiormente rappresentati per la vendita del vino. Nella classificazione degli esercizi, l’Osteria è un luogo dove si consuma anche cibo; la bettola è frequentata da ceti inferiori e il vino offerto è di minore qualità. Spesso erano a conduzione familiare e il vino che si consumava, locale.
Non entriamo nel merito dell’uso smoderato di questa bevanda, un malcostume che c’è sempre stato, e di cui Stroncone non fa certo eccezione:
Nel 1914, le guardie CampestriM. Angelo e M. Ernesto, vengono licenziati, per atti di insubordinazione e perché dediti al vino.
Nel 1923 M. Candido, viene arrestato dai Carabinieri per ubriachezza molesta;
Il consumo di vino, prima di diventare una moda per incontri pomeridiani, era limitato al pasto o ai momenti di sosta durante il lavoro manuale. Di sera, nei locali, assumeva il carattere conviviale della bicchierata tra amici, dove trovavano posto sfottò, chiacchiere, aneddoti e resoconti della giornata appena trascorsa. Questi luoghi, hanno avuto il pregio di tenere insieme un tessuto sociale dove si poteva chiacchierare, cantare, confrontarsi su più svariati argomenti, una sorta di agorà, dove poter esprimere le proprie idee, anche in modo poco ortodosso, perché giustificato da quella ebbrezza naturalmente dovuta al vino. Calzolai, fabbri, manovali, carbonai e ogni genere di lavoratori, trovavano sollievo dalle fatiche con un bicchierino, alla fine della dura giornata.
La richiesta al Prefetto di mantenere aperta la rivendita di vino in loc. Prati, nel periodo estivo durante i lavori di mietitura del grano, aveva proprio lo scopo di rappresentare un momento di riposo dalle fatiche delle grandi opere agricole estive.
Nel 1928 tra i vari esercenti che svolgevano la propria attività all’interno del paese, erano registrati anche i seguenti:
Cecchini Francesca e Coletti Matilde: vino, caffè e liquori in via dell’Arringo;
Danielli Odoardo: vino e liquori in piazza . S. Giovanni;
De Santis Pietro: vino al minuto in piazza della Libertà;
Ferracci Vincenzo: vino, caffè a piazza S. Giovanni;
Gasbarri Generoso: vino al minuto in via dell’ Oricello;
Grimani Cesarina: vino al minuto e affittacamere.
Inoltre:
nel 1911, a Vasciano centro, apre una vendita di vino in via del Monte, 32 casa Mazzocchi da Stentella Lavinia;
nel 1936, a Coppe, Leonori Vincenza, esercente di una bettola, comunica che terrà chiuso il locale per restauro del fabbricato.
Una distribuzione regolamentata e controllata
Nel 1904, le donne sposate, per aprire una rivendita di vino, dovevano avere l’autorizzazione del marito.
Nel 1920, il sottoprefetto, lamentava che: “in alcuni comuni del Circondario di Terni, gli esercenti a volte, vendono bevande alcoliche di alta gradazione senza averne l’autorizzazione. Per passare da una classifica all’altra serviva una speciale autorizzazione”.
Nel 1923, venne stabilito che: “Le concessioni di vendita di bevande superalcoliche sono personali, non trasmissibili a padre, figlio o coniuge, quindi cessano definitivamente con la morte o rinuncia del beneficiario”.
La L. 7/10/1923, n.22, per combattere l’alcolismo, stabilì l’orario di chiusura dei pubblici esercizi: “tra le 22 e le 24, secondo la stagione e i luoghi, la vendita dei superalcolici è consentita fino a 1 ora prima della chiusura. I funzionari di P.S., l’arma dei C.C. e tutti gli altri agenti della forza pubblica sono incaricati dell’esecuzione della presente ordinanz”.
Nel 1937 a Ferracci Ferruccio, la Commissione contro l’alcolismo, espresse parere contrario sulla variazione di classifica dell’esercizio da Osteria a Bar in considerazione della località eccentrica ove l’esercizio stesso è situato.
Celi Emma ha l’autorizzazione a vendere bevande con alcol al 21%;
Gasbarri Generoso è autorizzato a cambiare la classifica del suo esercizio da Bettola a Osteria.
Gli Orari erano ben definiti: le fiaschetterie, le Osterie e le Bettole, potevano restare aperte solo fino alle 22 sia in estate che in inverno. Nel 1936, gli esercenti del luogo chiesero di protrarre l’apertura in occasione delle feste di Natale e di fine anno.
Nel 1921, il Regio Decreto 1260 del 21 agosto 1921, elevò la misura di imposte e di tassa di bollo, su vini e liquori. Nello stesso periodo , a causa della forte crisi economica, anche il vino venne incluso tra i prodotti calmierati. Venne, inoltre, chiesto ai produttori, di presentare denuncia sulle rimanenze del raccolto 1919, ai Comuni e ai dipendenti appaltatori dei dazi.
Particolare attenzione legislativa venne attuata dal Ministero dell’Agricoltura, anche per l’importazione e la circolazione delle viti. Con un telegramma del 30 agosto 1921 la Prefettura si rivolge ai Sindaci dei Comuni del Cirondario.
Si ricorda che per la circolazione nel Regno di qualunque pianta o parte di piante destinate all’allevamento, il certificato non può essere rilasciato dai sindaci, nemmeno da quelli immuni da fillossera, bensì dal Delegato Fisiopatologico, nominato dal Ministero dell’agricoltura. E’ stato rilevato che alcuni Sindaci rilasciano tali certificati e vengono esibiti alle stazioni o agli uffici postali dai vivaioli per sfuggire ai divieti di circolazione di piante infette e provenienti da zone infette per altre malattie o infezioni diverse dalla fillossera.
Il consumo del vino nelle occasioni comunitarie
Attraverso, istanze e registri di bilancio presenti nei documenti del Comune di Stroncone, riferiti agli anni ’20, possiamo immaginare alcune situazioni di vita allietate da un buon bicchiere.
Leonardi Vittorio, proprietario di un caffè locale, chiede il rimpborso per caffè e vino somministrati agli agenti municipali, in occasione della guardia notturna fatta a due decessi, per £ 33.
Castelli Pericle,chiede il rimborso per una bicchierata offerta al Corpo Filarmonico in occasione della festa nazionale del 20 settembre ( Presa di Roma), per £ 20.
Gasbarri Generoso, pubblico esercente chiede il rimborso per una bicchierata offerta al Corpo Filarmonico Municipale, nell’occasione del servizio prestato per il compleanno di S.M. la Regina.
Salvato Adolfo e Gasbarri Generoso, chiedono rimborso per vino somministrato al Concerto in occasione della festa per la “Consegna delle Bandiere“
Cecchini Francesca chiede rimborso per £ 120,50 per fornitura vino e liquori in occasione delle Elezioni Amministrative del 1925.
Ferracci Domenico, si rivolge al Giudice Conciliatore contro Spezzi Domenico per ottenere £ 30, per vino somministrato.
Salvati Basilio, cita Castelli Pio, per vino e liquori somministrati.
Santi Vincenzo cita Sabocchia Sante per £ 75,00, costo di uva vendutagli.
Giacomini Teresa cita Eva e Pietro per vino somministrato
Marini Alfonso cita Barbara per 50 litri di vino e per £ 12,60, tassa sul vino del 1924.
In Occasione del Carnevale, Contessa Dante e Ferracci Luigi chiedono al Prefetto di poter organizzare feste da ballo pubbliche e di autorizzare, Danielli Odoardo a vendere vino e liquori per tutta la durata della festa”
Bibliografia
Documenti conservati presso Archivio Storico del Comune di Stroncone
G. Orsini Cervelli -O. Lazzarini ” Terni di jeri” Le Bettole, Litografia Stella Terni, Novembre 2001
Sitografia
https://www.unifi.it Università degli studi di Firenze P.L. Pisani Barbacciani ” La vite e l’uomo: storia, cultura, scienza”
L’ampia vallata dove sorge il sole, vede al centro allungarsi il fosso, che, nella stagione dei grandi acquazzoni, un tempo, provava ad assurgere al rango più elevato di torrente, quando alle piogge, si univano le acque di scolo dei monti che diventavano tumultuose scorrendo tra le rocce del suo letto.
cartolina
Dando le spalle ai Prati, sulla destra, si estende la parte montana di questo territorio. I pendii più a valle, sono utilizzati dall’uomo per coltivare, cacciare, raccogliere legname: Capoliana, Coranieri, S.Janni, Torello, Schioppo morto.
Parte di questi territori, figuravano, tra i beni immobili delle Confraternite del Gonfalone e del Sacramento e vengono descritti come “ terreni pascolivi e olivati”. Il loro valore, nel periodo dell’accentramento dei beni alla Congregazione di Carità, alla fine dell’800, fu così stabilito: S.Janni, £ 191,88; Scentelle, £ 900; Malvizza, £ 8,48.
Sulla sinistra, il colle su cui poggia l’abitato, un panorama meno noto. La zona delle “Scentelle sfruttata per piccoli allevamenti uso famiglia, con “stalletti” che ospitavano maiali e pollame. Le mura castellane o quello che ne rimane aprono piccole porte cancellate che danno accesso a modesti orti affacciati sul ripido pendio inframezzato da terrazzamenti.
