Le case arroccate sulla collina si aprono al più vasto panorama verso una pianura antropizzata ricca di campi coltivati. Nella parte posteriore del paese le montagne sembrano confluire in un abbraccio con i loro boschi.
Da sempre la montagna ha costituito un bene collettivo che ha permesso a piccoli artigiani, contadini e pastori di aumentare il proprio sostentamento attraverso lo sfruttamento delle risorse che il bosco e i pascoli offrivano. Regolato da norme e vigilato da guardie campestri il patrimonio boschivo è sempre stato oggetto di una politica amministrativa volta a tutelare la sua gestione.
UNA POLITICA A TUTELA DEL BOSCO
Nei primi anni del secolo scorso, l’incremento demografico, la nascita delle nuove fabbriche nella vicina Terni, nonché lo sviluppo delle infrastrutture per modernizzare il neo nato Regno d’Italia, provocò una richiesta sempre più pressante di legname.
Nel 1907, una citazione presso il Giudice Conciliatore, tratta di ” traverse provenienti da Rocca Carlea” che avrebbero dovuto essere portate alla strada comunale di Crocemicciola. Tra gli attori figurano persone provenienti da Roma o non dimoranti a Stroncone
Nell’uso quotidiano della comunità, le attività di disboscamento riguardavano il taglio della legna da ardere, il taglio di frasche e di germogli per uso animale o di legna per alimentare le fornaci di calce.
1928, C.Luigi “chiede di poter tagliare ginepri di proprietà comunale da utilizzare per cottura a calce ad uso proprio e non a scopo di commercio, a voc. Treiu, sopra una superficie non maggiore di 1 ettaro”. Nel 1904, M.Lorenzo vuole essere risarcito da S. Chiara per £ 10,50 Importo di 3 rubbie di calce vendutagli; V.Nicola contro S. Vincenzo per conteggiare il denaro ricavato dalla vendita di calce di proprietà comunale;
G. Americo, chiede di tagliare nei boschi comunali per ” i bisogni dei forni per la cottura del pane”.
Era praticata anche l’attività di carbonaio come risulta da alcuni documenti:
nel 1891, una “soma” di carbonella vale £ 250.Luigi E. taglia una quercia a Valle Lecina e carbonizzandola, ricava circa mezzo q.le di carbone. Nel 1929, nella Verifica periodica di Pesi e Misure, figura C. Natale di Finocchieto, carbonaio.
Di scarsa importanza era la discussione sul reperimento delle zone da adibire al pascolo a svantaggio degli alberi, che teneva banco, invece, in altre zone geografiche del paese. Tuttavia anche qui risulta che parti di bosco siano state sacrificate per ottenere terreni seminativi, relegando porzioni di macchia, sempre più lontane dal centro abitato. Senza dubbio anche la promiscuità con gli animali avrà avuto la sua parte. Infatti, come si può dedurre dai documenti che attestano la presenza di stalle all’interno del castello, sembra evidente che il passaggio di greggi e di altri animali abbia provocato un eccessivo sfruttamento dei terreni limitrofi.
Giacomini P. viene multato per aver portato in piazza il suo maiale; Sensi A. per aver abusato di tenere una gran quantità di letame nella stalla cagionano disturbo ai vicini;Nella borgata di Coppe, per ordine dell’Ufficiale Sanitario Angelici S. viene sanzionato perché nella stalla di sua proprietà si trova letame che fa danno alla salute dei vicini; Vittori V. riceve una contravvenzione per avere tenuto una quantità di letame nella stalla.
Inoltre c’erano greggi di pecore e capre che si ricoveravano in ovili a ridosso del paese e che offrivano latte appena munto al ritorno dal pascolo in pianura; una costante presenza di muli e cavalli, necessari al trasporto di merci e persone, che in alcune zone impervie rappresentavano l’unica possibilità di movimento.
Il legname era la materia prima per eccellenza che poteva creare maggiori problemi nel mantenimento dell’area boschiva.
Il taglio periodico andava protetto per i danni che potevano essere recati a polloni e matricine. Occorreva dunque una rigida regolamentazione che punisse i trasgressori, i quali non si lasciavano spaventare da divieti e sanzioni. Andava promossa una politica tesa a impedire lo sfruttamento scellerato in nome del riconoscimento del bosco come fattore economico-produttivo.
Vennero previsti turni di sorveglianza svolti dalle guardie campestri i cui compiti erano:
La vigilanza continua nei boschi comunali;
l’accertamento e denuncia delle contravvenzioni al regolamento di polizia rurale e di quelle per furto di legna.
Il taglio degli alberi comunali non era libero ma soggetto al pagamento di un censo che poteva essere aggiudicato all’asta mediante il metodo della candela vergine.
1911: Felice da Soriano nel Cimino, paga 2 rate rispettivamente da £ 4.811,68 e £ 3.311,68 per il taglio del bosco a Solagno di Ruschio; Cesare, paga £ 1.500,00 per il taglio a bosco Martine.
1921:il Comune organizza un’asta pubblica per la vendita di n.1150 piante di alto fusto di Pino d’Aleppo di proprietà comunale.
Il taglio andava fatto a regola d’arte. Da un documento del 1891: “taglio dovrà essere eseguito a regola d’arte con ferri ben taglienti, non a bocca di lupo, né a strappo, ma a taglio piano e a scivolo, rasentando possibilmente la ceppaia, rispettando tutti i lasciti marcati con tinta rossa. E’ assolutamente vietato il taglio prima del levar del sole e di proseguirlo dopo il tramonto. Ogni tagliatore, incominciato il taglio in una ceppaiadovrà proseguirlo nella medesima, accuratamente ripulendola”.
L’iter da rispettare era lungo e prevedeva spese anche per l’Amministrazione. Le trasferte a Perugia come dimostra un documento di pagamento all’assessore Vittori per esservisi recato prima di stabilire il taglio. Le visite degli Ispettori forestali per sopralluoghi e rilievi che coinvolgevano anche dipendenti comunali e operai. Tutto questo aveva una ricaduta anche per le attività commerciali del luogo che offrivano vitto, alloggio e trasporti. Inoltre agli artigiani venivano commissionati lavori di costruzione e affilatura degli strumenti necessari. Per alcuni anni a seguito del disboscamento effettuato le zone interessate erano vietate al pascolo o addirittura bandite con l’impossibilità di reperire alcun prodotto o cacciare. La bandita poteva essere definitiva o temporanea. Quest’ultima interveniva nei periodi di raccolta delle castagne, ad esempio, o di altre produzioni agricole. Lo sviluppo del bosco e la sua tutela, passavano e passano ancora oggi attraverso alcune attività dell’uomo. E’ lecito supporre che le zone deputate alla semina del grano fossero interdette ad ogni animale salvo le bestie da lavoro o da trasporto. Anche i castagneti secolari rappresentavano l’impegno volto a preservare questo patrimonio. Essi, tuttora, vengono custoditi attraverso il rimpianto di nuove piante, la potatura e la messa a punto di nuovi innesti. Questo importante frutto ha rappresentato per molti anni una risorsa alimentare ed economica fondamentale per i ceti più bassi della popolazione. Meleti, noceti e querce da ghianda erano anch’essi necessari alle attività rurali e dunque tenuti in considerazione per il sostentamento di uomini e animali.
Le zone a bandita erano: Ripe “Cadorce”: Enrico M. viene multato perché conduce 30 pecore in un bosco giovane non andato a pascipascolo in nessuna specie di bestiame , Ialli, Cesanto, Coranieri e poi Coppe: un documento del 1899 afferma il divieto di pascolo per la messa a dimora di giovani pini.
Il binomio montagna- animale è inscindibile. I prati sono da sempre pascoli ambiti per i pastori che in estate si spostano con le loro greggi. Eppure proprio gli animali possono essere la causa dell’indebolimento del bosco perché danneggiano le cortecce e le fronde dei giovani alberi. Il governo del bosco ceduo praticato in epoche passate ha cercato di rispondere a diverse esigenze dei contadini e degli allevatori. Consentiva di poter stabilire stabilire delle zone individuando sia il tipo di pianta che di animale destinato al pascolo. Era evidente ad esempio che le capre rappresentassero un danno maggiore rispetto agli animali da lavoro o che pascolare con le pecore procurasse un diverso risultato che pascolare con suini o equini. Inoltre permetteva di ottenere legna da ardere, pali necessari all’agricoltura e riconquistare zone di pascolo dopo pochi anni dal taglio.
Macchialunga: il pascolo è consentito solo agli animali da lavoro; Pipiolo e Lamata non adatti a pascolo caprino.
La tutela del dominio collettivo si estendeva alle sanzioni contro i “forestieri” e le multe salate colpivano quelli che oltrepassavano il confine.
Costemartoniuomo di Cottanello che conduce al pascolo 9 capre ; donna multata in località Valleoneper sconfino pascolo con 12 suini; a Buco del Grugnalemulta di £200 per sconfino con 7 vaccine.
La potatura a “capitozzatura” era una delle strategie atte a far desistere i possessori di animali a compiere tagli vandalici sulle piante montane. Fare la “frasca” (fronde tenere) infatti era una consuetudine molto radicata e permetteva di integrare il foraggio invernale soprattutto quando questo cominciava a scarseggiare. Purtroppo però tali iniziative venivano spesso disattese, lo dimostrano numerose sanzioni.
Voc. Monterotondo: taglio abusivo di frasche uso lavoro; Monti Granditaglio abusivo di frasche uso bestiame; Voc. Forchetta: taglio abusivo di frasche uso bestiame; Buco del Grugnale :taglio abusivo di una grossa “petagna” di cerro e di frasche di cerro uso bestiame danneggiando il bosco.
Il bosco una riserva naturale di ricchezza apparentemente inesauribile oggi come ieri, generoso nel donare e nel riprodursi continuamente che conserva al suo interno la memoria dell’uomo.
DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO L’ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI STRONCONE
Fino agli anni ’70, il Ferragosto rappresentava la fine della vacanza ai Prati. Proprietari e visitatori occasionali si riunivano con parenti e amici per la grande abbuffata che terminava sempre con secchiate d’acqua e tiri di scorze di anguria in mezzo ai verdi pascoli. Se l’avvenimento era in prossimità della domenica si indugiava ancora un po’, per terminare gli avanzi della grande festa estiva. La mia famiglia continuava i festeggiamenti per il compleanno di mio fratello e così pasta al forno e zuppa inglese imbandivano di nuovo la tavola. Tutti gli Stroncolini cominciavano a preparare la chiusura delle case dopo la lunga permanenza estiva per dedicarsi ai preparativi per la celebrazione del Santo Patrono che sarebbe caduta di lì a qualche giorno.
Tutto il paese scendeva al Convento di San Francesco per celebrare i riti che da tempo immemore avevano visto, molti enti ed associazioni coinvolti nell’organizzazione delle cerimonie laiche e religiose.
Il Convento, la cui fondazione, si vuol far risalire al passaggio dello stesso Francesco, nel 1213, aveva, da sempre, attirato nella sua orbita la devozione e il pellegrinaggio verso il Beato, che qui era cresciuto. Antonio, era nato dalla famiglia nobile dei Vici, nel 1381. Una famiglia che aveva alimentato la fede con il culto di San Francesco e della Madonna nella piccola comunità di Stroncone e aveva reso possibile la crescita religiosa di questo piccolo centro. Donazioni, anche attraverso la costituzione del Terz’ordine francescano, e confraternite sorte in ossequio ad alcuni Santi, avevano fatto erigere altari e decori, trasformando un semplice ricovero francescano in uno dei Monasteri più frequentati tra le mete dei pellegrinaggi. Antonio attratto dalla vita monastica volle entrare in convento da giovane fanciullo. Trascorse la sua vita lontano da Stroncone e morì ad Assisi, ma il popolo non lo dimenticò mai al punto da volerne rubare le spoglie, proclamandolo Patrono.
Quando si avvicinava questa ricorrenza, nel mio ricordo di bambina c’era il vestitino nuovo da sfoggiare alla Messa e le scarpe, quasi sempre alla bebè chiare, come si conveniva in estate. Per il pranzo a casa di nonna si riunivano tutti i miei zii e cugini e, se veniva lo zio Giorgio, da Treviso, la felicità era completa. Mio padre il giorno prima della festa vera e propria usciva in anticipo dal lavoro, come fosse un sabato. Io gli andavo incontro per essere la prima a comprare il biglietto della Pesca di Beneficenza. Più che altro mi affascinava entrare per vedere, in quello spazio così piccolo tutti quegli oggetti così diversi tra loro. Oggetti che oggi, sono presenti in ogni supermercato ma che all’epoca, abituati alla piccola bottega, si faceva fatica anche solo a pensarli. Nel mese di Agosto il paese era animato, anche, da villeggianti, che in realtà non erano forestieri, ma soltanto famiglie che tornavano a occupare le case di proprietà, chiuse nel periodo invernale. Anche per loro era una solennità irrinunciabile. Arrivavano le genti dalla campagna perché, la festa popolare si svolgeva tutta nel borgo. Tre giorni intensi dove le maggiori attrattive erano la Pesca di Beneficenza, il Concerto della banda nel pomeriggio e lo spettacolo musicale, serale, con qualche complesso che cantava un po’ di tutto, incitando anche al ballo del liscio, ma a memoria d’uomo nessuno ricorda uno stronconese che si sia abbandonato alla danza! Per l’occasione le sedie del salotto di casa, quelle migliori, venivano posizionate in mezzo alla piazza molto presto, chi veniva da fuori, faceva a gara con i paesani per prendere i posti migliori. Chi abitava sulla Torre o nelle immediate vicinanze di San Nicolò, fuggendo il clamore della mondanità, sistemava i cuscini per appoggiarsi con i gomiti e godersi il passeggio, lasciandosi andare a pettegolezzi, così come, chi sceglieva il gradino del muro sottostante che, osservava direttamente, il viavai di tutta quella gente insolitamente presente sulla piazza. Era il momento dell’anno più propizio per aggiornarsi sulle nuove situazioni familiari di conoscenti e amici: lavoro, figli, affari… Gli uomini sostavano, maggiormente, davanti al bar o sul muretto dietro al Monumento in un: “vedo non vedo ma mi accorgo di tutto” e così in questo gioco di occhi spianti le nuove coppiette o i nuovi amori erano costrette a slalom fuorvianti gli sguardi. I fuochi d’artificio, davano un arrivederci all’anno venturo; non di rado, era necessario l’intervento dei pompieri per spegnere l’incendio delle stoppie provocato dalle “luglie”.
Quando le donazioni della popolazione subirono una crescita, le serate aumentarono e cominciarono ad arrivare commedianti e teatranti, qualche nome famoso del mondo della canzone come Mino Reitano e Raul Casadei e al pomeriggio, sbandieratori e tamburini dei Comuni vicini.
La Processione e la Benedizione dei Bambini erano i pezzi forti di tutta la manifestazione religiosa. Erano le due occasioni cui nessuno rinunciava. Bambini e bambine, splendidi nei loro vestitini, solcavano la navata centrale portando un fiore, quasi sempre bianco, da posare sull’altare del Beato. La cerimonia andava avanti in una confusione generale dove non mancavano pianti e capricci; il caldo afoso e la calca convinceva qualcuno ad uscire sul piazzale seppur a malincuore.
La processione si svolgeva il 20 agosto. Partiva e tornava dal Convento dopo avere raggiunto la Piazza del Paese. Il protocollo era sempre lo stesso, la Banda precedeva il corteo, seguivano gli stendardi delle confraternite, la statua del beato, il clero, le donne e i bambini e in fondo gli uomini con il cappello in mano e le mani spesso intrecciate dietro la schiena. Erano poche le persone che restavano al limitare della passeggiata a guardare perché ognuno in cuor suo aveva qualche grazia da chiedere e camminava tenendo in bocca una preghiera per sé o per i propri cari.
