TOPONOMASTICA: PIAZZA DELLA LIBERTA’

(Documentazione 1798 e 1947)

CARTOLINA

Il 15 marzo 1798 per ordine del Cantone di Narni si radunò il Conseglio (…) Fu risoluto in questo Conseglio innalzare in Stroncone l’Albero delle Libertà. Il giorno dunque 30 aprile 1798 intimarono tutta la popolazione, tanto uomini che donne, che il giorno appresso primo maggio s’alzava questo Grande Albero alle ore 20; che però tutti si trovassero presenti, sotto pena di scudi 50; e che la sera tutti illuminassero le loro fenestre. Portarono dunque per Albero un altissimo cipresso con tutte le foglie, tagliato nella macchia de’ Padri di S. Francesco. Fu questo piantato da piedi al vicolo del pubblico forno in mezzo alla piazzetta, incontro le fenestre della sagrestia di S. Nicolò (e Scarabottino ne fu l’architetto), con l’assistenza di tuti li municipalisti, a suon di trombe, violini ed altri istromenti; e posto in sicuro, li Municipalisti, incominciarono a ballarvi d’intorno e di tanto in tanto lo baciavano alla presenza di tutta la popolazione, gridando ad alta voce-Viva la Repubblica- Viva la Libetta’-. Dato sfogo a queste loro pazzie, uscì furibondo dal vicolo del pubblico forno il fanatico signor dottor Antonio Fioretti, allora medico condotto, e fece un discorso patriottico a favore della Repubblica e della Libertà. Io con alcuni altri preti, per non essere penati, eravamo testimoni di vista dalle fenestre della sagrestia di S.Nicolò- Terminata questa diabolica funzione andette tutto il popolo nella pubblica piazza dove era preparato per un gran festino, e qui ballarono li cittadini e cittadine piùpolite del paese, scordate affatto del Papa e della religione. La sera poi si vidde tutto il paese illuminato a giorno”.

L’episodio è riportato dall’Autobiografia del Can. Domenico Salvati, a cura del prof. Giuseppe Mazzatinti, nella Collana Archivio Storico del Risorgimento Umbro, edito nel 1905.

In epoca successiva, nel 1947, simile descrizione viene riportata dal numero unico STRONCONIUM LIBERUM… in occasione della Ritrovata Autonomia di Stroncone, dopo gli anni dell’accorpamento con Terni.

“Allargatasi al di qua delle Alpi la grande rivoluzione di Francia, i popoli avidi di nuova vita, ne festeggiarono ovunque l’avvento col più grande entusiasmo, e su tutte le piazze d’Italia si eressero i trofei chiamati Alberi della Libertà.

A Stroncone codesti festeggiamenti ebbero luogo il primo maggio del 1798 e da un testimonio oculare tragonsi le notizie seguenti:- Circa le ore 20 portarono per albero un altissimo cipresso con tutte le foglie, tagliato nella macchia de’ Padri di S. Francesco e fu piantato tra porta del paese e le pubbliche fonti, con l’assistenza di tutti li Municipalisti, a suon di trombe, violini ed altri strumenti: e posto al sicuro, li Municipalisti incominciarono a ballarvi d’intorno, e di tanto in tanto lo baciavano, alla presenza di tutta la popolazione gridando ad alta voce: – Viva la Repubblica! viva la Liberta’!-

Con le stesse acclamazioni, quali nel luogo medesimo, si eresse l’Albero nel 1848 e perché la ricordanza dei patriottici eventi non andasse perduta, piacque alla Giunta di fissarla nella denominazione dell’ameno piazzale che adorna l’ingresso del paese”.

BIBLIOGRAFIA

Prof. G. Mazzatinti e Dott. G. Degli Azzi Archivio storico del Risorgimento Umbro (1796-1870), Città di Castello Tipografia della casa Editrice S. Lapi, 1905

STRONCONIUM LIBERUM…, Numero unico pubblicato per il ritorno dell’Autonomia Comunale- XXVI-X-MCMXLVII, Stabilimento Alterocca -Terni

cartolina

1928 LA FESTA DEL PANE

Nel 1928, a Stroncone, come in ogni Comune d’Italia, si tenne la Festa del Pane.

Il Commissario prefettizio invitò il Comune di Terni a costituire un Comitato del quale avrebbero dovuto far parte il segretario politico e il parroco di ogni delegazione. Tale Comitato avrebbe avuto il compito di distribuire e vendere i materiali di propaganda. essi consistevano in:

Libri, cartelli, riviste e panini.

Al termine della manifestazione che si tenne il 14 e il 15 aprile, il delegato Oreste Genuini, consegnò al tesoriere del Comitato le seguenti ricevute:

£250 ricavato della vendita di n. 250 panini

£100 ricavato della vendita di n. 50 cartelli

£20 ricavato della vendita di n. 2 libri

£ 50 ricavato della vendita di 10 riviste.

La Festa del Pane, si inserisce in quella che fu definita “Battaglia del Grano”, promossa da Mussolini per rilanciare l’agricoltura, aumentando la produzione interna del grano e riducendo le importazioni. La propaganda politica fu tale che lo stesso Duce, scrisse una Poesia che fu diffusa in occasione di tale Manifestazione. Tra i versi si può leggere quella che è una vera e propria lode a questo alimento così importante.

…” onorate il pane:

gloria dei campi

fragranza della terra

festa della vita”…

Il ricavato della vendita dei prodotti, era destinato all’Opera Italiana Pro Oriente di don Galloni, che si occupava di sostenere iniziative culturali verso Oriente. Il tutto a dimostrazione della grandezza e della forza del Governo Fascista.

DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI STRONCONE

I LUOGHI DELLA MEMORIA DIMENTICATA: SAN BENEDETTO IN FUNDIS

IL MONASTERO DI LA’ DAL FOSSO

Per molto tempo, la presenza dei benedettini a Stroncone è restata nell’oblio di una memoria lontana e vissuta nella passione di pochi storici locali. Per chi, come me, è cresciuta all’interno delle mura castellane, San Benedetto e San Simone non erano altro che ruderi abbandonati di insediamenti monastici appartenenti alla storia della “gente” che viveva di là dal fosso.

Estranei alle gite domenicali o alle passeggiate, al pari di altri luoghi, cari alla comunità, come Santa Maria, San Gregorio, i Prati… A lungo ne sono stati ignorati il peso economico, e, di conseguenza, la spinta allo sviluppo, di questo territorio, per opera dei laboriosi monaci che vi abitarono.

Negli ultimi anni, però, studi approfonditi, in particolare, dell’Angeletti e del Mazzoli , hanno acceso una luce nuova su questa realtà. Inoltre, la pubblicazione di opere, anche grazie all’Amministrazione Comunale, ha risvegliato una sensibilità nuova, riaccendendo l’interesse, dell’odierna popolazione, verso la storia antica di questi luoghi.

Nel consueto pensare , Conventi, Monasteri e Abbazie, sono, spesso, considerati sinonimi, e non è difficile considerare alla stessa stregua francescani e benedettini. In realtà la Regola monastica, che li contraddistingueva, riuscì a plasmare in modo diverso gli usi e i costumi della stessa comunità sociale e persino la sua stessa quotidianità. Fu così vero che, confrontando vari documenti dei secoli XIV e XV, è stato possibile rintracciare i diversi rapporti tra le famiglie stronconesi con l’abbazia di San Benedetto e con il Convento di San Francesco.

Mentre intorno al primo ruotavano interessi economici e le famiglie benestanti del luogo ne rappresentano a turno, procuratori, amministratori, monaci e persino abati, al secondo era riservata la vera natura spirituale del fedele e la cura della propria anima.

San Benedetto, Collocato nei pressi del Monte Terminuto, deve il suo nome “in fundis”, alla sua collocazione geografica. Lo storico Costanzi, attribuisce ai benedettini una parte fondamentale anche nella fondazione del Castello, facendo risalire il loro insediamento addirittura ad un’epoca ad essa precedente. Nonostante questa tesi sia stata messa in dubbio, tuttavia è senz’altro accertata l’opera di “accoglienza” svolta dai monaci per pastori e viandanti, nei diversi siti in cui hanno svolto la loro pratica religiosa. Infatti, sempre secondo il Costanzi, furono numerose le chiese e gli oratori affidati alla cura dei monaci.

San Giovanni al Torello

Per anni, il sole ha baciato il mio terrazzo, inondando con la sua luce tutta la gola naturale che ospita il tortuoso fossato. Davanti ai miei occhi, una costa coltivata a uliveto e a tratti boschiva con alcuni ricoveri in muratura dismessi da tempo. Luogo privilegiato per cacciatori nella “stagione del rientro”, zona battuta alla ricerca di fascine per il fuoco, raggiungibile attraverso sentieri percorribili a piedi. Da Stroncone, quello più noto è detto delle Scentelle , famoso quasi quanto il fantomatico serpente bianco “gigantesco” che, puntualmente, all’inizio della bella stagione, ritornava sulla bocca degli anziani, che affermavano di averlo visto sbucare dagli anfratti. Il personaggio che più di tutti si identificava con il Torello, era Marino. Lui e i suoi muli, carichi di legna, per il forno del paese. Quando arrivava davanti alla cantina, dove Fiorenza teneva i fasci, con un colpo deciso ed esperto scioglieva il basto, proprio in mezzo alla via e lì, per davvero, a volte, si poteva vedere scappar via una “serpe sorcina” che seminava paura tra i passanti. Parlando del luogo, capitava, a volte, di sentir parlare di una chiesa, ma, poiché, ai più, era ignara la notizia, nessuno si incuriosiva più di tanto.

Anni più tardi mi sono imbattuta in toponimi come Sancti Janni o San Giovanni al Torello e così ho scoperto che il legame benedettino non era relegato, solo, alla montagna di Monterotondo.

Il Costanzi scrive: “…chiesa di San Gioan Battista nella scoscesa ed erta contrada Torellus(…)si sublimava nell’apice della collina in quel ripiano circondato da quercie…” Afferma inoltre che alla chiesa sarebbe stato annesso un “monistero.. atto a comprendere un sufficiente numero di cenobiti per uffiziarla.. Già al tempo dello storico, ne rimanevano solo le tracce di “antiche fabbriche diroccate…ora ridotte a stalla di bestiame”. Per un certo periodo, il sito godette di benefici e lasciti e crebbe di importanza tanto da essere donato all’Abbazia di Farfa. Non si conosce il motivo della sua decadenza né l’epoca in cui venne distrutto.

In un’epoca relativamente recente questo luogo figurava tra le proprietà della Congregazione di Carità che durante il periodo dell’accentramento ne volle curare la vendita. Al terreno catastalmente definito: pascolivo olivato con mandria, appartenente alla Confraternita del Sagramento, veniva attribuito un valore di £ 191,88.

San Simone

Situato ai piedi del Monte Rotondo, è quello restato sempre più in ombra rispetto a San Benedetto, forse, perché, si diceva fosse luogo che i monaci usavano come foresteria o come assistenza e ricovero. Ma nei testamenti femminili che ho avuto modo di studiare, nel periodo in cui le donazioni a San Benedetto spariscono, per San Simone, resta una certa venerazione. I lasciti, seppur di modesta entità, rappresentavano comunque una devozione ancora sentita. Probabilmente ciò era da attribuire alla presenza dei Clareni che occuparono questo sito dalla metà del ‘400. Essi, come è noto, facevano riferimento al movimento francescano che caratterizzò per lungo periodo la spiritualità stronconese.

Oggi ospita la Comunità dei Ricostruttori che, sapientemente, hanno riportato il monastero al suo antico splendore, dopo anni di abbandono e di degrado, recuperando tutti gli elementi e gli spazi di un tempo antico. Ho avuto il piacere di cenare in questo luogo che invita al silenzio, circondato da boschi, ai piedi del Monte Rotondo e con il panorama verso la valle. La Chiesa e il Chiostro sono tornate ad ospitare attività di meditazione e preghiera attraverso le iniziative che, tale comunità, organizza durante il corso dell’anno.

I Benedettini all’interno del tessuto sociale

Altro aspetto, di non secondaria importanza, è rappresentato dalle opere di bonifica e di disboscamento a vantaggio di pascoli e coltivazioni dei terreni incolti che svolsero i monaci. Fu proprio questa operosa laboriosità che contraddistingueva la Regola, unita alla preghiera che, paradossalmente, però, creò un nuovo profilo di tutte le abbazie benedettine, cui Stroncone non fece eccezione. Infatti la produzione e la raccolta portò ricchezza oltre la natura e lo scopo per cui erano state fondate. Quei luoghi rurali e solitari, scelti per favorire la dimensione spirituale, finirono per diventare centri economici per stipulare: permute, contratti, vendite, affitti ecc.

E’ proprio il libro del Mazzoli, citato in bibliografia, che mette in luce i rapporti tra i monaci e le famiglie più in vista del castello. Famiglie a volte imparentate tra loro attraverso matrimoni di convenienza per mantenere o accrescere il capitale.

Il procuratore di San Nicolò Giovanni Leterutie, compare nel testamento di Francesca, come suo nipote ser Ieannis Leterutii; testimoni del documento, sono altre figure note nel panorama della buona società: Iohanni Petri Mactielli, Colecte Mactei, Sancte Freze, Arcangelo Vici, Petro Ihoannis Florentie.

L’usanza di mantenere il nome di nonni e genitori, se da una parte concretizzava quel senso di rispetto permettendo, così, anche di riconoscere l’appartenenza all’una o all’altra famiglia, di contro, però aveva lo svantaggio di non riuscire, sempre, a far distinguere le singole persone oggetto di omonimia.

E ‘ il caso, ad esempio, della ben nota e numerosa famiglia Mactielli i cui membri erano molto attivi nella società di questo periodo. Pietro Mactielli (padre o figlio) stipula un contratto di acquisto per un terreno dall’abbazia, nel 1460. Cosa certa è che nel 1463, il capostipite risulta defunto e Agnese uxor olim Mactielli Petri Iohannis, nomina tra gli eredi i suoi figli: domino Francisco, ser Pietro, Angelo e Giovanni. In altri testamenti, della stessa casata, troviamo nuovamente Pietro e Giovanni, così come la loro presenza nel ruolo di testimoni durante l’atto testamentario, di molte testatrici. Nel 1478, durante una riunione nell’Arengo, Giovanni, propone di far erigere la cappella di San Sebastiano per proteggere la comunità dalla peste che in quel periodo imperversava nell’intero territorio. Altra figura di spicco è doctor domini Francisci che sposa domina Paula Salzeri di Interamna, che, come si confaceva alla gente nobile, apparteneva alla “fraternità delle pinzoche“.

Alla stessa famiglia, più o meno direttamente, potrebbe appartenere il monaco Matteo teotonico, che il Mazzoli, ritiene presente nell’anno 1460. Ciò potrebbe trovare conferma dal testamento di Sabecta, (1475) definita dal notaio Cole, teotonica, e moglie di Antonio Mactielli. Tra i legatari appare Matteo. La stessa Sabecta, appare, come sua nipote, nel testamento di Cicchola vedova di Herrighus Janne. Nello stesso, viene citato anche Matteo, che riceve una parte dei beni.

Abati e monaci entrano, a volte, direttamente nella gestione dei propri beni o di quelli familiari:

Angelo Contesse, abate negli anni 1455-56, potrebbe essere parente di Tomassus Johannis Contesse, suocero di quel Francesco Thomei che entrerà in affari con l’abate Salvato, per possedimenti nel territorio narnese alcuni anni più tardi.

Altra famiglia importante, sicuramente è quella dell’abate Angelo Antonio Tocchi. Nel 1474, l’abate Salvato acquista dei beni da Antonio di Pietro Tocchi. Nel 1481, Caterina, figlia di Antonello di Pietro Tocchi, pur essendo sposata, viene testata col suo patronimico, inoltre, stabilisce che alla sua morte, in mancanza di eredi, i suoi beni tornino a suo padre. Due condizioni che venivano accordate solo a donne di un certo livello sociale. Lo stesso Antonello, nel 1477, diviene depositario di una somma di 19 ducati per conto dell’abate Salvato.

Antonio Ciccholi è abate nel 1461. Nel 1481, ormai l’abbazia ha perso i suoi fasti e lo spirito religioso di Vannella uxor Iohannis Ciccholi, si rivolge devotamente, con le sue donazioni al Convento di San Francesco e al suo testamento è presente anche il custode del suddetto convento.

Benedettini e Francescani una convivenza separata

Il finire del ‘400, vide la fine, anche, della stessa Abbazia benedettina. Ma quali furono i risvolti sociali negli anni che precedettero tale decadimento, soprattutto in concomitanza con la presenza dei francescani nello stesso spazio territoriale?

E’ indubbia la diversa finalità che i due ordini rappresentavano pur avendo, entrambi incarnato, in momenti diversi, l’esigenza spirituale della società che voleva rinnovarsi rispetto alla corruzione della chiesa regolare.

I monaci che ricercavano la quiete e che volevano glorificare il Signore attraverso il lavoro, avevano svolto una missione sociale e culturale non indifferente accompagnando il progresso anche economico di piccole realtà rurali. Accoglievano viandanti e pastori ma aprivano anche nuove strade e camminamenti, bonificando e mettendo in comunicazione anche genti lontane. Era normale che oltre alla preghiera, finirono per essere messe al centro le pratiche di gestione di patrimoni che, a volte, diventavano anche ingenti per i lasciti testamentari che i fedeli gli accordavano.

Di contro i francescani, con la loro opera di spiritualità votata alla povertà e alla preghiera, sembravano quelli più idonei ad incarnare quella strada per conquistarsi il paradiso attraverso i pellegrinaggi e la celebrazione delle messe. L’istituzione del Terz’ordine e il coinvolgimento di uomini e donne nella cura delle chiese e dei santuari, esprimeva una nuova pratica religiosa, spostando l’attenzione sulla salvezza della propria anima.

Questo è evidente dalla lettura dei testamenti che pur essendo coevi ad entrambi gli ordini religiosi, vedono nei Conventi francescani, pure in quelli lontani dalla municipalità stronconese, i soggetti maggiormente beneficiati, sia in denaro che in altre opere.

L’Abbazia oggi

Con i primi tepori primaverili, un sabato pomeriggio sono salita al Monastero.

Lasciata la macchina in prossimità della frazione il Colle, con un gruppo di amici, ho iniziato, quella che sembrava una semplice passeggiata in mezzo agli uliveti. Ben presto però è cominciata la salita e più avanzavamo e più la strada si inerpicava. Vedevo mio marito avanti e sparire dietro svolte, di fronte alle quali, speravo, finalmente, di vedere la famosa spianata che ospita l’abbazia e, invece, trovavo sempre un’erta sempre più faticosa. A mano a mano che ci addentravamo nella zona boschiva la vegetazione cambiava sotto ai nostri occhi; i pini, carpini, lecci, prendevano il posto di arbusti odorosi come l’erica e il timo selvatico e le ginestre non ancora fiorite.

Sul lato destro si intravedeva una gola che faceva immaginare lo scorrere dell’acqua nelle giornate di forti temporali. Finalmente, superato il dislivello che ci separava dai famosi 633 metri s.l.m., altitudine cui viene fatto corrispondere il sito, ci è apparso il fontanile, preannuncio di quanto resta dell’antico monastero.