Al tramonto, la luce dorata colpisce la facciata del paese, quella che si offre al visitatore, visibile dalla campagna, così innalzato rispetto alla conca ternana, domina su fertili pianure e su campi di ulivi che ne adornano la via di accesso. Le montagne tutte intorno sembrano proteggere l’abitato offrendo luoghi di riparo e risorse. Boschi per il legname, castagni, noci e frutti del sottobosco, pascoli e selvaggina, hanno rappresentato per lunghi anni una ricchezza per il popolo stronconese. I Pozzi della neve, la semina del grano, le fornaci di calce, la produzione del carbone sono tra le attività che si sono perse nel tempo ma che hanno, comunque, caratterizzato questi luoghi insieme alla struttura sociale che ne derivava.
E’ il Panorama maggiormente descritto, fin dall’antichità, sia nei documenti ufficiali che nelle liriche digressioni dei letterati. Nel Memoriale di Frate arcangelo Contessa, risalente al 1600, così veniva descritto:
” E’ donque il suo sito ameno, l’aria salubre, la vista giocunda perché hora si spiega in fertile campagne, hora s’abassa in fruttiferi colli, apriche piaggie, fioriti campi, chiuse valle, folti boschi e dilettevole pianure”
Sovrastano, le mura ormai diroccate, i campanili delle due chiese principali, poste alle estremità delle numerose case, strette in un intrigo di vicoli, stradine e piazzette. Le vie principali sono ancora lastricate di sampietrini, i piccoli blocchi che caratterizzavano le strade romane e materiale privilegiato, in epoche successive, per facilitare il passaggio delle ruote dei carri, con la loro superficie levigata. Alla Collegiata di San Michele Arcangelo e alla Canonica di San Nicolò, è legata la spiritualità di questo popolo di antica e orgogliosa fede guelfa. Sempre il Contessa definisce “Gente Nobile… Nè mai sono stati machiati d’heresia”.
Un paesaggio uguale a se stesso che, poco ha cambiato, nel corso della sua storia secolare. Stroncone non ha subito grandi cambiamenti, non è stato ricostruito né a causa delle guerre né a causa di terremoti e ha potuto, quindi, mantenere intatte le caratteristiche architettoniche medievali. Ben diverso deve essere stato sul piano socio-culturale sulla scia delle politiche di governo che si andavano affermando nelle diverse epoche.
Uno spartiacque tra antico e moderno fu , senza dubbio, il Plebiscito con il quale nel 1861 l’Umbria accettava di entrare a far parte del Regno d’Italia.
E’ di certo impossibile conoscere il pensiero dell’uomo comune in tali frangenti. Quali dubbi, quali domande, discorsi, dubbi, avranno animato le botteghe, le vie, le osterie…quali ansie si saranno nascoste nelle omelie delle messe e delle funzioni religiose… Sì, perché, l’anima garibaldina, sfiorò Stroncone solo nell’ardire di sporadici giovani la cui memoria si è ormai fermata a ricordi familiari. Niente a che vedere con quei ternani animati dalla sete di gloria e di indipendenza che combatterono a fianco di Garibaldi, prima e dopo l’unità d’Italia, sacrificando se stessi anche per la presa di Roma. Di conseguenza, qui, tra le mura castellane la novità rappresentata dal Re al posto del Papa, avrà senza dubbio suscitato perplessità e preoccupazione.
UN’AUTONOMIA CONTROLLATA
In concreto, infatti, il passaggio amministrativo dallo Stato Pontificio al neonato stato italiano, fu tutt’altro che facile. I Documenti e i carteggi, evidenziano le immediate difficoltà che si trovarono ad affrontare i primi amministratori, nel gestire gli iter che la nuova burocrazia esigeva con una regolarità e tempistica inderogabili. Il tutto certamente non fu agevolato dalla figura del Pepoli, primo rappresentante del nuovo governo in terra umbra, che fu incaricato, per dirla con un’espressione più colorita, di far capire quale aria avrebbe tirato da quel momento in avanti!
…” il nostro primo e amato despota all’indomani della liberazione” (…) “come una gragnola piovono (…) sull’Umbria i decreti del marchese Pepoli. (…) A ritmo serrato essi seppelliscono il passato e preparano l’era nuova”. Così descriveva il rinnovamento in atto, Uguccione Ranieri di Sorbello.
Di certo non sbagliava, si consideri che circa 290 norme passarono come un colpo di spugna su consuetudini, principi, abitudini, usi… sembrò quasi, come qualcuno affermò, che volesse “ togliere nell’animo di tutti questi popoliogni affezione, ogni idea del cessato governo”.
Al Marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, appartenente all’alta nobiltà, essendo nipote niente di meno che di Napoleone Bonaparte, da parte di madre, il 12 settembre 1860, fu affidata l’opera riformatrice per accompagnare il processo di statalizzazione vero e proprio. Un periodo preparatorio, che avrebbe condotto al primo passo ufficiale: quello delle prime elezioni politiche che avrebbero designato i nuovi Consigli municipali e i Sindaci a capo di ogni Comune, (all’inizio furono insediate commissioni temporanee). 100 giorni per far conoscere la terra umbra con i suoi pregi e difetti, bisogni e ricchezze. Due i momenti fondamentali che segnarono il suo percorso: il plebiscito e le nuove elezioni.
Così scriveva a Cavour: ” Pubblicai ieri il plebiscito, accolto ovunque con entusiasmo! Io avrò compiuta la mia missione con le elezioni comunali. (…) La mia presenza qui non sarebbe più necessaria essendo organizzato il paese in tutti i suoi rami d’amministrazione…”
Su un paese come Stroncone, da sempre legato allo Stato Pontificio al punto da mantenerne i simboli nel proprio stemma: la croce e le chiavi di Pietro, il nuovo regolamento cadde come una doccia fredda. Quello che impattò maggiormente fu lo scioglimento delle opere pie, con il Decreto 11 dicembre 1860, a vantaggio dell’istituzione di una Congregazione di Carità, prevista in ogni comune, che ne avrebbe amministrato i beni. In realtà, un po’ ovunque, tale riorganizzazione trovò opposizioni. Anche se le intenzioni erano buone, in quanto lo scopo era di ricondurre l’ordine patrimoniale, in alcuni casi lasciato nell’abbandono più assoluto, per ampliare la cerchia d’ azione delle opere di beneficenza. Dalle relazioni di accertamento pervenute sulle rendite delle confraternite erano apparsi ammanchi, irregolarità nei bilanci e l’assenza totale o parziale degli archivi.
La causa Angeletti nella gestione della Confraternita S. Filippo Neri
Gli Amministratori delle opere pie e delle confraternite , con zelo ottemperarono a quanto emendato. Provvidero a stilare inventari e a redigere bilanci e li inviarono tempestivamente al viceprefetto secondo le modalità stabilite. Fu il Decreto Reale del 22 novembre 1896, che autorizzò la Congregazione di Stroncone ad accentrare le 5 locali confraternite, Purtroppo però, questo dette inizio ad una annosa e altrettanto burrascosa diatriba legale circa la questione economica della Confraternita S. Filippo Neri, amministrata da A. Angeletti. Quest’ultimo si rifiutò di uniformarsi al nuovo regolamento, così con Decreto 10 luglio 1899, il sottoprefetto incaricò il commissario Crisostomi Angelo di accertare il bilancio del 1899 dell’Oratorio della Confraternita suddetta. Egli concluse dichiarando la pessima gestione tenuta dal 1876 con spese maggiori delle entrate, arbitrarietà nell’estinzione di censi attivi e conseguenti appropriazioni indebite. Il danno si calcolò ammontare a una cifra di £ 1475,81. Logicamente l’Angeletti ricusò queste accuse e il tutto si trascinò per alcuni anni tra giudici e carteggi tra gli avvocati Falciola e Pasqualini. Di analoga questione fu imputato anche Genuini A., segretario dell’opera pia Orsini e gli venne sospeso lo stipendio. Fu accusato di aver usato a proprio vantaggio fondi di riserva ma egli reagì facendo causa alla Congregazione stessa in quanto affermò che si trattava di pagamenti dovuti per il lavoro svolto.
UN’ ENTITA’ TERRITORIALE DA UNIFORMARE AL RESTO DEL REGNO
Stroncone, un Comune inserito nella Provincia di Perugia e nel Circondario di Terni.
La preoccupazione del Governo era quello di diffondere su tutto il territorio, norme e ordinamenti legislativi, in una sorta di tacita condivisione e accettazione. Dalla circolazione di una moneta unica all’organizzazione di un’istruzione pubblica, dalla sanità alle imposte dirette e indirette per sanare i bilanci, tutto pesava sulle spalle dei Comuni grandi o piccoli. Il confronto continuo era subordinato al controllo del prefetto che attraverso il vice e i sindaci allungava la mano del Potere centrale.
Al Prefetto venivano consegnati bilanci, fatte richieste e comunicata ogni decisione o iniziativa che gli amministratori avessero voluto mettere in campo per dirigere al meglio il proprio paese. E così passava tutto sotto alla sua supervisione: dal modello delle uniformi delle Guardie Campestri o dei bandisti, alla modalità di festeggiamenti per il natalizio di sua maestà il Re.
Ecco, allora, che, diventa interessante confrontare e approfondire le voci che compaiono nei registri di protocollo e in quelli dei bilanci di fine ‘800. Esse mostrano le modalità di gestione e i rapporti con i vari enti, associazioni e autorità del Comune, a circa un ventennio dalla sua annessione al Regno d’Italia.