AGOSTO STRONCONESE
Quell’anno i preparativi cominciarono molto tempo prima. Il paese era stranamente animato da tanta gente e, tutti, dico tutti, compresi i villeggianti e abitanti della campagna, partecipavano alla Manifestazione che si sarebbe tenuta nei giorni dedicati alla festa del Beato Antonio.
Si cominciò a parlare di 3 Contrade, con una divisione territoriale cui vennero attribuiti simboli e colori. Il Castello per il paese su fondo blu e rosso, L’Arco in virtù di quello che, un tempo, attraversava voc. San Liberatore su fondo giallo, e Santa Lucia su fondo bianco-celeste.
Contradaioli in vacanza
La nuova Festa che si andava delineando era qualcosa di grande. Ci fu bisogno addirittura di una Regista, così la chiamavamo tutti. Ne ho un vago ricordo, mi sembra che portasse abiti leggeri e ampi dai colori vivaci: azzurro, verde… e un paio di occhiali, il tutto completato da un cappello, ma non saprei dire se si tratti dell’immagine che ho di lei o se corrisponda alla realtà.
Per certo so che ci fu uno studio approfondito e meticoloso che arrivò anche in Francia, soprattutto per quello che concerneva i figurini delle guardie napoleoniche e i costumi.
Il periodo scelto per rappresentare la storia, legandola ai fatti del Beato Antonio, fu quello del 1809 quando, alcuni giovani ,guidati da Padre Angelico Coletti, riportarono il corpo incorrotto del Beato, trafugandolo alla città di Assisi.
Per la riuscita dell’evento si succedettero giorni febbrili dove ognuno mise a disposizione sia le proprie capacità, per costruire, cucire, dirigere, disegnare… che la semplice manovalanza. Così ogni Contrada si dotò di un direttivo che potesse coordinare il proprio spazio. E sì che il da fare non era poco! Socializzare e coinvolgere le frazioni, acquistare tutto il materiale: dalla stoffa per i costumi a quella per le bandiere, distribuirle secondo l’ordine programmato, comunicare alle sarte il taglio, l’abbinamento dei colori e suggerendo cosa aggiungere o cosa togliere. Molti rispolverarono i vecchi costumi di famiglia adeguandoli al periodo preso in considerazione. Popolani e nobili, sfoggiarono per l’occasione eleganti collane di corallo, bustini, fazzoletti e grembiuli di fini merletti. Le bandiere dovevano essere cucite e decorate, così uno stuolo di volontari si mise all’opera in vari punti del paese provvedendo senza distinzione di sorta. Intanto c’erano da costituire: il corpo delle guardie e quelle dei tamburini: dalla scelta dei figuranti, quindi si passò a prendere le misure per confezionare divise e intanto ore ed ore di prove “formavano” i vari personaggi: dal soldato semplice al capo delle guardie, dal primo tamburo agli allievi provetti. Venne creata anche la prigione, con un vero galeotto che sostava in attesa dei passanti curiosi. Una taverna allestita nei locali, presi in prestito dal Convento delle Suore, offriva pasti tradizionali, in un ambiente rustico, dove le tovaglie erano di carta paglia, le anfore e i boccali in terracotta e i camerieri e le cameriere indossavano tipici costumi.
Quando giunse il grande momento, tutto il territorio era colorato di bandiere sventolanti.
Io avevo aiutato a dipingere e a disegnare con modelli di legno il Castello e l’Arco. Le mie finestre, però, offrirono il risultato delle sapienti mani di mia madre: una bandiera che ritraeva esattamente il vessillo del Comune.
Il mio vestito, lo cucì con le indicazioni ricevute: la gonna era rossa e aveva delle guarnizioni blu; la camicia e il fazzolettone erano di merletto antico di quasi cento anni e il bustino uscì fuori da quell’abilità di sarta conquistata nell’elegante laboratorio di sartoria delle signorine Contessa, negli anni della sua gioventù. Oggi, a distanza di 40 anni, lo indossa ancora mia figlia.
I giorni di festa aumentarono con una varietà di spettacoli e nelle vie del paese si moltiplicarono gli artisti desiderosi di mettere in mostra i propri lavori artigianali. Qualcuno pensò addirittura di organizzare una divisione competitiva tra popolani che, inutile a dirlo diventò immediatamente coinvolgente: “Il torneo di calcio”. Il divertimento fu assicurato: grandi e piccini tifavano a favore o contro, fratelli, generi o mariti, difendendo il proprio campanilismo tra luoghi natii o di importazione. Per un po’, come sempre succede, tutti furono allenatori e arbitri; nelle vie, nella piazza e in ogni dove si discuteva e si rideva.
La sera dedicata alla sfilata fu un tripudio di folla, non ci fu una sola famiglia che non avesse almeno un componente coinvolto nella rievocazione. Calessi di nobili elegantemente vestiti, carretti di contadini e cesti di fiori delle popolane, guardie a cavallo e guardie a piedi…
Ognuno dette il proprio contributo con la propria presenza o fornendo il necessario. Ogni frazione sfilò con il proprio stendardo e i suoi abitanti: Finocchieto, Aguzzo, Vasciano; Colle venne compresa nella contrada dell’Arco; Coppe e Colmartino con la Contrada Castello e Santa Lucia fu contrada propria. Seguiva il Corteo la gente in abiti comuni quasi a portare ancora una volta devozione al simulacro del Santo Patrono.
Altra novità fu la Sfida alla Berretta: i Cavalieri delle Contrade si sfidavano in una giostra medievale. Questa manifestazione ebbe alti e bassi e periodi in cui venne sospesa e poi ripresa.
Nel corso degli anni L’Agosto Stronconese ha modificato eventi e tradizioni, nei due anni di pandemia, poi qualcosa si è addirittura perso. La mia famiglia a vario titolo è stata sempre coinvolta nel Corteo.
Da Castellana sono diventata Arcolana ma solo di nome! La mia Lucrezia ha indossato diversi abiti che hanno seguito la sua crescita
Con la perdita di mia madre, altre mani hanno lavorato con la stessa sapienza per tenere alto il valore di questa ricorrenza. E’ per questo che con gioia ed emozione mi accingo a rispolverare un costume che rappresenta molto più che una semplice festa di paese.
Camminavi con il tuo incedere lento, come lento era il ritmo della tua vita. L’abito nero lungo fino alle caviglie nascondeva un corpo gracile e snello. Le scarpe di pelle, chiuse pure in estate, erano anch’esse, rigorosamente nere; l’immancabile fazzolettone che avvolgeva la testa incorniciando un viso scavato e pallido, qualche ciocca di capelli grigi a volte sfuggiva evidenziando il tuo unico tocco femminile. Le mani magre con le dita affusolate e bianche, erano attraversate da vene bluastre quasi a rilievo su quella pelle così delicata. Il tuo abbigliamento non conosceva stagioni o feste e l’unica nota diversa era rappresentato dallo scaldino che accompagnava le lunghe giornate invernali.
Ersilia, zia Ersilia, nacque nel 1887, da Gioberto Vittori e Anna Maria Massoli. Visse gli anni gloriosi della Grande Officina Vittori e assistette all’ascesa di suo fratello Vitaliano sia in campo politico che economico. Quando l’altro fratello Ubaldo si ritirò dagli affari dell’Officina, intraprendendo altre strade con sua moglie, lei, decise di dedicarsi alla numerosa famiglia che intanto Vitaliano aveva cominciato a formare. Una famiglia che crebbe con gli anni così come la fama di questo intraprendente fratello che riuscì a sposare una donna appartenente alla casata dei Malvetani: famiglia possidente, con i cui esponenti condivideva l’interesse per la politica amministrativa. I Vittori e i Malvetani furono per anni protagonisti della scena politica del paese alternandosi nei ruoli di sindaci e assessori.
I ricordi che ho di te risalgono all’ultimo periodo della tua vita. Eri sposata con Gesù e a dirla in verità sembravi una vera e propria suora. Per me eri la zia di famiglia, non proprio la mia ma ” quella non sposata” che i nipoti dovevano accudire così come aveva lasciato detto tuo padre o addirittura il tuo stesso fratello dall’alto della sua autorevolezza. L’accordo stabiliva che dovessi restare nella casa di famiglia e, a te, poco importava se non c’era riscaldamento e l’unica stanza di cui in realtà usufruivi era la tua camera. A te stava bene così e il tuo primo obiettivo era non disturbare. Ricordo un letto grande dalla biancheria sempre immacolata, un catino vicino alla finestra, che poggiava su un piedistallo artisticamente lavorato in ferro battuto, così come la testata del letto: prodotti dalle abili mani degli artigiani Vittori.
Accettavi di andare un giorno alla settimana, a turno, a pranzo dai tuoi nipoti. Consumavi un pasto semplice e frugale perché alcun peccato di gola potesse nuocere alla tua purezza. Vivevi in un mondo tuo dove non trovava posto la ricchezza, lo sfarzo e tantomeno la modernità. Quando era il turno di mia nonna ad ospitarti, mi chiedevo sempre perché anziché mangiare con noi in sala, te ne stavi tutta sola in cucina quasi se il tuo intento fosse solo quello di sfamarti. Il motivo però non era il cibo ma una scatola magica che da pochi anni aveva invaso le case di tutti: la televisione. Un elemento di quel progresso che non riuscivi ad accettare e così in cuor tuo avevi fatto il voto di non cedere mai alla curiosità di quel mostro sonante, così sempre per non essere di peso, non impedivi a noi di goderne e preferivi restare in disparte.
Eri trattata con amore e rispetto per la tua appartenenza alla famiglia, ricordo a malapena la tua voce, sembravi stanca di trascinarti in un mondo che non ti apparteneva più e in cui non riuscivi a trovare ragione di vita se non nella preghiera, sembravi ansiosa di raggiungere il cielo promesso ai giusti. Questa santa visione di te era talmente radicata, in chi ti conosceva, che, dopo la tua morte, mia madre ti sognò in un grande giardino pieno di fiori seduta su una panchina con il volto beato di chi ce l’aveva fatta ed era consapevole che tale luogo, però, fosse riservato a pochi.
Eppure nella tua gioventù dovevi essere stata diversa! Di certo i cambiamenti della società non saranno stati pochi! Avrai visto la povertà imperversare negli anni bui delle due guerre, automobili sostituire carretti e un’emancipazione della donna sempre maggiore che sicuramente ti avrà fatto storcere il naso. Tu che dai racconti di zia Ornella piangevi se la stesa della pasta non era perfettamente rotonda, tu che dedicavi intere giornate al bucato perché diventasse bianco: prima al fontanile, e poi trasportandolo nella cesta adagiata sulla testa, giungevi, con uno stuolo di pronipoti al seguito, al campo, vicino al cimitero e lì stavi tutto il giorno fino a completa asciugatura di tovaglie e lenzuola. Davi una mano ovunque potevi, consapevole che il tuo essere nubile, senza un uomo che provvedesse a te, poteva risultare complicato anche in una famiglia benestante come la tua. In fondo problemi ce n’erano stati e come! Quando tua sorella Angela si era sposata e se ne era andata, a te era toccata la sorte di veder discutere i tuoi amati fratelli. Ubaldo così diverso da Vitaliano, era più attaccato agli interessi che alla fatica e il suo maggior contributo alla Società familiare era stato quello di guardarla fallire. Furono anni difficili e solo con l’ingegno, la capacità e la razionalità che accomunava Vitaliano a sua moglie Taide, fu possibile ricominciare. Nella casa di famiglia restò Ubaldo, come sorte decise, tu ne mantenesti la parte di tuo diritto. Taide, usò la sua dote per acquistare una nuova casa dove allevò 9 figli, i tuoi nipoti. Lì visse il lutto per la morte prematura di Viviana e con la tua fede, ancora una volta, le fosti accanto, sempre pronta a condividere e a sostenere. Quando avevi del tempo libero, aiutavi Pierina, la sarta del paese e ti prendevi cura delle ragazze che venivano a imparare. Trapuntavi colletti e bustini con la macchina da cucire a manovella. Mia madre diceva sempre che a tarda età eri ancora in grado di infilare l’ago senza bisogno di occhiali! Nell’ora del Rosario prendevi per mano mia madre e mia zia e le portavi in chiesa. Davi una mano nell’orto di famiglia, che si trovava nei pressi dell’Officina e nell’allevamento di galline e conigli. L’unica distrazione che ti concedevi era trascorrere qualche momento con la tua e forse unica, vera, amica Cesarina.
Nei miei ricordi ovunque ti trovassi, sembravi di passaggio, così come sembravi esserlo nelle nostre vite, eppure sempre più spesso mi torni in mente e sono consapevole di portare dentro di me anche un pezzetto della tua storia.
” Il 15 marzo 1798 per ordine del Cantone di Narni si radunò il Conseglio (…)Fu risoluto in questo Conseglio innalzare in Stroncone l’Albero delle Libertà. Il giorno dunque 30 aprile 1798 intimarono tutta la popolazione, tanto uomini che donne, che il giorno appresso primo maggio s’alzava questo Grande Albero alle ore 20; che però tutti si trovassero presenti, sotto pena di scudi 50; e che la sera tutti illuminassero le loro fenestre. Portarono dunque per Albero un altissimo cipresso con tutte le foglie, tagliato nella macchia de’ Padri di S. Francesco. Fu questo piantato da piedi al vicolo del pubblico forno in mezzo alla piazzetta, incontro le fenestre della sagrestia di S. Nicolò (e Scarabottino ne fu l’architetto), con l’assistenza di tuti li municipalisti, a suon di trombe, violini ed altri istromenti; e posto in sicuro, li Municipalisti, incominciarono a ballarvi d’intorno e di tanto in tanto lo baciavano alla presenza di tutta la popolazione, gridando ad alta voce-Viva la Repubblica- Viva la Libetta’-. Dato sfogo a queste loro pazzie, uscì furibondo dal vicolo del pubblico forno il fanatico signor dottor Antonio Fioretti, allora medico condotto, e fece un discorso patriottico a favore della Repubblica e della Libertà. Io con alcuni altri preti, per non essere penati, eravamo testimoni di vista dalle fenestre della sagrestia di S.Nicolò- Terminata questa diabolica funzione andette tutto il popolo nella pubblica piazza dove era preparato per un gran festino, e qui ballarono li cittadini e cittadine piùpolite del paese, scordate affatto del Papae della religione. La sera poi si vidde tutto il paese illuminato a giorno”.
L’episodio è riportato dall’Autobiografia del Can. Domenico Salvati, a cura del prof. Giuseppe Mazzatinti, nella Collana Archivio Storico del Risorgimento Umbro, edito nel 1905.
In epoca successiva, nel 1947, simile descrizione viene riportata dal numero unico STRONCONIUM LIBERUM… in occasione della Ritrovata Autonomia di Stroncone, dopo gli anni dell’accorpamento con Terni.
“Allargatasi al di qua delle Alpi la grande rivoluzione di Francia, i popoli avidi di nuova vita, ne festeggiarono ovunque l’avvento col più grande entusiasmo, e su tutte le piazze d’Italia si eressero i trofei chiamati Alberi della Libertà.