La visita è stata agevole perché, nei giorni precedenti, il luogo era stato pulito dai rovi e dalle erbacce dagli AMICI DEL CAMMINO DEI PROTOMARTIRI FRANCESCANI in occasione dell’evento: ” Alla scoperta della millenaria Abbazia di San Benedetto in Fundis” a cui hanno aderito diverse associazioni del territorio. Quindi, la piana che ci ha accolto, era facilmente accessibile così come i ruderi che tutt’oggi mantengono intatta la loro bellezza e il loro fascino.

Sulla destra sono ancora visibili i camminamenti dei frati; le grosse pietre, che sembrano sostenerli, appartengono ad una formazione geologica chiamata Maiolica, risalente a più di 100 milioni di anni fa..

I sentieri permettevano di raggiungere Miranda, Marmore e indirettamente Piediluco, che consentiva, anche, l’approvvigionamento del pesce, e la valle reatina.

Certo, ai primi monaci che giunsero, dovette apparire quasi un miraggio la valle che si trovarono dinanzi. Una valle nascosta, con una fonte di acqua sorgiva dalla quale partiva un fossato che giungeva fino alla piana di Molenano. Un luogo protetto dalle montagne e da un fitto bosco, luogo ideale per soddisfare la sete spirituale e nello stesso tempo trovare rifugio sicuro in quegli anni tormentati da invasioni e continui combattimenti.

Bibliografia

Mazzoli C., L’Abbazia di San Benedetto in Fundis di Stroncone, Thyrus, Arrone 1994

Costanzi T., Notizie storiche di Stroncone, a cura di G. Angeletti e F. Fratini, Thyrus, Arrone 1998

Contessa A., Memoriale del convento di San Francesco di Stroncone (1575-1673) a cura di F. Treccia O.F.M., Stroncone, 1990

Angeletti G. La devozione a Stroncone. Documenti d’archivio dal 1400 al 1550, in Il Beato Antonio da Stroncone a cura di M.Sensi Ed. Porziuncola, Santa Maria degli Angeli, 1999, vol. III

G. Angeletti Toponomastica stronconese, ed- Thyrus, Arrone 2004

Ceccarelli A. Donne e testamenti a Stroncone tra il XIV e il XV sec. edizioni Thyrus, 1999

Spezzi E. Mondo femminile a Stroncone dai testamenti del notaio Battista Cole tesi di laurea Anno Accademico 1998/99 Relatore Prof. F. Mezzanotte

Documento conservati presso Archivio Storico del Comune di Stroncone

LE PIETRE DELLA MEMORIA (episodio n. 1)

Dedicato ai miei figli perché abbiano memoria delle loro origini

dedicato a me perché il Ricordo valorizzi sempre il mio presente

LA PASQUA

Diversa dal Natale, trionfo e simbolo dell’intimità familiare riunita intorno al focolare, la Pasqua è una festa che risveglia la dimensione sociale e comunitaria.

In questa occasione tutti sono osservanti di quella saggezza popolare espressa dal proverbio ” Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”.

Il periodo pasquale era quello in cui maggiormente si realizzava quell’interazione, altrimenti sopita, tra il capoluogo e la periferia, e, se alla campagna spettava fornire la materia prima per il banchetto, il paese diventava invece propulsore della ritualità religiosa che vedeva tutta la popolazione stringersi intorno alla Parrocchia. Sì, perché, la fede religiosa si distribuiva a seconda della frazione in cui si abitava. Il Convento di San Francesco era ed è custode delle spoglie del Beato Antonio, patrono, venerato e celebrato con grande devozione. Al suo interno le cappelle di Santa Elisabetta, protettrice delle terziarie e la statua di Sant’ Antonio Abate, custode degli animali e quindi dei lavori nei campi, attiravano per lo più chi viveva fuori dal borgo. Le frazioni, in realtà indirettamente , vivevano, comunque, la parrocchia in quanto le messe venivano celebrate anche nei piccoli centri di Coppe, Santa Lucia, Colle, Aguzzo, Finocchieto…ognuno aveva il proprio Santo da venerare e Don Antonio correva di qua e di là come poteva. Nelle Chiese del paese convergeva la popolazione del borgo e quella al limitare della strada principale. La scelta tra le due chiese, oltre a rispondere a ragioni pratiche, in seguito ai diversi orari delle Messe, spesso rispondeva a una sorta di campanilismo contradaiolo, di appartenenza all’una o all’altra parrocchia.

Nel mese di Aprile, oggi, come allora, nei campi, avevano già messo radici fruttuose: cicoria, raponzoli, saporite e caccialepri; sulle ripe che costeggiavano gli uliveti spuntavano i primi asparagi, una leccornia che prodigamente, spesso, ricompensava il bracciante dalle fatiche delle potature, stagionali. Tra margherite gialle e bianche, i mandorli e i peschi mostravano le prime tenere foglie e i fiori erano, ormai, solo un ricordo. Erano ancora evidenti solo su alcuni arbusti e sull’albero di Giuda, chiamato anche “Scarpette della Madonna”. Gli aromi erano intensi: menta, mentone, finocchietto selvatico, mentuccia… nell’orto agli e cipolle. Alcune di queste verdure venivano aggiunte a carciofi e borragine per la classica frittata. Le galline erano in piena produzione e molte uova venivano accantonate, in parte per essere vendute e in parte per essere utilizzate nelle ricette tradizionali. I piccoli allevatori alle prese con capretti e agnelli da immolare per coratelle e arrosti prelibati. Il vino nuovo troneggiava nella tavola in festa e dunque se le uve erano state generose, il modesto contadino, poteva permettersi di vendere “il più”. La richiesta di caci e ricotte aumentava in vista della gitarella di pasquetta e nei campi di fave la raccolta era già cominciata. Con mia nonna andavamo a prendere l’aceto a Colmartino in una grande casa colonica da una donna robusta e vestita di nero, con un fazzoletto grigio in testa. Teneva ” la madre” così come veniva chiamato il vino non più buono che per anni era stato rimboccato fino a diventare forte e asprigno, adatto a condire insalate e a mantenere conserve. Ci ospitava gentilmente in una stanza a pianterreno, dove il pavimento era di mattoni e una piccola finestra restava alle spalle del tavolo che ci accoglieva . Non ricordo il suo nome, però ricordo la giovane nuora che ci serviva rosolio e caramelle. Andavamo a piedi ed era una bella camminata, lungo la strada sterrata nonna cantava e raccoglievamo fiorellini. Era sempre di buon umore e per me stare con lei era veramente una gioia.

La vera atmosfera di festa si svolgeva tutta all’interno delle mura castellane.

La comunità intera si ritrovava per giorni, a condividere riti laici e religiosi all’insegna della laboriosità e della collaborazione fuori dal torpore invernale delle proprie case.

C’era gran fermento in strada e nelle abitazioni per ritrovare una luce nuova dopo l’oscurità e l’isolamento dovuto al freddo. Le grandi pulizie cominciavano dai pavimenti, dove i mattoni, con le cere riacquistavano il rosso del nuovo e spargevano un profumo che aleggiava nelle stanze per giorni; veniva dato olio alle porte di legno e i battenti di ottone tirati a lucido. Se, oltre le mura, la primavera era già esplosa da giorni, nel paese faceva la sua apparizione sui balconi e sui davanzali delle finestre con ciclamini, giacinti, tulipani, margherite e primule, disposte qua e là ad accompagnare tendine a vetro finemente lavorate.

Nelle settimane precedenti, quello che non mancava era la ricerca dell’abito nuovo e delle scarpe, soprattutto per i fanciulli. Era il momento dell’acquisto per la stagione nuova. Soprattutto le scarpe, dopo la prima uscita per la messa di Pasqua, sarebbero diventate quelle da usare per occasioni importanti e per andare in chiesa la domenica. Io ricordo le vetrine, in città, piene di calzature lucide di vernice, rossa o nera, di pelle bianche, nei modelli più capricciosi: alla bebè, con fiocchi o con delicate roselline e fibbie dorate. Mia madre, sarta e maglierista esperta, acquistava anche lana e stoffa; cuciva, per me, sempre qualcosa di nuovo e lavorava maglie eleganti, impreziosite da ricami.

A casa mia arrivavano pacchi dono per mio padre, operaio specializzato all’acciaieria e responsabile del reparto Manutenzione. Erano poca cosa, a dire il vero, rispetto alle strenne natalizie e comunque, anch’esse, per alcuni giorni, godevano di gloria messe in bella mostra sulle mensole, di noce massello, della sala. Cioccolate, colombe e liquori di marca erano posti in ricche confezioni, con ricci di trucioli di paglia e carta lucida, rifinita di nastri lucenti. A casa di mia nonna, invece, arrivava l’agnello. Mia zia, infatti, lavorava all’Ispettorato dell’Agricoltura e i pastori poco avvezzi a riempire fogli burocratici la ringraziavano così, per la sua gentilezza, quando erano alle prese con domande e carte bollate.

A scuola si preparavano lavoretti con carta velina, pittura e fiocchi che richiamavano i colori dei rami in fiore, venivano aggiunti cioccolatini e rametti di ulivo; la carta cellophan avvolgeva il tutto che accompagnava l’immancabile letterina con i versi della poesia da recitare durante il pranzo. Ricordo che un anno, noi fanciulli del doposcuola, organizzammo con le nostre maestre, la rievocazione della Via Crucis del Venerdì Santo. Don Antonio, che era sempre disponibile e aperto, ad accogliere, nella sua chiesa, anche manifestazioni laiche, ci ospitò a Sant’ Angelo. Io svolgevo la parte del narratore. il mio abito era quello della Prima Comunione privato di tutti i fronzoli che lo abbellivano per renderlo più adatto all’occasione. Un grande tappeto rosso davanti all’altare principale occupava tutta la scena e la parte della Sacrestia, con l’entrata della navata laterale, fungeva da “dietro le quinte”.

Ogni venerdì, dall’inizio della quaresima, ci si poteva impegnare a pregare sotto una delle “stazioni” della passione di Cristo. Generalmente la Chiesa coinvolta era quella di San Nicolò e nel silenzio più assoluto, ci si immergeva nella triste atmosfera che veniva rappresentata.

Dal lunedì successivo alla Domenica delle Palme, iniziava la benedizione delle case all’interno del castello. Le pulizie straordinarie erano già completate da giorni e all’interno delle case tutto era perfettamente in ordine. Il passaparola cominciava di buon ora perché era certo che il rito sarebbe cominciato dopo la messa delle 8:00. Volti sporti alla finestra spiavano ogni mossa del vicinato per capire quando sarebbe venuto il proprio turno. Un’offerta in denaro era sempre pronta vicino alla porta e quando don Antonio arrivava si intratteneva in ogni stanza con una preghiera gettando acqua benedetta.

MERCOLEDI’

Era l’unica sera dell’anno, che io e mia madre uscivamo di casa da sole. La meta era la casa di mia nonna con lo scopo di mettere il lievito per le pizze dolci. La piccola cucina era attrezzata con chili di farina, stoviglie e conchette più o meno grandi contenenti i vari ingredienti; quello più prezioso era rappresentato dalle gocce aromatiche che venivano aggiunte ai liquori di mandarino, arancia, banana e anisetta. La bottiglietta di vetro trasparente era custodita gelosamente e proveniva da una nota drogheria di Terni e non era facile reperirle al pari degli altri liquori. Il lievito, in scaglie, veniva messo a sciogliere nel latte. Una prima lievitazione era già pronta. La dose richiedeva 40 uova che venivano aggiunte al panetto insieme agli altri ingredienti in una grossa conca verde di coccio. Mia madre indossava un fazzolettone colorato in testa e con le maniche tirate al gomito, sbatteva con forza l’impasto schiaffeggiandolo e sollevandolo più volte. Al termine dell’operazione veniva lasciato lievitare, tutta la notte, con una coperta, sopra, per isolarlo dal freddo della casa.

A lievitazione avvenuta mamma e nonna si ripartivano l’impasto e continuavano a farlo crescere una seconda volta nei propri recipienti. La cottura poi sarebbe avvenuta nei due forni del paese: quello più tradizionale di Orsoletta e quello più moderno di Gigi. La preparazione delle pizze avveniva in giorni diversi e si protraeva di giorno e a volte anche di notte, proprio perché era impossibile prevedere il momento in cui l’impasto sarebbe arrivato ai famosi 2/3 del soletto. Allora le voci si rincorrevano per le vie e gli echi arrivavano da una parte all’altra della strada per avvertire dell’avvenuta lievitazione o cottura e stabilire il proprio turno. Si vedevano passare le più anziane con una lunga tavola sopra la testa piena di tegami da infornare e il profumo si spandeva ovunque. Alcune donne, nell’attesa, sbattevano la chiara d’uovo da mettere sopra e i bambini pregustavano invece i confettini di zucchero e cioccolato che avrebbero completato la dolce decorazione. Quasi sempre a noi bambini era riservata una piccola pizza ricavata con l’impasto avanzato.

GIOVEDI’ SANTO

Le suore, da sempre ancelle della cristianità e della vita religiosa, preparavano i Sepolcri nelle due Chiese principali. Coprivano immagini e crocefissi con drappi neri e viola in segno di lutto e spogliavano gli altari dei candelabri e altri oggetti ornamentali. Restavano solo i semi di grano germogliati al buio simboleggianti la Resurrezione.

In serata, nella Chiesa di San Filippo si svolgeva il rito della Lavanda dei Piedi con la partecipazione delle Confraternite e dei Comitati. Era una cerimonia tutta al maschile e, non di rado, alcuni si avvicinavano al Signore solo in queste occasioni. Tutte le persone convergevano all’interno del paese, riempiendo le strade. Erano momenti di rinnovata cordialità e socialità. Terminata la cerimonia, drappelli di persone restavano a conversare e si scambiavano un arrivederci alle serate successive.

Tra gli addobbi tipici dei sepolcri, i fiori bianchi, il vino fatto bollire con l’incenso e i semi di grano germogliati al buio che simboleggiano il passaggio dalle tenebre della morte di Gesù alla sua Resurrezione. Nell’ altare vengono collocati il tavolo, simbolo del sacrificio, il pane, i 12 piatti degli Apostoli e il tabernacolo dove è collocata l’Eucarestia.

Tutto il resto in Chiesa viene oscurato in segno di dolore perché è iniziata la Passione di Gesù: le campane tacciono, l’altare più grande è disadorno, il tabernacolo vuoto e aperto, i Crocifissi coperti.

VENERDI’

Le campane legate, restavano silenziose di fronte a frotte di ragazzi che, con le strigole, scandivano le ore della Passione e invitavano i fedeli ai riti religiosi fino alla Mezzanotte del Sabato Santo. I ragazzi più grandi costruivano in casa queste tavole rozze dove battevano maniglie di metallo. La partecipazione era libera, partivano tutti insieme da Sant’Angelo e percorrevano le vie del paese. I più piccoli, secondo un tacito cameratismo, venivano esclusi ma questo non impediva loro di accodarsi e di mischiarsi alla confusione di quegli striduli strumenti; pregustavano il momento in cui sarebbe toccato anche a loro.

L’evento centrale dei riti sacri avveniva proprio in questo giorno. La processione che negli anni, ha cambiato più volte itinerario, originariamente si snodava tra le vie principali toccando le due chiese. La partenza era da Sant’Angelo, dove, nella Sacrestia, venivano custoditi i sai appartenenti alle varie confraternite e le tuniche degli incappucciati aguzzini. Queste ultime erano marroni, e nere; i figuranti trascinavano pesanti catene per incutere maggiore terrore. Chi ci fosse, sotto a quelle tetre tuniche, era un segreto, e noi bambini facevamo a gara per smascherarli, cercando di riconoscerne l’altezza, le scarpe, addirittura l’orologio o una maglia sfuggente a maniche troppo larghe. Chierici, preti e frati seguivano la statua del Cristo morto intonando preghiere e canti, le donne e i bambini seguivano subito dopo e, chiudevano il corteo, gli uomini, giovani e anziani che, pur non partecipando alle orazioni, restavano in rispettoso silenzio. Sulla strada di casa, tra conoscenti, era un susseguirsi di felicitazioni benauguranti per l’imminente festività e per progetti futuri. L’indomani, sarebbe stato un giorno intenso per le attività di preparazione alla domenica, qualcuno avrebbe accolto parenti lontani o fatto visita egli stesso a famiglie care. Altri non avrebbero dimenticato di portare fiori al cimitero e di pregare il Beato Antonio nell’intimità del Convento.

SABATO SANTO

Il simbolo di questa giornata era l’uovo sodo che sarebbe stato mangiato durante la colazione del giorno seguente. A scuola e a casa venivano decorati gusci vuoti o finti con disegni e pitture varie. Venivano poi, adagiati su cestini addobbati ricercatamente con tovagliette ricamate, ramoscelli d’ulivo e fiori finti, tra le uova vere e proprie. La Benedizione avveniva nel pomeriggio, a San Nicolò. Ci si disponeva davanti all’altare centrale e Don Antonio, assistito dal chierichetto di turno passava con l’aspersore recitando una preghiera.

A mezzanotte si celebrava la S.Messa e si scioglievano le campane. Noi, a differenza di quella natalizia, non partecipavamo e ci riservavamo quella della domenica. Mia madre andava a San Nicolò alle 9:00, quella in genere era riservata alle mamme e alle nonne che dovevano preparare colazione e pranzo e alle famiglie che si recavano fuori o dovevano ricevere parenti. Quella delle 11:30, così come avveniva nelle domeniche “normali” era per “i signori”, si diceva, inglobando in tale classe, quelli che non avevano troppe faccende da sbrigare e mostravano abiti nuovi. La Messa era cantata e, pur essendo uguale nel rito, sembrava essere più solenne. Anche gli uomini, che, spesso, restavano in fondo se non addirittura fuori, non mancavano questo appuntamento e anche i posti in piedi arrivavano fino alle porte. Il nostro pranzo pasquale si consumava a casa dei miei nonni con i zii e cugini. Si restava anche a cena così nel pomeriggio, spesso, andavamo a fare un giro tutti insieme.

Pasqua e pasquetta rappresentavano il momento del risveglio della natura e della ripresa delle attività all’aperto. La passeggiata diventava nuovamente un luogo di ritrovo per grandi e piccoli. Ricordo passeggiare gli uomini della piazza intenti a parlare di affari e di politica, Alberto il sindaco e don Antonio scambiarsi opinioni e iniziative, le mamme nei loro vestiti nuovi e i figli giocare su scivoli e altalene.

Era il tempo degli incontri e lo è stato anche per me.

MULI, CAVALLI E SOMARI, NELL’ECONOMIA DI UN TEMPO CHE FU

Nel 1903, Febbi Isidoro con una grafia precisa, ordinata e quanto più rispondente alla lingua parlata, nelle tinte forti del dialetto e delle inesattezze grammaticali, elenca le opere svolte per Giuseppe Giusti , delle quali, debitamente, tiene il conto.

Conto Disitoro

una vettura di un somaro aStroncone apigliare lacarce

più atacato somaro con Settimio di Petronilla

più a portare astregne imenacci some tre da Peppe dEcidio con la traglia

più portata unasoma di uva daterni

iquanto ai tre (…) isoadato apigliare labote da Giusti Chiara con li boi.

più uquintale di fiore daterni

uquitale di fiore da la strata romana

più dato isomaro per adare anarne per adare acavallo

più fiore uno quitale dala stradaromana

più unartra vettura a macinare il crano

più una mettitura dioliva a terni

più due balle di pasta dastroncone

più portato ubarile di vino alla Stazione di terni

più dato il somaro per acavallo acovigno

più a portare e valici alastazione di Stroncone

più due provenne di semola

più 3 viaggi di legna da Sajanni

La lista continua con voci che si ripetono per un totale di £ 32,65 e poi segue un conto vecchio dove si citano varie “vetture con il vino” in un periodo precedente.