La sicurezza pubblica
Per qualche anno, accanto agli uomini di pubblica sicurezza, figurarono distaccamenti militari a guardia sia dei confini, sia dei possibili contrasti con chi si era mostrato contrario all’annessione. “A Terni risultavano di stanza il 5° Granatieri, il 2° battaglione di Bersaglieri, un reggimento di Cavalleggeri, una batteria di artiglieria”. Ne troviamo conferma sia nei documenti comunali dell’epoca, sia nella Storia di Terni dell’Ottaviani.
“L’8 marzo 1866, per la morte di Oddone di Savoia, la Guardia Nazionale prese il lutto per 45 giorni. Gli ufficiali portarono il bracciale nero e la bandiera nazionale restò abbrunata”.
Nel 1880, il Distaccamento di Fanteria, chiede al sindaco di Stroncone ” Quando potrà recarsi ad eseguire il tiro a segno”
Il Reggimento di Cavalleria Nizza di Terni, nello stesso anno, ” rimette avviso di vendita di cavalli da riforma”.
La regolamentazione nelle vendite: pesi e misure
Altro importante traguardo normativo, verso l’uniformità delle varie realtà del regno fu rappresentato dalla Legge 28 luglio 1861, con la quale si estendeva a tutte le province del regno il Sistema metrico decimale per la verifica di pesi e misure necessari al commercio.
Fu la Legge 28 Luglio 1861, discussa nella seduta alla Camera svoltasi il 12 di luglio con la quale si adottò il Sistema Metrico Decimale per tutti e si stabilirono le modalità di controllo su tutto il territorio. Nell’art. 5 si può leggere che i “prototipi” del metro e del chilogrammo sono depositati negli archivi generali del Regno; l’art. 7 stabilisce che campioni conformi saranno depositati presso ogni capoluogo di circondario e presso i comuni che ne dovessero fare richiesta; l’art. 12 stabilisce che le verifiche avverranno periodicamente.
La stessa Legge, prevede che la vendita e lo smercio dei prodotti nella propria abitazione, di prodotti della terra e del bestiame, non debbano essere soggetti a tali controlli. Un aspetto importante per questa comunità rurale che viveva in buona parte di tale attività.
Le imposte
Le entrate comunali derivavano per lo più dalle imposte derivanti dal dazio sul consumo. Il Dazio fu introdotto con la L. 1830 del 14 luglio 1864 ed era un’imposta che i Comuni potevano anche dare in appalto all’incanto, al miglior offerente. Le tasse sulla famiglia e sul bestiame furono autorizzate e introdotte nel 1868, per poter far fronte alle spese, anche di competenza statale che i comuni erano chiamati a soddisfare come l’istruzione, la guardia nazionale e così via. In particolare, per Stroncone, come dimostrano alcuni documenti, anche di anni successivi quella determinante al punto da essere un cardine addirittura per pagare gli stipendi dei dipendenti comunali, fu la tassa bestiame. Si trattò di cespite importante , per chi, come questa comunità, non poteva contare sulle tasse dei domestici, delle vetture o dei biliardi in maniera consistente.
Il Concerto Civico
L’unità italiana venne perseguita anche, cercando una comunione di valori in cui identificarsi. Ecco allora che ogni occasione che ricordasse le vittorie e i sacrifici di chi si era immolato per cacciare il nemico, diventavano momenti da celebrare .
A Terni, dal 1861, la prima domenica di giugno si festeggiava lo statuto albertino con sfilate militari ed esibizione di bande musicali.
Il Civico Concerto, fu anch’esso parte dell’organizzazione municipale. Come a Terni, anche a Stroncone la sua fondazione fu precedente all’Unità d’Italia grazie a gruppi di cittadini che volontariamente si associarono. Successivamente entrò di diritto nelle attività sostenute dalla municipalità al punto che del consiglio faceva parte sia il sindaco che alcuni rappresentanti comunali. Veniva siglato un capitolato e un regolamento molto rigido sia per il direttore che per i componenti. Il regolamento del 1848, che poi, verrà rinnovato anche per gli anni successivi comprendeva norme di buona condotta sia nei luoghi che nell’uso dello strumento vero e proprio. I bandisti dovevano essere moralmente irreprensibili mostrando serietà durante le prove e durante le esibizioni rispettando orari e decoro nell’uniforme; lo strumento non poteva essere suonato per proprio diletto nemmeno davanti alla porta di casa e ci si doveva recare a svolgere il servizio partendo tutti insieme e tornando tutti insieme senza arrecar danno alcuno. Il Comune di Stroncone, forniva i locali, l’illuminazione, le uniformi e stipendiava il bidello e il maestro. I servizi che la banda era tenuta a svolgere, caratterizzano anch’essi, il momento patriottico: 1.festa del Patrono; 2.Natalizi: della Regina Elena, della Regina Margherita, di S.M. il Re Vittorio Emanuele e di Giuseppe Garibaldi; 3. Festa dello Statuto; 4. Festa della Breccia di Porta Pia.
L’assistenza medica
In Consiglio Comunale, nel 1896, si discusse sulla riapertura della farmacia chiusa l’anno precedente, affidandola ad un farmacista disposto ad assumere l’incarico per £ 300 annue più £ 300 per indennità di trasporto, solo per il primo anno.
Il sindaco Colantoni, ricordò all’Assemblea che la Regia Prefettura aveva dato parere negativo all’autorizzazione di dotare il Comune di un ” Armadio Farmaceutico” e che la soluzione temporanea adottata era divenuta quella di istituire un pedone che si recasse a Terni quando i due medici lo ritenessero necessario “evitando così la le lagnanze della popolazione”. Nel dibattimento, il Consigliere Costanzi disapprovò la proposta affermando che tale servizio era inutile e che ” chi vuole i medicinali se li può andare a comprare da sè a Terni”. Di diverso parere fu invece, l’altro Consigliere, Vittori, il quale affermò che la spesa pattuita non era eccessiva. Dopo ampia discussione si passò alla votazione per alzata e seduta. La proposta venne approvata con la sola astensione del Costanzi.
Venne quindi assunto il nuovo farmacista Cavalieri Filippo, nativo di Comacchio. Si deliberò che la nomina avesse durata di un anno e che potesse essere riconfermata di anno in anno. La somma occorrente sarebbe stata prelevata dalle spese impreviste.
LA NUOVA AMMINISTRAZIONE
Il primo Sindaco eletto del neonato comune del regno fu Belisario Contessa, la durata del suo mandato fu dal 5 gennaio 1861 al 31 dicembre 1865. Il sindaco era l’anello di congiunzione tra il potere locale e quello governativo rappresentato da prefetto e viceprefetto, si veniva così a concretizzare quel decentramento burocratico che avrebbe dovuto controllare l’ordine sociale e politico del nuovo stato italiano. Secondo la Legge Rattazzi che, nel 1865, riordinò i Comuni, il Consiglio era elettivo e nominava al suo interno la Giunta. Le sessioni ordinarie erano due: una primaverile e una autunnale.
La formazione del Consiglio e della Giunta, variavano secondo il numero della cittadinanza. E’ lecito supporre che Stroncone facesse parte dei Comuni con più di 3000 abitanti perché dal censimento del 1871 la popolazione di Stroncone, comprese le frazioni, risultava essere di 3 183 abitanti, quindi gli spettava l’elezione di 20 membri e una Giunta formata da 4 consiglieri più il sindaco. Nei verbali delle sedute del 1908, infatti, si può verificare tale costituzione numeraria.
Rappresentanti comunali, dovevano far parte sia delle Commissioni per il rinnovo del Capitolato del Concerto, che della Congregazione di Carità. Per quest’ultima il Commissario regio generale sceglieva tra una rosa di candidati proposti dalle commissioni municipali. A Stroncone, poichè la popolazione era inferiore a diecimila abitanti, spettavano 4 membri.
In questi primi anni, dall’Unità alla fine del secolo stesso, i Sindaci che si alternarono furono: Belisario, Eugenio e Ulisse della famiglia Contessa, per più di un mandato. Nel 1895 venne eletto Colantoni Vincenzo, dell’Amministrazione fecero parte, tra gli altri, il segretario Morettini, e gli assessori: Malvetani Terenzio, Rosa Costanzi Filippo, Serlorenzi Giovanni, Marini Vincenzo, Bizio Vittori; al termine del mandato, il sindaco che traghetterà il Municipio verso il nuovo secolo sarà Terenzio Malvetani.