A Stroncone codesti festeggiamenti ebbero luogo il primo maggio del 1798 e da un testimonio oculare tragonsi le notizie seguenti:- Circa le ore 20 portarono per albero un altissimo cipresso con tutte le foglie, tagliato nella macchia de’ Padri di S. Francesco e fu piantato tra porta del paese e le pubbliche fonti, con l’assistenza di tutti li Municipalisti, a suon di trombe, violini ed altri strumenti: e posto al sicuro, li Municipalisti incominciarono a ballarvi d’intorno, e di tanto in tanto lo baciavano, alla presenza di tutta la popolazione gridando ad alta voce: – Viva la Repubblica! viva la Liberta’!-
Con le stesse acclamazioni, quali nel luogo medesimo, si eresse l’Albero nel 1848 e perché la ricordanza dei patriottici eventi non andasse perduta, piacque alla Giunta di fissarla nella denominazione dell’ameno piazzale che adorna l’ingresso del paese”.
BIBLIOGRAFIA
Prof. G. Mazzatinti e Dott. G. Degli Azzi Archivio storico del Risorgimento Umbro (1796-1870), Città di Castello Tipografia della casa Editrice S. Lapi, 1905
STRONCONIUM LIBERUM…, Numero unico pubblicato per il ritorno dell’Autonomia Comunale- XXVI-X-MCMXLVII, Stabilimento Alterocca -Terni
Nel 1928, a Stroncone, come in ogni Comune d’Italia, si tenne la Festa del Pane.
Il Commissario prefettizio invitò il Comune di Terni a costituire un Comitato del quale avrebbero dovuto far parte il segretario politico e il parroco di ogni delegazione. Tale Comitato avrebbe avuto il compito di distribuire e vendere i materiali di propaganda. essi consistevano in:
Libri, cartelli, riviste e panini.
Al termine della manifestazione che si tenne il 14 e il 15 aprile, il delegato Oreste Genuini, consegnò al tesoriere del Comitato le seguenti ricevute:
£250 ricavato della vendita di n. 250 panini
£100 ricavato della vendita di n. 50 cartelli
£20 ricavato della vendita di n. 2 libri
£ 50 ricavato della vendita di 10 riviste.
La Festa del Pane, si inserisce in quella che fu definita “Battaglia del Grano”, promossa da Mussolini per rilanciare l’agricoltura, aumentando la produzione interna del grano e riducendo le importazioni. La propaganda politica fu tale che lo stesso Duce, scrisse una Poesia che fu diffusa in occasione di tale Manifestazione. Tra i versi si può leggere quella che è una vera e propria lode a questo alimento così importante.
…” onorate il pane:
gloria dei campi
fragranza della terra
festa della vita”…
Il ricavato della vendita dei prodotti, era destinato all’Opera Italiana Pro Oriente di don Galloni, che si occupava di sostenere iniziative culturali verso Oriente. Il tutto a dimostrazione della grandezza e della forza del Governo Fascista.
DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI STRONCONE
Per molto tempo, la presenza dei benedettini a Stroncone è restata nell’oblio di una memoria lontana e vissuta nella passione di pochi storici locali. Per chi, come me, è cresciuta all’interno delle mura castellane, San Benedetto e San Simone non erano altro che ruderi abbandonati di insediamenti monastici appartenenti alla storia della “gente” che viveva di là dal fosso.
Estranei alle gite domenicali o alle passeggiate, al pari di altri luoghi, cari alla comunità, come Santa Maria, San Gregorio, i Prati… A lungo ne sono stati ignorati il peso economico, e, di conseguenza, la spinta allo sviluppo, di questo territorio, per opera dei laboriosi monaci che vi abitarono.
Negli ultimi anni, però, studi approfonditi, in particolare, dell’Angeletti e del Mazzoli , hanno acceso una luce nuova su questa realtà. Inoltre, la pubblicazione di opere, anche grazie all’Amministrazione Comunale, ha risvegliato una sensibilità nuova, riaccendendo l’interesse, dell’odierna popolazione, verso la storia antica di questi luoghi.
Nel consueto pensare , Conventi, Monasteri e Abbazie, sono, spesso, considerati sinonimi, e non è difficile considerare alla stessa stregua francescani e benedettini. In realtà la Regola monastica, che li contraddistingueva, riuscì a plasmare in modo diverso gli usi e i costumi della stessa comunità sociale e persino la sua stessa quotidianità. Fu così vero che, confrontando vari documenti dei secoli XIV e XV, è stato possibile rintracciare i diversi rapporti tra le famiglie stronconesi con l’abbazia di San Benedetto e con il Convento di San Francesco.
Mentre intorno al primo ruotavano interessi economici e le famiglie benestanti del luogo ne rappresentano a turno, procuratori, amministratori, monaci e persino abati, al secondo era riservata la vera natura spirituale del fedele e la cura della propria anima.
San Benedetto, Collocato nei pressi del Monte Terminuto, deve il suo nome “in fundis”, alla sua collocazione geografica. Lo storico Costanzi, attribuisce ai benedettini una parte fondamentale anche nella fondazione del Castello, facendo risalire il loro insediamento addirittura ad un’epoca ad essa precedente. Nonostante questa tesi sia stata messa in dubbio, tuttavia è senz’altro accertata l’opera di “accoglienza” svolta dai monaci per pastori e viandanti, nei diversi siti in cui hanno svolto la loro pratica religiosa. Infatti, sempre secondo il Costanzi, furono numerose le chiese e gli oratori affidati alla cura dei monaci.
San Giovanni al Torello
Per anni, il sole ha baciato il mio terrazzo, inondando con la sua luce tutta la gola naturale che ospita il tortuoso fossato. Davanti ai miei occhi, una costa coltivata a uliveto e a tratti boschiva con alcuni ricoveri in muratura dismessi da tempo. Luogo privilegiato per cacciatori nella “stagione del rientro”, zona battuta alla ricerca di fascine per il fuoco, raggiungibile attraverso sentieri percorribili a piedi. Da Stroncone, quello più noto è detto delle Scentelle , famoso quasi quanto il fantomatico serpente bianco “gigantesco” che, puntualmente, all’inizio della bella stagione, ritornava sulla bocca degli anziani, che affermavano di averlo visto sbucare dagli anfratti. Il personaggio che più di tutti si identificava con il Torello, era Marino. Lui e i suoi muli, carichi di legna, per il forno del paese. Quando arrivava davanti alla cantina, dove Fiorenza teneva i fasci, con un colpo deciso ed esperto scioglieva il basto, proprio in mezzo alla via e lì, per davvero, a volte, si poteva vedere scappar via una “serpe sorcina” che seminava paura tra i passanti. Parlando del luogo, capitava, a volte, di sentir parlare di una chiesa, ma, poiché, ai più, era ignara la notizia, nessuno si incuriosiva più di tanto.
Anni più tardi mi sono imbattuta in toponimi come Sancti Janni o San Giovanni al Torello e così ho scoperto che il legame benedettino non era relegato, solo, alla montagna di Monterotondo.
Il Costanzi scrive: “…chiesa di San Gioan Battista nella scoscesa ed erta contrada Torellus(…)si sublimava nell’apice della collina in quel ripiano circondato da quercie…” Afferma inoltre che alla chiesa sarebbe stato annesso un “monistero.. atto a comprendere un sufficiente numero di cenobiti per uffiziarla.. Già al tempo dello storico, ne rimanevano solo le tracce di “antiche fabbriche diroccate…ora ridotte a stalla di bestiame”. Per un certo periodo, il sito godette di benefici e lasciti e crebbe di importanza tanto da essere donato all’Abbazia di Farfa. Non si conosce il motivo della sua decadenza né l’epoca in cui venne distrutto.
In un’epoca relativamente recente questo luogo figurava tra le proprietà della Congregazione di Carità che durante il periodo dell’accentramento ne volle curare la vendita. Al terreno catastalmente definito: pascolivo olivato con mandria, appartenente alla Confraternita del Sagramento, veniva attribuito un valore di £ 191,88.
San Simone
Situato ai piedi del Monte Rotondo, è quello restato sempre più in ombra rispetto a San Benedetto, forse, perché, si diceva fosse luogo che i monaci usavano come foresteria o come assistenza e ricovero. Ma nei testamenti femminili che ho avuto modo di studiare, nel periodo in cui le donazioni a San Benedetto spariscono, per San Simone, resta una certa venerazione. I lasciti, seppur di modesta entità, rappresentavano comunque una devozione ancora sentita. Probabilmente ciò era da attribuire alla presenza dei Clareni che occuparono questo sito dalla metà del ‘400. Essi, come è noto, facevano riferimento al movimento francescano che caratterizzò per lungo periodo la spiritualità stronconese.
Oggi ospita la Comunità dei Ricostruttori che, sapientemente, hanno riportato il monastero al suo antico splendore, dopo anni di abbandono e di degrado, recuperando tutti gli elementi e gli spazi di un tempo antico. Ho avuto il piacere di cenare in questo luogo che invita al silenzio, circondato da boschi, ai piedi del Monte Rotondo e con il panorama verso la valle. La Chiesa e il Chiostro sono tornate ad ospitare attività di meditazione e preghiera attraverso le iniziative che, tale comunità, organizza durante il corso dell’anno.
I Benedettini all’interno del tessuto sociale
Altro aspetto, di non secondaria importanza, è rappresentato dalle opere di bonifica e di disboscamento a vantaggio di pascoli e coltivazioni dei terreni incolti che svolsero i monaci. Fu proprio questa operosa laboriosità che contraddistingueva la Regola, unita alla preghiera che, paradossalmente, però, creò un nuovo profilo di tutte le abbazie benedettine, cui Stroncone non fece eccezione. Infatti la produzione e la raccolta portò ricchezza oltre la natura e lo scopo per cui erano state fondate. Quei luoghi rurali e solitari, scelti per favorire la dimensione spirituale, finirono per diventare centri economici per stipulare: permute, contratti, vendite, affitti ecc.
E’ proprio il libro del Mazzoli, citato in bibliografia, che mette in luce i rapporti tra i monaci e le famiglie più in vista del castello. Famiglie a volte imparentate tra loro attraverso matrimoni di convenienza per mantenere o accrescere il capitale.
Il procuratore di San Nicolò Giovanni Leterutie, compare nel testamento di Francesca, come suo nipote ser Ieannis Leterutii; testimoni del documento, sono altre figure note nel panorama della buona società: Iohanni Petri Mactielli, Colecte Mactei, Sancte Freze, Arcangelo Vici, Petro Ihoannis Florentie.
L’usanza di mantenere il nome di nonni e genitori, se da una parte concretizzava quel senso di rispetto permettendo, così, anche di riconoscere l’appartenenza all’una o all’altra famiglia, di contro, però aveva lo svantaggio di non riuscire, sempre, a far distinguere le singole persone oggetto di omonimia.
E ‘ il caso, ad esempio, della ben nota e numerosa famiglia Mactielli i cui membri erano molto attivi nella società di questo periodo. Pietro Mactielli (padre o figlio) stipula un contratto di acquisto per un terreno dall’abbazia, nel 1460. Cosa certa è che nel 1463, il capostipite risulta defunto e Agneseuxor olim Mactielli Petri Iohannis, nomina tra gli eredi i suoi figli: domino Francisco, ser Pietro, Angelo e Giovanni. In altri testamenti, della stessa casata, troviamo nuovamente Pietro eGiovanni, così come la loro presenza nel ruolo di testimoni durante l’atto testamentario, di molte testatrici. Nel 1478, durante una riunione nell’Arengo, Giovanni, propone di far erigere la cappella di San Sebastiano per proteggere la comunità dalla peste che in quel periodo imperversava nell’intero territorio. Altra figura di spicco è doctor domini Francisci che sposa domina Paula Salzeri di Interamna, che, come si confaceva alla gente nobile, apparteneva alla “fraternità delle pinzoche“.
Alla stessa famiglia, più o meno direttamente, potrebbe appartenere il monaco Matteo teotonico, che il Mazzoli, ritiene presente nell’anno 1460. Ciò potrebbe trovare conferma dal testamento di Sabecta, (1475) definita dal notaio Cole, teotonica, e moglie di Antonio Mactielli. Tra i legatari appare Matteo. La stessa Sabecta, appare, come sua nipote, nel testamento di Cicchola vedova di Herrighus Janne. Nello stesso, viene citato anche Matteo, che riceve una parte dei beni.
Abati e monaci entrano, a volte, direttamente nella gestione dei propri beni o di quelli familiari:
Angelo Contesse, abate negli anni 1455-56, potrebbe essere parente di Tomassus Johannis Contesse, suocero di quel Francesco Thomei che entrerà in affari con l’abate Salvato, per possedimenti nel territorio narnese alcuni anni più tardi.
Altra famiglia importante, sicuramente è quella dell’abate Angelo Antonio Tocchi. Nel 1474, l’abate Salvato acquista dei beni da Antonio di Pietro Tocchi. Nel 1481, Caterina, figlia di Antonello di Pietro Tocchi, pur essendo sposata, viene testata col suo patronimico, inoltre, stabilisce che alla sua morte, in mancanza di eredi, i suoi beni tornino a suo padre. Due condizioni che venivano accordate solo a donne di un certo livello sociale. Lo stesso Antonello, nel 1477, diviene depositario di una somma di 19 ducati per conto dell’abate Salvato.
Antonio Ciccholi è abate nel 1461. Nel 1481, ormai l’abbazia ha perso i suoi fasti e lo spirito religioso di Vannella uxor Iohannis Ciccholi, si rivolge devotamente, con le sue donazioni al Convento di San Francesco e al suo testamento è presente anche il custode del suddetto convento.
Benedettini e Francescani una convivenza separata
Il finire del ‘400, vide la fine, anche, della stessa Abbazia benedettina. Ma quali furono i risvolti sociali negli anni che precedettero tale decadimento, soprattutto in concomitanza con la presenza dei francescani nello stesso spazio territoriale?
E’ indubbia la diversa finalità che i due ordini rappresentavano pur avendo, entrambi incarnato, in momenti diversi, l’esigenza spirituale della società che voleva rinnovarsi rispetto alla corruzione della chiesa regolare.
I monaci che ricercavano la quiete e che volevano glorificare il Signore attraverso il lavoro, avevano svolto una missione sociale e culturale non indifferente accompagnando il progresso anche economico di piccole realtà rurali. Accoglievano viandanti e pastori ma aprivano anche nuove strade e camminamenti, bonificando e mettendo in comunicazione anche genti lontane. Era normale che oltre alla preghiera, finirono per essere messe al centro le pratiche di gestione di patrimoni che, a volte, diventavano anche ingenti per i lasciti testamentari che i fedeli gli accordavano.
Di contro i francescani, con la loro opera di spiritualità votata alla povertà e alla preghiera, sembravano quelli più idonei ad incarnare quella strada per conquistarsi il paradiso attraverso i pellegrinaggi e la celebrazione delle messe. L’istituzione del Terz’ordine e il coinvolgimento di uomini e donne nella cura delle chiese e dei santuari, esprimeva una nuova pratica religiosa, spostando l’attenzione sulla salvezza della propria anima.
Questo è evidente dalla lettura dei testamenti che pur essendo coevi ad entrambi gli ordini religiosi, vedono nei Conventi francescani, pure in quelli lontani dalla municipalità stronconese, i soggetti maggiormente beneficiati, sia in denaro che in altre opere.
L’Abbazia oggi
Con i primi tepori primaverili, un sabato pomeriggio sono salita al Monastero.
Lasciata la macchina in prossimità della frazione il Colle, con un gruppo di amici, ho iniziato, quella che sembrava una semplice passeggiata in mezzo agli uliveti. Ben presto però è cominciata la salita e più avanzavamo e più la strada si inerpicava. Vedevo mio marito avanti e sparire dietro svolte, di fronte alle quali, speravo, finalmente, di vedere la famosa spianata che ospita l’abbazia e, invece, trovavo sempre un’erta sempre più faticosa. A mano a mano che ci addentravamo nella zona boschiva la vegetazione cambiava sotto ai nostri occhi; i pini, carpini, lecci, prendevano il posto di arbusti odorosi come l’erica e il timo selvatico e le ginestre non ancora fiorite.