Come si può notare tutte le attività ruotano intorno agli spostamenti di merci necessarie alla quotidianità del Giusti: vino, fiore per la semina, grano da macinare, calce; oggetti: botti, barili, balle, valigie…spostamenti che avvenivano per lo più con il somaro, la ” vettura di cui parla il Giusti. Somaro… così come viene indicato nel gergo popolare, invece che asino, munito di basto o legato a un carretto.

Un animale importante per l’economia delle famiglie: 1901- Marcucci Francesco, chiede aiuto alla Congregazione di Carità, “per questo rigido inverno”, in quanto deve accudire la moglie malata e versa in cattive condizioni economiche perché non può lavorare a causa del somaro, “vecchio e carico di malanni”.

Cavalcature, vetture, usate anche come sinonimi

Angelici Cesare di Coppe contro Rosa Paoloni per il pagamento di 20 £ per vettura o meglio per prestito di un somaro per andare a macinare da Malvetani.

La “vettura” poteva essere trainata anche con i buoi:

1906 De Santis Ilario chiede il pagamento a Caraciotti Lorenzo il pagamento di vetture fatte con i buoi per caricare il letame da santa Maria fino al terreno voc.Termine;

Leonardi Pietro contro Leonardi Francesca per £ 400: vettura con carro e buoi per trasportare uva a Terni, vettura con la soma per trasportare legna, uva al voc. Piciolo di Stroncone e oliva al molino Malvetani.

ASINI E MULI PROTAGONISTI NELL’ECONOMIA DEL PAESE

DAI VERBALI DELLE SENTENZE DEL GIUDICE CONCILIATORE

Il somaro protagonista nella controversia tra Giusti Giuseppe e Moriconi Gustavo. Il Giusti asserisce che l’animale sia di proprietà del Giusti e non della sua compagna Giovanna Angelici, pertanto è bene pignorabile nella causa che li vede avversi.

” A tutti è notorio che Angelici Giovanna è la donna che convive con Giuseppe Giusti quindi la apparenta a interessi comuni. Il somaro si è sempre trovato nella stalla del Giusti che lo nutre e lo utilizza per ogni necessità e sempre si è trovato nella stalla del Giusti quindi la Angelici dovrebbe comprovare la sua proprietà piena del somaro che a detta del Moriconi è impossibile perché il somaro è stato acquistato da colui col quale essa convive”.

CITAZIONI PER LA CONDUZIONE IN CAMPI PRIVATI E RELATIVI DANNI.

Paluzzi Bartolomeo contro Mazzocchi Antonio per danno arrecato con una cavalla nel terreno a voc. Piano seminato di crocetta, nella notte tra il 20 e il 21 settembre 1901″;

Santori Giacomo contro Menicocci Antonio per danno arrecato col somaro in un terreno vitato e seminato di biada”;

“Paolucci Severino contro Mansueti Valentino per danno arrecato con 2 cavalle nel terreno voc. Pizzicone vitato e olivato”;

Bussetti Antonio contro Nevi Carlo per 10 lire, danno arrecato con 2 somari rosicando gli ulivi nel terreno voc. pratola o piantoncelli; a voc. Piantoncelli anche Contessa Rolando, cita Salvati Ferdinando perché passando continuamente con i muli attraverso l’uliveto, ha formato uno stradello e ha distrutto parte del muro di cinta;

Rossi Ettore, contro Leonardi Ponziano per danno arrecato con un somaro nel terreno voc. Casette vitato e olivato

Mansueti Giovanni contro Corpetti Ulisse e Leopardi Orvida per la copertura di un somaro per £ 30.

DAI VERBALI DI CONTRAVVENZIONE DELLE GUARDIE MUNICIPALI E GUARDABOSCHI

La SOMA diventa una unità di misura anche per quantificare i danni a piante giovani o protette.

Il pascolo abusivo o dannoso in zone non adibite, erano spesso motivi di contravvenzioni, non solo per greggi di capre o pecore ma, spesso, anche cavalli e somari: Montigrandi bosco ancora giovane; Cimitelle, Canepine, Fontazzano; Macchia Ialli bandita;

Macchialunga: una soma di legna verde, Voc. Forchetta una soma di frasche uso bestiame; soma di legno di cerro; voc. Penne soma di leccio e quercia verde ; Bosco di Monterotondo una soma di legna in frasca di Cerasamarina; Cesanto; Capoliana: una soma di leccio e quercia; Macchia Scapule soma di leccio; Cesarofolle.

Leonori Carlo contro Giusti David per il transito abusivo con un somaro nel terreno voc. Licce seminato di erba medica sulla quale la bestia pascolò.

Grimani Angelo contro Massoli Lorenzo a S. Eugenia per danni a un pagliaio di fieno con 2 somari.

Serlorenzi contro Cecchini Francesco per danni arrecati con il somaro al Torello SanteJanni olivato.

RITRATTO DI INIZIO ‘900

Nel processo di modernizzazione della penisola, all’indomani dell’Unità d’Italia, rientravano le opere di urbanizzazione e di ampliamento della rete stradale. In questo scenario, già dal 1885, venne ipotizzato un Progetto per una Tramvia economica a rete elettrica, che sembrò prendere corpo nel 1918.

La tramvia allaccerebbe la Valle del Tevere con quella del Nera, partendo da Poggio Mirteto, per giungere a Terni, migliorando anche le comunicazioni con Roma e Rieti.

Esso prevedeva una variante per Stroncone. Il tutto venne illustrato in una relazione tecnica dall’ing. Vallini Enrico nel 1920. Il tracciato comprendeva: Stazione Poggio Mirteto-Roccantica-Cottanello-Stroncone-Terni.

La Relazione che accompagnò tale progetto, dipingeva molto chiaramente, l’economia di questo borgo rurale negli anni ’20. Un’economia basata essenzialmente sullo scambio di prodotti e materie prime, sia attraverso il mercato cittadino che la stazione ferroviaria. A ciò si andavano aggiungendo gli operai impiegati in quelle che erano le due fabbriche più importanti del centro Italia: la fabbrica d’armi e l’acciaieria. La necessità di collegamento, rivelava che, quelli usati, erano per lo più, mezzi di fortuna, spesso cavalcature, velocipedi o addirittura a piedi. Strade sconnesse ed eventi climatici stagionali, rendevano, ancor più, disagevoli gli spostamenti.

Ulteriore conferma dell’impraticabilità di alcune strade, soprattutto di quelle che collegavano le frazioni e le campagne, la si può trovare in un’altra Relazione, quella presentata al Ministero per ottenere l’Autonomia dopo l’accorpamento con Terni nel 1929. ” …le numerose case o raggruppamenti di case esistenti nella estesa campagna raggiungono distanze fino a 25 km con percorsi di natura mulattiera e nel periodo invernale impraticabili”. Con lo spostamento di uffici e attività, molti interessi si spostarono in città aumentando così la frequentazione di molti stronconesi.

UN TERRITORIO COMPLICATO DA GESTIRE

Il borgo di Stroncone è saldamente ancorato alla collina, ma il suo territorio è vasto e si estende alla valle e ai monti. Numerose sono le frazioni anche molto distanti sia dal capoluogo che tra di loro. Zone che, nel periodo storico preso in considerazione, necessariamente, dovevano “comunicare” con la stazione ferroviaria, la montagna dei Prati con i suoi boschi, i pascoli e le coltivazioni di grano. La vicina Terni era altra tappa non trascurabile, con il mercato cittadino, le grandi fabbriche e la stazione dove transitavano passeggeri e merci. Nella quotidianità, gli abitanti di Stroncone trovavano, nell’asino e nel mulo, due grandi compagni di fatica.

Sono animali da lavoro che hanno accompagnato la storia di molte vicende umane.

Furono asini e muli che permisero il taglio del legname, nei boschi, necessario alle costruzioni delle rotaie nello sviluppo della rete ferroviaria, dopo l’unificazione. Un obbligo cui Stroncone, non si sottrasse: nel 1907, alcune citazioni, presso il Giudice Conciliatore, trattavano di ” traverse provenienti da Rocca Carlea” che avrebbero dovuto essere portate alla strada comunale di Crocemicciola. Tra gli attori figuravano persone provenienti da Roma o non dimoranti a Stroncone.

Resistenti alla fatica, adatti a percorsi ripidi e accidentali sono stati protagonisti anche in attività non troppo onorabili, come la guerra. Ricordiamoli fondamentali nell’approvvigionamento di acqua, armi, munizioni e ogni altro genere di necessità per le truppe, nelle trincee alpine.

Hanno scarse esigenze alimentari per cui si accontentano anche di foraggi grossolani. Ben si adattavano, dunque sia alla conformazione del paesaggio che alle esigenze della popolazione di cui parliamo.

UN TERRITORIO RURALE

  1. LA RIPARAZIONE DELLE STRADE

Alcune strade erano vere mulattiere bisognose di una manutenzione continua, soprattutto, durante la stagione delle piogge che le rendevano impraticabili. Breccia, pietre e un lavoro ininterrotto di manovali con pale e picconi, per ripristinare una discreta viabilità impedendo, prima di tutto, l’isolamento delle frazioni. Altro quadrupede, spesso impegnato in questo duro lavoro, era il bue: Massoli Antonio viene pagato con 50,00£ per aver riparato la strada del Colle in due giornate di lavoro con buoi.

Nei verbali di Giunta del Consiglio Comunale, le voci di spesa, maggiormente ricorrenti, erano quelle per la riparazione delle strade e la cura delle fonti di acqua.

1897: In seguito a forti e continue piogge la strada vicinale di Cannucciano volgarmente detta Fiorina, portava in quella comunale che conduce a Terni, sassi ed acqua in grande quantità da impedire il libero passaggio dei veicoli e dei pedoni e la causa derivava dalla chiusura dello “sciacquale” nel terreno del sig. Rosa Salvatore. Il sindaco Malvetani impose di riaprire la bocchetta di scolo già esistita per far sopportare al Rosa, come sopportano gli altri frontisti di tale via un rigagnolo di acqua nel di lui fondo

1929: il torrente di Cisterna durante le piogge torrenziali di novembre ha completamente asportato la parte di strada che immette nel torrente stesso formando una ripa abbastanza alta e togliendo il passaggio alla popolazione di Molenano e Colorello. Occorre subito sistemare la strada e riattivare il passaggio dovendo quelle popolazioni agricole provvedere in gran parte alla semina.

1931: la popolazione di Vasciano reclama per la chiusura dello spaccio di privative in quanto detta frazione è lontana da altri centri abitati di 8 km e messa in comunicazione da strade impraticabili specie nella stagione invernale e la popolazione è di circa 350 abitanti.

Tobia Grimani, carrettiere, viene compensato con £105, per 6 giornate di lavoro con carro e cavallo per trasporto breccia, occorrente alla manutenzione della strada

Cecchini Egidio e altri, compenso per la riparazione strada del Colle

e ancora:

Bassetti Edo viene pagato per la riparazione del bordo stradale.

Vittori Domenico chiede compenso per lavori stradali

Lavori strada di Finocchieto;

riparazione strada Buco del Grugnale

Sante Sopranzi ed altri, vengono pagati per opere diverse in servizio alla manutenzione della strada da Corvaiano ad Aguzzo

Imbrecciatura della strada dal Ponte di Lugnola a Fontanelle strada di Vasciano ; a Peruzzi Adamo viene dato compenso per opere occorse manutenzione strada Vasciano.

2. LA RIPARAZIONE DELLE FONTI D’ACQUA

Stroncone è un paese povero di acqua, così, anche la manutenzione delle fonti d’acqua, laghetti di abbeveraggio e fontane, prendeva una bella fetta di bilancio, soprattutto, nella prossimità dei mesi estivi quando l’abbeveraggio di bovini e ovini, tenuti al pascolo , rischiava di essere compromesso da una mancata e tempestiva pulizia.

La buona conservazione di tale risorsa idrica, non poteva prescindere dall’utilizzo di muli e asini indispensabili, per raggiungere i monti.

Serlorenzi Carmine, Rossi Felice e Arca Vitaliano ricevono 234 £ per la ripulitura dei laghi di montagna. ; Grimani Erminio riceve un compenso per la riparazione della fontana Schioppo morto ; pulitura annuale dell’acqua del fosso Fieiu; riparazione fontana Pozziche; pulitura lago di Ruschio; lago di valle Uo e lago dei Prati.

3.Risorse montane

I lavori boschivi richiedevano mulattieri, carrettieri, boscaioli e carbonai. Per il taglio dei boschi comunali, varie erano le attività che precedevano e seguivano l’operazione vera e propria: il sopralluogo, la marcatura e poi il trasporto di cose e persone fino al reperimento del legname.

1919 l’assessore Coletti riceve dal Comune £ 12,00 a compenso, tra le altre, della trasferta al bosco Montigrandi per verificare le contravvenzioni al capitolato nel taglio venduto;
a S. Spartaco, vengono pagate £ 20,00 per 10 notti di alloggio fornite al brigadiere forestale, venuto, col sottoispettore di Terni, a visitare i tagli dei boschi comunali;
a G. Generoso £ 18,20 per importo di vino consumato dagli operai che hanno assistito ai lavori di rilievo compiuti dall’Ispettore forestale nei tagliati boschi comunali.

1923 ad Edoardo, viene pagata la fornitura di vernice ed olio occorsi per la marcatura della Macchia Riservata;
a Generoso, £ 125 per vino occorso per la marcatura della Macchia riservata;
a Domenico £ 20,00 per tre giornate di lavoro;

La montagna, oltre a fornire legna, carbone e altri frutti stagionali del bosco, consentiva la raccolta del letame da pascolo così prezioso per la concimatura degli olivi e la paglia, necessaria ai cavalli.

Agosto 1919, gli eredi Contessa pagarono 10£ per ” il trasporto del letame di montagna ai piantoni col somaro; £50 per il carro che trasporta la paglia dalla montagna al piano”; £ 25 per 2 vetture per portare la paglia dalla montagna”

IL CAVALLO…VETTURA PER BENESTANTI

Il Censimento del 1908, rileva che a fronte di quasi 450 tra asini e muli, erano presenti soltanto 129 cavalli .

Il cavallo era utilizzato per lunghe percorrenze e anche per il tiro alle carrozze. Più usato dalle famiglie benestanti e per le cavalcature delle pratiche comunali, come ad esempio la posta.

Taide Malvetani raccontava nel suo diario dei ricordi: quando la nonna diceva vado a Terni, allora si andava ad avvisare il postino che lasciava sempre il posto migliore per Annetta”.

Nei registri di spesa della famiglia Contessa, possidenti del luogo, le spese di biada, paglia e fieno per i cavalli di loro proprietà, erano frequenti, quasi mensili. Nel 1918 tra i documenti venne registrato addirittura il pagamento di un’Assicurazione Cavallo-Carretto-Garzone per £ 94,77.

Taide Malvetani, giovane sposa, nel 1901, nel suo diario ricordava i “viaggi” a Terni con la carrozza guidata dal garzone o da suo padre Terenzio, che, bonariamente accompagnava moglie e figlie, per le spese che necessitavano alla famiglia. Quando il padre partiva o tornava con il carrettino, lei e sua sorella ” volavano” e staccavano, o attaccavano, il cavallo, se non era presente il garzone. E un pensiero lo riserva a Angelino, uno degli operai di casa Malvetani. ” Era zoppo. Aveva in bocca un dente solo, lungo un palmo, bisognava vederlo come maneggiava quei cavalli grossi e alti, con che facilità li strigliava, li custodiva, li cavalcava…”

LE STALLE ALL’INTERNO DEL PAESE

Muli e somari compagni dell’uomo vivevano accanto a lui e le stalle spesso erano contigue alle case.

DALLE CITAZIONI DEL GIUDICE CONCILIATORE E DAI VERBALI DI CONTRAVVENZIONE

1907 Gasbarri Salvatore contro Giammari Angelomaria per la consegna della chiave della porta della stalla da cui si entra in un’altra stalla da esso affittata all’istante, posta entro Stroncone in contrada reatina”.

La presenza di tali locali richiedeva frequentemente richiami anche da parte degli uffici sanitari, la pulizia e la disinfezione di strade e vicoli. Inoltre, tali animali percorrevano continuamente le vie del paese carichi di merci per le più svariate necessità.

1920: ” Non è mai abbastanza raccomandato, per ottenere una relativa nettezza, l’allontanamento degli animali immondi dai centri abitati e la rimozione del letame dalle stalle e dai vicoli dove maggiormente si raccoglie ammorbando l’aria che da tutti si respira”.

Sensi Antonio si abusa di tenere una gran quantità di letame nella stalla cagionando disturbo ai vicini; Nella borgata di Coppe per ordine dell’Ufficiale sanitario contro Angelici Cesare perché “nella stalla di sua proprietà si trova letame che fa danno alla salute dei suoi vicini”.

A Stroncone, Vittori Vitaliano tiene una quantità di letame nella stalla, così come Andrielli Edoardo, che viene multato per mucchi di letame nella stalla

Valenti Ubaldo si è abusato legare due somari nelle piante di Piazza della Libertà: 10 £;

Massoli Augusto ha legato un somaro in pubblica via.

I carri percorrevano le vie del paese e spesso causavano danni a muri e a “chiaviche”: “Martoni Concetto passando con un carretto carico di legna per la via di sotto ha rotto una chiavica, viene multato per 10 £;

Petracchini Arsenio si è abusato di entrare dentro il paese con 2 carri di di tavole di circa 20 quintali e messi in magazzino di via Vici.

Carri e bighe erano, anche, al centro di vicende pericolose come:

la cavalla abbandonata con la biga da Giorgi Antonio che si da alla fuga in pubblica passeggiata o Enio Angeletti che conduceva una cavalla attaccata a una cestina a corsa sfrenata nel tratto: Piazzale della Libertà- piazza San Giovanni e via Delfini con pericolo dell’incolumità pubblica; Castelli Terzo, ha abbandonato il suo mulo che ha attraversato di corsa la pubblica piazza in un giorno di festa.

LE CAVALCATURE A SPESE DEL COMUNE E LA TASSA BESTIAME

La tassa bestiame era uno tra i cespiti più importanti per la municipalità di Stroncone. Nel 1929, a causa della crisi economica, si rese necessario aumentarne gli utili per pareggiare il bilancio.

Da Prefettura dell’Umbria: La Giunta Provinciale Amministrativa, considerando che quasi tutti i comuni umbri hanno bisogno di un aumento di proventi per ottenere il pareggio dei propri bilanci, modifica la tassa sul bestiame in minimo e massimo. Dalle 3-5 £ del 1914 differenziati per bovini ed equini, così, si passò alle 8-10 £ del 1919, con l’eccezione degli asini che aumentarono di poco.

NEL 1921 venne anche aggiornata la TARIFFA PASCOLO: per i bovini furono stabilite da 3,50 a 7 lire a capo; per cavalli e muli da 6,80 a 10 lire a capo e per gli asini da 2 a 4 lire.

Da verbale del Consiglio Comunale: dal 1895 la farmacia è chiusa quindi il Comune che non è dotato di un armadio farmaceutico deve pagare un pedone che raggiunge Terni per approvvigionare la popolazione dei medicinali necessari.

Nel 1923, tra le voci di spesa del Comune ci sono le “cavalcature” per il veterinario e per le altre figure sanitarie le cui condotte sono diventate residenziali e quindi a carico del Comune stesso.