Tra gli incarichi, mansioni curiose ormai scomparse
Spulciando nei registri del personale, alle dipendenze del comune, degli anni considerati, troviamo: Gasbarri Generoso guardabosco dal 1868; Brunetti Ernesto, guardia campestre dal 1883; per la Sanità: il dottor Faggioli Augusto medico chirurgo dal 1889 e il dottor Passini Luigi, la levatrice Grimani Bernardina dal 1890; per la Musica Cardoli Giuseppe, Maestro di musica del Concerto nella scuola comunale, dal 1868, Marini Marino Ulderico, bidello del Concerto dal 1897; Stefanini Cassio, messo comunale dal 1877; per l’istruzione: Napolitano Cipriano, maestro elementare dal 1881 e Nobili Gaetana dal 1878, Uguccioni Tersilia, Ippoliti Angelina, Leonardi don Salvatore, Giovanna Boccanera, Vergnano Isabella e Frattali Luigi insegnanti anch’essi, come Diamanti Raffaele, maestro anche della scuola di retorica dal 1865 e Zannecchia Caterina coadiutrice della maestra dal 1881; Rosati Valentino, procaccia rurale; Sabatini Eugenio, moderatore dell’orologio di Vasciano e De Santis Eligio di quello del capoluogo; Venturino Giovanni è scrivano dal 1893; l’agente daziario è Fiorenza Nazzareno dal 1891. Menzione a parte, merita l’illustre concittadino Luigi Lanzi che fu segretario dal 1890 al 1893, quando fu chiamato ad altro incarico presso il Comune di Terni.
Tra le figure autorevoli di cui il Comune non poteva fare a meno, troviamo il Giudice Conciliatore, una figura che venne istituita con R. Decreto 6 dicembre 1865 n. 2626. L’ufficio venne regolamentato successivamente, con la Legge 16 giugno 1892. Assistito dal segretario comunale in veste di cancelliere, il giudice avrebbe dovuto giudicare le controversie tra le parti che a lui si fossero rivolte attraverso vere e proprie citazioni.
In una comunità dove l’ambiente agricolo e campestre è maggiormente rappresentato, quelle citazioni, lette oggi fanno sorridere, parlano di situazioni di vita quasi al limite della barzelletta. Si va dalle galline che razzolano sull’aia del vicino o che rovinano il raccolto, al maiale portato a pascolare sotto alla quercia, danneggiando la ghianda, o al “somaro” che è passato su un sentiero di proprietà e così via. Eppure, dietro al sorriso che possono suscitare, si intravede un mondo contadino dove l’essenzialità delle cose rappresentava un fragile equilibrio capace di fare la differenza, talvolta, nella lotta alla sopravvivenza.
IL VENTO DEL PROGRESSO CHE AVANZA
L’ultimo ventennio dell’ottocento getterà le basi per tutta l’era moderna. Aprirà le porte al progresso tecnologico. Nuove idee, ispirazioni, valori si concretizzeranno sempre più in progetti così ampi da sembrare, talvolta, vere e proprie utopie.
Nella vicina Terni, il fermento era tutto per la costruzione delle nuove fabbriche: ” La Manchester italiana”, come venne definita. Con la sua ricchezza d’acqua, la vicinanza a Roma ma anche la lontananza da pericolosi confini, la presenza già in loco di opifici, venne individuata, all’indomani dell’Unità, come la città ideale che avrebbe segnato il passo verso la modernizzazione del nuovo Stato Italiano. La Fabbrica d’armi nel 1881; la SAFFAT, ” la più bella officina siderurgica del mondo” nel 1884.
Curiosità: L’atto di nascita dell’Acciaieria è datato 10 marzo 1884 e fu stipulato a Stroncone nello studio dell’avvocato Contessa. Il capitale sociale fu di 3 milioni ed elevato subito dopo a 6.
Mentre le grandi fabbriche ebbero investitori di altre regioni, l’imprenditore ternano Alterocca in questi stessi anni, dotava la sua tipografia di macchine sempre più moderne e si distingueva anche per altre innovazioni che diedero lustro alla città. Fondò il settimanale ” L’Annunziatore umbro-sabino” e dette annuncio, nella uscita del primo numero, del primo esperimento di illuminazione elettrica; a lui si deve anche l’installazione del primo telefono pubblico.
Insomma uno sviluppo tutto in ascesa, poco importava se c’era sovraffollamento nei quartieri poveri dove la gente moriva per la mancanza di igiene e per le malattie. Poco importava se c’era in atto uno scontro tra gli strati sociali della cittadinanza, con il ceto contadino sempre più ai margini; la vecchia borghesia che restava a guardare il movimento operaio e le nuove idee liberali che masse di operai diffondevano anche da altre regioni. Il processo di rinnovamento delle idee ormai era inarrestabile e viaggiava su chilometri di strade e ferrovie in un inarrestabile cantiere senza fine che percorreva tutta la penisola da nord a sud. Ma questo sarà oggetto di prossimi articoli.
Documenti conservati presso Archivio Storico del Comune di Stroncone
storia.camera.it Tornata del 12 luglio 1861 Camera dei Deputati-Portale storico
Bibliografia
M. Tosti, ” L’inserimento dell’Umbria nello Stato Unitario” in ” Alle Origini della Provincia dell’Umbria, poi di Perugia di R. Abbondanza in Corrispondenze dall’Ottocento 0/2007
” Sull’Accentramento del patrimonio delle confraternite nella Congregazione di Carità in applicazione della legge 17 luglio 1890″ , Terni, Tipografia Borri 1891
Congregazione di Carità di Terni, ” Confraternite e legati di beneficenza” Terni, tip. dell’Industria 1892
G. B. Furiozzi, “La Provincia dell’Umbria dal 1861 al 1870” a cura dell’Ufficio Stampa della Provincia di Perugia
D. Ottaviani “L’ottocento a Terni” ( I e II parte) ed. Terni, 1984
L. Palmeggiani, ” Dall’Amministrazione Pontificia a quella unitaria “ in Storia Illustrata delle Città dell’Umbria a cura di R. Giorgi, Elio Sellino Editore, 1993
La dodicenne Igina Crisostomi, nel luglio del 1920, consegue l’Attestato di promozione alla classe VI, completando così il suo ciclo di istruzione obbligatoria. A dimostrazione di ciò, nel Documento, compaiono le firme, oltreché dell’Ins. Cipriano Napolitano, del Presidente della Commissione giudicatrice e dell’Ispettore Scolastico, necessarie solo “alla fine del proscioglimento dell’obbligo dell’Istruzione”.
In realtà la classe VI, a Stroncone, venne istituita soltanto nell’anno 1922. La legge Orlando n.407 dell’08/07/1904, infatti, prevedeva un Corso Popolare (formato dalle classi V e VI). che aveva carattere di scuola di avviamento professionale e la sua istituzione era obbligatoria nei comuni oltre i 4000 abitanti. Il Corso completo era presente solo nei comuni più agiati e quindi si potevano verificare situazioni diverse che venivano, di volta in volta, modificate dalle richieste al M.P.I. Successivamente, poterono accedere a tale richiesta anche i Comuni di 3000 abitanti . Come risulta da dati statistici, nel 1901 la popolazione, nel nostro territorio, contava un totale di 3794 abitanti, comprese le frazioni. A causa, dunque, dell’alto numero di alunni, il Comune di Stroncone, fece domanda per ampliare il corso scolastico . ” Reclamata dall’intera popolazione e necessaria per l’aumentato incremento dell’Istruzione”. Il M.P.I. si espresse con parere favorevole a patto che l’Amministrazione, in sede di Consiglio, avesse deliberato di sostenerne le spese relative a stipendi e liquidazioni.
Quale Istruzione?
Prove scritte, orali e pratiche permettevano di valutare i contenuti dell’insegnamento. I Programmi scolastici avevano l’obiettivo di togliere le persone dall’ignoranza attraverso i principi del Positivismo: insegnamento formale e pratico. Si passava dall’osservazione degli oggetti più semplici a quella più generale dei fenomeni naturali e del mondo circostante, nelle classi più grandi. Una curiosità era lo spazio dedicato alle “Scienze, igiene, economia domestica” , che comprendeva anche la cura del proprio corpo e quella dello spazio pubblico. Forse, questo non deve stupire più di tanto se si pensa che sono gli anni in cui si afferma la convinzione che le malattie possono essere controllate attraverso regole igieniche rigorose. I medici Sanitari denunciavano la promiscuità degli uomini con gli animali nei centri abitati, dove esistevano stalle piene di letame che “ammorbano l’aria”; la mancanza di sistemi fognari adeguati; raccomandavano la pulizia profonda di strade e vicoli dove, non di rado, venivano svuotati orinali e la nettezza delle latrine pubbliche. Erano gli anni in cui la popolazione infantile veniva colpita dalla Difterite, malattia infettiva contagiosa che ogni anno faceva registrare fino a 1500 decessi.
L’11 Aprile del 1923” la Scuola di Finocchieto viene temporaneamente chiusa dall’Ufficiale Sanitario del Comune per casi di difterite.”
Il capitolato della bidella del capoluogo
Anche l’Ordine di Servizio della Bidella richiamava questa necessità di pulizia, come apprendiamo dal documento comunale del 1922: “1) aprire la scuola tutte le mattine di lezione, appena suonata la campanella; 2) Spolverare ogni mattina tutte le scuole e i banchi: D’estate spalancare e puntellare le finestre, innaffiare le aule e provvederle di un secchio per ciascuna; 3) Rimanere nel locale scolastico a disposizione del Direttore e delle insegnanti durante tutto il periodo delle lezioni; 4) Spazzolare una volta alla settimana, parte il mercoledì e parte il sabato, tutte le aule, le scale, compresa quella dell’asilo e della Direzione; 5) pulire una volta al mese tutte le finestre; 6) mantenere pulite e sorvegliare le latrine, curare la loro disinfezione e il lavaggio giornaliero specialmente nell’estate; 7) Imbiancare gli asciugamani e gli strofinacci delle aule; 8)recapitare a domicilio gli eventuali biglietti per servizio scolastico ai genitori degli alunni 9) accompagnare questi alle loro abitazioni qualora se ne presenti l’occasione. Il servizio della Bidella verrà compensato con la somma di £ 45 mensili compresi i periodi di vacanza”. Emilia Palmieri, a causa del gravoso orario e compito, chiese che le venisse aumentato lo stipendio da £ 30 a £ 45. Le venne concesso, ma, le venne tolta “l’Indennità caroviveri”.