Sul lato destro si intravedeva una gola che faceva immaginare lo scorrere dell’acqua nelle giornate di forti temporali. Finalmente, superato il dislivello che ci separava dai famosi 633 metri s.l.m., altitudine cui viene fatto corrispondere il sito, ci è apparso il fontanile, preannuncio di quanto resta dell’antico monastero.
La visita è stata agevole perché, nei giorni precedenti, il luogo era stato pulito dai rovi e dalle erbacce dagli AMICI DEL CAMMINO DEI PROTOMARTIRI FRANCESCANI in occasione dell’evento: ” Alla scoperta della millenaria Abbazia di San Benedetto in Fundis” a cui hanno aderito diverse associazioni del territorio. Quindi, la piana che ci ha accolto, era facilmente accessibile così come i ruderi che tutt’oggi mantengono intatta la loro bellezza e il loro fascino.
Sulla destra sono ancora visibili i camminamenti dei frati; le grosse pietre, che sembrano sostenerli, appartengono ad una formazione geologica chiamata Maiolica, risalente a più di 100 milioni di anni fa..
I sentieri permettevano di raggiungere Miranda, Marmore e indirettamente Piediluco, che consentiva, anche, l’approvvigionamento del pesce, e la valle reatina.
Certo, ai primi monaci che giunsero, dovette apparire quasi un miraggio la valle che si trovarono dinanzi. Una valle nascosta, con una fonte di acqua sorgiva dalla quale partiva un fossato che giungeva fino alla piana di Molenano. Un luogo protetto dalle montagne e da un fitto bosco, luogo ideale per soddisfare la sete spirituale e nello stesso tempo trovare rifugio sicuro in quegli anni tormentati da invasioni e continui combattimenti.
Bibliografia
Mazzoli C., L’Abbazia di San Benedetto in Fundis di Stroncone, Thyrus, Arrone 1994
Costanzi T., Notizie storiche di Stroncone, a cura di G. Angeletti e F. Fratini, Thyrus, Arrone 1998
Contessa A., Memoriale del convento di San Francesco di Stroncone (1575-1673) a cura di F. Treccia O.F.M., Stroncone, 1990
Angeletti G. La devozione a Stroncone. Documenti d’archivio dal 1400 al 1550, in Il Beato Antonio da Stroncone a cura di M.Sensi Ed. Porziuncola, Santa Maria degli Angeli, 1999, vol. III
G. Angeletti Toponomastica stronconese, ed- Thyrus, Arrone 2004
Ceccarelli A. Donne e testamenti a Stroncone tra il XIV e il XV sec. edizioni Thyrus, 1999
Spezzi E. Mondo femminile a Stroncone dai testamenti del notaio Battista Cole tesi di laurea Anno Accademico 1998/99 Relatore Prof. F. Mezzanotte
Documento conservati presso Archivio Storico del Comune di Stroncone
Dedicato ai miei figli perché abbiano memoria delle loro origini
dedicato a me perché il Ricordo valorizzi sempre il mio presente
LA PASQUA
Diversa dal Natale, trionfo e simbolo dell’intimità familiare riunita intorno al focolare, la Pasqua è una festa che risveglia la dimensione sociale e comunitaria.
In questa occasione tutti sono osservanti di quella saggezza popolare espressa dal proverbio ” Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”.
Il periodo pasquale era quello in cui maggiormente si realizzava quell’interazione, altrimenti sopita, tra il capoluogo e la periferia, e, se alla campagna spettava fornire la materia prima per il banchetto, il paese diventava invece propulsore della ritualità religiosa che vedeva tutta la popolazione stringersi intorno alla Parrocchia. Sì, perché, la fede religiosa si distribuiva a seconda della frazione in cui si abitava. Il Convento di San Francesco era ed è custode delle spoglie del Beato Antonio, patrono, venerato e celebrato con grande devozione. Al suo interno le cappelle di Santa Elisabetta, protettrice delle terziarie e la statua di Sant’ Antonio Abate, custode degli animali e quindi dei lavori nei campi, attiravano per lo più chi viveva fuori dal borgo. Le frazioni, in realtà indirettamente , vivevano, comunque, la parrocchia in quanto le messe venivano celebrate anche nei piccoli centri di Coppe, Santa Lucia, Colle, Aguzzo, Finocchieto…ognuno aveva il proprio Santo da venerare e Don Antonio correva di qua e di là come poteva. Nelle Chiese del paese convergeva la popolazione del borgo e quella al limitare della strada principale. La scelta tra le due chiese, oltre a rispondere a ragioni pratiche, in seguito ai diversi orari delle Messe, spesso rispondeva a una sorta di campanilismo contradaiolo, di appartenenza all’una o all’altra parrocchia.
Nel mese di Aprile, oggi, come allora, nei campi, avevano già messo radici fruttuose: cicoria, raponzoli, saporite e caccialepri; sulle ripe che costeggiavano gli uliveti spuntavano i primi asparagi, una leccornia che prodigamente, spesso, ricompensava il bracciante dalle fatiche delle potature, stagionali. Tra margherite gialle e bianche, i mandorli e i peschi mostravano le prime tenere foglie e i fiori erano, ormai, solo un ricordo. Erano ancora evidenti solo su alcuni arbusti e sull’albero di Giuda, chiamato anche “Scarpette della Madonna”. Gli aromi erano intensi: menta, mentone, finocchietto selvatico, mentuccia… nell’orto agli e cipolle. Alcune di queste verdure venivano aggiunte a carciofi e borragine per la classica frittata. Le galline erano in piena produzione e molte uova venivano accantonate, in parte per essere vendute e in parte per essere utilizzate nelle ricette tradizionali. I piccoli allevatori alle prese con capretti e agnelli da immolare per coratelle e arrosti prelibati. Il vino nuovo troneggiava nella tavola in festa e dunque se le uve erano state generose, il modesto contadino, poteva permettersi di vendere “il più”. La richiesta di caci e ricotte aumentava in vista della gitarella di pasquetta e nei campi di fave la raccolta era già cominciata. Con mia nonna andavamo a prendere l’aceto a Colmartino in una grande casa colonica da una donna robusta e vestita di nero, con un fazzoletto grigio in testa. Teneva ” la madre” così come veniva chiamato il vino non più buono che per anni era stato rimboccato fino a diventare forte e asprigno, adatto a condire insalate e a mantenere conserve. Ci ospitava gentilmente in una stanza a pianterreno, dove il pavimento era di mattoni e una piccola finestra restava alle spalle del tavolo che ci accoglieva . Non ricordo il suo nome, però ricordo la giovane nuora che ci serviva rosolio e caramelle. Andavamo a piedi ed era una bella camminata, lungo la strada sterrata nonna cantava e raccoglievamo fiorellini. Era sempre di buon umore e per me stare con lei era veramente una gioia.
La vera atmosfera di festa si svolgeva tutta all’interno delle mura castellane.
La comunità intera si ritrovava per giorni, a condividere riti laici e religiosi all’insegna della laboriosità e della collaborazione fuori dal torpore invernale delle proprie case.
C’era gran fermento in strada e nelle abitazioni per ritrovare una luce nuova dopo l’oscurità e l’isolamento dovuto al freddo. Le grandi pulizie cominciavano dai pavimenti, dove i mattoni, con le cere riacquistavano il rosso del nuovo e spargevano un profumo che aleggiava nelle stanze per giorni; veniva dato olio alle porte di legno e i battenti di ottone tirati a lucido. Se, oltre le mura, la primavera era già esplosa da giorni, nel paese faceva la sua apparizione sui balconi e sui davanzali delle finestre con ciclamini, giacinti, tulipani, margherite e primule, disposte qua e là ad accompagnare tendine a vetro finemente lavorate.
Nelle settimane precedenti, quello che non mancava era la ricerca dell’abito nuovo e delle scarpe, soprattutto per i fanciulli. Era il momento dell’acquisto per la stagione nuova. Soprattutto le scarpe, dopo la prima uscita per la messa di Pasqua, sarebbero diventate quelle da usare per occasioni importanti e per andare in chiesa la domenica. Io ricordo le vetrine, in città, piene di calzature lucide di vernice, rossa o nera, di pelle bianche, nei modelli più capricciosi: alla bebè, con fiocchi o con delicate roselline e fibbie dorate. Mia madre, sarta e maglierista esperta, acquistava anche lana e stoffa; cuciva, per me, sempre qualcosa di nuovo e lavorava maglie eleganti, impreziosite da ricami.
A casa mia arrivavano pacchi dono per mio padre, operaio specializzato all’acciaieria e responsabile del reparto Manutenzione. Erano poca cosa, a dire il vero, rispetto alle strenne natalizie e comunque, anch’esse, per alcuni giorni, godevano di gloria messe in bella mostra sulle mensole, di noce massello, della sala. Cioccolate, colombe e liquori di marca erano posti in ricche confezioni, con ricci di trucioli di paglia e carta lucida, rifinita di nastri lucenti. A casa di mia nonna, invece, arrivava l’agnello. Mia zia, infatti, lavorava all’Ispettorato dell’Agricoltura e i pastori poco avvezzi a riempire fogli burocratici la ringraziavano così, per la sua gentilezza, quando erano alle prese con domande e carte bollate.
A scuola si preparavano lavoretti con carta velina, pittura e fiocchi che richiamavano i colori dei rami in fiore, venivano aggiunti cioccolatini e rametti di ulivo; la carta cellophan avvolgeva il tutto che accompagnava l’immancabile letterina con i versi della poesia da recitare durante il pranzo. Ricordo che un anno, noi fanciulli del doposcuola, organizzammo con le nostre maestre, la rievocazione della Via Crucis del Venerdì Santo. Don Antonio, che era sempre disponibile e aperto, ad accogliere, nella sua chiesa, anche manifestazioni laiche, ci ospitò a Sant’ Angelo. Io svolgevo la parte del narratore. il mio abito era quello della Prima Comunione privato di tutti i fronzoli che lo abbellivano per renderlo più adatto all’occasione. Un grande tappeto rosso davanti all’altare principale occupava tutta la scena e la parte della Sacrestia, con l’entrata della navata laterale, fungeva da “dietro le quinte”.
Ogni venerdì, dall’inizio della quaresima, ci si poteva impegnare a pregare sotto una delle “stazioni” della passione di Cristo. Generalmente la Chiesa coinvolta era quella di San Nicolò e nel silenzio più assoluto, ci si immergeva nella triste atmosfera che veniva rappresentata.
Dal lunedì successivo alla Domenica delle Palme, iniziava la benedizione delle case all’interno del castello. Le pulizie straordinarie erano già completate da giorni e all’interno delle case tutto era perfettamente in ordine. Il passaparola cominciava di buon ora perché era certo che il rito sarebbe cominciato dopo la messa delle 8:00. Volti sporti alla finestra spiavano ogni mossa del vicinato per capire quando sarebbe venuto il proprio turno. Un’offerta in denaro era sempre pronta vicino alla porta e quando don Antonio arrivava si intratteneva in ogni stanza con una preghiera gettando acqua benedetta.
MERCOLEDI’
Era l’unica sera dell’anno, che io e mia madre uscivamo di casa da sole. La meta era la casa di mia nonna con lo scopo di mettere il lievito per le pizze dolci. La piccola cucina era attrezzata con chili di farina, stoviglie e conchette più o meno grandi contenenti i vari ingredienti; quello più prezioso era rappresentato dalle gocce aromatiche che venivano aggiunte ai liquori di mandarino, arancia, banana e anisetta. La bottiglietta di vetro trasparente era custodita gelosamente e proveniva da una nota drogheria di Terni e non era facile reperirle al pari degli altri liquori. Il lievito, in scaglie, veniva messo a sciogliere nel latte. Una prima lievitazione era già pronta. La dose richiedeva 40 uova che venivano aggiunte al panetto insieme agli altri ingredienti in una grossa conca verde di coccio. Mia madre indossava un fazzolettone colorato in testa e con le maniche tirate al gomito, sbatteva con forza l’impasto schiaffeggiandolo e sollevandolo più volte. Al termine dell’operazione veniva lasciato lievitare, tutta la notte, con una coperta, sopra, per isolarlo dal freddo della casa.
A lievitazione avvenuta mamma e nonna si ripartivano l’impasto e continuavano a farlo crescere una seconda volta nei propri recipienti. La cottura poi sarebbe avvenuta nei due forni del paese: quello più tradizionale di Orsoletta e quello più moderno di Gigi. La preparazione delle pizze avveniva in giorni diversi e si protraeva di giorno e a volte anche di notte, proprio perché era impossibile prevedere il momento in cui l’impasto sarebbe arrivato ai famosi 2/3 del soletto. Allora le voci si rincorrevano per le vie e gli echi arrivavano da una parte all’altra della strada per avvertire dell’avvenuta lievitazione o cottura e stabilire il proprio turno. Si vedevano passare le più anziane con una lunga tavola sopra la testa piena di tegami da infornare e il profumo si spandeva ovunque. Alcune donne, nell’attesa, sbattevano la chiara d’uovo da mettere sopra e i bambini pregustavano invece i confettini di zucchero e cioccolato che avrebbero completato la dolce decorazione. Quasi sempre a noi bambini era riservata una piccola pizza ricavata con l’impasto avanzato.
GIOVEDI’ SANTO
Le suore, da sempre ancelle della cristianità e della vita religiosa, preparavano i Sepolcri nelle due Chiese principali. Coprivano immagini e crocefissi con drappi neri e viola in segno di lutto e spogliavano gli altari dei candelabri e altri oggetti ornamentali. Restavano solo i semi di grano germogliati al buio simboleggianti la Resurrezione.
In serata, nella Chiesa di San Filippo si svolgeva il rito della Lavanda dei Piedi con la partecipazione delle Confraternite e dei Comitati. Era una cerimonia tutta al maschile e, non di rado, alcuni si avvicinavano al Signore solo in queste occasioni. Tutte le persone convergevano all’interno del paese, riempiendo le strade. Erano momenti di rinnovata cordialità e socialità. Terminata la cerimonia, drappelli di persone restavano a conversare e si scambiavano un arrivederci alle serate successive.
Tra gli addobbi tipici dei sepolcri, i fiori bianchi, il vino fatto bollire con l’incenso e i semi di grano germogliati al buio che simboleggiano il passaggio dalle tenebre della morte di Gesù alla sua Resurrezione. Nell’ altare vengono collocati il tavolo, simbolo del sacrificio, il pane, i 12 piatti degli Apostoli e il tabernacolo dove è collocata l’Eucarestia.
Tutto il resto in Chiesa viene oscurato in segno di dolore perché è iniziata la Passione di Gesù: le campane tacciono, l’altare più grande è disadorno, il tabernacolo vuoto e aperto, i Crocifissi coperti.
VENERDI’
Le campane legate, restavano silenziose di fronte a frotte di ragazzi che, con le strigole, scandivano le ore della Passione e invitavano i fedeli ai riti religiosi fino alla Mezzanotte del Sabato Santo. I ragazzi più grandi costruivano in casa queste tavole rozze dove battevano maniglie di metallo. La partecipazione era libera, partivano tutti insieme da Sant’Angelo e percorrevano le vie del paese. I più piccoli, secondo un tacito cameratismo, venivano esclusi ma questo non impediva loro di accodarsi e di mischiarsi alla confusione di quegli striduli strumenti; pregustavano il momento in cui sarebbe toccato anche a loro.