Contessa Ubaldo, viene risarcito per aver fornito due vetture al veterinario;

Castelli Pericle per il “trasporto di inchiostro alle scuole”

Muli ed asini si muovevano agilmente con some di legna e carbone, nei mesi invernali, tra le varie borgate e assolvevano la funzione di trasportare anche a mezzo di carretti il materiale necessario per il funzionamento di scuole ed uffici comunali.

Castelli Castello, carrettiere, riceve 10,00 £ per il trasporto di carbone per il riscaldamento negli uffici comunali;

Giubila Pietro riceve 2,50 £ per una soma di fascine per riscaldamento, consegnata alla scuola di Vasciano; la legna viene fornita anche alle scuole di Coppe e Vasciano

Il Concerto Civico, nell’adempimento dei servizi obbligati presso le frazioni, richiedeva ai festaroli di obbligarsi a fornire almeno 3 cavalcature per il trasporto.

DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI STRONCONE

FOTO ARCHIVIO DANIELLI RITO

Il Reggimento di Cavalleria Nizza (Terni) rimette avviso di vendita per cavalli da riforma

NATALE NEL PRIMO DOPOGUERRA

FOTO DAL WEB di BARBARA PICCI ARTIST & ART BLOGGER

Natale, da sempre, una festa in cui non c’è posto per la tristezza, in cui ogni famiglia cerca di dimenticare ogni preoccupazione.

Gli anni ’20, furono anni difficili ma in occasione delle festività, associazioni laiche e religiose cercavano di alleviare, almeno per un giorno, le privazioni dei più sfortunati. Un po’ ovunque, alti alberi tagliati da esperti boscaioli, troneggiavano in sale comuni, addobbati con caramelle, dolci e oggetti utili. Era ancora recente il ricordo dell’Italia Vittoriosa e, così, sulle note di Inni patriottici venivano distribuiti pacchetti dono e i bambini recitavano versi famosi. I loro visi si illuminavano di felicità. Gli addetti, spesso donne, distribuivano bandierine tricolori e giocattoli. Per un momento, le mamme che accompagnavano i figli, strette nei loro fazzolettoni sbiaditi e con gli scialli rammendati, scordavano i loro vestitini logori, le scarpette bucate e quelle lampade ad olio, le cui fioche luci, inesorabilmente, rischiaravano una vita di stenti.

Alla vigilia, lo scampanio festoso di mezzanotte annunciava la nascita del Bambino Gesù.

Le famiglie benestanti facevano le elemosine in beni di natura come legna, farina e olio, così la famiglia Malvetani, per il Convento delle Suore o per le famiglie bisognose, vergognose di chiedere un aiuto. I possidenti ricevevano dal colono quanto gli spettava per le festività, per la famiglia Contessa, ad esempio, erano previsti 3 capponi.

Soffitte e cantine abbondavano di ogni sorta di cibo: dall’uva passa ai prosciutti, formaggi pecorino e caprino, grandi vasi di salsicce sott’olio e, in apposite ceste, conservate tra foglie di lauro, frutta secca: mele pere, cachi, prugne; capaci botti colme di vino e giare d’olio. Gli abiti venivano confezionati dai sarti: vestiti in velluto con fodera, cappelli di feltro; calzature nuove o risuolate all’occasione; fantesche e garzoni correvano da mattina a sera per soddisfare ogni esigenza della casa. Addobbavano le loro case con grandi alberi e presepi con statuine di cartapesta. I loro bambini vestiti in cappottini di pelliccia e di calda lana, ricevevano carrettini, revolver, schioppi, cavalli, bambole, tram, soldatini di piombo, biliardini…La famiglia si riuniva presso il focolare. Un grande albero ricco di fiori, di lumi, di doni attendeva in sala da pranzo. Fra i rami verdi del pino spuntavano bamboline, tamburi e trombette, caramelle e dolci vari… Ma non era così per tutti.

Chi non rinunciava a un po’ di atmosfera natalizia, pur nella sua misera casa, decorava rami di albero con bucce di frutta essiccata e qualche biscotto. Il ciocco nel camino era, forse la tradizione che accomunava famiglie povere e ricche. Una tradizione che si perdeva nella notte dei tempi, augurio per la nuova stagione, luce per i defunti della casa o per scaldare il Bambinello. Qualunque significato gli si volesse attribuire restava sempre uno degli elementi cardine delle festività. A volte la veglia si teneva nelle stalle con parenti e vicini e si aspettava la mezzanotte alternando racconti a momenti di preghiera.

In ogni cuore albergava la speranza di un domani migliore che avrebbe sopito le disgrazie e i dolori dei luttuosi anni, appena, trascorsi.

Nel componimento di Mario, IV ginnasio ( Torre Annunziata) sono ben descritti alcuni aspetti della società del tempo, nell’attesa di festeggiare il nuovo anno:

” Benvenuto, anno novello! tu arrivi desiderato, festeggiato da tutti con grandissima gioia; bicchieri spumeggianti di vini si levano e si toccano tra gli auguri, gli appalusi, le promesse, i doni!

Tu arrivi salutato da suoni di campane, da squilli di trombe, da urli di sirene, da rauche voci di piroscafi. Tutti ti festeggiano, tutti ti onorano; ma dì, meriti davvero così liete accoglienze? Anno nuovo, che cosa ci porti? sei foriero di pace e di gioia o di discordie e di dolori? Hai pensato, avvicinandoti, a chi piange, a chi soffre, a chi muore? Hai pensato all’infinita schiera di poveri fanciulli che in questi giorni lieti sono scalzi e affamati; alle vedove che piangono nel vedere i figliuoli chiedere invano il pane; ai poveri infermi che tra le pareti nude dell’ospedale sono tristi e febbricitanti? Hai portato, porterai a tutta questa gente pane, salute e conforto? Sarai per essa l’astro benefico che ravviva e riscalda?

Se vuoi essere benedetto, anno novello, fa svanire le tristi passioni: l’ira, l’odio, il desiderio della vendetta; dà all’anima umana la pace serena, la tranquillità apportatrice di benessere materiale e morale. Esaudisci, anno novello, i miei desideri, e fa che al tuo tramontare possiamo tutti salutarti con sincero rimpianto”.

GUERRA E PANDEMIA

Le difficoltà economiche e le sofferenze, in cui versava il paese, in quegli anni, derivavano, non solo, dagli effetti della guerra che aveva spazzato via un’intera generazione di giovani ma, anche, dall’influenza, chiamata di spagnola, che fece ammalare quasi un abitante su 3 dell’intero pianeta. A fine pandemia, nel 1920 si registrarono almeno 50 milioni di morti. In Italia, si ammalò un abitante su 7 e tra i 650 mila morti, furono compresi i 50 mila soldati, vittime di questa malattia che serpeggiò anche tra le trincee. Le raccomandazioni igieniche arrivarono a poche persone, sia perché erano pochi ad essere alfabetizzati, sia perché le condizioni di vita della maggior parte della popolazione erano affidate a precarie condizioni igieniche: case senza gabinetti e fognature, mancanza di luce elettrica e di acqua corrente.

Stroncone- L’11 dicembre 1920 Ufficiale Sanitario dottor Faggioli così scriveva:

Ad ovviare lo sviluppo di malattie infettive in gennaio e specialmente della cosiddetta spagnola si impone al personale addetto alla nettezza pubblica non solo del Capoluogo ma anche delle frazioni nelle quali si nota un luridume impressionante di spiegare la maggiore possibile attività nello scrupoloso adempimento del proprio dovere. Non è mai abbastanza raccomandato per ottenere una relativa nettezza, l’allontanamento degli animali immondi dai centri abitati e la rimozione del letame dalle stalle e dai vicoli dove maggiormente raccoglie ammorbando l’aria che da tutti si respira”.

Nel 1920 la vita media era di 47 anni. Infezioni respiratorie, febbri e contagi di varia natura, erano sovente causa di morti e di inabilità al lavoro. A volte le condizioni climatiche contribuivano al diffondersi di morbi anche su vasta scala.

Nel 1922, a causa dell’estate particolarmente calda, si raccomandavano indicazioni sanitarie come: “profilassi infettiva verso gli animali in piena efficienza; disinfezione periodica a brevi intervalli acqua potabile zona protezione serbatoi percorso conduttura, incaricando persone responsabili di ispezionare mulini, pastifici e depositi cereali di provenienza estera; necessario aver pronto locale isolamento personale, adatto materiale disinfezione; denuncia qualsiasi caso anche sospetto malattia infetta intestinale, febbre acuta, ghiandole ascellari e inguinali, senza creare allarmismi. La denuncia deve avvenire per telegramma”.

LA POVERTA’

Inutile dire che Guerra e Pandemia, aumentarono le difficoltà delle persone che già vivevano in situazioni economiche precarie. Per il mondo contadino già arretrato, la mancanza di braccia o stagioni sfavorevoli, nonché l’approvvigionamento statale di olio e di grano, crearono delle situazioni al limite della fame anche per chi era riuscito sempre a cavarsela con il sudore del proprio lavoro. Stroncone paese rurale, molti erano i braccianti a giornata e per di più stagionali, incapaci di avere una rendita annuale indipendente dal clima o dalle produzioni stagionali. La stessa cosa avveniva in buona parte del territorio italiano; soprattutto al sud, il lavoro nei campi consentiva un livello di vita assai modesto.

La Regia Prefettura di Perugia il 17 marzo 1921, ribadiva i criteri per stilare l’elenco dei poveri e ammetteva le difficoltà incontrate “ora più che in passato in questa Regione, per la generale crisi economica che col valore mutevole delle cose e della moneta, rende mutevole per conseguenze, anche economie private e sia in particolare per l’avvenuta trasformazione in residenziali delle condotte mediche a cura piena provinciale e non più comunale onde l’elenco che finora si fermava ai soli confini della somministrazione dei medicinali si deve estendere anche all’assistenza medica.”

saranno iscritti nell’elenco dei poveri coloro che si trovano in stato di miserabilità o che pur essendo in grado di sopperire col complessivo reddito della famiglia agli ordinari bisogni della vita in condizioni di parità di tutti i componenti, non possano in caso di malattia sopportare la maggior spesa per assistenza medica per acquisto di medicinali”.

Nello stesso tempo, una seduta del Consiglio Comunale ammoniva a rispettare le regole stabilite in materia di assistenza:

Esiste un elenco di persone che hanno diritto a cura gratuita e ai medicinali nell’applicazione della condotta residenziale, il sottoprefetto invita a rispettare i termini degli articoli di Legge che determinano le condizioni e di non eccedere nel criterio di larghezza perché ciò graverebbe sul bilancio comunale e se le spese sanitarie saranno meno gravose anche il sacrificio per i contribuenti sarebbero minori”.

Requisizione di grano, olio e grassi suini, limitazione dell’uso della carne, prezzi calmierati…una politica annonaria che avrebbe dovuto scongiurare carestie invece causò un fenomeno continuo di accaparramento e di rifiuto di vendita dei generi alimentari e delle merci ai prezzi calmierati o di non vendita in attesa del rialzo dei prezzi stessi. ” Opera criminosa di speculatori” come riportò una lettera prefettizia datata13 dicembre 1920.

Un telegramma del 23/11/1922, portò un po’ di buonumore e di ottimismo tra le genti provate, Il prefetto, notificò che: “in occasione delle Feste Natalizie, il Commissario generale di approvvigionamento, ha autorizzato la vendita di carni e dolci durante le feste natalizie”.

LA SANITA’

Il 1923 fu l’anno in cui il Consiglio Comunale di Stroncone, deliberò l’interessamento del Ministero dell’Interno per l’accesso a un mutuo presso la Cassa DD e PP per la sistemazione dell’impianto elettrico: “Provvedimento urgente di utilità pubblica”. Obiettivo è quello di “fare in modo che tutte le famiglie abitanti nelle zone dell’impianto potessero godere del beneficio della luce” e nel 1924, nella seduta di ottobre, la Giunta affermò, anche, la necessità di dotare le 4 frazioni di illuminazione con motivazione proprio di ordine sanitario:

” …frazioni…alcune delle quali si trovano lontane dal Capoluogo e si trovano in difficoltà in caso di malattie gravi per contattare i sanitari”.

Nel 1923 i prezzi dei generi alimentari continuavano a salire e vennero limitate le indennità caroviveri anche ai lavoratori dipendenti. Il Comune di Stroncone si trovò costretto a togliere dalla pianta organica alcune figure che espletavano il loro lavoro parzialmente: vespillone, portalettere, bidello, custode mattattoio, telefonista, scopino..

Il 27 Maggio, venne emanato il Decreto n.1177 che prevedeva di rivedere le tabelle e i regolamenti organici del personale dipendente, riducendo posti e stipendi, salari e assegni di qualsiasi specie in relazione alle condizioni finanziarie dell’ente, alle esigenze dei servizi e dell’importanza delle attribuzioni affidate al personale stesso. L’art. 1, come pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale, prevedeva la riduzione del personale sanitario e dei maestri elementari.

Il Farmacista Vittori in questi anni lamentava il disastro in cui versava la sua farmacia e la sua attività. Costretto a lavorare senza essere pagato per una popolazione povera: ” sembra si sia sostituita (la farmacia) alla Congregazione di Carità”, denunciava il Vittori insieme alla poca accuratezza che il Comune riservava al locale e agli strumenti necessari ad espletare tale professione. Egli dichiarava, alla fine del 1921, un credito di £ 11000, più £ 7000 da un vecchio conto, e avvertiva, nel caso in cui, il Comune, non avesse pagato il dovuto, che: “si troverà costretto ad interrompere la somministrazione di medicinali ai poveri”.

Egli, alla stregua di tutti i farmacisti dell’Ass.Naz. Farmacisti rurali, chiedeva al Comune un’indennità di residenza e servizio notturno di £ 3000 annue e ” l‘impegno a servizi di tale farmacia non solo per i medicinali per i poveri ma anche per quanto concerne all’ambulatorio. L’esercizio farmaceutico è un servizio pubblico come quello del medico, veterinario e levatrice, integra quello degli altri sanitari ed è indispensabile. Lavora 24 ore su 24 ed è legato alla sua casa”.

Documenti conservati presso archivio storico del Comune di Stroncone

FOTO DAL WEB di BARBARA PICCI ARTIST & ART BLOGGER

ONORE AI CADUTI DELLA GRANDE GUERRA

Le guerre non ci sarebbero più se i loro morti potessero tornare”

cit. Stanley Baldwin

CORRADO CONTESSA

Il telegramma che avvisò della sua morte, arrivò in una fredda giornata di novembre.

Documento conservato nell’Archivio Storico del Comune di Stroncone

Trovò la morte a Monfenera, durante un assalto delle truppe tedesche che riuscirono a penetrare le linee italiane per conquistare la pianura. Il combattimento fu cruento, le truppe e le artiglierie resistettero fino allo stremo delle forze.

Foto Archivio Roberto Perquoti

URBANO SAVINO

All’alba del 6 agosto 1916 migliaia di cannoni aprirono il fuoco devastante da Tolmino al mare, poi l’azione si concentrò sulla testa di ponte davanti a Gorizia (…) il Sabotino fu conquistato in soli 40 minuti. Negli altri settori l’azione non fu così fortunata…”

E’ in questo scenario, nella battaglia di Podgora, che, probabilmente trovò la morte Savino. La battaglia iniziata a giugno del 1915, capitolò per mano degli italiani soltanto l’anno successivo, il 6 agosto 1916. Per ironia della sorte, nello stesso giorno il combattimento, fu a lui fatale.

MARTONI PROIETTI ANTONIO

La chiamata alle armi lo portò, dai dolci pendii stroncolini, alle vette più alte dei confini, nelle truppe degli Alpini. Quota 2200 sul Monte Pasubio, in uno degli inverni più rigidi del secolo. La sopravvivenza imponeva di scavare gallerie, ricoveri e strade per consentire le comunicazioni con il fondovalle. A Maggio 1916, nell’offensiva di Primavera, gli austriaci attaccarono tale posizione e le ostilità continuarono per alcuni mesi. Il 15 maggio gli austriaci annunciarono l’attacco con 400 cannonate., costringendo gli italiani ad abbandonare le cime dei monti. La neve contribuì al successo austriaco. A settembre, mese nefasto per il nostro Antonio, gli italiani, tentarono di riconquistare il terreno perduto ma senza successo.

COSTANZI ENRICO

Reclutato nelle truppe di fanteria, poco più che ventenne, muore a Hudi Log in Slovenia. Annibale Calderale, in una sua lettera, descrive le condizioni di vita della stessa trincea ed è, quindi lecito supporre, che siano le medesime, vissute dallo stesso Enrico.

…Tutti i giorni che siamo stati in 1 linea non abbiamo avuto un momento di pace (…) le artiglierie e tutte le altre armi sono state continuamente in azione…siamo stati sempre (…) faccia a faccia con nemico…

Nel suo narrare descrive le condizioni di patimento anche durante i momenti di riposo, al riparo, dentro le gallerie.

Vestiti pesanti come si era, tutti armati (1 pistola, 1 pugnale facoltative 3 spigoli-munizioni) maschera antigas tascapane con bombe e tutti gli altri accessori, ammassati uno addosso all’altro, mancava l’aria era un patimento indescrivibile”.

Le condizioni igieniche precarie e deplorevoli erano comuni a tutte le trincee ed erano derivate dalla convivenza, non solo con pulci e topi, ma anche con i cadaveri dei propri compagni o con le malattie, tifo, colera, per non parlare delle situazioni legate al clima che rendevano la vita in questi luoghi, ancor più difficile come il fango o la pioggia che facevano ammalare i piedi fino a causarne, spesso, l’amputazione.

C’erano pure tanti topi (…) che passavano e ripassavano su di noi, si diceva che non toccavano il formaggio e si cibavano di cadaveri”.

VITTORI VINCENZO-BRUNETTI ETTORE- PROIETTI GERVASIO

Vennero considerati dispersi, quindi morti, rispettivamente il 26 ottobre, il 9 e il 18 novembre, 1917, nel ripiegamento sul Tagliamento.

Vincenzo, di professione fabbro, probabilmente, trovò la morte durante lo sfondamento del fronte italiano da parte delle truppe austro tedesche a Caporetto; Ettore e Gervasio, durante i combattimenti sul Monte Nero.

Sul fronte dell’Alto Isonzo, le truppe austro-ungariche sferrarono un grande attacco, era l’ottobre del 1917, cogliendo impreparate le nostre truppe . Nella Conca di Plezzo, gli italiani, numericamente inferiori dovettero battere in ritirata con enormi sacrifici di vite.

VALENTI QUINTILIO

Soldato, muore il 10 novembre 1915, combattendo a Zagora, nella IV Battaglia sull’Isonzo.

Antonio Ferrara, nelle sue lettere dal fronte, così descrive quei momenti :

L’ordine di operazione dice Attacco a Zagora puntando a q.300 e successivamente su Zagomilla e sul Trincerone del Monte Kuk” (…)…alle 12 precise ha inizio l’azione…il II battaglione del 125° è inchiodato al terreno (…) dal fuoco delle mitragliatrici (…) Gli ufficiali, sprezzanti del pericolo, si gettano per primi all’assalto trascinando i gregari e pagano con la vita il loro ardimento”

PROIETTI GIOVANNI

Venne dichiarato ferito e, presumibilmente morto, il 23 ottobre 1915, durante il combattimento al M. San Michele, III° Battaglia sull’Isonzo, che cominciò il 18 ottobre e terminò il 4 novembre. I morti italiani furono circa 20000 e i feriti 60000.