Un richiamo alla pulizia e disinfezione che verrà fatto più volte e comunque alla fine di ogni anno scolastico, come dimostra anche il documento del 1936 del Direttore De Bonis, inviato al Podestà per comunicare la riapertura delle scuole.
La profilassi contro il vaiolo, veniva condotta con la stessa rigorosità. Il Comune richiamava alla vaccinazione e rivaccinazione che, sarebbero avvenute presso le scuole, coinvolgendo anche i sacerdoti che erano invitati a ricordare tale obbligo dal pulpito domenicale. Ai bambini privi di vaccinazione veniva impedita la frequenza a scuola.
Gli obbligati alla scuola elementare: in classi di circa 50 alunni
Nell’A.S. 1924-25 La classe III è formata da 21 maschi e 24 femmine. Tra gli altri ci sono: Contessa Costante di Eugenio e Rosa Malvetani; Crisostomi Marcella di Mariano Augusto e Corpetti Gilda; Coletti Luigina di Francesco e Giulia Malvetani. Il maestro Guido Contessa, insegna nella classe IV mista, con 33 alunni maschi e 11 femmine, a cui si aggiungono 5 maschi e 2 femmine ripetenti. Raccoglie nati tra il 1910 e il 1914 Sono presenti: Danielli Armando di Ugo; Marini Mario di Natale; Spezzi Viscardo di Spartaco; Vittori Gaspare di Vitaliano; Vittori Norberto di Ubaldo; Vittori Vittorio di Vitaliano; Vittori Maria di Vitaliano. La classe V dello stesso anno, dove è impegnata la maestra Danielli Ginevra, raccoglie alunni nati tra il 1910 e il 1914. Sono 20 alunni: 12 maschi e 8 femmine. Tra loro troviamo: Contessa Maria di Eugenio e Rosa Malvetani; Coletti Albertina di Francesco e Malvetani Giulia; Serlorenzi Vincenzo, che abita a Crocemicciola.
Quella delle classi numerose, è una situazione che rimarrà invariata per molto tempo, e in ogni Comune, come dimostra la foto seguente di Conti Augusto, frequentante ad Acquasparta nel 1940.
Un’edilizia inadeguata per una popolazione scolastica in crescita
Il Regio Decreto 31 dicembre 1923 n. 3125, concesse ai Comuni agevolazioni per ristrutturare o costruire nuovi locali scolastici, in seguito alla crescita del numero degli alunni frequentanti. Una realtà edilizia con la quale si confrontò anche il Comune di Stroncone.
Il 31 agosto del 1922, il Direttore delle scuole, Napolitano scriveva al Sindaco per richiedere la manutenzione di alcune scuole del territorio. “ Le aule scolastiche durante il periodo delle vacanze autunnali dovranno essere disinfettate. Bisogna far costruire nuovi banchi per almeno 50 scolari. La scuola di Colle, una delle più frequentate e popolose delle nostre rurali, per la sua ampiezza con una piccola finestrina, è circondata da stalle dalle quali non emana che aria insalubre, è inadatta. Bisogna riparare d’urgenza il tetto dell’aula della scuola di Coppe; imbiancare la scuola di Vascigliano e cambiare i vetri. L’aula della scuola di Santa Lucia è angusta per 60 bambini delle 2 e 3 classi riunite; nelle scuole di Vasciano e Finocchieto vanno riparati il tetto e il pavimento. Nel Capoluogo va riparato il pavimento, dove i bambini inciampano” .
La spesa di riscaldamento spettava al Comune. Nel 1923, rimborsò a Magnanimi Felicina, le spese per la scuola di Vasciano e ad Angelici Giovanni, la legna fornita alla scuola di Coppe. Nel 1927, agli insegnanti venne conferita un’indennità annua di £ 80, perciò quando scrissero al Comune, tramite la Direzione Didattica di Papigno, per lamentare di non avere legna, non ottennero il riscontro sperato.
Una stufa a legna scaldava le immense aule dagli alti soffitti e comunque faceva sempre troppo freddo, soprattutto quando veniva accesa all’inizio delle lezioni. Adriano Grimani, ricordava che durante il tragitto che da San Liberatore lo portava a Stroncone, si fermava a raccogliere piccoli pezzi di legna da dare alla maestra per alimentare il fuoco e come lui anche altri compagni si prodigavano in tal senso.
La Direzione Didattica
Documenti comunali, ci informano che le scuole di Stroncone erano dipendenti dalla Direzione di Papigno. Nel 1924, però, vennero temporaneamente gestite dal Direttore di Narni .
La riforma Gentile
Con il Regio Decreto del 6 maggio 1923 n. 1054, la scuola elementare venne ad assumere la funzione di “educatrice dello spirito”. Si passò, così, da una formazione “pratica” ad una idealistica, dove lo scopo principale dell’istruzione era quello di elevare lo spirito attraverso la religione e la morale. Veniva dato ampio spazio alle materie espressive che dovevano formare l’uomo e non il professionista. In questo clima fiorirono concorsi ginnici e canori organizzati dal Ministero della Pubblica Istruzione e a cui nessun insegnante si sottrasse. A Maggio del 1924, ad esempio, venne organizzata una gara di canto corale per il fausto anniversario dell’intervento in guerra, aperto a tutte le scolaresche d’Italia. Accanto allo studio, erano previsti giochi all’aperto, racconti ricreativi e giochi di intelligenza. Queste ultime attività furono ben rappresentate dal giornalino quindicinale: “L’Idioma gentile” diretto dal nostro compaesano Giacomo Giacomini e stampato a Città di Castello dalla Società Tipografica: ” Leonardo da Vinci”.
Un’attenzione particolare veniva data all’educazione dei ” fanciulli anormali” per la costituzione di “classi differenziali“. In base all’art. 28 del R.D. 31/12/1923, n. 3126, il Ministero stanziava £ 500,000 e i Comuni ne avrebbero dovuti versare £ 100 ai Patronati scolastici per ogni alunno anormale.
Il Comune rispose che: “ nel territorio di Stroncone, non ci sono bambini con sviluppo anormale“.
Quali insegnamenti?
In piena riforma gentiliana ed epoca fascista nell’A.S. 1938/39, Massoli Rossana, termina il Corso di studi del grado Inferiore. La maestra è Ester Santopaolo
Che cosa ha imparato in questi 3 anni?
Preghiere, racconti del Vangelo, canti semplici ed esercizi ritmici; ha imparato a tenere in mano la matita e ad apprezzare le forme spontanee del suo tratto nel disegno e a copiare la “bella scrittura” dalla lavagna; dopo gli esercizi preparatori di lettura e scrittura, ha imparato a comporre, a raccontare e riassumere i fatti più importanti della vita familiare e della scuola.
Nei programmi, particolare attenzione era riservata all’insegnamento della matematica della prima classe:
“Con lentissima gradualita’ si deve raggiungere un risultato di assoluta sicurezza e speditezza nelle quattro operazioni, sino al numero 20. Nessun espediente giovera’ a rendere piu’ rapida la graduale intuizione dei numeri e l’ideazione dei loro rapporti ed operazioni. Un intero bimestre non sara’ troppo, specie in scuole rurali, per la formazione intuitiva del numero dall’uno al cinque, e per gli esercizi scritti e con corrispondenza di piccoli disegni geometrici, che accompagnino le nozioni di aritmetica con le prime intuizioni di geometria. Solo verso il quarto mese di scuola potra’ oltrepassare il 10, giungendosi altresi’ al calcolo onnilaterale dentro il dieci”.
In terza, si dava spazio al calcolo mentale e al ragionamento intorno ai concetti di: guadagno, perdita e ripartizione, sui pesi e misure e sulle monete. Per quello che riguardava le scienze e l’igiene si insisteva ancora sulle buone abitudini e sui corretti comportamenti di pulizia del proprio corpo e degli ambienti; sulla conoscenza del proprio corpo e degli spazi vissuti. I lavori donneschi restavano indispensabili e in questi primi anni si concretizzavano in cucito e maglia. Riguardo il lavoro con l’ago:
“…noteranno le maestre quanta influenza avrà l’esercizio del lavoro sull’insegnamento della scrittura, in quanto esso educa il senso della proporzione”.
Tra le Varie, a proposito di IGIENE:
“Il patronato scolastico potra’ stanziare un piccolo fondo a disposizione dei maestri, per la tosatura gratuita delle teste la cui tenuta non sia migliorabile senza mezzi radicali. Ogni mattina, prima ancora della preghiera, il maestro verifichera’ la pulizia personale degli scolari. Il direttore didattico e l’ispettore dovranno riferire in modo specialissimo sulla capacita’ che ha il maestro di ottenere dagli scolari la massima nettezza.“
Gli anni del patriottismo fascista
I simboli
Il 2 novembre 1922, L’amministrazione Provinciale Scolastica, richiamava al mantenimento nelle scuole del Crocefisso e del ritratto del Re. “Il toglierli è violazione di una precisa disposizione regolamentare e offende la religione dominante dello Stato e il principio unitario della Nazione simboleggiata ed espresso nella Persona Augusta del Sovrano” . I Sindaci dovevano vigilare affinchè fossero ben visibili nelle scuole.