L’evento centrale dei riti sacri avveniva proprio in questo giorno. La processione che negli anni, ha cambiato più volte itinerario, originariamente si snodava tra le vie principali toccando le due chiese. La partenza era da Sant’Angelo, dove, nella Sacrestia, venivano custoditi i sai appartenenti alle varie confraternite e le tuniche degli incappucciati aguzzini. Queste ultime erano marroni, e nere; i figuranti trascinavano pesanti catene per incutere maggiore terrore. Chi ci fosse, sotto a quelle tetre tuniche, era un segreto, e noi bambini facevamo a gara per smascherarli, cercando di riconoscerne l’altezza, le scarpe, addirittura l’orologio o una maglia sfuggente a maniche troppo larghe. Chierici, preti e frati seguivano la statua del Cristo morto intonando preghiere e canti, le donne e i bambini seguivano subito dopo e, chiudevano il corteo, gli uomini, giovani e anziani che, pur non partecipando alle orazioni, restavano in rispettoso silenzio. Sulla strada di casa, tra conoscenti, era un susseguirsi di felicitazioni benauguranti per l’imminente festività e per progetti futuri. L’indomani, sarebbe stato un giorno intenso per le attività di preparazione alla domenica, qualcuno avrebbe accolto parenti lontani o fatto visita egli stesso a famiglie care. Altri non avrebbero dimenticato di portare fiori al cimitero e di pregare il Beato Antonio nell’intimità del Convento.
SABATO SANTO
Il simbolo di questa giornata era l’uovo sodo che sarebbe stato mangiato durante la colazione del giorno seguente. A scuola e a casa venivano decorati gusci vuoti o finti con disegni e pitture varie. Venivano poi, adagiati su cestini addobbati ricercatamente con tovagliette ricamate, ramoscelli d’ulivo e fiori finti, tra le uova vere e proprie. La Benedizione avveniva nel pomeriggio, a San Nicolò. Ci si disponeva davanti all’altare centrale e Don Antonio, assistito dal chierichetto di turno passava con l’aspersore recitando una preghiera.
A mezzanotte si celebrava la S.Messa e si scioglievano le campane. Noi, a differenza di quella natalizia, non partecipavamo e ci riservavamo quella della domenica. Mia madre andava a San Nicolò alle 9:00, quella in genere era riservata alle mamme e alle nonne che dovevano preparare colazione e pranzo e alle famiglie che si recavano fuori o dovevano ricevere parenti. Quella delle 11:30, così come avveniva nelle domeniche “normali” era per “i signori”, si diceva, inglobando in tale classe, quelli che non avevano troppe faccende da sbrigare e mostravano abiti nuovi. La Messa era cantata e, pur essendo uguale nel rito, sembrava essere più solenne. Anche gli uomini, che, spesso, restavano in fondo se non addirittura fuori, non mancavano questo appuntamento e anche i posti in piedi arrivavano fino alle porte. Il nostro pranzo pasquale si consumava a casa dei miei nonni con i zii e cugini. Si restava anche a cena così nel pomeriggio, spesso, andavamo a fare un giro tutti insieme.
Pasqua e pasquetta rappresentavano il momento del risveglio della natura e della ripresa delle attività all’aperto. La passeggiata diventava nuovamente un luogo di ritrovo per grandi e piccoli. Ricordo passeggiare gli uomini della piazza intenti a parlare di affari e di politica, Alberto il sindaco e don Antonio scambiarsi opinioni e iniziative, le mamme nei loro vestiti nuovi e i figli giocare su scivoli e altalene.
Era il tempo degli incontri e lo è stato anche per me.
Nel 1903, Febbi Isidoro con una grafia precisa, ordinata e quanto più rispondente alla lingua parlata, nelle tinte forti del dialetto e delle inesattezze grammaticali, elenca le opere svolte per Giuseppe Giusti , delle quali, debitamente, tiene il conto.
Conto Disitoro
una vettura di un somaro aStroncone apigliare lacarce
più atacato somaro con Settimio di Petronilla
più a portare astregne imenacci some tre da Peppe dEcidio con la traglia
più portata unasomadi uva daterni
… iquanto ai tre (…) isoadato apigliare labote da Giusti Chiara con li boi.
più uquintale di fiore daterni
uquitale di fiore da la strata romana
più dato isomaro per adare anarne per adare acavallo
più fiore uno quitale dala stradaromana
più unartra vettura a macinare il crano
più una mettitura dioliva a terni
più due balle di pasta dastroncone
più portato ubarile di vino alla Stazione di terni
più dato il somaro per acavallo acovigno
più a portare e valici alastazione di Stroncone
più due provenne di semola
più 3 viaggi di legna da Sajanni
La lista continua con voci che si ripetono per un totale di £ 32,65 e poi segue un conto vecchio dove si citano varie “vetture con il vino” in un periodo precedente.
Come si può notare tutte le attività ruotano intorno agli spostamenti di merci necessarie alla quotidianità del Giusti: vino, fiore per la semina, grano da macinare, calce; oggetti: botti, barili, balle, valigie…spostamenti che avvenivano per lo più con il somaro, la ” vettura di cui parla il Giusti. Somaro… così come viene indicato nel gergo popolare, invece che asino, munito di basto o legato a un carretto.
Un animale importante per l’economia delle famiglie: 1901- Marcucci Francesco, chiede aiuto alla Congregazione di Carità, “per questo rigido inverno”, in quanto deve accudire la moglie malata e versa in cattive condizioni economiche perché non può lavorare a causa del somaro, “vecchio e carico di malanni”.
Cavalcature, vetture, usate anche come sinonimi
Angelici Cesare di Coppe contro Rosa Paoloni per il pagamento di 20 £ per vettura o meglio per prestito di un somaro per andare a macinare da Malvetani.
La “vettura” poteva essere trainata anche con i buoi:
1906 De Santis Ilario chiede il pagamento a Caraciotti Lorenzo il pagamento di vetture fatte con i buoi per caricare il letame da santa Maria fino al terreno voc.Termine;
Leonardi Pietro contro Leonardi Francesca per £ 400: vettura con carro e buoi per trasportare uva a Terni, vettura con la soma per trasportare legna, uva al voc. Piciolo di Stroncone e oliva al molino Malvetani.
ASINI E MULI PROTAGONISTI NELL’ECONOMIA DEL PAESE
DAI VERBALI DELLE SENTENZE DEL GIUDICE CONCILIATORE
Il somaro protagonista nella controversia tra Giusti Giuseppe e Moriconi Gustavo. Il Giusti asserisce che l’animale sia di proprietà del Giusti e non della sua compagna Giovanna Angelici, pertanto è bene pignorabile nella causa che li vede avversi.
” A tutti è notorio che Angelici Giovanna è la donna che convive con Giuseppe Giusti quindi la apparenta a interessi comuni. Il somaro si è sempre trovato nella stalla del Giusti che lo nutre e lo utilizza per ogni necessità e sempre si è trovato nella stalla del Giusti quindi la Angelici dovrebbe comprovare la sua proprietà piena del somaro che a detta del Moriconi è impossibile perché il somaro è stato acquistato da colui col quale essa convive”.
CITAZIONI PER LA CONDUZIONE IN CAMPI PRIVATI E RELATIVI DANNI.
“Paluzzi Bartolomeo contro Mazzocchi Antonio per danno arrecato con una cavalla nel terreno a voc. Piano seminato di crocetta, nella notte tra il 20 e il 21 settembre 1901″;
Santori Giacomo contro Menicocci Antonio per danno arrecato col somaro in un terreno vitato e seminato di biada”;
“Paolucci Severino contro Mansueti Valentino per danno arrecato con 2 cavalle nel terreno voc. Pizzicone vitato e olivato”;
Bussetti Antonio contro Nevi Carlo per 10 lire, danno arrecato con 2 somari rosicando gli ulivi nel terreno voc. pratola o piantoncelli; a voc. Piantoncelli anche Contessa Rolando, cita Salvati Ferdinando perché passando continuamente con i muli attraverso l’uliveto, ha formato uno stradello e ha distrutto parte del muro di cinta;
Rossi Ettore, contro Leonardi Ponziano per danno arrecato con un somaro nel terreno voc. Casette vitato e olivato
Mansueti Giovanni contro Corpetti Ulisse e Leopardi Orvida per la copertura di un somaro per £ 30.
DAI VERBALI DI CONTRAVVENZIONE DELLE GUARDIE MUNICIPALI E GUARDABOSCHI
La SOMA diventa una unità di misura anche per quantificare i danni a piante giovani o protette.
Il pascolo abusivo o dannoso in zone non adibite, erano spesso motivi di contravvenzioni, non solo per greggi di capre o pecore ma, spesso, anche cavalli e somari: Montigrandi bosco ancora giovane; Cimitelle, Canepine, Fontazzano; Macchia Ialli bandita;
Macchialunga: una soma di legna verde, Voc. Forchetta una soma di frasche uso bestiame; soma di legno di cerro; voc. Penne soma di leccio e quercia verde ; Bosco di Monterotondo una soma di legna in frasca di Cerasamarina; Cesanto; Capoliana: una soma di leccio e quercia; Macchia Scapule soma di leccio; Cesarofolle.
Leonori Carlo contro Giusti David per il transito abusivo con un somaro nel terreno voc. Licce seminato di erba medica sulla quale la bestia pascolò.
Grimani Angelo contro Massoli Lorenzo a S. Eugenia per danni a un pagliaio di fieno con 2 somari.
Serlorenzi contro Cecchini Francesco per danni arrecati con il somaro al Torello SanteJanni olivato.
RITRATTO DI INIZIO ‘900
Nel processo di modernizzazione della penisola, all’indomani dell’Unità d’Italia, rientravano le opere di urbanizzazione e di ampliamento della rete stradale. In questo scenario, già dal 1885, venne ipotizzato un Progetto per una Tramvia economica a rete elettrica, che sembrò prendere corpo nel 1918.
“La tramvia allaccerebbe la Valle del Tevere con quella del Nera, partendo da Poggio Mirteto, per giungere a Terni, migliorando anche le comunicazioni con Roma e Rieti.
Esso prevedeva una variante per Stroncone. Il tutto venne illustrato in una relazione tecnica dall’ing. Vallini Enrico nel 1920. Il tracciato comprendeva: Stazione Poggio Mirteto-Roccantica-Cottanello-Stroncone-Terni.
La Relazione che accompagnò tale progetto, dipingeva molto chiaramente, l’economia di questo borgo rurale negli anni ’20. Un’economia basata essenzialmente sullo scambio di prodotti e materie prime, sia attraverso il mercato cittadino che la stazione ferroviaria. A ciò si andavano aggiungendo gli operai impiegati in quelle che erano le due fabbriche più importanti del centro Italia: la fabbrica d’armi e l’acciaieria. La necessità di collegamento, rivelava che, quelli usati, erano per lo più, mezzi di fortuna, spesso cavalcature, velocipedi o addirittura a piedi. Strade sconnesse ed eventi climatici stagionali, rendevano, ancor più, disagevoli gli spostamenti.
Ulteriore conferma dell’impraticabilità di alcune strade, soprattutto di quelle che collegavano le frazioni e le campagne, la si può trovare in un’altra Relazione, quella presentata al Ministero per ottenere l’Autonomia dopo l’accorpamento con Terni nel 1929. ” …le numerose case o raggruppamenti di case esistenti nella estesa campagna raggiungono distanze fino a 25 km con percorsi di natura mulattiera e nel periodo invernale impraticabili”. Con lo spostamento di uffici e attività, molti interessi si spostarono in città aumentando così la frequentazione di molti stronconesi.
UN TERRITORIO COMPLICATO DA GESTIRE
Il borgo di Stroncone è saldamente ancorato alla collina, ma il suo territorio è vasto e si estende alla valle e ai monti. Numerose sono le frazioni anche molto distanti sia dal capoluogo che tra di loro. Zone che, nel periodo storico preso in considerazione, necessariamente, dovevano “comunicare” con la stazione ferroviaria, la montagna dei Prati con i suoi boschi, i pascoli e le coltivazioni di grano. La vicina Terni era altra tappa non trascurabile, con il mercato cittadino, le grandi fabbriche e la stazione dove transitavano passeggeri e merci. Nella quotidianità, gli abitanti di Stroncone trovavano, nell’asino e nel mulo, due grandi compagni di fatica.
Sono animali da lavoro che hanno accompagnato la storia di molte vicende umane.
Furono asini e muli che permisero il taglio del legname, nei boschi, necessario alle costruzioni delle rotaie nello sviluppo della rete ferroviaria, dopo l’unificazione. Un obbligo cui Stroncone, non si sottrasse: nel 1907, alcune citazioni, presso il Giudice Conciliatore, trattavano di ” traverse provenienti da Rocca Carlea” che avrebbero dovuto essere portate alla strada comunale di Crocemicciola. Tra gli attori figuravano persone provenienti da Roma o non dimoranti a Stroncone.
Resistenti alla fatica, adatti a percorsi ripidi e accidentali sono stati protagonisti anche in attività non troppo onorabili, come la guerra. Ricordiamoli fondamentali nell’approvvigionamento di acqua, armi, munizioni e ogni altro genere di necessità per le truppe, nelle trincee alpine.
Hanno scarse esigenze alimentari per cui si accontentano anche di foraggi grossolani. Ben si adattavano, dunque sia alla conformazione del paesaggio che alle esigenze della popolazione di cui parliamo.
UN TERRITORIO RURALE
LA RIPARAZIONE DELLE STRADE
Alcune strade erano vere mulattiere bisognose di una manutenzione continua, soprattutto, durante la stagione delle piogge che le rendevano impraticabili. Breccia, pietre e un lavoro ininterrotto di manovali con pale e picconi, per ripristinare una discreta viabilità impedendo, prima di tutto, l’isolamento delle frazioni. Altro quadrupede, spesso impegnato in questo duro lavoro, era il bue: Massoli Antonio viene pagato con 50,00£ per aver riparato la strada del Colle in due giornate di lavoro con buoi.
Nei verbali di Giunta del Consiglio Comunale, le voci di spesa, maggiormente ricorrenti, erano quelle per la riparazione delle strade e la cura delle fonti di acqua.
1897: In seguito a forti e continue piogge la strada vicinale di Cannucciano volgarmente detta Fiorina, portava in quella comunale che conduce a Terni, sassi ed acqua in grande quantità da impedire il libero passaggio dei veicoli e dei pedoni e la causa derivava dalla chiusura dello “sciacquale” nel terreno del sig. Rosa Salvatore. Il sindaco Malvetani impose di riaprire la bocchetta di scolo già esistita per far sopportare al Rosa, come sopportano gli altri frontisti di tale via un rigagnolo di acqua nel di lui fondo
1929: il torrente di Cisterna durante le piogge torrenziali di novembre ha completamente asportato la parte di strada che immette nel torrente stesso formando una ripa abbastanza alta e togliendo il passaggio alla popolazione di Molenano e Colorello. Occorre subito sistemare la strada e riattivare il passaggio dovendo quelle popolazioni agricole provvedere in gran parte alla semina.
1931: la popolazione di Vasciano reclama per la chiusura dello spaccio di privative in quanto detta frazione è lontana da altri centri abitati di 8 km e messa in comunicazione da strade impraticabili specie nella stagione invernale e la popolazione è di circa 350 abitanti.
Tobia Grimani, carrettiere, viene compensato con £105, per 6 giornate di lavoro con carro e cavallo per trasporto breccia, occorrente alla manutenzione della strada
Cecchini Egidio e altri, compenso per la riparazione strada del Colle…
e ancora:
Bassetti Edo viene pagato per la riparazione del bordo stradale.