MARTONI VALENTINO

Nell’autunno del 1915 ci furono ripetuti tentativi di occupare il M. Sleme. Ad Ottobre si verificarono violenti attacchi alle postazioni italiane. Fu durante uno di questi che, probabilmente, Valentino trovò la morte. Un documento dell’epoca lo dichiara “disperso per fatto d’armi, svoltosi sul Monte Sleme il16-10-1915″.

PETRUCCI PIETRO

La Battaglia del Solstizio, come venne definito il combattimento a Fossalta di Piave, ebbe inizio il 15 giugno 1918, con l’offensiva austriaca. Pietro, venne considerato disperso il giorno successivo…peccato… non seppe mai che il suo sacrificio contribuì ad una vittoria italiana che risollevò il morale dei compagni alla vista del ritiro del nemico.

CAROBELLI ORESTE

Apparteneva al reparto fanteria, fu colpito da una scheggia di granata che ne provocò la morte il 16 maggio 1917. Si trovava in località “Quota 383 Plava”.

Il 15 maggio 1917 …” dalla testa di ponte di Plava (…) partì l’assalto di quota 383, furono 3 giorni di aspri combattimenti che provocarono la morte di 6000 soldati e 300 ufficiali”.

Sulla Plava per circa due anni si verificarono continue battaglie per rivendicarne il rispettivo possesso. Collina strategica, testa di ponte sul fiume Isonzo, rappresentava una posizione fondamentale anche per conquistare il Monte Kuk. La situazione di stallo consentì la realizzazione di alcune strutture ancora oggi visibili: gallerie, postazione medica, caverne e fortificazioni.

LEONARDI AMEDEO

Cadde nel Costone Nord di Agai il 9 luglio 1915. La tattica era quella di conquistare il Costone Agai. Le prime azioni si svolsero dal 7 al 20 luglio, molte furono le vittime, L’attacco principale fu attuato dalla Brigata Alpi, reparto erede dei Cacciatori delle Alpi, fondato da Garibaldi; era formato da due Reggimenti di Fanteria di Perugia e Spoleto.

MALAFOGLIA GIACOMO

Morì il 24 maggio 1917 a Quota 144, in uno scenario che potrebbe essere quello descritto in una lettera di Giovanni Piazza di Monfalcone.

Quota 144 …” il posto più pericoloso del fronte sulla linea diretta per Trieste (…) le cannonate in tutte le direzioni facevano paura anche ai più temerari eroi (…) gli Austriaci sparavano con mitragliere e cannoni con tutti i mezzi che la scienza mette a disposizione per contrastare l’avanzata. Fatti i circa 50 metri mi trovo a terra, in mezzo a noi scoppia una granata, morti e feriti..”

CIOCCHI OTTAVIO

Era un militare di fanteria, trovò la morte sul M. Zebio, il 18 giugno 1917.

L’offensiva sull’Altopiano di Asiago iniziò il 10 giugno 1917 e fu nota come la Battaglia dell’Ortigara, i combattimenti proseguirono fino al 29 giugno fino al ripiegamento degli ultimi reparti italiani. Nel suo Diario di Guerra, il Generale A. Gatti, deprecava la tattica italiana di non voler retrocedere verso posizioni stabili a vantaggio, del mantenimento, di posizioni più avanti e instabili. Una modalità di avanzamento che contrastava con quella austriaca che riusciva a resistere perché “recuperava le postazioni arretrate anche a costo di tornare indietro di km”, “Se non torniamo noi di buon grado indietro, ci fa tornare il nemico, perché la guerra è fatta di realtà, e non di desideri o di illusioni”.

MASSOLI OTTAVIO

Sergente nel Reggimento di artiglieria, muore sul campo in prossimità di Plezzo, il 12 settembre 1915. In quei giorni, come titolò il ” Messaggero Toscano” del 14 settembre 1915, ” Le nostre truppe attaccano le postazioni austriache nella Conca di Plezzo”.

VITTORI ORESTE

Non fece in tempo a ricordare la battaglia di Caporetto, quella che venne considerata la disfatta peggiore di tutta la guerra sul fronte italiano. A tali fatti, probabilmente, si lega la sua morte che avvenne pochi giorni prima dell’attacco decisivo datato 24 ottobre. Il certificato dichiara che, Oreste, appartenente al reparto mobilitato, muore il 1 ottobre 1917, nel ripiegamento di Caporetto.

GRIMANI POMPEO

Grimani Pompeo ( foto archivio Perquoti)

A un mese dall’Armistizio cade sull’Altopiano di Asiago nel 1918.

dall’Archivio di Perquoti Roberto

DRAGO MARCO morì per meningite nell’ospedale militare di Siena il 6 giugno 1918.

MALACCHIA SETTIMIO

Militare nel reparto mitraglieri, muore con onore in seguito a ferite il 20 maggio 1918.

MAILIA AUGUSTO

Fanteria di linea muore il 5 agosto 1916.

MASSIMIANI GIUSEPPE

Sergente di fanteria muore nel 22 febbraio 1917, all’ospedale militare di Ravenna per ascesso cerebrale consecutivo a ferita.

PALMIERI FRANCESCO

Data del decesso 25 settembre 1916.

MASSOLI EGISTO

Muore in seguito a ferita di grossa scheggia di granata all’addome, il 1 gennaio 1918.

PALMIERI ATTILIO e suo fratello EGIDIO

Egidio, muore nell’ospedale territoriale Croce Rossa a Schio il 12 settembre 1916.

PROIETTI MARIANO e suo fratello PIETRO

Mariano, bersagliere, muore l’11 febbraio 1918 presso ambulanza chirurgica d’Armata n. 6 in seguito ad emorragia secondaria, a ferita da pallottola, di fucile, alla coscia destra.

Pietro, arruolato nella fanteria di linea, muore, l’8 novembre 1915, all’ospedale da campo per ferite multiple da bomba a mano.

RICCI DECIMO

Muore in combattimento il 5 agosto 1915.

SERLORENZI GIOVANNI e suo fratello GIUSEPPE

Giovanni è Caporal Maggiore, trova la morte il 3 dicembre 1915.

SOPRANZI EZIO

Fatto prigioniero, muore per malattia di cuore.

FRISONI EMILIO

Bombardiere, muore il 6 giugno 1917 ” sul campo dell’onore in seguito a gravi ferite riportate, mentre valorosamente combatteva per la giusta Causa Italiana“. Tale raccomandazione giunse da Nervesa. Probabilmente il nefasto episodio avvenne durante la Battaglia del Solstizio. Montello-Nervesa della Battaglia, fu ” teatro di violenti scontri tra gli opposti schieramenti che causarono molti morti”.

STENTELLA COSTANTINO

Soldato, muore nel mese di luglio 1916.

CELI ANGELO

Fu sepolto nel cimitero di guerra di Sagrado. Il decesso venne dichiarato nel 75° Ospedaletto da Campo e fu causato da ferite.

PROIETTI ARMANDO

Cade in combattimento il 4 dicembre 1917.

GIUBILA MARCO

Nel luglio 1915 versa in gravi condizioni per enterite nell’Ospedale militare di Riserva in Ferrara. Il 20 aprile 1916 muore all’ Ospedaletto da Campo in seguito a broncopolmonite da morbillo.

PETRUCCI MAURIZIO viene considerato disperso in combattimento il 6 giugno 1917.

PALMIERI FRANCESCO

Trova la morte il 25 settembre 1916. Alla sua famiglia vengono consegnati gli oggetti personali: 1 portafogli-1 portamonete-2 fazzoletti-corrispondenza varia e £ 30,50.

PULITA GERMANO

Lascia la campagna e i suoi animali per trovare la morte arruolato nel Genio Zappatori, nella località di Campiello. Qui si trovava la stazione ferroviaria delle truppe italiane, gli austriaci riuscirono ad occuparla, nello stesso periodo in cui ne venne dichiarata la morte: il 3 giugno 1916. L’opera del Genio fu fondamentale in questo tipo di guerra. Tale reparto, venne impiegato per scavare trincee, gallerie, indebolire fortificazioni nemiche…Nelle stazioni, spesso, era di supporto ai ferrovieri civili per i grandi trasporti di materiali, il ripristino e la manutenzione dei collegamenti ferroviari. Inoltre era impiegato nella realizzazione di ponti e altre strutture necessarie per facilitare i traffici di merci e persone.

CONTESSA TERENZIO

Arruolato nei reparti di fanteria, muore nel combattimento di Buso il 19 giugno 1916.

MARTONI FABRIZIO ferito a seguito di combattimento, il 5 giugno 1917. Nel mese di luglio, venne informata la famiglia e il padre si recò a Mestre, presso l’ospedale militare, con un biglietto gratuito, per visitarlo.

CONTESSA PIETRO

Un telegramma ne annuncia la morte alla famiglia ” Con profondo ma orgoglioso dolore viene comunicata la morte di Contessa Pietro caduto prode sul campo dell’onore il 13 aprile 1917, valorosamente pugnando per il Re e per una più grande patria”

DRAGO PIETRO e ARCA SAVINO

Furono prigionieri nel campo austriaco di Sigmundsherberg. Il luogo era destinato agli italiani che venivano occupati nelle attività più varie, dalla riparazione di scarpe e vestiti allo smontaggio di mezzi e veicoli. Dopo la disfatta di Caporetto, tra novembre e maggio 1918, arrivarono a migliaia feriti e debilitati dalle privazioni. Molti morirono e trovarono sepoltura nel cimitero annesso al campo, qui, vennero inumate 2398 salme italiane.

Savino, fu prigioniero dal 4 giugno 1917, mentre Pietro fu dichiarato: “deceduto presso il nemico il 6 dicembre 1917, nell’ospedale del campo e sepolto nel cimitero locale.

PARTITI RAGAZZI MORTI DA UOMINI

E poi ci sono loro…di essi le mie informazioni si fermano ai soli nomi incisi sulla fredda lapide.

ANDRIELLI EUGENIO

BARTOLI BERNARDINO

BARTOLI TULLIO

BRUNETTI OTTAVIO

BRUNETTI PROIETTI ENRICO

I DUE FRATELLI COIA: EUGENIO E IRENO

COLETTI SAVINO

CONTESSA BERNARDINO fu DOMENICO

CONTESSA BERNARDINO fu PIETRO

CONTESSA SALVATORE

DE ANGELIS ERMANNO

EGIDI VALENTINO

FERRACCI ORESTE

FRANCESCHINI ACHILLE

GIACOMINI CESARE

GIUBILEI LUIGI

GRIMANI AUGUSTO

GRIMANI GIULIO

GRIMANI PIETRO

LEONARDI AMEDEO

LEONARDI ROBERTO

LEONORI DOMENICO

LIORNI ODOARDO

MARINI ADRIANO

MARTONI FRANCESCO

PETRARCHINI BENIAMINO

SALVATI GIOVANNI

SALVATI GUIDO

SATURNINI SETTIMIO

VENTURA MARIANO

ANASETTI FAMIANO

CECCARELLI COSTANTINO

COSTANZI GUGLIELMO

FERRACCI DOMENICO

LANZI AGOSTINO

LEONORI GIOVANNI

LIORNI GIOVENALE

MARTONI ANTONIO

PETRARCHINI FAUSTINO

VITTORI VINCENZO

Una sorte accomunata a quella di altri simili e non solo italiani. Francesi, austriaci, inglesi, tedeschi…tutti partiti al richiamo della Patria per veder sventolare la propria bandiera su un pezzetto di terra conquistata.

UNA TRAGEDIA CONDIVISA

L’ECO DEL RISORGIMENTO

L’entusiasmo risorgimentale aveva forgiato gli animi. Negli anni precedenti la guerra, “gli Italiani” vennero “fatti” anche attraverso la celebrazione e la commemorazione di eventi e di eroici personaggi che divennero il simbolo della libertà e dell’Unità. Alcuni luoghi divennero meta di pellegrinaggi. In ogni centro il Concerto Civico, nella sua funzione di “incivilire il popolo”,si esibiva, obbligatoriamente, nelle cerimonie che rievocavano le date più significative del processo di unificazione, come la breccia di Porta Pia, lo Statuto o per festeggiare i natalizi della famiglia reale e di Garibaldi. Il patriottismo doveva arrivare ad ogni strato della popolazione comprendendo gli umili e gli illetterati permettendo loro di elevarsi a tanto nobile intento.

Nelle scuole, dalle pagine di De Amicis, si esaltavano valori di lealtà, onore, rispetto, coraggio. Giacomo Giacomini, direttore della rivista scolastica “L’Idioma gentile”, da ufficiale, nelle sue poesie, pur descrivendo le tribolazioni che aveva intorno, non tradì mai il sentimento patriottico e conclude una delle sue odi con un “Avanti Italia è il suono de l’allarme!

Luisa Ciappi, insegnante e collega di Giacomini, nella sua corrispondenza, non nasconde il disappunto per essere una donna e vedere, così, preclusa la possibilità di attuare il suo impegno per la nazione.

Come deve esser bello scendere dalla cattedra e lasciar dietro di noi i ragazzi che sempre ci hanno sentiti entusiasti per la Patria per tradurre in atto i sentimenti e i desideri sentiti fortemente tra i banchi della scuola. Normale è avvolgere con l’esempio e con la parola che sa giungere al cuore uomini che devono sacrificare gli amori più forti della vita per l’altro immenso! Invidio lei che può raggiungere quanto avevo desiderato ardentemente Parli di me sì, ma con parola semplice e mi ricordi come una collega e sorella italiana, che qui nella solitudine dolorosa di soggiorno campagnuolo ha saputo tanto ingagliardire i suoi sentimenti da compiere una cosa troppo ardita. Ardita sì ma sarei anche ora pronta a ricominciare da capo se solo non avessi il peso di un corpo femminile.

La cronaca, poi, narrerà del suo tentativo di imbrogliare la vigilanza, con un travestimento, per tentare di essere arruolata; tentativo che, però, non andò a buon fine.

Robert Brooke aveva esultato all’inizio della guerra con queste parole: ” Che sia ringraziato Dio (…), ha afferrato la nostra giovinezza e ci ha svegliato dal sonno”.

Fu questo il clima in cui maturò, per molti giovani, la convinzione di partire per combattere il nemico emulando, soprattutto, le imprese garibaldine. Ma tanto lontano era il fronte, quanto lontana era la cruda realtà da quelli ideali. Sicuramente, chi restava in seconda linea, in aria, in mare o addetto alla mitragliatrice, poteva ancora parlare di sacrifici necessari per far Grande La Patria, ma chi si trovò nella trincea, in prima linea, in entrambi i fronti, cambiò radicalmente modo di pensare.

Quello italiano, il 24 maggio 1915, fu il nuovo fronte che si aprì su una guerra ormai lontana dall’ottimismo, certo di un conflitto lampo, della Primavera precedente. Dotati di armi leggere, i nostri soldati raggiunsero le montagne più alte pronti ad affrontare sofferenze inimmaginabili.

LA GUERRA MOSTRA IL SUO VERO VOLTO

Animati da patriottismo o da interessi economici, tutti erano convinti che la guerra sarebbe stata veloce e poco più di una battaglia. Tutti erano fieri di poter dimostrare la propria superiorità militare ignorando la crudeltà dei combattimenti che sarebbe sopraggiunta.

Crudeltà e ferocia, invece, presero corpo fin dalle prime battaglie e bombardamenti.

Il capitano francese Spears ne ebbe la certezza di fronte ad uno dei primi bombardamenti d’artiglieria tedesca: “…adesso per la prima volta fummo pervasi dalla sensazione che una Cosa orrenda, disumana avanzasse verso di noi per stritolarci nella sua morsa”.

La forza della disperazione sarà la capacità che permetterà a tutti gli eserciti di avanzare e continuare, nonostante tutto, o nella speranza di sopravvivere o nel coraggio di morire.

L’ Ammiraglio Tirpitz nell’ottobre del 1914 così scriveva alla moglie: ” Questa guerra è la più grande follia compiuta dalle razze bianche”.

Valentine Fleming, così descriveva il terreno di morte delle trincee:” file di uomini (…) incrostati di fango, la barba lunga, gli occhi incavati dalla continua tensione, uomini impotenti di fronte all’incessante pioggia di granate che li tempesta (…) Sarà una lunga guerra, nonostante che dall’una e dall’altra parte ogni singolo uomo desideri che cessi all’istante”

IL FANGO “Bava velenosa”

Martin Gilbert, nel primo e secondo volume de: “La grande storia della prima guerra mondiale”, descrive queste situazioni climatiche al limite: neve, acqua gelata, pioggia incessante e fango. ” La pioggia torrenziale caduta durante la notte aveva reso le trincee pressoché indifendibili. ” Acqua che arriva al ginocchio e, spesso, anche alla cintola. Una ” melma densa e appiccicosa (…) trincee come trappole mortali”.

Riporta, inoltre, un articolo sul fango, pubblicato dalle truppe francesi. Le seguenti parole risultano esaurienti e chiare per determinare la condizioni di vita: “…di fango si muore, come si muore di pallottole, solo che la morte è più orribile. (…) Il fango nasconde i gradi, restano solo povere bestie sofferenti. (…) in quella pozzanghera ci sono delle chiazze rosse: è il sangue di un ferito. L’inferno non è fuoco (…) l’inferno è fango!”

LA TERRA DI NESSUNO

Si attraversava per avanzare, incontro al nemico. Appena si era allo scoperto bisognava stare curvi e correre per qualche metro, poi, subito, di nuovo a terra e al segnale ripartire fino all’occupazione della trincea nemica. Il carico sulle spalle era molto e impediva movimenti veloci ed agili. I soldati inglesi portavano oltre 30 kg…quasi impossibile scavalcare, correre e buttarsi a terra…Chi non trovava subito la morte, restava in questa striscia di terra, per ore, giorni…a volte la morte sopraggiungeva dopo terribili patimenti provocati da ferite sanguinanti e incancrenite. La necessità di continuare le operazioni, o la pericolosità del momento impedivano il recupero di feriti e cadaveri. Quando questo, finalmente avveniva, poteva essere un’esperienza sconvolgente per l’alto numero di mosche che banchettavano sui corpi inermi.

A.P. Herbert così scriveva: Le mosche! Oh Dio, le mosche che insozzavano la sacralità della morte. Vederle sciamare dagli occhi dei morti e spartire il pane con i sodati!”

” Ci tiene divisi, fratello, un destino ineluttabile. Da due fossati contrapposti fissiamo negli occhi la morte” Cit. Edvard Slonski

Durante le ritirate, molti erano i dispersi…un inviato del Times, scrisse che all’inizio della guerra contro la Serbia, l’Austria nella ritirata perse talmente tanti uomini che, alcuni cadaveri, furono ritrovati solo quando ” il lezzo penetrante dell’umanità in decomposizione ” ne ha rivelata la presenza.

L’infermiera Florence Farmborough, raccontò che: “tedeschi, austriaci e russi venivano raccolti cadaveri e deposti l’uno accanto all’altro. Sciami di mosche li ricoprivano come un nero sudario…”

L’esperienza degli addetti a prelevare i corpi straziati in quel lembo di terra contesa, fu devastante e difficile da dimenticare anche a distanza di anni. Cappellani, barellieri, infermieri, spesso camminavano tra i corpi agonizzanti dove gli occhi ancora speravano di essere salvati…di notte e col tempo tiranno, quelli in peggiori condizioni venivano lasciati lì a condividere il luogo della morte con lo stesso nemico.