Allo stesso spirito si lega la “Festa della consegna delle bandiere”, del 1923, anche a Stroncone, degnamente celebrata.
” Calmiere…Quello è l’origine di tutti i mali. Perché, quando tu, governo, miette ‘o calmiere, implicitamente alimenti l’astuzia del grossista e del dettagliante…il calmiere è una delle forme di avvilimento che tiene il popolo in soggezione e in stato di inferiorità” cit. Edoardo De Filippo in Napoli Milionaria
Calmiere, una parola che in questo periodo, si sente spesso, e che evoca alla memoria uno dei periodi più difficili, a livello economico, che il nostro Paese si sia trovato ad affrontare. All’indomani della fine della Grande Guerra, i benefici di vincitori, non erano certo evidenti e la risposta che il Governo seppe dare fu essenzialmente di repressione, con aumento di tasse e contenimento dei consumi. Fu attuata una politica annonaria con prezzi calmierati e furono costituiti Consorzi e Commissioni di controllo. Fu un rincorrersi di provvedimenti di restrizione e limitazione dell’uso di alimenti con requisizione di materie prime come i cereali, il grasso, l’olio di oliva…vennero emanate disposizioni sulla composizione di pasta e pane; venne limitata la vendita e il consumo di carne, arrivando addirittura a dimezzare le fiere del bestiame.
Una guerra sottovalutata
Una guerra, quella del 1915-18, che la giovane Italia, forse, affrontò con un peccato di superbia, trascinata dagli entusiasmi di chi era convinto che sarebbe stata breve e, poco più, di una guerra coloniale. I delicati equilibri politico sociali che erano in atto per ” costruire” una Patria comune a tutti gli italiani furono di nuovo in bilico soprattutto grazie alle spinte interventiste della grande industria che vedeva nella guerra un grande profitto economico.
Quello che ne derivò causò quei movimenti di masse popolari che caratterizzarono tutto il secolo successivo. Donne, contadini, operai…furono investiti di nuovi ruoli e responsabilità durante il conflitto, e questo determinò una nuova consapevolezza delle parti, e segnò un punto di non ritorno.
Dal canto suo, il governo centrale non recepì questi cambiamenti, anzi si trovò a contrastarli con le politiche restrittive attuate per far fronte alla grande crisi economica . I Comuni, da parte loro, erano già indebitati, con la Cassa di mutui e prestiti, per ammodernare l’apparato burocratico e dotarsi di infrastrutture come strade, energia elettrica, scuole, acquedotti e sistemi fognari, necessari ad una popolazione sempre in aumento. Inoltre, dovevano provvedere all’ampliamento della pianta organica, tra cui le condotte mediche e veterinarie e i conseguenti adeguamenti degli stipendi con le indennità caroviveri per tutti i dipendenti . Nei bilanci comunali comparvero nuove tasse non sempre applicabili ad una popolazione rurale, come era quella di Stroncone e, dunque non produttiva, per aumentare le entrate e bilanciare le uscite. C’era, poi, una fascia di popolazione che doveva essere tutelata la cui condizione era stata determinata dalla guerra stessa: orfani e vedove.
Nel 1917, il Comune di Stroncone, stanziò £ 200 annue di contributo continuativo a favore degli orfani di guerra. Tali contributi dovevano essere ripartiti in egual misura fra i patronati delle 2 opere nazionali: quello degli orfani dei Contadini morti in guerra e quello per l’assistenza civile e religiosa degli orfani di guerra.
La politica annonaria
La convinzione che si potesse trattare di una guerra breve, non portò a fare scorte delle materie prime alimentari. Questo, unito alla mancanza della forza lavoro principale, nel settore dell’agricoltura, determinò un impoverimento del cibo sia destinato alla popolazione che ai soldati impiegati al fronte. Si assistette, dunque, ad una serie di provvedimenti governativi miranti a controllare il consumo degli alimenti, che divennero progressivamente sempre più restrittivi.
Nella tornata di giovedì 3 ottobre 1918, il Presidente del Consiglio dei Ministri, Orlando, così si esprimeva: “In nessun altro Stato le difficoltà economiche nascenti dalla guerra, hanno potuto raggiungere la medesima intensità che in Italia.
E lo stesso si dica della crisi della manodopera determinata dal fatto che ben cinque milioni di uomini sono stati chiamati alle armi.
...di particolare gravità permane la situazione degli approvvigionamenti e dei consumi alimentari soprattutto per il fenomeno degli altissimi prezzi (…) ha (…) reso oltremodo penosa l’esistenza di quelle piccole economie domestiche, i cui redditi sono rimasti costanti.” Orlando, continuava dicendo: “la curva dei prezzi comincerà la discesa a patto che sia rigorosamente osservata la disciplina dei consumi soggetti a tesseramento e controlli”.
Il pericolo della speculazione
13 Dicembre 1920 Lettera del Prefetto: ” …Purtroppo si verifica di continuo il fenomeno dell’accaparramento e del rifiuto di vendita dei generi alimentari e delle merci di largo consumo da parte dei produttori e dei commercianti sia grossisti che dettaglianti, i quali per ritrarre guadagni smodati non vendono se non a prezzi di gran lunga superiori al calmiere , oppure non vendono in attesa di rialzo dei prezzi. Opera criminosa di speculatori. Il Comune deve vigilare e anche il cittadino può direttamente o mediante un ufficiale di polizia giudiziaria, reclamare alla Commissione Annonaria del Comune, ogni volta che un commerciante o venditore, chiude l’esercizio o rifiuti di vendere senza giustificato motivo ai prezzi determinati dall’autorità competente. La Commissione potrà requisire parte della merce o tutta. Per le gravi condizioni di approvvigionamento del Paese faccio appello al più vivo senso di responsabilità per una solerte opera di controllo.”
Nel 1920, fu calmierato il prezzo del petrolio: £ 247 al quintale, ai rivenditori da parte della Società merce nuda in recipienti posta in vagone alla partenza. In fusti o bidoni il prezzo aumenta dai 20 ai 30 cent.; reso in latte è di £ 46,10 per ciascuna latta”.
Il 25 maggio 1921, fu effettuata una revisione dei calmieri da parte della Prefettura. ” Da un esame nelle varie città della provincia, si rileva un fenomeno di discesa dei prezzi di generi di largo e popolare consumo, quindi necessita una revisione generale dei calmieri, soprattutto per vino, olio, erbaggi, frutta, carbone…”
La carne
Fu oggetto di limitazioni perchè, in particolare quella bovina, serviva a nutrire i soldati al fronte, oltrechè a rispondere ai bisogni della popolazione. La sua richiesta, portò gli allevatori a considerare un’opportunità di guadagno, quindi la facevano pagare molto sacrificando anche gli animali destinati alla produzione di latte o al lavoro nei campi.
Nel 1918 un Decreto prefettizio ordinò la sospensione di metà delle fiere annuali del bestiame
delibera comunale sulle fiere nel territorio di Stroncone
Aprile 1920 venne destinato un: “contributo di £ 5 a chi macella animali bovini.Il 9 per cento va allo Stato, l’1 per cento al Comune in cui avviene la macellazione”.
Ad Agosto dello stesso anno, il Commissario Generale Approvigionamento e Consumi, ripristinò la libera macellazione degli animali bovini. Restano ferme le norme che disciplinano la macellazione delle vacche e giovenche gestanti e le disposizioni che vietano la macellazione delle femmine bovine fino a che non siano apparsi i primi 4 incisivi da adulti” A Stroncone, la presenza di bovini, nel 1915, come risulta dalle denunce di macellazione, non era molto alta con una media di 3 capi al mese , macellati. Diversa situazione, invece, l’allevamento di ovini, la cui macellazione registrava numeri molto più alti, arrivando a contarne dai 40 ai 50 capi per ogni mese estivo.
D.M. del 12 ottobre 1920: “Dalle ore 15 del mercoledì a tutto il venerdì di ciascuna settimana è vietato vendere al pubblico e consumare nei pubblici esercizi, carni bovine, bufaline, ovine, ecc. fresche o congelate o conservate crude o cotte o in scatola. Gli esercizi di vendita delle carni debbono rimanere chiusi dalle ore 15 del mercoledì a tutto il venerdì. Tale disposizione è applicata a mense annesse a circoli, clubs, vetture, ristoranti, ecc. …Tale divieto però, può essere infranto per gli ammalati i quali con un certificato medico e sotto il controllo di un agente municipale che annoterà l’acquisto, potranno servirsi di carne negli spacci autorizzati anche dal mercoledì al venerdì”.
A giugno del 1921, venne incentivato il consumo della carne in scatola appartenente all’Amministrazione militare, di produzione nazionale, giacente nei magazzini.
” Nell’intento di favorire i consumatori e di produrre un effetto calmierante nel mercato, attualmente esageratamente caro,…si cedono esclusivamente a Enti e a Istituzioni pubblici di consumo e a cooperative, tale marca a prezzo vantaggiosissimo £ 1 la scatola che contiene 220 gr. di carne“.