Vittori Domenico chiede compenso per lavori stradali
Lavori strada di Finocchieto;
riparazione strada Buco del Grugnale
Sante Sopranzi ed altri, vengono pagati per opere diverse in servizio alla manutenzione della strada da Corvaiano ad Aguzzo
Imbrecciatura della strada dal Ponte di Lugnola a Fontanelle strada di Vasciano ; a Peruzzi Adamo viene dato compenso per opere occorse manutenzione strada Vasciano.
2. LA RIPARAZIONE DELLE FONTI D’ACQUA
Stroncone è un paese povero di acqua, così, anche la manutenzione delle fonti d’acqua, laghetti di abbeveraggio e fontane, prendeva una bella fetta di bilancio, soprattutto, nella prossimità dei mesi estivi quando l’abbeveraggio di bovini e ovini, tenuti al pascolo , rischiava di essere compromesso da una mancata e tempestiva pulizia.
La buona conservazione di tale risorsa idrica, non poteva prescindere dall’utilizzo di muli e asini indispensabili, per raggiungere i monti.
Serlorenzi Carmine, Rossi Felice e Arca Vitaliano ricevono 234 £ per la ripulitura dei laghi di montagna. ; Grimani Erminio riceve un compenso per la riparazione della fontana Schioppo morto ; pulitura annuale dell’acqua del fosso Fieiu; riparazione fontana Pozziche; pulitura lago di Ruschio; lago di valle Uo e lago dei Prati.
3.Risorse montane
I lavori boschivi richiedevano mulattieri, carrettieri, boscaioli e carbonai. Per il taglio dei boschi comunali, varie erano le attività che precedevano e seguivano l’operazione vera e propria: il sopralluogo, la marcatura e poi il trasporto di cose e persone fino al reperimento del legname.
1919 l’assessore Coletti riceve dal Comune £ 12,00 a compenso, tra le altre, della trasferta al bosco Montigrandi per verificare le contravvenzioni al capitolato nel taglio venduto; a S. Spartaco, vengono pagate £ 20,00 per 10 notti di alloggio fornite al brigadiere forestale, venuto, col sottoispettore di Terni, a visitare i tagli dei boschi comunali; a G. Generoso £ 18,20 per importo di vino consumato dagli operai che hanno assistito ai lavori di rilievo compiuti dall’Ispettore forestale nei tagliati boschi comunali.
1923 ad Edoardo, viene pagata la fornitura di vernice ed olio occorsi per la marcatura della Macchia Riservata; a Generoso, £ 125 per vino occorso per la marcatura della Macchia riservata; a Domenico £ 20,00 per tre giornate di lavoro;
La montagna, oltre a fornire legna, carbone e altri frutti stagionali del bosco, consentiva la raccolta del letame da pascolo così prezioso per la concimatura degli olivi e la paglia, necessaria ai cavalli.
Agosto 1919, gli eredi Contessa pagarono 10£ per ” il trasporto del letame di montagna ai piantoni col somaro; £50 per il carro che trasporta la paglia dalla montagna al piano”; £ 25 per 2 vetture per portare la paglia dalla montagna”
IL CAVALLO…VETTURA PER BENESTANTI
Il Censimento del 1908, rileva che a fronte di quasi 450 tra asini e muli, erano presenti soltanto 129 cavalli .
Il cavallo era utilizzato per lunghe percorrenze e anche per il tiro alle carrozze. Più usato dalle famiglie benestanti e per le cavalcature delle pratiche comunali, come ad esempio la posta.
Taide Malvetani raccontava nel suo diario dei ricordi:quando la nonna diceva vado a Terni, allora si andava ad avvisare il postino che lasciava sempre il posto migliore per Annetta”.
Nei registri di spesa della famiglia Contessa, possidenti del luogo, le spese di biada, paglia e fieno per i cavalli di loro proprietà, erano frequenti, quasi mensili. Nel 1918 tra i documenti venne registrato addirittura il pagamento di un’Assicurazione Cavallo-Carretto-Garzone per £ 94,77.
Taide Malvetani, giovane sposa, nel 1901, nel suo diario ricordava i “viaggi” a Terni con la carrozza guidata dal garzone o da suo padre Terenzio, che, bonariamente accompagnava moglie e figlie, per le spese che necessitavano alla famiglia. Quando il padre partiva o tornava con il carrettino, lei e sua sorella ” volavano” e staccavano, o attaccavano, il cavallo, se non era presente il garzone. E un pensiero lo riserva a Angelino, uno degli operai di casa Malvetani. ” Era zoppo. Aveva in bocca un dente solo, lungo un palmo, bisognava vederlo come maneggiava quei cavalli grossi e alti, con che facilità li strigliava, li custodiva, li cavalcava…”
LE STALLE ALL’INTERNO DEL PAESE
Muli e somari compagni dell’uomo vivevano accanto a lui e le stalle spesso erano contigue alle case.
DALLE CITAZIONI DEL GIUDICE CONCILIATORE E DAI VERBALI DI CONTRAVVENZIONE
1907 Gasbarri Salvatore contro Giammari Angelomaria per la consegna della chiave della porta della stalla da cui si entra in un’altra stalla da esso affittata all’istante, posta entro Stroncone in contrada reatina”.
La presenza di tali locali richiedeva frequentemente richiami anche da parte degli uffici sanitari, la pulizia e la disinfezione di strade e vicoli. Inoltre, tali animali percorrevano continuamente le vie del paese carichi di merci per le più svariate necessità.
1920: ” Non è mai abbastanza raccomandato, per ottenere una relativa nettezza, l’allontanamento degli animali immondi dai centri abitati e la rimozione del letame dalle stalle e dai vicoli dove maggiormente si raccoglie ammorbando l’aria che da tutti si respira”.
Sensi Antonio si abusa di tenere una gran quantità di letame nella stalla cagionando disturbo ai vicini; Nella borgata di Coppe per ordine dell’Ufficiale sanitario contro Angelici Cesare perché “nella stalla di sua proprietà si trova letame che fa danno alla salute dei suoi vicini”.
A Stroncone, Vittori Vitaliano tiene una quantità di letame nella stalla, così come Andrielli Edoardo, che viene multato per mucchi di letame nella stalla
Valenti Ubaldo si è abusato legare due somari nelle piante di Piazza della Libertà: 10 £;
Massoli Augusto ha legato un somaro in pubblica via.
I carri percorrevano le vie del paese e spesso causavano danni a muri e a “chiaviche”: “Martoni Concetto passando con un carretto carico di legna per la via di sotto ha rotto una chiavica, viene multato per 10 £;
Petracchini Arsenio si è abusato di entrare dentro il paese con 2 carri di di tavole di circa 20 quintali e messi in magazzino di via Vici.
Carri e bighe erano, anche, al centro di vicende pericolose come:
la cavalla abbandonata con la biga da Giorgi Antonio che si da alla fuga in pubblica passeggiata o Enio Angeletti che conduceva una cavalla attaccata a una cestina a corsa sfrenata nel tratto: Piazzale della Libertà- piazza San Giovanni e via Delfini con pericolo dell’incolumità pubblica; Castelli Terzo, ha abbandonato il suo mulo che ha attraversato di corsa la pubblica piazza in un giorno di festa.
LE CAVALCATURE A SPESE DEL COMUNE E LA TASSA BESTIAME
La tassa bestiame era uno tra i cespiti più importanti per la municipalità di Stroncone. Nel 1929, a causa della crisi economica, si rese necessario aumentarne gli utili per pareggiare il bilancio.
Da Prefettura dell’Umbria: La Giunta Provinciale Amministrativa, considerando che quasi tutti i comuni umbri hanno bisogno di un aumento di proventi per ottenere il pareggio dei propri bilanci, modifica la tassa sul bestiame in minimo e massimo. Dalle 3-5 £ del 1914 differenziati per bovini ed equini, così, si passò alle 8-10 £ del 1919, con l’eccezione degli asini che aumentarono di poco.
NEL 1921 venne anche aggiornata la TARIFFA PASCOLO: per i bovini furono stabilite da 3,50 a 7 lire a capo; per cavalli e muli da 6,80 a 10 lire a capo e per gli asini da 2 a 4 lire.
Da verbale del Consiglio Comunale: dal 1895 la farmacia è chiusa quindi il Comune che non è dotato di un armadio farmaceutico deve pagare un pedone che raggiunge Terni per approvvigionare la popolazione dei medicinali necessari.
Nel 1923, tra le voci di spesa del Comune ci sono le “cavalcature” per il veterinario e per le altre figure sanitarie le cui condotte sono diventate residenziali e quindi a carico del Comune stesso.
Contessa Ubaldo, viene risarcito per aver fornito due vetture al veterinario;
Castelli Pericle per il “trasporto di inchiostro alle scuole”
Muli ed asini si muovevano agilmente con some di legna e carbone, nei mesi invernali, tra le varie borgate e assolvevano la funzione di trasportare anche a mezzo di carretti il materiale necessario per il funzionamento di scuole ed uffici comunali.
Castelli Castello, carrettiere, riceve 10,00 £ per il trasporto di carbone per il riscaldamento negli uffici comunali;
Giubila Pietro riceve 2,50 £ per una soma di fascine per riscaldamento, consegnata alla scuola di Vasciano; la legna viene fornita anche alle scuole di Coppe e Vasciano
Il Concerto Civico, nell’adempimento dei servizi obbligati presso le frazioni, richiedeva ai festaroli di obbligarsi a fornire almeno 3 cavalcature per il trasporto.
DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI STRONCONE
FOTO ARCHIVIO DANIELLI RITO
Il Reggimento di Cavalleria Nizza (Terni) rimette avviso di vendita per cavalli da riforma
FOTO DAL WEB di BARBARA PICCI ARTIST & ART BLOGGER
Natale, da sempre, una festa in cui non c’è posto per la tristezza, in cui ogni famiglia cerca di dimenticare ogni preoccupazione.
Gli anni ’20, furono anni difficili ma in occasione delle festività, associazioni laiche e religiose cercavano di alleviare, almeno per un giorno, le privazioni dei più sfortunati. Un po’ ovunque, alti alberi tagliati da esperti boscaioli, troneggiavano in sale comuni, addobbati con caramelle, dolci e oggetti utili. Era ancora recente il ricordo dell’Italia Vittoriosa e, così, sulle note di Inni patriottici venivano distribuiti pacchetti dono e i bambini recitavano versi famosi. I loro visi si illuminavano di felicità. Gli addetti, spesso donne, distribuivano bandierine tricolori e giocattoli. Per un momento, le mamme che accompagnavano i figli, strette nei loro fazzolettoni sbiaditi e con gli scialli rammendati, scordavano i loro vestitini logori, le scarpette bucate e quelle lampade ad olio, le cui fioche luci, inesorabilmente, rischiaravano una vita di stenti.
Alla vigilia, lo scampanio festoso di mezzanotte annunciava la nascita del Bambino Gesù.
Le famiglie benestanti facevano le elemosine in beni di natura come legna, farina e olio, così la famiglia Malvetani, per il Convento delle Suore o per le famiglie bisognose, vergognose di chiedere un aiuto. I possidenti ricevevano dal colono quanto gli spettava per le festività, per la famiglia Contessa, ad esempio, erano previsti 3 capponi.
Soffitte e cantine abbondavano di ogni sorta di cibo: dall’uva passa ai prosciutti, formaggi pecorino e caprino, grandi vasi di salsicce sott’olio e, in apposite ceste, conservate tra foglie di lauro, frutta secca: mele pere, cachi, prugne; capaci botti colme di vino e giare d’olio. Gli abiti venivano confezionati dai sarti: vestiti in velluto con fodera, cappelli di feltro; calzature nuove o risuolate all’occasione; fantesche e garzoni correvano da mattina a sera per soddisfare ogni esigenza della casa. Addobbavano le loro case con grandi alberi e presepi con statuine di cartapesta. I loro bambini vestiti in cappottini di pelliccia e di calda lana, ricevevano carrettini, revolver, schioppi, cavalli, bambole, tram, soldatini di piombo, biliardini…La famiglia si riuniva presso il focolare. Un grande albero ricco di fiori, di lumi, di doni attendeva in sala da pranzo. Fra i rami verdi del pino spuntavano bamboline, tamburi e trombette, caramelle e dolci vari… Ma non era così per tutti.
Chi non rinunciava a un po’ di atmosfera natalizia, pur nella sua misera casa, decorava rami di albero con bucce di frutta essiccata e qualche biscotto. Il ciocco nel camino era, forse la tradizione che accomunava famiglie povere e ricche. Una tradizione che si perdeva nella notte dei tempi, augurio per la nuova stagione, luce per i defunti della casa o per scaldare il Bambinello. Qualunque significato gli si volesse attribuire restava sempre uno degli elementi cardine delle festività. A volte la veglia si teneva nelle stalle con parenti e vicini e si aspettava la mezzanotte alternando racconti a momenti di preghiera.
In ogni cuore albergava la speranza di un domani migliore che avrebbe sopito le disgrazie e i dolori dei luttuosi anni, appena, trascorsi.
Nel componimento di Mario, IV ginnasio ( Torre Annunziata) sono ben descritti alcuni aspetti della società del tempo, nell’attesa di festeggiare il nuovo anno:
” Benvenuto, anno novello! tu arrivi desiderato, festeggiato da tutti con grandissima gioia; bicchieri spumeggianti di vini si levano e si toccano tra gli auguri, gli appalusi, le promesse, i doni!
Tu arrivi salutato da suoni di campane, da squilli di trombe, da urli di sirene, da rauche voci di piroscafi. Tutti ti festeggiano, tutti ti onorano; ma dì, meriti davvero così liete accoglienze? Anno nuovo, che cosa ci porti? sei foriero di pace e di gioia o di discordie e di dolori? Hai pensato, avvicinandoti, a chi piange, a chi soffre, a chi muore? Hai pensato all’infinita schiera di poveri fanciulli che in questi giorni lieti sono scalzi e affamati; alle vedove che piangono nel vedere i figliuoli chiedere invano il pane; ai poveri infermi che tra le pareti nude dell’ospedale sono tristi e febbricitanti? Hai portato, porterai a tutta questa gente pane, salute e conforto? Sarai per essa l’astro benefico che ravviva e riscalda?
Se vuoi essere benedetto, anno novello, fa svanire le tristi passioni: l’ira, l’odio, il desiderio della vendetta; dà all’anima umana la pace serena, la tranquillità apportatrice di benessere materiale e morale. Esaudisci, anno novello, i miei desideri, e fa che al tuo tramontare possiamo tutti salutarti con sincero rimpianto”.
GUERRA E PANDEMIA
Le difficoltà economiche e le sofferenze, in cui versava il paese, in quegli anni, derivavano, non solo, dagli effetti della guerra che aveva spazzato via un’intera generazione di giovani ma, anche, dall’influenza, chiamata di spagnola, che fece ammalare quasi un abitante su 3 dell’intero pianeta. A fine pandemia, nel 1920 si registrarono almeno 50 milioni di morti. In Italia, si ammalò un abitante su 7 e tra i 650 mila morti, furono compresi i 50 mila soldati, vittime di questa malattia che serpeggiò anche tra le trincee. Le raccomandazioni igieniche arrivarono a poche persone, sia perché erano pochi ad essere alfabetizzati, sia perché le condizioni di vita della maggior parte della popolazione erano affidate a precarie condizioni igieniche: case senza gabinetti e fognature, mancanza di luce elettrica e di acqua corrente.