NATALE 1917

Il 23 Dicembre 1917, una fitta nevicata fece desistere l’attacco austriaco che pur era stato annunciato da un massiccio bombardamento e sembrava avere la meglio. …”il generale Conrad disse che avrebbe celebrato il Natale andando a messa a Venezia. (…) Gli italiani ripresero i monti perduti e furono loro a partecipare alla messa a Venezia “ e a ringraziare Dio della loro liberazione”.

CONCLUDO CON UNA POESIA DI McCRAE, SCRITTA DOPO DUE GIORNI TRASCORSI IN MEZZO A CORPI STRAZIATI DAI GAS, SUL FRONTE OCCIDENTALE

Fioriscono i papaveri nei campi di Fiandra

fra le croci che, fila dopo fila,

segnano il nostro posto; e nel cielo

volano le allodole, levando coraggioso il canto

che quaggiù fra i cannoni quasi non s’ode.

Noi siamo i Morti. Qualche giorno fa

eravamo vivi, sentivamo l’alba, vedevamo rifulgere il tramonto,

amavamo ed eravamo amati e ora siamo distesi

nei campi di Fiandra.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Documenti conservati presso Archivio Storico del Comune di Stroncone

Foto e documenti Archivio Roberto Perquoti

Documenti Archivio personali

Martin Gilbert ” La grande guerra mondiale” volume I° e II°, Arnoldo Mondadori Editore S.P.A. Milano, 1998

Pagina Fb ” Grande Guerra 1915-1918

http://www.anf-vicenza.it “Quota 383 Monte Plava”

http://www.storiaememoriadibologna.it “Quota 383 (Plava-Slovenia)

http://www.espresso. repubblica.it Annibale Calderale “Vita a Hudi Lag-Carso

http://www.espresso.repubblica.it Antonio Ferrara” Falciati dalle raffiche”

DAL FRONTE DELLA GRANDE GUERRA: una corrispondenza femminile

DUE LETTERE MOLTO DIVERSE NEI CONTENUTI:

LA PRIMA E’ UN CONFRONTO SU TEMI CULTURALI MA ANCHE POLITICI CON L’ACCENNO AD ESEMPIO A CECCO BEPPE, COME VENIVA IRONICAMENTE CHIAMATO, IN ITALIA L’IMPERATORE D’AUSTRIA;

LA SECONDA, DI LUISA CIAPPI E’ ESPRESSIONE DI QUELL’ENTUSIASMO PATRIOTTICO CHE HA ANIMATO MOLTI GIOVANI AL FRONTE. L’AUTRICE DELLA LETTERA SI TRAVESTI’ DA UOMO PER PROVARE AD ARRUOLARSI MA VENNE SCOPERTA E RIMANDATA A CASA.

IL PROF. GIACOMO GIACOMINI SCRIVE A TAIDE MALVETANI

3-10-1915

” Carissima Taide,

t’invio a mezzo della bustina acclusa due edelveiss raccolte sulle Alpi Dolomiti e precisamente sul monte…che non ti posso dire perché la censura non vuole e come vedi ci obbliga ad impostare le lettere aperte… Della pubblicazione della lettera n. 11 non voglio sentir nemmeno parlare, perché se togli la maledizione a Cecco Beppe, è tutta roba da carcere e non vorrei farmi lapidare. Mi meraviglia che mi abbia fatto una tale proposta tu che sai tutto il mio odio per gli scribacchini che imbrattano fascicoli di carta e affliggono il mondo con le loro corbellerie.(…)Ti prometto, tuttavia, che se riuscirò a finire un soggetto su Francesco Giuseppe ( ho fatto una sessantina di versi e ne dovrebbe contenere circa 500) quello lì lo faccio pubblicare e ti mando la rivista o il cofanetto che lo conterrà. Per ora leggi quello che ti accludo e che stralcio dal mio diario, a condizione s’intende che appena letti, li destini alla fine che meritano.

Te li trascrivo perché mi chiedi mie notizie, e credo che in quei versi vi siano tutte le impressioni e i sentimenti della mia vita di Ufficiale. Ciò che ho scritto è ciò che ho nell’anima: supplisca la sincerità alla deficienza della composizione:

Tramonto alpino

Freman gli abeti a l’aure de la sera

E mandano un lamento in mille accenti

Come di pianto e come di preghiera.

Tramonta il sole fra scintillamenti

Che sembran ghigni ed il cannone romba

Tagliando l’aure per dolci frementi.

Il pianto de le cose alto rimbomba

Ne l’alma apprezza e detta un mesto carme

L’ultimo carme…

…Ma…s’ode una tromba!

Avanti Italia è il suono de l’allarme!

LUNA E ANIMA

Sorge dietro il Civetta

La luna bianca, bianca;

Non ha splendori: è forse

Nauseata e stanca?

Va nel cielo silente

Con un palpito strano;

Sogna forse la pace

Del bel tempo lontano?

Si sospende sui monti

Come seguendo un sogno;

Di sorrisi e d’amore

Ha fors’ella bisogno?

Cosa cerca la pallida

Regina solitaria

Quali fantasmi insegue

Ne lo spazio, ne l’aria?

Non so forse non sa

Tal mistero ella stessa

Le speranze e i timori

O non sa o non confessa;

E triste va nel cielo,

Ne la tenebra bruna,

Come l’anima mia,

Ne la notte, la luna.

SOTTO IL CANNONE

Un colpo lontano lontano

Com’eco che muor ne la gola

Dun monte con cupo dolore.

Un fischio rabbioso e inumano

Che passa veloce. che vola

Straziando gli orecchi ed il core.

D’attesa un minuto angoscioso

Sognando le cose passate

MONCIONI 7/6/1915

LUISA ( LUIGIA) AL PROF. GIACOMINI DIVENUTO UFFICIALE

Gentilissimo

Sono orgogliosa che un mio collega, presto ufficiale, mi abbia scritto nobili parole come le sue.

Grazie!

Ma più che della sua ammirazione, grazie per la promessa di parlare di me, non come Luisa Ciappi ma come donna fra suoi suoi futuri soldati, lassù nei campi di battaglia.

Come deve esser bello scendere dalla cattedra e lasciar dietro di noi i ragazzi che sempre ci hanno sentiti entusiasti per la Patria per tradurre in atto i sentimenti e i desideri sentiti fortemente tra i banchi della scuola. Normale è avvolgere con l’esempio e con la parola che sa giungere al cuore uomini che devono sacrificare gli amori più forti della vita per l’altro immenso!

Invidio lei che può raggiungere quanto avevo desiderato ardentemente Parli di me sì, ma con parola semplice e mi ricordi come una collega e sorella italiana, che qui nella solitudine dolorosa di soggiorno campagnuolo ha saputo tanto ingagliardire i suoi sentimenti da compiere una cosa troppo ardita. Ardita sì ma sarei anche ora pronta a ricominciare da capo se solo non avessi il peso di un corpo femminile.

Le auguro sentitamente di combattere da eroe e di sventolare presto primo fra tutti il nostro tricolore su Trieste ansiosa.

In nome d’Italia, sua sorella Luisa Ciappi

DOCUMENTI PERSONALI APPARTENENTI AL MIO ARCHIVIO DI FAMIGLIA

UN’ECONOMIA DIMENTICATA

La pazienza è potere: con il tempo e la pazienza ogni foglia di gelso diventa seta

Confucio

Lo si può ammirare nella sua secolare bellezza ai confini delle strade, lungo i fossi o all’interno di vecchi poderi. E’ maestoso e la sua storia si intreccia con una pratica antica e affascinante: la produzione della seta, attraverso l’allevamento del baco: è il GELSO!

LA GELSIBACHICOLTURA IN UMBRIA

Malgrado ebbe una vita breve, questa economia domestica caratterizzò per alcuni anni la nostra regione e rappresentò un incremento ai guadagni dei contadini. Lo stesso Stato Pontificio, elargiva premi per incoraggiare i contadini ad espandere le piantagioni di gelso.

Gli studi dimostrano che la parabola ascendente della produzione umbra, iniziata nel ‘700, terminò con l’Unificazione, quando venne a mancare il sicuro mercato romano e la concorrenza degli opifici settentrionali si mostrò superiore.

Nel 1850, a Terni esistevano 13 titolari di filande che, alcuni anni, dopo arrivarono a 17. La seta ternana aveva un ottimo mercato, raggiungeva i centri di Londra, Roma, Lione e Parigi. La maggior parte dei lavoratori era rappresentata da donne e si calcola che ne fossero impiegate circa 500.

Quelli dopo l’Unità d’Italia, furono gli anni della grande industrializzazione ternana che fece perdere di vista il possibile incremento dell’attività serica e lo sviluppo delle filande. Ciò determinò un’iniziale differenziazione sul piano economico rispetto alla provincia perugina dove le aziende manifatturiere continuarono, invece, a produrre legandosi al territorio. Una brutta battuta d’arresto si verificò con la comparsa della pebrina che ebbe come conseguenza sia la mancata rimessa a dimora di nuove piante, che l’abbattimento di quelle esistenti.

Nel 1871 Il Comizio Agrario di Terni, rese noto che, anche qui, le perdite subite furono catastrofiche.

La produzione della seta si interruppe ma, nei centri urbani, si consolidò il mercato dei bozzoli e l’Umbria diventò uno dei maggiori produttori per le filande di Toscana e Marche.

La coltivazione del gelso e l’allevamento dei bachi veniva praticato in campagna, mentre, la commercializzazione del prodotto avveniva in città.

Nel 1922, sappiamo, per certo, che a Terni esisteva un mercato pubblico di bozzoli.

Stroncone, come dimostrano i documenti conservati nell’Archivio Storico del Comune, non fu estraneo a tale attività. Ripercorreremo la storia di questa antica pratica contadina attraverso le disposizioni di governo e le dinamiche sociali che furono alla base di un’economia che sembrò redditizia ma non troppo convincente.

IL GELSO NEL PAESAGGIO UMBRO

Nel paesaggio umbro di fine ‘800, il gelso campeggiava insieme a pergole, olivi, querce, pioppi… La coltivazione del gelso era favorita dal clima mite e dal terreno fertile. Quasi ogni fondo ne possedeva uno; si trattava maggiormente di piante isolate, che nei poderi più grandi, però, potevano arrivare anche a dodici. Si trovavano anche nei giardini privati ed avevano un valore che andava dai 40 ai 60 baiocchi, per le piante giovani, fino ad arrivare a più di 2 scudi se erano maturi e rigogliosi.

….” il moro gelso alle volte si rinviene lungo i confini delle strade nelle vicinanze delle case coloniche di ciascuno podere e lungo i confini delle diverse proprietà… Risulta difficile stabilire a livello storiografico l’entità dell’estensione occupata dalla pianta perché non ci sono veri e propri gelseti ma singole piante rinvenute…”

Era difficile sottoporre ad un controllo censorio l’estensione della coltivazione di questa pianta in quanto era una coltura dispersiva che sfuggiva ad ogni accertamento. Dagli atti del Comizio Agrario risulta la presenza di gelsi anche in piccoli centri come Collescipoli.

Dai documenti conservati nell’Archivio Storico, risulta che il Comune di Stroncone fosse proprietario di alcuni gelsi.

1906 Castelli Pio si aggiudica la foglia di gelso per £ 4,8

1911: Valuta di foglia di gelso di proprietà comunale caducifoglie a trattativa privata, somma stanziata da: £660. Castelli Pio, del fu Luigi, se l’aggiudica per una somma pari a £ 787 con una prima rata di £ 35.

1927: Il rapporto del Cantoniere dichiara che Rosa Mauro ha piantagioni di gelsi in voc. Cupero di sua proprietà, rasente la conduttura dell’acqua potabile della fontana pubblica in detta località.

1928: Il Comune di Stroncone, risulta proprietario e venditore anche di foglia di gelso per la quale bandisce un’asta pubblica e qualora vada deserta finisce a trattativa privata. Dal bilancio si evince che il ricavato fu di £ 400.

UN’ECONOMIA GESTITA DALLE DONNE

Se la coltivazione dell’albero e la raccolta della foglia erano di pertinenza degli uomini, l’allevamento dei bachi era riservato alle donne, ai bambini e agli anziani della famiglia. Questi ultimi, in particolare, provvedevano ad intrecciare giunchi per realizzare ceste utili al trasporto del fogliame.

Le uova dovevano essere tenute al caldo e appena avveniva la schiusa bisognava provvedere a nutrire i bachi posti su telai tenuti sempre puliti. Cominciava allora l’estenuante raccolta delle foglie per la loro insaziabile fame durante la crescita. Terminata la fase di nutrizione, si preparava l'”ascesa al bosco”: si costruivano dei “castelli” di rami dove i bachi lavoravano per costruire il bozzolo. Questa fase era molto delicata perché a mano a mano che crescevano avevano bisogno di spazio e c’era pericolo di malattie che avrebbero potuto far morire l’intero allevamento.

A volte la seta era prodotta in casa con rudimentali aspi e telai. Pezzi di stoffa di modeste proporzioni venivano cucite insieme per realizzare capi di biancheria.

1922: presso il Giudice Conciliatore del Comune di Stroncone si presenta C. Lucia per citare in giudizio C. Orsola la quale le deve £6,00 prezzo di bachi da seta vendutigli.

QUALI OSTACOLI AL DECOLLO DELL’ECONOMIA LEGATA ALLA BACHICOLTURA

RAPPORTI TRA PADRONE E CONTADINO

Nel territorio umbro, la terra era divisa in poderi che erano lavorati dal contadino e dalla sua famiglia. Il ricavato veniva diviso con il padrone, in base ad un contratto mezzadrile che ne definiva i contorni anche in merito alle attrezzature, alle sementi e ad ogni altro materiale necessario alla coltivazione e alla raccolta.

I rapporti tra contadini e padrone che regolavano la coltivazione del gelso e l’allevamento dei bachi, erano diversi da luogo a luogo. Il proprietario poteva obbligare o meno il colono ad allevare i bachi.

La foglia dei mori gelsi è tutta padronale e sarà in facoltà del padrone di obbligare il colono a coltivare i bachi da seta per quanti ne possono alimentare i gelsi del podere”

Spesso restava proprietario della foglia e dunque riceveva parte del ricavato della vendita. A volte il contadino scontava con l’utilizzo della seconda foglia utilizzata come cibo per il bestiame.

A Terni era così regolamentato: …” di ordinario i proprietari somministrano ai coloni la semente, forniscono loro la foglia di gelso per l’alimentazione dei bachi, lasciando ai contadini il carico dell’educazione e dividendo con essi gli utili di tale industria a parti uguali, come si suol fare di qualsiasi altro prodotto agrario”.

1922- N.Carlo di Benedetto, si presenta al Giudice Conciliatore di Stroncone per rivendicare la sua porzione di foglia di gelso situata nel terreno tenuto in affitto.

Anche se i contadini avevano capito che la coltivazione del gelso e il conseguente allevamento del baco poteva essere remunerativo, tuttavia la consideravano un impegno più gravoso che conveniente. Non si può dar loro torto se consideriamo che l’allevamento dei bachi, soprattutto all’inizio aveva bisogno di locali idonei, riscaldati e privi di correnti d’aria, una situazione che, troppo spesso, si scontrava con la realtà di case, poco più che capanne che, mal riparavano dalle intemperie i suoi abitanti, figuriamoci i bachi! La raccolta delle foglie era pericolosa perché gli alberi erano molto alti e una rovinosa caduta avrebbe messo a repentaglio le altre opere agricole. L’allevamento richiedeva cura e responsabilità perché non si era gli unici proprietari del prodotto. I bachi potevano essere venduti al mercato o direttamente alle filande ma in ogni caso il ricavato andava diviso col padrone.

L’ARRETRATEZZA DELLE TECNICHE

Lo scetticismo verso le nuove tecniche produttive che avrebbero portato un miglioramento del settore, si dimostrò anche verso l’opera dei Comizi Agrari, fin dalla loro comparsa nel 1868. I padroni stessi non erano interessati a migliorare le tecniche produttive e i contadini erano più interessati ad ottenere abbondanti raccolti di foglia piuttosto che a curare la pianta attraverso potature e concimazioni.

Secondo le nuove conoscenze, affinché l’allevamento potesse procedere nel migliore dei modi, la foglia doveva essere ” fresca, raccolta senza macchie ed asciutta. Meglio se raccolta nelle prime ore della mattina con la rugiada asciutta o dopo le ore di massimo caldo del pomeriggio”.

La foglia bagnata non poteva essere mangiata dai bachi, quindi la pioggia rappresentava un vero problema, bisognava farla asciugare molto bene all’interno delle capanne.

I mesi di marzo-aprile potevano già dare un’idea di come sarebbe stato il raccolto , considerando le condizioni climatiche che si andavano delineando.

L’analfabetismo era una piaga che si andava sommando alla mancanza di una adozione verso metodi scientifici di pratica agricola e spingeva a fare ancora affidamento su metodi empirici legati solo all’esperienza. In realtà esistevano le scuole rurali ma erano poco frequentate perché i figli dei contadini dovevano principalmente badare alle cure del podere.

Una politica sociale poco adeguata, inoltre, spingeva quella parte di lavoratori saltuari non inglobati in alcuna fascia della società a rubare nei fondi, per sopravvivere alla più grande miseria. Pur essendo perseguiti dalle guardie campestri e municipali, tuttavia erano una fascia di popolazione che occorreva inserire nelle attività di bracciantato ad opera dei proprietari terrieri. Questi ultimi avevano tutto l’interesse ad evitare queste azioni illegali in quanto non solo, così facendo, salvaguardavano il prodotto ma anche la pianta stessa, che, spesso, ne usciva rovinata.

UNA PRODUZIONE INTENSIVA

Gelsicoltura e allevamento del baco, un binomio, quasi inscindibile. Tra i mesi di maggio e luglio, venivano impiegate centinaia di persone. L’allevamento durava circa due mesi e mezzo, si trattava di un’attività tutta concentrata in un periodo particolare dell’anno. che prevedeva molte ore lavorative. Nelle case coloniche si ricorreva anche a mano d’opera salariata ma il lavoro maggiore era svolto dai componenti della famiglia. Nel periodo di nutrimento del baco, l’approvvigionamento di foglie era continuo e poteva avvenire anche nelle ore notturne.

Così come nella casa contadina era la donna la vera protagonista, anche nelle filande le operaie erano donne. Venivano occupate anche le bambine a partire dagli 8-9 anni; ad esse era riservata la scopinatura perché con le loro piccole mani, riuscivano ad individuare il capo del filo che, poi, veniva fatto passare sull’aspo. Ognuno aveva un ruolo preciso., agli uomini erano riservate le mansioni del fuoco e quella del vapore.

1922- “Il Ministero del Lavoro autorizza ad utilizzare per l’industria dei bozzoli, su domanda, donne minorenni e adulte nelle ore della notte, in cui il lavoro è vietato, purché si osservino le condizioni stabilite dalla Legge sul lavoro donne e fanciulli”.

L’INTERVENTO GOVERNATIVO IN UN’OTTICA DI AMMODERNAMENTO AGRICOLO

All’indomani dell’Unità d’Italia, fu avviata un’inchiesta per conoscere lo stato dell’Agricoltura in Italia, e dunque dall’analisi emersero, anche, delle informazioni sulle piantagioni di gelso. La crisi economica che, alla metà dell’800 aveva attraversato l’Italia non aveva lasciata indenne l’agricoltura. L’atrofia dei bachi, nello stesso periodo, portò ad un crollo dell’allevamento e molti gelsi vennero abbattuti per ricavarne legname.