Olio
In alcuni casi, furono emanati provvedimenti per consentire lo scambio di prodotti da comune a comune e da provincia a provincia per evitare che in alcune regioni, l’eccedenza potesse far calare i prezzi alimentando un rincaro degli stessi, laddove l’approvvigionamento fosse risultato carente.
Ottobre 1920: venne vietata l’esportazione delle olive da frantoio della campagna olearia.”
Tale divieto non vuole creare ostacoli ai produttori nel loro commercio ma assicurare alla provincia l’olio per il suo consumo”.
A novembre venne ulteriormente precisato: Il Decreto ha lo scopo di accertare in modo rigoroso, senza creare ostacoli al libero spostamento della merce nell’ambito provinciale, le disponibilità effettive di olio della stessa provincia, allo scopo di assicurare il fabbisogno tenuto presente la scarsità del nuovo raccolto. In una nota si leggeva, inoltre,che : “l’anno precedente, nonostante il raccolto fosse stato abbondantissimo, alcune difficoltà hanno impedito il corretto approvvigionamento a tutti. Nella denuncia del detentore di olio deve esserci il quantitativo di olio prodotto in 7 giorni” Il prezzo viene indicato dal Decreto e si va da £ 1100 al quintale per l’olio puro lampante finissimo, a £ 600 il quintale per quello al solfuro.
L’8 gennaio 1921, da verbale dell’Adunanza dei Sindaci di: Terni, Sangemini, Cesi, Acquasparta, Montecastrilli, Polino e Arrone, ” la produzione olearia è insufficiente ai bisogni della popolazione e quindi deve essere requisita per intero”.
Il 18 marzo 1921, venne revocato il divieto di esportazione di olio d’oliva nella provincia di Terni. Quindi: “il commercio all’interno del Regno è libero. Però in questo ordinamento, non sono comprese le partite di olio cedute direttamente ai Comuni per i bisogni locali e quelle già assegnate dalla prefettura ai Comuni.“
I grassi suini
Art. 5 Decreto 9 ottobre 1920 per la requisizione dei grassi di maiale per la popolazione. ” Dalla requisizione dovranno escludersi i suini occorrenti al fabbisogno della famiglia e dell’azienda dell’allevatore. La richiesta indirizzata alla Prefettura dovrà specificare : 1) Il numero dei suini ingrassati da requisire nel territorio comunale; 2)la quantità di lardo e strutto occorrente per la popolazione che non alleva. Quindi n. suini necessari alla requisizione ;3) numero di suini ingrassati rimasti disponibili per l’eventuale esportazione”.
Il Sindaco del comune di Stroncone nel febbraio del 1921, fece richiesta di approvvigionamento di tali grassi. Il prefetto rispose che nè la Prefettura, nè il Consorzio potevano approvvigionare il Comune di grassi suini, in quanto il Comune risultava essere produttore ed esportatore di tale derrata. Quindi lo esorta ad usare provvedimenti coattivi autorizzati dal Prefetto per riuscire ad assicurarsi il fabbisogno della popolazione. Nel caso di assoluta difficoltà a reperirne anche attraverso il mercato libero, verrà autorizzato a rivolgersi al Sindaco di Terni.
La produzione dei cereali
“Pane nero”, ” pane di guerra”, definizioni che ben fanno intuire un alimento sgradevole e poco digeribile fatto quasi intenzionalmente per allontanare la popolazione dal suo consumo. Lo Stato intervenne energicamente e drasticamente nella composizione degli ingredienti di pane e pasta.
Maggio 1920: vennero emanate disposizioni che regolavano la denuncia e la requisizione del cereale del: prossimo raccolto.”Ogni Comune dovrà avere un capogruppo di requisizione il quale si occuperà delle denunce originali in un elenco in ordine alfabetico con i nomi dei denunzianti e le indicazioni qualitative e quantitative dei cereali da ciascuno denunziati, da farsi entro 5 giorni dalla trebbiatura. La Commissione per la requisizione dei cereali visiterà le aziende produttrici e determinerà dalla quantità prodotta quella che dovrà essere esentata dalla requisizione e quella no”.
” Alle autorità comunali poi, come quelle che vivono più a contatto della popolazione, income il sacrosanto dovere di agevolare il lavoro delicato e gravoso ad ogni gruppo di requisizione affidato, segnalando in tempo i nomi di quei produttori che a scopo di lucro e di speculazione cercassero di nascondere o sottrarre allo stato i cereali soggetti alla requisizione. Va fatta la sorveglianza alla trebbiatura e la ricognizione delle trebbiatrici. restano esclusi dalla requisizione i cereali già preparati per seme riconosciuti tali dalla Commissione provinciale.”
I Comuni avevano, inoltre, l’obbligo di ritirare mensilmente il grano assegnato loro dal Consorzio provinciale per l’approvvigionamento dei non produttori. Veniva spiegato come sarebbe dovuto avvenire il trasporto dei cereali e vennero autorizzati i Comuni a richiedere un sovraprezzo di £ 0,20 per eventuali spese sostenute.
A Dicembre dello stesso anno, il Prefetto inviò una circolare in cui rinnovò ai Comuni, la necessità di condividere il senso di responsabilità nel difficile momento che lo Stato si trovava a fronteggiare, a fronte della richiesta di alcuni di voler sostituire la segale mensilmente assegnatagli con granturco; “Tali Comuni dimostrano di non voler comprendere le gravi difficoltà in cui si trova il governo per l’approvvigionamento del Paese. Le scorte sono limitate a causa delle difficoltà dell’importazione del grano dall’estero, ostacolata dai cambi aspri, questo impone una riduzione dell’utilizzo di granturco, segale e orzo per garantire il fabbisogno a tutti”.
La L. del 26/02/1921, indicò che dal 1 aprile si sarebbero potute “fabbricare” diversi tipi di pane e pasta. “E’ data facoltà ai Consorzidi regolare la materia per rispondere alle abitudini locali. In via di esperimento si possono fabbricare : il tipo popolare, di peso non inferiore ai 500 gr.; forma piccola, non inferiore a 150 gr.; tipo comune con farina abburattata al 75%; tipo fino con farina abburattata al 6%. I prezzi dei prodotti raffinati saranno maggiori e serviranno a coprire i costi del confezionamento di quelli più grezzi. I Comuni saranno tenuti a comunicare ai Consorzi le quantità di confezioni di cui abbisognano.“
A Marzo, nuovi telegrammi prefettizi fissarono nuovi prezzi massimi dei cereali.” La pasta alimentare di tipo popolare avrà un costo di £ 214,85 al quintale, merce resa molino o pastificio, pagamento contenente tela o imballaggio a rendere. Il prezzo della pasta non potrà superare £ 2,30 il kg e quello del pane £ 1,55″.
Nello stesso periodo, al comune di Stroncone venne attribuito, per il mese di aprile, un quantitativo pari a 180 quintali di grano, da prelevarsi al magazzino di Terni.
Beni di lusso: dolciumi
Il Decreto del 27/7/ 1920 aveva emanato norme restrittive per la vendita e il consumo di dolciumi.
A marzo del 1921 venne consentita la vendita di tutte le qualità ed i formati dei dolciumi compresi quelli di pasticceria.
La propaganda
I governanti cercarono di far leva sul senso civico e sulla responsabilità della popolazione che aveva sostenuto l’esercito in guerra, per far rispettare i decreti restrittivi sulle limitazioni dei consumi alimentari. Ovunque sorsero Comitati per sensibilizzare la cittadinanza sui benefici di un’ alimentazione parca e frugale, prendendo a giustificazione la salute e l’igiene. La socializzazione di tale pensiero, coinvolse anche le scuole. I ragazzi, vennero indirizzati, verso la realizzazione di attività come piccoli allevamenti e creazione di orti, verso, cioè, un’educazione mirata al risparmio e alla corretta gestione delle risorse.
Bibliografia e Sitografia
Documenti conservati presso l’Archivio storico del Comune di Stroncone
“Nei bollettini dei decessi, la polmonite è agevolmente al secondoposto, dopo la tubercolosi“; — William Osler medico canadese 1849 – 1919
Un’espansione industriale incontrollata
Quando lo sviluppo industriale sembrò rappresentare il progresso e il superamento delle vecchie economie rurali, non preoccupò l’impatto che l’invasione di masse di operai avrebbero avuto nell’equilibrio sociale e architettonico delle piccole città. Le autorità comunali, seppur convinte della positività di tale avanzamento economico e produttivo, si trovarono a far fronte a numerosi problemi di sistemazione delle nuove famiglie a partire dagli alloggi, oltreché a rendere idonei i luoghi di lavoro. Gli spazi comuni si affollarono di persone, insufficienti impianti fognari, servizi igienici in numero inadeguato, la promiscuità nei luoghi di lavoro e nelle abitazioni, portarono alla diffusione di numerose malattie che trovò impreparato anche l’assetto sanitario dei Comuni. Sebbene la Legge sanitaria del 1888, prevedesse: la presenza, in ogni città, di un ufficiale sanitario che agiva accanto ai medici condotti; l’ispezione da parte del sanitario, delle abitazioni nei quartieri poveri con la facoltà addirittura di abbattere edifici non confacenti.