Stroncone- L’11 dicembre 1920 Ufficiale Sanitario dottor Faggioli così scriveva:
“Ad ovviare lo sviluppo di malattie infettive in gennaio e specialmente della cosiddetta spagnola si impone al personale addetto alla nettezza pubblica non solo del Capoluogo ma anche delle frazioni nelle quali si nota un luridume impressionante di spiegare la maggiore possibile attività nello scrupoloso adempimento del proprio dovere. Non è mai abbastanza raccomandato per ottenere una relativa nettezza, l’allontanamento degli animali immondi dai centri abitati e la rimozione del letame dalle stalle e dai vicoli dove maggiormente raccoglie ammorbando l’aria che da tutti si respira”.
Nel 1920 la vita media era di 47 anni. Infezioni respiratorie, febbri e contagi di varia natura, erano sovente causa di morti e di inabilità al lavoro. A volte le condizioni climatiche contribuivano al diffondersi di morbi anche su vasta scala.
Nel 1922, a causa dell’estate particolarmente calda, si raccomandavano indicazioni sanitarie come: “profilassi infettiva verso gli animali in piena efficienza; disinfezione periodica a brevi intervalli acqua potabile zona protezione serbatoi percorso conduttura, incaricando persone responsabili di ispezionare mulini, pastifici e depositi cereali di provenienza estera; necessario aver pronto locale isolamento personale, adatto materiale disinfezione; denuncia qualsiasi caso anche sospetto malattia infetta intestinale, febbre acuta, ghiandole ascellari e inguinali, senza creare allarmismi. La denuncia deve avvenire per telegramma”.
LA POVERTA’
Inutile dire che Guerra e Pandemia, aumentarono le difficoltà delle persone che già vivevano in situazioni economiche precarie. Per il mondo contadino già arretrato, la mancanza di braccia o stagioni sfavorevoli, nonché l’approvvigionamento statale di olio e di grano, crearono delle situazioni al limite della fame anche per chi era riuscito sempre a cavarsela con il sudore del proprio lavoro. Stroncone paese rurale, molti erano i braccianti a giornata e per di più stagionali, incapaci di avere una rendita annuale indipendente dal clima o dalle produzioni stagionali. La stessa cosa avveniva in buona parte del territorio italiano; soprattutto al sud, il lavoro nei campi consentiva un livello di vita assai modesto.
La Regia Prefettura di Perugia il 17 marzo 1921, ribadiva i criteri per stilare l’elenco dei poveri e ammetteva le difficoltà incontrate “ora più che in passato in questa Regione, per la generale crisi economica che col valore mutevole delle cose e della moneta, rende mutevole per conseguenze, anche economie private e sia in particolare per l’avvenuta trasformazione in residenziali delle condotte mediche a cura piena provinciale e non più comunale onde l’elenco che finora si fermava ai soli confini della somministrazione dei medicinali si deve estendere anche all’assistenza medica.”
“saranno iscritti nell’elenco dei poveri coloro che si trovano in stato di miserabilità o che pur essendo in grado di sopperire col complessivo reddito della famiglia agli ordinari bisogni della vita in condizioni di parità di tutti i componenti, non possano in caso di malattia sopportare la maggior spesa per assistenza medica per acquisto di medicinali”.
Nello stesso tempo, una seduta del Consiglio Comunale ammoniva a rispettare le regole stabilite in materia di assistenza:
“Esiste un elenco di persone che hanno diritto a cura gratuita e ai medicinali nell’applicazione della condotta residenziale, il sottoprefetto invita a rispettare i termini degli articoli di Legge che determinano le condizioni e di non eccedere nel criterio di larghezza perché ciò graverebbe sul bilancio comunale e se le spese sanitarie saranno meno gravose anche il sacrificio per i contribuenti sarebbero minori”.
Requisizione di grano, olio e grassi suini, limitazione dell’uso della carne, prezzi calmierati…una politica annonaria che avrebbe dovuto scongiurare carestie invece causò un fenomeno continuo di accaparramento e di rifiuto di vendita dei generi alimentari e delle merci ai prezzi calmierati o di non vendita in attesa del rialzo dei prezzi stessi. ” Opera criminosa di speculatori” come riportò una lettera prefettizia datata13 dicembre 1920.
Un telegramma del 23/11/1922, portò un po’ di buonumore e di ottimismo tra le genti provate, Il prefetto, notificò che: “in occasione delle Feste Natalizie, il Commissario generale di approvvigionamento, ha autorizzato la vendita di carni e dolci durante le feste natalizie”.
LA SANITA’
Il 1923 fu l’anno in cui il Consiglio Comunale di Stroncone, deliberò l’interessamento del Ministero dell’Interno per l’accesso a un mutuo presso la Cassa DD e PP per la sistemazione dell’impianto elettrico: “Provvedimento urgente di utilità pubblica”. Obiettivo è quello di “fare in modo che tutte le famiglie abitanti nelle zone dell’impianto potessero godere del beneficio della luce” e nel 1924, nella seduta di ottobre, la Giunta affermò, anche, la necessità di dotare le 4 frazioni di illuminazione con motivazione proprio di ordine sanitario:
” …frazioni…alcune delle quali si trovano lontane dal Capoluogo e si trovano in difficoltà in caso di malattie gravi per contattare i sanitari”.
Nel 1923 i prezzi dei generi alimentari continuavano a salire e vennero limitate le indennità caroviveri anche ai lavoratori dipendenti. Il Comune di Stroncone si trovò costretto a togliere dalla pianta organica alcune figure che espletavano il loro lavoro parzialmente: vespillone, portalettere, bidello, custode mattattoio, telefonista, scopino..
Il 27 Maggio, venne emanato il Decreto n.1177 che prevedeva di rivedere le tabelle e i regolamenti organici del personale dipendente, riducendo posti e stipendi, salari e assegni di qualsiasi specie in relazione alle condizioni finanziarie dell’ente, alle esigenze dei servizi e dell’importanza delle attribuzioni affidate al personale stesso. L’art. 1, come pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale, prevedeva la riduzione del personale sanitario e dei maestri elementari.
Il Farmacista Vittori in questi anni lamentava il disastro in cui versava la sua farmacia e la sua attività. Costretto a lavorare senza essere pagato per una popolazione povera: ” sembra si sia sostituita (la farmacia) alla Congregazione di Carità”, denunciava il Vittori insieme alla poca accuratezza che il Comune riservava al locale e agli strumenti necessari ad espletare tale professione. Egli dichiarava, alla fine del 1921, un credito di £ 11000, più £ 7000 da un vecchio conto, e avvertiva, nel caso in cui, il Comune, non avesse pagato il dovuto, che: “si troverà costretto ad interrompere la somministrazione di medicinali ai poveri”.
Egli, alla stregua di tutti i farmacisti dell’Ass.Naz. Farmacisti rurali, chiedeva al Comune un’indennità di residenza e servizio notturno di £ 3000 annue e ” l‘impegno a servizi di tale farmacia non solo per i medicinali per i poveri ma anche per quanto concerne all’ambulatorio. L’esercizio farmaceutico è un servizio pubblico come quello del medico, veterinario e levatrice, integra quello degli altri sanitari ed è indispensabile. Lavora 24 ore su 24 ed è legato alla sua casa”.
Documenti conservati presso archivio storico del Comune di Stroncone
FOTO DAL WEB di BARBARA PICCI ARTIST & ART BLOGGER
“Le guerre non ci sarebbero più se i loro morti potessero tornare”
cit. Stanley Baldwin
CORRADO CONTESSA
Il telegramma che avvisò della sua morte, arrivò in una fredda giornata di novembre.
Documento conservato nell’Archivio Storico del Comune di Stroncone
Trovò la morte a Monfenera, durante un assalto delle truppe tedesche che riuscirono a penetrare le linee italiane per conquistare la pianura. Il combattimento fu cruento, le truppe e le artiglierie resistettero fino allo stremo delle forze.
Foto Archivio Roberto Perquoti
URBANO SAVINO
“All’alba del 6 agosto 1916 migliaia di cannoni aprirono il fuoco devastante da Tolmino al mare, poi l’azione si concentrò sulla testa di ponte davanti a Gorizia (…) il Sabotino fu conquistato in soli 40 minuti. Negli altri settori l’azione non fu così fortunata…”
E’ in questo scenario, nella battaglia di Podgora, che, probabilmente trovò la morte Savino. La battaglia iniziata a giugno del 1915, capitolò per mano degli italiani soltanto l’anno successivo, il 6 agosto 1916. Per ironia della sorte, nello stesso giorno il combattimento, fu a lui fatale.
MARTONI PROIETTI ANTONIO
La chiamata alle armi lo portò, dai dolci pendii stroncolini, alle vette più alte dei confini, nelle truppe degli Alpini. Quota 2200 sul Monte Pasubio, in uno degli inverni più rigidi del secolo. La sopravvivenza imponeva di scavare gallerie, ricoveri e strade per consentire le comunicazioni con il fondovalle. A Maggio 1916, nell’offensiva di Primavera, gli austriaci attaccarono tale posizione e le ostilità continuarono per alcuni mesi. Il 15 maggio gli austriaci annunciarono l’attacco con 400 cannonate., costringendo gli italiani ad abbandonare le cime dei monti. La neve contribuì al successo austriaco. A settembre, mese nefasto per il nostro Antonio, gli italiani, tentarono di riconquistare il terreno perduto ma senza successo.
COSTANZI ENRICO
Reclutato nelle truppe di fanteria, poco più che ventenne, muore a Hudi Log in Slovenia. Annibale Calderale, in una sua lettera, descrive le condizioni di vita della stessa trincea ed è, quindi lecito supporre, che siano le medesime, vissute dallo stesso Enrico.
“…Tutti i giorni che siamo stati in 1 linea non abbiamo avuto un momento di pace (…) le artiglierie e tutte le altre armi sono state continuamente in azione…siamo stati sempre (…) faccia a faccia con nemico…
Nel suo narrare descrive le condizioni di patimento anche durante i momenti di riposo, al riparo, dentro le gallerie.
“Vestiti pesanti come si era, tutti armati (1 pistola, 1 pugnale facoltative 3 spigoli-munizioni) maschera antigas tascapane con bombe e tutti gli altri accessori, ammassati uno addosso all’altro, mancava l’aria era un patimento indescrivibile”.
Le condizioni igieniche precarie e deplorevoli erano comuni a tutte le trincee ed erano derivate dalla convivenza, non solo con pulci e topi, ma anche con i cadaveri dei propri compagni o con le malattie, tifo, colera, per non parlare delle situazioni legate al clima che rendevano la vita in questi luoghi, ancor più difficile come il fango o la pioggia che facevano ammalare i piedi fino a causarne, spesso, l’amputazione.
“C’erano pure tanti topi (…) che passavano e ripassavano su di noi, si diceva che non toccavano il formaggio e si cibavano di cadaveri”.
Vennero considerati dispersi, quindi morti, rispettivamente il 26 ottobre, il 9 e il 18 novembre, 1917, nel ripiegamento sul Tagliamento.
Vincenzo, di professione fabbro, probabilmente, trovò la morte durante lo sfondamento del fronte italiano da parte delle truppe austro tedesche a Caporetto; Ettore e Gervasio, durante i combattimenti sul Monte Nero.
Sul fronte dell’Alto Isonzo, le truppe austro-ungariche sferrarono un grande attacco, era l’ottobre del 1917, cogliendo impreparate le nostre truppe . Nella Conca di Plezzo, gli italiani, numericamente inferiori dovettero battere in ritirata con enormi sacrifici di vite.
VALENTI QUINTILIO
Soldato, muore il 10 novembre 1915, combattendo a Zagora, nella IV Battaglia sull’Isonzo.
Antonio Ferrara, nelle sue lettere dal fronte, così descrive quei momenti :
“L’ordine di operazione dice Attacco a Zagora puntando a q.300 e successivamente su Zagomilla e sul Trincerone del Monte Kuk” (…)…alle 12 precise ha inizio l’azione…il II battaglione del 125° è inchiodato al terreno (…) dal fuoco delle mitragliatrici (…) Gli ufficiali, sprezzanti del pericolo, si gettano per primi all’assalto trascinando i gregari e pagano con la vita il loro ardimento”
PROIETTI GIOVANNI
Venne dichiarato ferito e, presumibilmente morto, il 23 ottobre 1915, durante il combattimento al M. San Michele, III° Battaglia sull’Isonzo, che cominciò il 18 ottobre e terminò il 4 novembre. I morti italiani furono circa 20000 e i feriti 60000.
MARTONI VALENTINO
Nell’autunno del 1915 ci furono ripetuti tentativi di occupare il M. Sleme. Ad Ottobre si verificarono violenti attacchi alle postazioni italiane. Fu durante uno di questi che, probabilmente, Valentino trovò la morte. Un documento dell’epoca lo dichiara “disperso per fatto d’armi, svoltosi sul Monte Sleme il16-10-1915″.
PETRUCCI PIETRO
La Battaglia del Solstizio, come venne definito il combattimento a Fossalta di Piave, ebbe inizio il 15 giugno 1918, con l’offensiva austriaca. Pietro, venne considerato disperso il giorno successivo…peccato… non seppe mai che il suo sacrificio contribuì ad una vittoria italiana che risollevò il morale dei compagni alla vista del ritiro del nemico.
CAROBELLI ORESTE
Apparteneva al reparto fanteria, fu colpito da una scheggia di granata che ne provocò la morte il 16 maggio 1917. Si trovava in località “Quota 383 Plava”.
Il 15 maggio 1917 …” dalla testa di ponte di Plava (…) partì l’assalto di quota 383, furono 3 giorni di aspri combattimenti che provocarono la morte di 6000 soldati e 300 ufficiali”.
Sulla Plava per circa due anni si verificarono continue battaglie per rivendicarne il rispettivo possesso. Collina strategica, testa di ponte sul fiume Isonzo, rappresentava una posizione fondamentale anche per conquistare il Monte Kuk. La situazione di stallo consentì la realizzazione di alcune strutture ancora oggi visibili: gallerie, postazione medica, caverne e fortificazioni.
LEONARDI AMEDEO
Cadde nel Costone Nord di Agai il 9 luglio 1915. La tattica era quella di conquistare il Costone Agai. Le prime azioni si svolsero dal 7 al 20 luglio, molte furono le vittime, L’attacco principale fu attuato dalla Brigata Alpi, reparto erede dei Cacciatori delle Alpi, fondato da Garibaldi; era formato da due Reggimenti di Fanteria di Perugia e Spoleto.
MALAFOGLIA GIACOMO
Morì il 24 maggio 1917 a Quota 144, in uno scenario che potrebbe essere quello descritto in una lettera di Giovanni Piazza di Monfalcone.
Quota 144 …” il posto più pericoloso del fronte sulla linea diretta per Trieste (…) le cannonate in tutte le direzioni facevano paura anche ai più temerari eroi (…) gli Austriaci sparavano con mitragliere e cannoni con tutti i mezzi che la scienza mette a disposizione per contrastare l’avanzata. Fatti i circa 50 metri mi trovo a terra, in mezzo a noi scoppia una granata, morti e feriti..”
CIOCCHI OTTAVIO
Era un militare di fanteria, trovò la morte sul M. Zebio, il 18 giugno 1917.
L’offensiva sull’Altopiano di Asiago iniziò il 10 giugno 1917 e fu nota come la Battaglia dell’Ortigara, i combattimenti proseguirono fino al 29 giugno fino al ripiegamento degli ultimi reparti italiani. Nel suo Diario di Guerra, il Generale A. Gatti, deprecava la tattica italiana di non voler retrocedere verso posizioni stabili a vantaggio, del mantenimento, di posizioni più avanti e instabili. Una modalità di avanzamento che contrastava con quella austriaca che riusciva a resistere perché “recuperava le postazioni arretrate anche a costo di tornare indietro di km”, “Se non torniamo noi di buon grado indietro, ci fa tornare il nemico, perché la guerra è fatta di realtà, e non di desideri o di illusioni”.