In realtà, da subito il neonato governo si rese conto dell’arretratezza e dello scetticismo verso nuove tecniche di coltivazione che caratterizzava alcune aree del paese. Occorrevano idee e capitali per riorganizzare l’intero comparto e soprattutto occorreva socializzare alle masse le nuove tecniche e le nuove conoscenze. Si cercò di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso la creazione dei Comizi Agrari, (trasformati in Consorzi Agrari con la Legge del 18 aprile 1926), le Cattedre Ambulanti di Agricoltura, le Conferenze, le Mostre, i Concorsi e i Giornali. Nel nostro territorio “L’Umbria agricola” fu il periodico ufficiale dei Comizi Agrari di Perugia, Terni, Spoleto, Rieti e Orvieto.

Era previsto il contributo degli enti locali e dello Stato, come dimostrano i verbali del Consiglio comunale di Stroncone:

1896: Il Consiglio Comunale di Stroncone, stabilisce il contributo al Comizio Agrario in £ 6,60;

1921: Nel Bilancio del Comune viene previsto l’aumento del sussidio alla Cattedra Ambulante di Agricoltura per un totale di £ 80,00;

1928: Al Consorzio Agrario Nazionale viene destinata la somma di £ 15,00.

L’inchiesta agraria venne approvata con la Legge 15 marzo 1877. La parte relativa all’Umbria fu affidata al marchese Francesco Nobili-Vitelleschi. La relazione finale fu redatta dal senatore Jacini, che credeva in un rinnovamento di tecniche e di conoscenze che passassero però per il mantenimento dell’assetto fondiario.

Per quanto riguarda il tema di cui stiamo trattando, le conclusioni misero in luce la necessità di superare metodi di coltivazione poco remunerativi a vantaggio di nuove tecniche di potatura, di innesto e concimazione. L’introduzione di nuove specie e varietà di piante che potessero accelerare la vita vegetativa oltre a presentarsi di dimensioni più modeste con meno rischi per la raccolta. Nelle filande, un’innovazione importante fu l’introduzione del vapore al posto del fuoco, che permise un maggiore controllo sulla temperatura, migliorando la qualità del prodotto.

La gelsibachicoltura terminò definitivamente alla metà del novecento. Intorno agli anni ’30, infatti, ci fu un crollo irreversibile di questa attività e conseguentemente anche delle filande.

DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI STRONCONE

Bibliografia

M.Vaquero Pineiro “Il baco da seta in Umbria (XVIII-XX sec.) In Economia e Storia collana diretta da G.Taranto- editoriale scientifico s.r.l. Napoli, 2010

M. Vaquero Pineiro ” Intraprendenti” serici e filandieri in Umbria ( XVIII-XX sec.) Univeristà degli Studi di Perugia

Il suo nome è Bianca

essere bambini negli anni ’20

Non ricordiamo l’infanzia – la immaginiamo. La cerchiamo, invano, attraverso strati di polvere oscura e recuperiamo brandelli di ciò che pensiamo fosse.
(Penelope Lively)

Del mio luogo nativo poche cose ho da dire. Stroncone è un ameno paesello a 430 metri circa sul livello del mare e dista 9 chilometri dalla città di Terni. Esso diede i natali all’illustre signor direttore del nostro simpaticissimo giornalino: non ti pare sia già molto? Inoltre fu la culla del Beato Antonio Vici, il cui sacro ed incorrotto corpo si conserva alla venerazione dei fedeli nella Chiesa dei Frati Minori, a poca distanza dal paese”.

(Bianca Coletti, dalle pagine del giornale: “L’Idioma Gentile” -1922)

Bianca, ha 10 anni e si avvia a diventare una donnina timorosa di Dio e fedele ai principi della morale del tempo. La sua è una famiglia benestante, la mamma Giulia Malvetani, appartiene ad una delle famiglie più in vista che annovera tra i suoi membri, ecclesiastici e rappresentanti politici. Le sue sorelle, Taide e Rosa, hanno sposato altrettanti esponenti della borghesia stronconese, impegnati politicamente e socialmente. Andare a trovare i nonni materni è, sempre, una festa. Il casolare è completato da stalla, cantina, granaio, molino dell’olio ed è sempre un viavai di persone che lavorano o che chiedono udienza per favori o elemosine. Nessuno viene mandato via e a tutti viene offerta ospitalità. La dispensa è colma ed abbondante di ogni “ben di Dio”, le succulente merende sono condite dai racconti della nonna sempre piacevoli da ascoltare.

Pur essendo una piccola realtà rurale, Stroncone non appare isolato dal mondo e malgrado la crisi derivata dalla guerra, cerca in tutti i modi di rialzarsi e dare dignità alla sua politica amministrativa. Si può leggere in questo contesto lo sforzo economico di consolidare e ampliare l’impianto di illuminazione: ” per dotare tutte le famiglie del beneficio della luce”, con un mutuo presso la Cassa di DD e PP, e l’attivazione, inoltre, dell’ufficio Poste e Telegrafo che venne inaugurato nel dicembre 1921, grazie anche all’interessamento di eminenti politici.

ESTATE

Agosto

E ‘ l’estate del 1922 . Bianca è felice e soddisfatta perché è stata promossa alla classe V. Ne è fiera e lo scrive sulle pagine del suo giornalino preferito, “L’Idioma Gentile” diretto dall’illustre concittadino Giacomo Giacomini. Dal suo” piccolo cantuccio solitario” guarda al suo futuro e legge con avida curiosità i racconti dei suoi coetanei. Ammette però, di sentirsi ” …confusa nel leggere le descrizioni di viaggi e di luoghi di villeggiatura, il mare sconfinato ed azzurro, le grandi città ricche di monumenti…” e si augura: “…con l’andar del tempo spero di vedere anch’io un po’ di mondo e di descriverti tante cose belle” La sua quotidianità si svolge in modo semplice con i suoi genitori e le sorelline minori: Luigina ed Albertina.

La mamma riceve regolarmente la rivista; l’abbonamento è annuale e costa 12 lire. E’ consapevole di come alcune letture possano aiutare a crescere secondo alcuni valori. L’educazione mira a formare uomini onesti e laboriosi, pietosi verso condizioni umane difficili, e, nello stesso tempo, vuole infondere fiducia verso l’ingegno. L’educazione che, sprona all’azione, rifuggendo ogni forma di svago insensato, passa anche attraverso le pagine dei grandi autori come De Amicis, Manzoni, Alfieri, Dante… Nel giornalino, molte sono le storie di povertà, di miseria che mirano ad esaltare la carità e la bontà di cuore; sono, inoltre, ricche di sentimenti forti come la fedeltà alla Patria, la fiducia, l’onore. Vogliono suscitare un senso di compassione e, anche, quando il protagonista è avaro ed arrogante, nella conclusione, egli si ravvede delle sue prepotenze e, in lui, prevalgono il senso di pietà e la consapevolezza dell’errore. Bianca, oltre ad amare queste storie, segue, con diligenza, anche i consigli per migliorare la grammatica e per scrivere bene, sta attenta a non usare “francesismi”, così come le viene raccomandato, a favore di un più corretto uso dei termini della lingua italiana.

“Fanciullo, ricordati di amar la tua lingua. Devi amarla perché è il vincolo più saldo della nostra unità di popolo, l’eco del nostro passato, la voce del nostro avvenire, verbo non solo, ma essenza dell’anima della patria”

E. De Amicis

Senza invidia, guarda gli scalmanati compagni arrampicarsi sugli alberi, correre e fare capriole, acchiappare lucertole e farfalle. Lei, è una donnina perbene e sa che certi giochi le sono preclusi e così continua a pettinare la sua bambola. Ha promesso alla mamma di aiutarla nelle faccende domestiche e di imparare a fare la pasta. Nella camera che divide con le sorelle, ci sono una scansìa per i libri, un tavolinetto, due sedie, un cassettone e un lavamano. Tutto è pulito ed ordinato; nella parete vicino ai letti è appesa l’immagine della Madonnina.

I pomeriggi trascorrono sereni all’ombra degli alberi del cortile e qualche passeggiata rompe la monotonia di quelle interminabili giornate. La meta preferita è il paese, dove abitano le zie e i cuginetti. Sulle vie si aprono le botteghe di fabbri e falegnami, il rumore dei loro attrezzi accompagna il lento trascorrere delle ore; i ciabattini quando è bel tempo, portano il loro banchetto sulla strada e chiacchierando accompagnano lo spago che cuce le tomaie. A sera, riempiranno le osterie, insieme ad operai e braccianti per concedersi una chiacchierata davanti a un bicchiere di vino. In via Contessa c’è la piccola, ma già famosa, officina Vittori e la zia Taide che racconta favole bellissime e offre gustose merende. Quei pomeriggi corrono veloci e prima del suono dell’Ave Maria si è già a casa. Nelle calde notti con le finestre aperte si può sentire la musica di stornelli e serenate. Mandolini, chitarre e violini sostano sotto alle finestre. Quando le note si fanno troppo stridenti o, per scherzo, escono a casaccio, delle belle annaffiature fanno scappare gli improvvisati musicisti.

E’ questa un’estate insolitamente calda anche in località estere, come testimonia un telegramma, giunto al Sindaco, Petrucci, del 10/07/1922. Disposizioni ministeriali raccomandano indicazioni sanitarie-profilassi infettiva verso gli animali in piena efficienza: disinfezione periodica a brevi intervalli acqua potabile zona protezione serbatoi percorso conduttura incaricando persone responsabili di ispezionare mulini, pastifici e depositi di cereali… Un avvertimento da non sottovalutare considerando che la principale attività economica della comunità proviene dall’allevamento e dall’ agricoltura.

Dalla finestra della sua casa, oltre il muro del cortile, Bianca, osserva la grande distesa dorata che, a breve, sarà teatro della più lunga fatica dei lavori agricoli, per le famiglie dei contadini: la mietitura. Adulti e bambini, per giorni con falci e forconi, dalle prime luci dell’alba, tagliano il grano; tutti sono impegnati: ognuno con un compito preciso. Solo le colazioni portate dal fattore interrompono il frenetico e sfiancante lavorio delle braccia; l’ombra di qualche albero aiuta a riprendersi dalla calura estiva. Il grano viene ammonticchiato lungo i solchi dove lucertole e serpi si rincorrono al canto incessante delle cicale. Sull’aia dei casolari avviene, poi, la trebbiatura. Zio Vitaliano, proprietario dell’Officina Vittori, con la sua trebbiatrice è presente in quella che è, in assoluto, la festa più importante dell’estate. Un grande banchetto, infatti, concluderà il grande lavoro nei campi. Tutti sono contenti per la sua riuscita; anche quest’anno si sono evitati incendi, purtroppo non così rari, e i temporali che avrebbero potuto rovinare l’intero raccolto. Non ci sono stati incidenti alle persone e dunque si può brindare e ballare fino a tarda sera, pregustando il meritato riposo.

Con trepida attesa e devozione, finalmente, il 21 , arriva la festa del Beato Antonio. Uno scampanìo festoso accompagna i paesani fin dal primo mattino insieme a scoppi di mortaretti. Messe e funzioni liturgiche si sono svolte, anche, nei giorni precedenti. La solenne processione con il simulacro del Beato è collocato su un altare provvisorio addobbato di velluti e frange preziose; un’interminabile folla di popolo è accompagnata dalla musica del Concerto Civico diretto dal Maestro Cerù. Sono presenti le Confraternite con i loro vessilli, le suore, i frati minori, il clero e rappresentanti dell’ Amministrazione Comunale. I canonici impartiscono benedizioni ai devoti inginocchiati. Il suono delle campane a distesa chiude le celebrazioni religiose. Nel pomeriggio è tutto un susseguirsi di giochi per la festa popolare. Corse di cavalli e biciclette, tiro alla fune e corsa dei sacchi. Ad un cenno del Maestro, la Banda, suona marce e pezzi d’opera. Al centro della piazza allieta gli uomini seduti ai tavolini del bar e le donne che elegantemente passeggiano; tutti, almeno oggi, sembrano dimenticare disgrazie e sfortune. C’è anche l’albero della cuccagna che fa divertire grandi e piccini

Nel 1923, sul Colle della Madonna si svolgerà il tiro a piattello con premi in denaro, così come autorizzerà il sottoprefetto alla richiesta del presidente della Soc. di Tiro a volo, Augusto Genuini. Tale Società si costituirà nel maggio 1923, per il tiro di addestramento per i cacciatori locali da svolgere in località Colle della Madonna, luogo piano e distante dall’abitato.

In piazza arrivano saltimbanchi e pagliacci e per pochi soldi mostrano la loro arte dentro abiti dai vivaci colori che sembrano fatti a posta per mascherare una vita fatta di miseria e solitudine. Forse la stessa cosa si può dire per gli ambulanti, strillano per attirare i clienti dietro i loro carrettini di dolciumi e di oggetti vari. A sera, uno spettacolo pirotecnico, illumina il cielo e congeda i “festaroli“.

AUTUNNO

Settembre

L’autunno porta con sé il raccolto di prodotti tipici di questo paesaggio collinare

La vite e l’olivo sono da sempre le colture più prelibate e vedono molte persone impegnate nei campi e nelle cantine che si alternano nei loro compiti. Le donne più esperte cucinano per i braccianti. I lavori cominciano molto prima delle raccolte vere e proprie; ci sono una serie di attrezzi ed utensili da sistemare: sacchi di iuta, ceste, scale, forbici…torchi, botti e tini. Inoltre, bisogna tagliare le erbacce e potare gli ulivi dai “succhioni”. La vite destinata alla vendemmia, è, spesso coltivata, ” abbracciata” all’olivo, e, dunque interi terreni, sono interessati dalle stesse opere. Per il trasporto dei prodotti vengono utilizzati carretti, muli e asini. L’uva da tavola, viene fatta appassire e conservata in dispensa per l’inverno, così come le olive che vengono messe ” alla gelata”. Dentro ceste con il sale, affinché perdano l’amaro, vengono esposte alla brina mattutina: serviranno per cucine gustose.

Il 20 settembre, l’Italia, commemora l’anniversario della presa di Porta Pia. In paese ci sarà festa e suonerà anche la Banda come prevede il regolamento del suo Statuto, tra i servizi obbligatori.

In questo giorno, cinquant’anni fa, si compiva il sogno di tutti i nostri Grandi, da Dante a Carducci, da Machiavelli a Mazzini. Roma era finalmente nostra; sul Campidoglio sventolava il tricolore” ( G. Giacomini, 1922)

Dalla montagna arrivano castagne, funghi e noci. Tutte prelibatezze delle quali far scorpacciate prima di aggiungerle alla dispensa. Le castagne, private dei ricci, saltano dentro la padella bucherellata, sul fuoco del camino per la gioia di tutti e rendono piacevoli i primi freddi.

OTTOBRE

E ‘ l’inizio di un nuovo Anno Scolastico

Emilia ha appena suonato la prima campanella. Bianca comincia la V classe elementare. Sua sorella Luigina e il suo cuginetto Costante frequentano la prima classe e a breve entreranno l’altra sorellina Albertina e la cuginetta Maria. Per Bianca essere la maggiore è segno di fierezza ed orgoglio. E’ diligente, studia ed è stata sempre promossa con bei voti. Pur essendo ancora una bambina, ha compreso bene quali sono i comportamenti da evitare. Il divertimento smodato ed eccessivo che impedisce l’intelligenza. Il lavoro e lo studio da prediligere come attività di persone operose che rispondono ai principi e ai valori indicati dalla religione, dalla morale e dalla Patria. Sono anni difficili, la guerra ha seminato miseria e povertà, ma fuggendo lo sconforto, esse vengono prese come obiettivo di una nuova rinascita, sono lo stimolo per migliorarsi e agire. Ecco allora che anche Robinson Crusoe, diventa il nuovo eroe da imitare

Come il naufrago più fiacco e più pigro costrettovi dal pericolo che lo minaccia, nuota, si agita e fa per salvarsi, sforzi di cui si credeva assolutamente incapace, così l’uomo, sotto lo stimolo della miseria, aguzza l’ingegno e trae spesso vantaggi insperati dal suo lavoro”

I cari maestri, Guido Contessa, Ginevra Danielli e il Direttore Napolitano, li accolgono sulla porta, salutando cordialmente tutte le mamme presenti . Nelle cartelle hanno trovato posto pennini nuovi, libri e quaderni. Non tutti i bambini, però sono ben vestiti e accuditi. Ci sono alcuni con i vestitini rattoppati, spettinati e anche un po’ sudici; a scuola si imbrattano di inchiostro e non stanno mai fermi.

Le aule sono state imbiancate e disinfettate, i vetri puliti, anche se sono un po’ malconci, il pavimento è sconnesso e come ha già sollecitato al sindaco, il Direttore Napolitano, con una missiva del 31 agosto , andrebbe sistemato perché ” i bambini ci inciampano”. Servono, inoltre, 50 banchi perché la popolazione scolastica è in continuo aumento.

Fa ancora caldo ed Emilia ha provveduto a puntellare le finestre e a sistemare nelle aule un secchio d’acqua, asciugamani e strofinacci puliti e sbiancati. Essere la bidella di questa scuola è un lavoro oneroso e lo stipendio è misero; non basta a fronteggiare il rincaro continuo dei prezzi. Il Comune, dal quale dipende, le passa 2 indennità caroviveri ma, a causa della forte crisi economica anche l’Amministrazione deve fare dei tagli alla pianta organica così

con il Decreto 27 maggio 1923 n. 1177 verranno eliminati quei posti i cui titolari non prestano la loro opera per intero , tra cui il bidello. Emilia, dovrà, quindi, accontentarsi di un modesto aumento di stipendio. Il servizio della Bidella verrà compensato con la somma di £ 45 mensili compresi i periodi di vacanza”.

Alle pareti sono appesi, ben in vista, il ritratto del Re e il Crocifisso, come raccomandato dall’Amministrazione Provinciale Scolastica “Il toglierli è violazione di una precisa disposizione regolamentare e offende la religione dominante dello Stato e il principio unitario della Nazione simboleggiata ed espresso nella Persona Augusta del Sovrano” . I Sindaci devono vigilare affinché siano ben visibili nelle scuole.

Come è consuetudine, si svolge la Festa degli Alberi. Fin dal 1898, voluta dal Ministro della Pubblica Istruzione Baccelli, essa ha lo scopo di infondere nei giovani, l’amore per la natura e per la difesa degli alberi. Come dice il maestro,” le piante devono essere rispettate perché costituiscono una delle principali ricchezze del nostro paese, impediscono le inondazioni, favoriscono la formazione di ricche sorgenti d’acqua potabile, abbelliscono giardini e monti. I ragazzi che lanciano sassi contro gli alberi o ne incidono i tronchi o rompono e calpestano gli arbusti sono monelli degni di gran biasimo”. Alcune piante giovani vengono messe a dimora con l’aiuto dei ragazzi più grandi e tutti partecipano alla cerimonia.

Alla metà di ottobre una brutta infezione febbrile costringe, Bianca, a letto per ben 15 giorni. Durante la malattia, il dottor Faggioli la visita spesso, anche due volte al giorno; misura la febbre, prescrive medicine e si ferma a consolare le sorelline e la mamma preoccupate. Il papà, si reca in farmacia dove il dottor Vittori anche di notte è sempre a disposizione per preparare rimedi e unguenti. Non sono infrequenti, tra i bambini questi episodi, in particolare la difterite è quella che fa più paura e quando avviene tra gli scolari, il sindaco è costretto a chiudere la scuola.

L’11 Aprile del 1923” la Scuola di Finocchieto viene temporaneamente chiusa dall’Ufficiale Sanitario del Comune per casi di difterite.”