Terni, che alla fine del’800, venne definita la ” Manchester italiana” e che veniva vista come un luogo idoneo a rappresentare la città industriale per eccellenza, per le risorse d’acqua, la posizione geografica, gli opifici già esistenti, fu colpita in pieno da questo nuovo riadattamento sociale con tutte le conseguenze sanitarie che ne derivarono.
Nel 1911, il professor Trottarelli e il professor Tini, denunciarono la gravità della mortalità causata dalla tubercolosi e la definirono ” flagello della città di Terni”. Le loro analisi la ricondussero alla: “scarsa igiene praticata nelle case tugurio spesso abitate da 12-14 persone che mangiano e dormono negli stessi ambienti; dove condotti di scarico dei lavandini comunicano con le fogne e pozzi neri. Le strade sono piene di immondizia che unita agli escrementi di cavalli e cani forma pulviscolo infetto e maleodorante”.
Negli stessi anni, il documento è del luglio 1896, anche a Stroncone, l’Ufficiale sanitario reclamava lo stato deplorevole a livello igienico del comune e così scriveva:” in questa stagione il paese dovrebbe essere spazzato due volte alla settimana ma la nettezza e la disinfezione dovrebbero essere tutti i giorni costantemente e principalmente nei vicoli dove si raccolgono immondizie di ogni genere. E’ necessario un aumento di personale per tutto ciò. Il condotto dell’acqua potabile è malandato, l’acqua stessa viene inquinata, la poca cura delle stalle, delle latrine pubbliche e dei vicoli, ove più che in altri luoghi si annidano le materie di rifiuto è grandemente trascurato”
La malattia e gli aspetti sociali
Dalla metà del 1800, gli studi di medicina dimostrarono la relazione tra malattie e microbi e questo inevitabilmente portò a coinvolgere la sfera sociale e relazionale degli individui e tutti gli aspetti delle loro attività. La Legge Crispi, modificò gli ospedali, che da luoghi di assistenza e di ricovero, vennero trasformati in luoghi di cura e di ricerca. Questo favorì lo studio di alcune malattie che uccidevano molte persone e delle quali non si sapeva molto. Permise il diffondersi e la condivisione di studi fatti nei diversi paesi e la somministrazione di farmaci e cure in grado di debellare morbi mortali, anche attraverso la profilassi. E’ in questo contesto che le Congregazioni di Carità di Bettona e di Cannara, nel 1903, si adoprarono per richiedere aiuti economici alle altre Congregazioni del regno, compresa quella di Stroncone. Si chiedevano fondi per ” il rinnovo dell’Ospedale secondo i dettami del progresso e della scienza, soprattutto in fatto di igiene” e ancora “E’ un fatto che gli Ospedali civili col procedere del tempo, uniformandosi alle progressive esigenze della scienza e delle leggi sociali, hanno avuto maggiori sviluppi e per alcuni è stato superiore alle proprie forze economiche, di conseguenza si trovarono nella necessità di ricorrere alla carità degli altri istituti di pubblica beneficenza per riparare alle deficienze finanziarie”
La tubercolosi cominciò a diffondersi tra gli strati più deboli della popolazione, dove la miseria e la carenza di cibo e igiene si affiancavano a luoghi di lavoro malsani svolti a ritmi estenuanti. Sempre il Trottarelli e il Tini, definiscono pericolosi anche i materiali usati nella fabbricazione di alcuni manufatti come la iuta, e il carburo di calcio. ” la tubercolosi insorge maggiormente negli operai che lavoranoin ambienti molto affollati…” e aggiungono: ” le polveri sono veicolo di trasporto per i bacilli di Koch… ” per questo auspicano: la bonifica delle polveri e una ricerca batteriologica fatta periodicamente nelle industrie, “allontanando gli operai malati anche se ciò sembra cosa inumana è più dannoso per la collettività contagiare l’operaio sano che può ammalarsi e morire”
La polvere come veicolo di infezione, negli anni considerati, sarà un concetto molto forte e i comuni si attivarono per provvedere alla pulizia straordinaria delle strade, provvedendo prima alla loro innaffiatura. Così disponeva Elia Rossi Passavanti
Lo Stato, ben consapevole della difficoltà sanitaria di rispondere ai numerosi casi di tubercolosi che avrebbero potuto presentarsi, emanò ogni sorta di decreto mirante a contrastare la diffusione di altre malattie predisponenti alla possibile contrazione di tale malattia tubercolare. Perciò consigliava di evitare luoghi affollati privi di adeguate ventilazione, già consapevole della ricaduta collettiva in un possibile contagio.
La ricerca scientifica e i provvedimenti dello stato sociale
La salvaguardia della salute pubblica, nel nuovo stato unitario, si praticava attraverso gli enti morali che provvedevano all’assistenza dei malati attraverso gli ospedali, attraverso le condotte mediche e sanitarie dei comuni, l’attività dei farmacisti che preparavano medicinali e medicamenti vari e le vaccinazioni obbligatorie. Quella vaiolosa veniva effettuata nelle scuole, i sacerdoti venivano pregati di comunicarne la data anche attraverso la S. Messa e i maestri dovevano tenere un registro dove annotavano i bambini che si sottoponevano all’inoculazione del siero.
Nel novembre del 1925, un telegramma del Governo, avvertì tutti gli Ufficiali sanitari di stare in allerta per manifestazioni di vaiolo nel bacino del Mediterraneo e da altri paesi europei. Si temeva la diffusione del morbo nel Regno.” Particolare cura dovrà darsi al servizio vaccinazioni antivaiolose sessione autunnale per avere sicurezza che nessuno sfugga dall’obbligo sancito. Dato poi l’inizio dell’anno scolstico si deve procedere rigorosamente al controllo dello stato di vaccinazione degli alunni secondo la legge che prevede l’obbligo di vaccinazione all’ottavo anno di età”
Altre temute malattie erano la malaria, le febbri tifoidee, e infezioni intestinali trasmissibili.
Erano così temute che lo stesso governo emanava decreti e raccomandazioni anche attraverso telegrammi affinchè gli amministratori attuassero una corretta profilassi. Nel 1922, a causa dell’estate particolarmente calda, si raccomandavano indicazioni sanitarie come:“profilassi infettiva verso gli animali in piena efficienza; disinfezione periodica a brevi intervalli acqua potabile zona protezione serbatoi percorso conduttura, incaricando persone responsabili di ispezionare mulini, pastifici e depositi cereali di provenienza estera; necessario aver pronto locale isolamento personale, adatto materiale disinfezione; denuncia qualsiasi caso anche sospetto malattia infetta intestinale, febbre acuta, ghiandole ascellari e inguinali, senza creare allarmismi. La denuncia deve avvenire per telegramma”
La tubercolosi e il contagio
Sul finire del 1800, venne scoperta la contagiosità della tubercolosi e dunque la legislazione si occupò di creare strutture idonee per accogliere i malati. Vennero creati reparti di isolamento ed emanate disposizioni per contrastare il contagio negli ospedali, negli opifici e in altri luoghi di lavoro. “i malati e i morti di tubercolosi, in una casa che non viene risanata igienicamente continueranno a contagiare quelli che vi abiteranno nuovamente”. Negli anni della Grande Guerra, furono rimpatriati migliaia di prigionieri dai campi austriaci perchè colpiti da tale malattia. Fu il caso che si verificò nella frazione di Aguzzo nel 1921, per il figlio di Sabatino M., come confermò l’ufficiale sanitario: “congedato tubercolotico già prigioniero di guerra in Austria e che giace nel sanatorio di Roma a soli 22 anni. Tutta la famiglia risulta contagiata perciò abbisogna di un sussidio per raschiare l’intonaco e rimbiancare disinfettando e curarsi con medicine, assistenza e buon cibo”
Poichè era vacante una delle due condotte mediche, fu chiamato il dottor Gangi da Terni, il quale come onorario, comprese le spese di viaggio, chiese al comune £ 200.
La tubercolosi fu talmente frequente nella popolazione, che alcuni studi, ipotizzano che la “spagnola” potrebbe aver avuto molte vittime perchè il germe trovò fisici già interessati da tubercolosi latenti.
Cure e profilassi nella cura e prevenzione della tubercolosi
Nel 1769, Leonardo Spallanzani aveva già notato l’azione battericida del sole e nel 1892, Antonino Sciascia applicò per primo l’elioterapia nella cura della tubercolosi. Fu dunque chiaro che il clima, in qualche modo poteva aiutare nella cura e prevenzione della malattia. Sorsero così i primi sanatori, montani e balneari e vennero organizzati soggiorni nelle località climatiche. Agli inizi del secolo le colonie di vacanza marina erano affidate agli enti caritatevoli che si occupavano di portarci bambini malati e bisognosi che non avrebbero potuto accedere alle cure. Presto il binomio clima-benessere diventò simbolo di salute fisica e così, soprattutto in epoca fascista, queste colonie divennero luogo, non solo di cura ma anche ambienti dove esercitare il nuovo modello educativo del regime fascista.Nel 1927 venne resa obbligatoria l’istituzione, in ogni provincia del “Consorzio antitubercolare per: “la tutela e l’assistenza del malato e la profilassi dei sani“
BIBLIOGRAFIA
Documenti conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Stroncone
S. Tini e G. Trottarelli – Della tubercolosi a Terni , Tip. Terni ” L’Economica”,1911
S. Sabbatani “La nascita dei sanatori e lo sviluppo socio-sanitario in europa e in Italia” in Le infezioni in medicina, 2005