Novembre

Quante tristi ricorrenze e celebrazioni aprono questo mese grigio e nebbioso! Negli anni della guerra, Bianca è piccola e poco ricorda ma i discorsi degli adulti sono carichi di aneddoti e di misere storie. Parlano di addii strappati e soffocati nel pianto, dei lunghi periodi in attesa di una lettera, dei comizi nelle piazze, delle proteste, della rassegnazione e della fame… Il maestro racconta la gioia che accompagnò la fine del conflitto: campane che suonarono a gloria, la musica che girava per il paese e una folla grande che cantava l’Inno e gridava “Viva il Re, viva L’Italia!”

Per la commemorazione dei defunti, l’1 e 2 novembre, nelle strade che conducono al Camposanto è un andirivieni di donne, uomini e ragazzi che portano corone, fiori, piccole croci e lumi. Le voci sono sommesse anche nei saluti. Sono giornate, generalmente accompagnate da nebbia, “acquerugiola fine che bagna le ossa” e cielo nuvoloso. Le campane rintoccano in modo funebre per ricordare i morti che attendono lacrime e preghiere. Nei vialetti sassosi le siepi di bosso sono state potate e ovunque ci sono ghirlande, fiori e candele.

E’ un luogo diventato inadeguato per la popolazione e la Giunta Comunale ha approvato l’ampliamento già da tempo. I nuovi lavori, però non sono ancora iniziati e c’è necessità di riesumare alcune salme.

Il 4 novembre è la giornata dedicata ai Caduti. Tutti gli scolari partecipano alla Messa e al corteo che deporrà una corona d’alloro al Monumento della Piazza. Gli uomini portano coccarde e distintivi sulle loro giacche e la Banda intona l’Inno. Il Sindaco ancora una volta esalta l’eroismo dei morti ed ha parole di conforto per le famiglie rimaste sole. Il Tricolore sventola anche dalle finestre e accompagna la lunga processione lungo le vie del paese.

Gli anni appena trascorsi sono stati duri per tutti, anche per una famiglia agiata come quella dei Coletti. La guerra, pur lontana, ha fatto le sue vittime anche qui. Bianca ha visto coetanee accettare la morte di padri e fratelli con la rassegnazione e l’orgoglio di essersi immolati da eroi. I feriti ebbero una medaglia al valore. La sofferenza era amplificata dalle difficili condizioni economiche in cui versava l’intero paese. Disposizioni prefettizie si susseguivano senza sosta in base alle normative emanate dal governo centrale e riguardavano essenzialmente i rifornimenti di viveri. Era la fame a fare più paura. Nel 1918 carne, pasta, olio, grassi e zucchero…erano razionati …il pane immangiabile…mancava la legna. Per molto tempo le file davanti ai negozi furono interminabili ed estenuanti sotto la pioggia torrenziale o sotto il sole cocente.

Nel 1921, nell’elenco dei poveri del comune di Stroncone figuravano 318 famiglie per un totale di 1253 componenti. Notevoli difficoltà per stilare l’elenco dei poveri vennero affrontate dalle amministrazioni. Difficoltà che trovarono soluzione in un provvedimento emanato dalla Regia prefettura il 17/03/1922: “saranno iscritti nell’elenco dei poveri coloro che si trovano in stato di miserabilità o che pur essendo in grado di sopperire col complessivo reddito della famiglia agli ordinari bisogni della vita in condizioni di parità di tutti i componenti, non possano in caso di malattia sopportare la maggiore spesa per assistenza medica per acquistare medicinali”

Il ricordo degli anni di guerra e dei martiri che si sono immolati per la Patria è più vivo che mai. Bianca ricorda con quanta solennità si sia svolta, l’anno precedente, la cerimonia che ha portato all’altare della Patria la salma del milite ignoto. Tutti i Comuni Italiani accompagnarono il triste viaggio del soldato, secondo le disposizioni inviate ai prefetti dal documento del Comitato Esecutivo: Onoranze al milite ignoto.

In tutti i Comuni d’Italia e in tutti i centri delle colonie e dell’Estero, dove battono cuori italiani nel 4 novembre deve svolgersi una solenne ed austera cerimonia in onore dei morti per la Patria”

A Stroncone fu esposta la Bandiera nazionale. Tutti i bambini delle scuole parteciparono ad un corteo insieme alle più alte cariche dell’Amministrazione e ai componenti del Concerto civico. Dopo un discorso tenuto da un apposito oratore, fu offerta una corona votiva al monumento ai caduti e dalle 11:00, per mezz’ora, suonarono ” a Gloria” tutte le campane.

All’indomani della fine della guerra, anche Stroncone rispose al monito: ” NON DIMENTICARE!” e così, il 12 settembre 1920, venne inaugurato il Monumento ai Caduti in piazza della Libertà. Esso riportava i nomi di 78 concittadini, il sindaco Francesco Malvetani, li vantò con queste parole:

L’Italia nostra sorta per virtù di popolo dalle rovine degli scomparsi potentati, che l’avevano per lunghi secoli martoriata, ha dovuto percorrere, per raggiungere la meta sospirata dai mille patrioti immolatisi ad essa, una lunga via aspra di triboli di ogni fatta. Ma finalmente, superando le vicende ora tristi, ora liete, sempre sanguinose (…) oggi, nell’ultima titanica lotta ha visto coronate di vittorioso successo le lunghe aspirazioni grazie al valore dei suoi figli, che caddero per la sua grandezza e per la sua libertà.”

Per la Nazione l’onore riconosciuto ai morti andò oltre il semplice tributo.

Nel 1923, il Sottoprefetto invita i sindaci a vigilare sulla buona condotta delle vedove che godono della pensione di guerra, togliendola a coloro che tengono una condotta scandalosa e quindi indegne. Coloro dovranno essere segnalate agli Uffici Centrali e al Ministero delle Finanze.

INVERNO

Dopo la scuola, Bianca ripete la lezione alla mamma. Lei è lì, vicino alla finestra che dà sul cortile e l’ascolta ricamando. Le dita affusolate si muovono agili e leggere su stoffe di lino, cotone e seta per realizzare preziosi corredi. La pendola scandisce le ore di lunghi e interminabili pomeriggi invernali. Al suono dell’Ave Maria, una preghiera accompagna i riti della giornata che si va concludendo.

Dicembre

A volte è necessario recarsi a Terni per rifornirsi di qualche stoffa e di altri beni di consumo. Essendo la più grande, Bianca, ha il permesso di accompagnare la mamma. Si parte con carrozza e garzone.

In prossimità del Natale c’è un gran viavai di gente affaccendata tra le botteghe. Le vetrine sono addobbate con festoni e alimenti. Le pizzicherie appendono salumi e formaggi tra strisce colorate e, quelle dei dolciumi, tra fili d’oro e d’argento, appendono pupazzi e animali di zucchero e cioccolato. Quelle dei giocattoli sono le più belle: trenini, bambole, dai vestiti vivaci e veicoli di latta, soldatini di legno o cartapesta. Lungo le strade gli ambulanti mostrano i loro carretti con verdura, pesce, polli, canestri d’uova e le immancabili castagne. Passando davanti alle osterie si avverte un odore forte di sporco e di fumo misto a vino. Ai tavoli si gioca, si beve, si parla…

Andare a vedere il treno è un’esperienza inebriante per la giovane sognatrice. Alla stazione c’è confusione e molte persone; viaggiatori, fattorini, ferrovieri, chi si abbraccia e chi si saluta con le lacrime agli occhi; emigranti, facchini…un giornalaio strilla per attirare l’attenzione e ad un tratto viene interrotto dal fischio del treno che arriva con un gran rumore di ferraglia, si avvicina, fischia e poi si ferma. Gente si sporge dal finestrino, alcuni scendono, altri salgono…poi, così come era arrivata, tutta quella folla, al ripartire del treno, abbandona i binari; nella stazione piomba il silenzio e resta il vuoto.

Il giorno della Vigilia, un garzone porta un pino per fare l’albero di Natale. Tutte le sorelline sono eccitate, la mamma lo colloca in mezzo alla sala e si preparano gli addobbi: ovatta bianca per la neve, candeline e fili argentati. Il giorno di Natale si arricchirà di dolciumi e regalini. Bianca spera di ricevere un bel libro illustrato, mentre le sue sorelline una bambola, magari di quelle che chiudono gli occhi e muovono la testa. Ai suoi piedi un piccolo presepe con statuine di cartapesta ricorda la Natività, poggia su un piccolo tappeto di muschio raccolto nel fosso vicino casa. Con quanta devozione le bimbe collocano il bambinello e recitano preghiere! Per il pranzo sono invitati i parenti e si cucina dal giorno precedente: tovaglie ricamate e servizio buono. I piatti sono gustosi: antipasti con uova, olive e altre verdure conservate, brodo di gallina e arrosto di agnello, uva passa e dolci concludono il lauto pranzo. Nel camino arde ancora il ceppo messo la sera prima come vuole tradizione, perché arda nella notte Santa . Durante il pomeriggio, la casa si riempie di vicini che vengono a fare gli auguri e portano biscotti o uova fresche, lo stesso fa Giulia, con un’attenzione particolare alle persone povere che non hanno il coraggio di elemosinare ma soffrono in silenzio dentro mura grigie e annerite dal fumo dei camini. Lo ha imparato dalla sua nonna paterna, Annetta:

” a quelli poveri che passano,” diceva ” dategli un pezzo di pane, che non si nega a nessuno e mandateli via, ma la carità vera è quella che si fa ai poveri vergognosi; lei intendeva tante famiglie che non chiedono la carità e languono nella miseria” ( dal Diario di Taide Malvetani 1901)

Quest’anno, forse sarà un Natale meno tribolato perché

con un telegramma del 23/11/1922, Il prefetto, notifica che, in occasione delle Feste Natalizie, il Commissario generale di approvvigionamento, ha autorizzato la vendita di acrni e dolci durante le feste natalizie.

Febbraio

Prima della Quaresima, arriva il periodo più scherzoso e divertente dell’anno: il Carnevale. Un divertimento che coinvolge adulti e bambini. Per le strade e per le vie, si possono incontrare, folle chiassose in maschera con vestiti vecchi e fogge di ogni colore. Per i giovanotti e le ragazze, si tratta di un’occasione per conoscersi e frequentarsi; si mangiano ciambelle e si beve vino; le sale sono illuminate da lampade all’acetilene o dalla luce elettrica. Le feste avvengono in casa, tra vicini e conoscenti, oppure in locali pubblici. Tuttavia, anche tale periodo è rigidamente disciplinato da norme e provvedimenti.

“E’ vietato l’uso delle maschere durante il Carnevale nei luoghi pubblici e aperti al pubblico. I percorsi mascherati tradizionali possono svolgersi con le modalità che consentono l’ordine pubblico. I contravventori saranno passibili di arresto”.

Contessa Dante e Ferracci Luigi chiedono l’autorizzazione al sottoprefetto per tenere feste da ballo pubbliche in occasione del Carnevale. In locale privato in via del carcere per 3 volte alla settimana e chiedono di autorizzare Danielli Odoardo già munito di licenza a vendere vino e liquori per tutta la durata della festa.

Natale Marini chiede il permesso di tenere feste da ballo private nella sua casa dove attualmente vende il vino dei propri fondi. Dette feste sono private e senza scopo di lucro ed avranno luogo dopo l’orario di chiusura e a porte chiuse non potendo intervenire che le sole persone invitate.

PRIMAVERA

Con i primi tiepidi soli, spariscono mantelli e abiti pesanti, su peschi e mandorli sbocciano i primi fiori è il periodo delle scampagnate e delle merende fuori. A volte, Giulia e le sue figlie raggiungono la Cappellina di Santa Maria situata lungo il sentiero francescano. E’ un luogo suggestivo perché secondo una tradizione popolare, la Madonna, avrebbe parlato ad una pastorella .

Un giorno, una piccola pastorella ebbe la grazia di sentire la voce della Madonna che le ordinava di andare dal parroco del paese per essere rimossa da quel sito per essere collocata in uno più decente…era il 1738

La strada è faticosa e sassosa, davanti solo montagne, Macchialunga è la più alta e sulla sua cima arrotondata, d’inverno si può ammirare la neve. Bianca è felice per questa camminata e, fedele agli insegnamenti ricevuti, non vuole perdersi nulla di quanto le avviene intorno; nella sua mente ricorda le parole del maestro:

” Non bisogna andar per la strada con il naso sempre all’aria inseguendo angeli e rondoni”, come dice il Carducci, ma osservare con cura tutto ciò che ci circonda.

Sulle ripe che fiancheggiano il cammino, capre barbute si arrampicano tra arbusti di mirto e mortella, il loro profumo, unito a quello della ginestra, impregna l’aria e i polmoni quando i lunghi respiri accompagnano le soste. Lungo il sentiero la natura esplode in tutta la sua bellezza, cespugli di rosa canina, margherite, mammole e ciclamini, è un tripudio di colori. Lungo la via non è difficile incontrare piccole carovane di gente con, a seguito, asini carichi di provviste. Si tratta per lo più di pastori che si avviano a trasferire le greggi ai pascoli più alti o braccianti impegnati nelle coltivazioni del grano di montagna. Tutti si fermano anche se per un veloce segno della croce. Quante volte è stato rifugio per improvvisi acquazzoni! Il pavimento è fatto di grosse pietre dove cresce anche l’erba ai muri sono appese devozioni per richieste di grazia e voti.

La Cappella di Santa Maria, oggi

Marzo-Aprile:

Il 10 marzo, un telegramma del Prefetto, stabilisce la chiusura di scuole ed uffici, in occasione del cinquantenario della morte di Mazzini, “In segno di onoranza al grande Italiano,” la bandiera dovrà essere esposta a mezz’asta .

Nei giorni successivi, un gran fermento agita l’intero paese. Tutta la comunità è impegnata ad organizzare la “Festa della consegna delle Bandiere alle scuole”. I sarti e, perfino, le suore sono impegnate nella confezione, gli artigiani lavorano per realizzare le aste e gli esercenti sono impegnati nella preparazione del banchetto da offrire al Prefetto che sarà presente.

Nella seduta Consiliare del 10 luglio 1923 vengono deliberate le seguenti spese impreviste:

Per la confezione delle Bandiere Suore Francescane: Confezione bandiere tricolori; Ferracci Pietro: spese diverse per confezione di bandiere tricolori in occasione della venuta del R. Prefetto; Danielli Odoardo: fornitura di stoffe per le bandiere; Pietro Martoni: fattura di n. 41 aste per bandiere; Danielli Giuseppe: Fattura di lance per bandiere; Castelli Luigi: imbottitura aste per bandiere. Per il ricevimento del Prefetto, così come si conviene: Salvati Adolfo: vitto somministrato agli “chauffeurs” e per il vino somministrato al Concerto; Leonardi Francesca: fornitura di liquori e paste; Danielli Cesarina: cottura polli per il banchetto; La musica non deve mancare e la Banda civica accompagna sempre le celebrazioni nazionali: Marino Giacomini: spese per il trasporto del palco per il concerto; Serangeli Salvatore: illuminazione al palco del concerto. Altre spese sono per migliorare l’aspetto del paese: Ditta Blasi: verniciatura dello stemma comunale; Gasbarri Generoso:9 giornate per pulizia straordinaria del paese; Giuseppina : pulizia straordinaria degli uffici comunali

La consegna delle bandiere alle scuole, si inserisce nei provvedimenti legislativi presi dal Ministero della Pubblica Istruzione, nel 1923. Fu il sottosegretario Lupi che introdusse l’omaggio degli alunni al Tricolore. Il 31 gennaio 1923 venne decretato che “ogni sabato, alla fine delle lezioni, gli scolari debbono rendere omaggio al Tricolore con il saluto romano e cantando coralmente gli inni patriottici” (cit.Giorgio Vecchio). Quindi ogni scuola doveva possedere e custodire con cura una bandiera. Un nuovo decreto, a settembre, ne stabilì le dimensioni, “l’obbligatorietà e i modi della sua esposizione da parte degli uffici pubblici di province e comuni” ( cit. Giorgio Vecchio).

Ad aprile, in occasione del Natale di Roma:

” Il Consiglio dei Ministri, dispone che sia festa Nazionale del lavoro, saranno passati in rassegna i reparti di Milizia Nazionale volontaria per la sicurezza nazionale. Sarà giorno festivo per scuole e uffici pubblici”

Maggio

Maggio, il “glorioso” Maggio, è un susseguirsi di ricorrenze sull’ Unità d’Italia. Cerimonie, discorsi e letture, a scuola e in paese sono tutte improntate a ricordare le gesta e gli eroi che hanno reso grande l’Italia.

Ancora vivo è il ricordo di Garibaldi, di cui si ricorda la morte avvenuta il 2 giugno. Anche le pagine dell’Idioma Gentile ne riassumono la vita e le gesta perché:

” …ricordare i propri grandi morti è dovere e bisogno dell’animo; ma anche e soprattutto perché ci sorride la speranza che dall’esempio dell’Eroe i giovani traggano ispirazione ed entusiasmo per fare cose nobili e grandi”. E ancora,

” La storia non vide mai più leonino coraggio, più disprezzo della vita, più amore per la libertà e per la Patria. Onore ai Prodi!”

Il 24 maggio per la ricorrenza del passaggio sul Piave delle truppe italiane, si legge il discorso del Re:

” Soldati di terra e di mare! L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata…a voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri, che la natura pose a confini della Patria nostra…”

AGOSTO 1923…UN ANNO DOPO

Bianca è felice, è stata promossa a pieni voti alla classe VI

Nel 1922, viene istituzione la classe VI, anche a Stroncone, richiesta per ampliare il corso scolastico .

Reclamata dall’intera popolazione e necessaria per l’aumentato incremento dell’Istruzione”. Il M.P.I. si espresse con parere favorevole a patto che l’Amministrazione, in sede di Consiglio, avesse deliberato di sostenerne le spese relative a stipendi e liquidazioni.

EPILOGO

Non so se tu abbia mai realizzato il sogno di viaggiare e di vedere il mondo… so con certezza, però che gli insegnamenti ricevuti hanno fatto di te una persona seria, dalla morale rigorosa e devota ai principi religiosi.

Sicuramente la responsabilità di essere un esempio per le tue sorelle ti ha sempre contraddistinta. Il tuo aspetto austero, il tuo sorridere pacato anche di fronte all’evento divertente, contrastava con l’ilarità e la risata argentina di Luigina che emanava simpatia al solo guardarla per la sua gestualità e la sua voce squillante.

Ricordo la tua stanza da lavoro: il pavimento lucido, quasi uno specchio, la penombra creata da tende chiare e profumate; i giornali ben riposti e il cestino da lavoro come non fosse, mai, stato toccato, le poltrone rosse con i merletti appoggiati sulle spalliere e il tuo libro delle preghiere.

La villetta, con il pozzo, le panchine e i gerani fioriti, spiccava per grazia tra i palazzi moderni appena costruiti e spuntati col boom degli anni ’70. Tu, incurante di tali modernità, te ne stavi a coltivare il tuo giardino tra tigli profumati ed erba tagliata. Ai miei occhi di bambina, incutevi un po’ di timore per la severità del tuo sguardo ed ora mi piacerebbe pensare che da lassù, mi guardi, con benevolenza…

… Ciao, cara zia Bianca.

DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO ARCHIVIO COMUNALE DEL COMUNE DI STRONCONE

Brani tratti da “L’idioma gentile ” annate 1922-1923