MASSOLI OTTAVIO
Sergente nel Reggimento di artiglieria, muore sul campo in prossimità di Plezzo, il 12 settembre 1915. In quei giorni, come titolò il ” Messaggero Toscano” del 14 settembre 1915, ” Le nostre truppe attaccano le postazioni austriache nella Conca di Plezzo”.
VITTORI ORESTE
Non fece in tempo a ricordare la battaglia di Caporetto, quella che venne considerata la disfatta peggiore di tutta la guerra sul fronte italiano. A tali fatti, probabilmente, si lega la sua morte che avvenne pochi giorni prima dell’attacco decisivo datato 24 ottobre. Il certificato dichiara che, Oreste, appartenente al reparto mobilitato, muore il 1 ottobre 1917, nel ripiegamento di Caporetto.
GRIMANI POMPEO
Grimani Pompeo ( foto archivio Perquoti)
A un mese dall’Armistizio cade sull’Altopiano di Asiago nel 1918.
dall’Archivio di Perquoti Roberto
DRAGO MARCO morì per meningite nell’ospedale militare di Siena il 6 giugno 1918.
MALACCHIA SETTIMIO
Militare nel reparto mitraglieri, muore con onore in seguito a ferite il 20 maggio 1918.
MAILIA AUGUSTO
Fanteria di linea muore il 5 agosto 1916.
MASSIMIANI GIUSEPPE
Sergente di fanteria muore nel 22 febbraio 1917, all’ospedale militare di Ravenna per ascesso cerebrale consecutivo a ferita.
PALMIERI FRANCESCO
Data del decesso 25 settembre 1916.
MASSOLI EGISTO
Muore in seguito a ferita di grossa scheggia di granata all’addome, il 1 gennaio 1918.
PALMIERI ATTILIO e suo fratello EGIDIO
Egidio, muore nell’ospedale territoriale Croce Rossa a Schio il 12 settembre 1916.
PROIETTI MARIANO e suo fratello PIETRO
Mariano, bersagliere, muore l’11 febbraio 1918 presso ambulanza chirurgica d’Armata n. 6 in seguito ad emorragia secondaria, a ferita da pallottola, di fucile, alla coscia destra.
Pietro, arruolato nella fanteria di linea, muore, l’8 novembre 1915, all’ospedale da campo per ferite multiple da bomba a mano.
RICCI DECIMO
Muore in combattimento il 5 agosto 1915.
SERLORENZI GIOVANNI e suo fratello GIUSEPPE
Giovanni è Caporal Maggiore, trova la morte il 3 dicembre 1915.
SOPRANZI EZIO
Fatto prigioniero, muore per malattia di cuore.
FRISONI EMILIO
Bombardiere, muore il 6 giugno 1917 ” sul campo dell’onore in seguito a gravi ferite riportate, mentre valorosamente combatteva per la giusta Causa Italiana“. Tale raccomandazione giunse da Nervesa. Probabilmente il nefasto episodio avvenne durante la Battaglia del Solstizio. Montello-Nervesa della Battaglia, fu ” teatro di violenti scontri tra gli opposti schieramenti che causarono molti morti”.
STENTELLA COSTANTINO
Soldato, muore nel mese di luglio 1916.
CELI ANGELO
Fu sepolto nel cimitero di guerra di Sagrado. Il decesso venne dichiarato nel 75° Ospedaletto da Campo e fu causato da ferite.
PROIETTI ARMANDO
Cade in combattimento il 4 dicembre 1917.
GIUBILA MARCO
Nel luglio 1915 versa in gravi condizioni per enterite nell’Ospedale militare di Riserva in Ferrara. Il 20 aprile 1916 muore all’ Ospedaletto da Campo in seguito a broncopolmonite da morbillo.
PETRUCCI MAURIZIO viene considerato disperso in combattimento il 6 giugno 1917.
PALMIERI FRANCESCO
Trova la morte il 25 settembre 1916. Alla sua famiglia vengono consegnati gli oggetti personali: 1 portafogli-1 portamonete-2 fazzoletti-corrispondenza varia e £ 30,50.
PULITA GERMANO
Lascia la campagna e i suoi animali per trovare la morte arruolato nel Genio Zappatori, nella località di Campiello. Qui si trovava la stazione ferroviaria delle truppe italiane, gli austriaci riuscirono ad occuparla, nello stesso periodo in cui ne venne dichiarata la morte: il 3 giugno 1916. L’opera del Genio fu fondamentale in questo tipo di guerra. Tale reparto, venne impiegato per scavare trincee, gallerie, indebolire fortificazioni nemiche…Nelle stazioni, spesso, era di supporto ai ferrovieri civili per i grandi trasporti di materiali, il ripristino e la manutenzione dei collegamenti ferroviari. Inoltre era impiegato nella realizzazione di ponti e altre strutture necessarie per facilitare i traffici di merci e persone.
CONTESSA TERENZIO
Arruolato nei reparti di fanteria, muore nel combattimento di Buso il 19 giugno 1916.
MARTONI FABRIZIO ferito a seguito di combattimento, il 5 giugno 1917. Nel mese di luglio, venne informata la famiglia e il padre si recò a Mestre, presso l’ospedale militare, con un biglietto gratuito, per visitarlo.
CONTESSA PIETRO
Un telegramma ne annuncia la morte alla famiglia ” Con profondo ma orgoglioso dolore viene comunicata la morte di Contessa Pietro caduto prode sul campo dell’onore il 13 aprile 1917, valorosamente pugnando per il Re e per una più grande patria”
DRAGO PIETRO e ARCA SAVINO
Furono prigionieri nel campo austriaco di Sigmundsherberg. Il luogo era destinato agli italiani che venivano occupati nelle attività più varie, dalla riparazione di scarpe e vestiti allo smontaggio di mezzi e veicoli. Dopo la disfatta di Caporetto, tra novembre e maggio 1918, arrivarono a migliaia feriti e debilitati dalle privazioni. Molti morirono e trovarono sepoltura nel cimitero annesso al campo, qui, vennero inumate 2398 salme italiane.
Savino, fu prigioniero dal 4 giugno 1917, mentre Pietro fu dichiarato: “deceduto presso il nemico il 6 dicembre 1917, nell’ospedale del campo e sepolto nel cimitero locale.“
PARTITI RAGAZZI MORTI DA UOMINI
E poi ci sono loro…di essi le mie informazioni si fermano ai soli nomi incisi sulla fredda lapide.
ANDRIELLI EUGENIO
BARTOLI BERNARDINO
BARTOLI TULLIO
BRUNETTI OTTAVIO
BRUNETTI PROIETTI ENRICO
I DUE FRATELLI COIA: EUGENIO E IRENO
COLETTI SAVINO
CONTESSA BERNARDINO fu DOMENICO
CONTESSA BERNARDINO fu PIETRO
CONTESSA SALVATORE
DE ANGELIS ERMANNO
EGIDI VALENTINO
FERRACCI ORESTE
FRANCESCHINI ACHILLE
GIACOMINI CESARE
GIUBILEI LUIGI
GRIMANI AUGUSTO
GRIMANI GIULIO
GRIMANI PIETRO
LEONARDI AMEDEO
LEONARDI ROBERTO
LEONORI DOMENICO
LIORNI ODOARDO
MARINI ADRIANO
MARTONI FRANCESCO
PETRARCHINI BENIAMINO
SALVATI GIOVANNI
SALVATI GUIDO
SATURNINI SETTIMIO
VENTURA MARIANO
ANASETTI FAMIANO
CECCARELLI COSTANTINO
COSTANZI GUGLIELMO
FERRACCI DOMENICO
LANZI AGOSTINO
LEONORI GIOVANNI
LIORNI GIOVENALE
MARTONI ANTONIO
PETRARCHINI FAUSTINO
VITTORI VINCENZO
Una sorte accomunata a quella di altri simili e non solo italiani. Francesi, austriaci, inglesi, tedeschi…tutti partiti al richiamo della Patria per veder sventolare la propria bandiera su un pezzetto di terra conquistata.
UNA TRAGEDIA CONDIVISA
L’ECO DEL RISORGIMENTO
L’entusiasmo risorgimentale aveva forgiato gli animi. Negli anni precedenti la guerra, “gli Italiani” vennero “fatti” anche attraverso la celebrazione e la commemorazione di eventi e di eroici personaggi che divennero il simbolo della libertà e dell’Unità. Alcuni luoghi divennero meta di pellegrinaggi. In ogni centro il Concerto Civico, nella sua funzione di “incivilire il popolo”,si esibiva, obbligatoriamente, nelle cerimonie che rievocavano le date più significative del processo di unificazione, come la breccia di Porta Pia, lo Statuto o per festeggiare i natalizi della famiglia reale e di Garibaldi. Il patriottismo doveva arrivare ad ogni strato della popolazione comprendendo gli umili e gli illetterati permettendo loro di elevarsi a tanto nobile intento.
Nelle scuole, dalle pagine di De Amicis, si esaltavano valori di lealtà, onore, rispetto, coraggio. Giacomo Giacomini, direttore della rivista scolastica “L’Idioma gentile”, da ufficiale, nelle sue poesie, pur descrivendo le tribolazioni che aveva intorno, non tradì mai il sentimento patriottico e conclude una delle sue odi con un “Avanti Italia è il suono de l’allarme!“
Luisa Ciappi, insegnante e collega di Giacomini, nella sua corrispondenza, non nasconde il disappunto per essere una donna e vedere, così, preclusa la possibilità di attuare il suo impegno per la nazione.
” Come deve esser bello scendere dalla cattedra e lasciar dietro di noi i ragazzi che sempre ci hanno sentiti entusiasti per la Patria per tradurre in atto i sentimenti e i desideri sentiti fortemente tra i banchi della scuola. Normale è avvolgere con l’esempio e con la parola che sa giungere al cuore uomini che devono sacrificare gli amori più forti della vita per l’altro immenso!Invidio lei che può raggiungere quanto avevo desiderato ardentemente Parli di me sì, ma con parola semplice e mi ricordi come una collega e sorella italiana, che qui nella solitudine dolorosa di soggiorno campagnuolo ha saputo tanto ingagliardire i suoi sentimenti da compiere una cosa troppo ardita. Ardita sì ma sarei anche ora pronta a ricominciare da capo se solo non avessi il peso di un corpo femminile.“
La cronaca, poi, narrerà del suo tentativo di imbrogliare la vigilanza, con un travestimento, per tentare di essere arruolata; tentativo che, però, non andò a buon fine.
Robert Brooke aveva esultato all’inizio della guerra con queste parole: ” Che sia ringraziato Dio (…), ha afferrato la nostra giovinezza e ci ha svegliato dal sonno”.
Fu questo il clima in cui maturò, per molti giovani, la convinzione di partire per combattere il nemico emulando, soprattutto, le imprese garibaldine. Ma tanto lontano era il fronte, quanto lontana era la cruda realtà da quelli ideali. Sicuramente, chi restava in seconda linea, in aria, in mare o addetto alla mitragliatrice, poteva ancora parlare di sacrifici necessari per far Grande La Patria, ma chi si trovò nella trincea, in prima linea, in entrambi i fronti, cambiò radicalmente modo di pensare.
Quello italiano, il 24 maggio 1915, fu il nuovo fronte che si aprì su una guerra ormai lontana dall’ottimismo, certo di un conflitto lampo, della Primavera precedente. Dotati di armi leggere, i nostri soldati raggiunsero le montagne più alte pronti ad affrontare sofferenze inimmaginabili.
LA GUERRA MOSTRA IL SUO VERO VOLTO
Animati da patriottismo o da interessi economici, tutti erano convinti che la guerra sarebbe stata veloce e poco più di una battaglia. Tutti erano fieri di poter dimostrare la propria superiorità militare ignorando la crudeltà dei combattimenti che sarebbe sopraggiunta.
Crudeltà e ferocia, invece, presero corpo fin dalle prime battaglie e bombardamenti.
Il capitano francese Spears ne ebbe la certezza di fronte ad uno dei primi bombardamenti d’artiglieria tedesca: “…adesso per la prima volta fummo pervasi dalla sensazione che una Cosa orrenda, disumana avanzasse verso di noi per stritolarci nella sua morsa”.
La forza della disperazione sarà la capacità che permetterà a tutti gli eserciti di avanzare e continuare, nonostante tutto, o nella speranza di sopravvivere o nel coraggio di morire.
L’ Ammiraglio Tirpitz nell’ottobre del 1914 così scriveva alla moglie: ” Questa guerra è la più grande follia compiuta dalle razze bianche”.
Valentine Fleming, così descriveva il terreno di morte delle trincee:” file di uomini (…) incrostati di fango, la barba lunga, gli occhi incavati dalla continua tensione, uomini impotenti di fronte all’incessante pioggia di granate che li tempesta (…) Sarà una lunga guerra, nonostante che dall’una e dall’altra parte ogni singolo uomo desideri che cessi all’istante”
IL FANGO “Bava velenosa”
Martin Gilbert, nel primo e secondo volume de: “La grande storia della prima guerra mondiale”, descrive queste situazioni climatiche al limite: neve, acqua gelata, pioggia incessante e fango. ” La pioggia torrenziale caduta durante la notte aveva reso le trincee pressoché indifendibili. ” Acqua che arriva al ginocchio e, spesso, anche alla cintola. Una ” melma densa e appiccicosa (…) trincee come trappole mortali”.
Riporta, inoltre, un articolo sul fango, pubblicato dalle truppe francesi. Le seguenti parole risultano esaurienti e chiare per determinare la condizioni di vita: “…di fango si muore, come si muore di pallottole, solo che la morte è più orribile. (…) Il fango nasconde i gradi, restano solo povere bestie sofferenti. (…) in quella pozzanghera ci sono delle chiazze rosse: è il sangue di un ferito. L’inferno non è fuoco (…) l’inferno è fango!”
LA TERRA DI NESSUNO
Si attraversava per avanzare, incontro al nemico. Appena si era allo scoperto bisognava stare curvi e correre per qualche metro, poi, subito, di nuovo a terra e al segnale ripartire fino all’occupazione della trincea nemica. Il carico sulle spalle era molto e impediva movimenti veloci ed agili. I soldati inglesi portavano oltre 30 kg…quasi impossibile scavalcare, correre e buttarsi a terra…Chi non trovava subito la morte, restava in questa striscia di terra, per ore, giorni…a volte la morte sopraggiungeva dopo terribili patimenti provocati da ferite sanguinanti e incancrenite. La necessità di continuare le operazioni, o la pericolosità del momento impedivano il recupero di feriti e cadaveri. Quando questo, finalmente avveniva, poteva essere un’esperienza sconvolgente per l’alto numero di mosche che banchettavano sui corpi inermi.
A.P. Herbert così scriveva: Le mosche! Oh Dio, le mosche che insozzavano la sacralità della morte. Vederle sciamare dagli occhi dei morti e spartire il pane con i sodati!”
” Ci tiene divisi, fratello, un destino ineluttabile. Da due fossati contrapposti fissiamo negli occhi la morte” Cit. Edvard Slonski
Durante le ritirate, molti erano i dispersi…un inviato del Times, scrisse che all’inizio della guerra contro la Serbia, l’Austria nella ritirata perse talmente tanti uomini che, alcuni cadaveri, furono ritrovati solo quando ” il lezzo penetrante dell’umanità in decomposizione ” ne ha rivelata la presenza.
L’infermiera Florence Farmborough, raccontò che: “tedeschi, austriaci e russi venivano raccolti cadaveri e deposti l’uno accanto all’altro. Sciami di mosche li ricoprivano come un nero sudario…”
L’esperienza degli addetti a prelevare i corpi straziati in quel lembo di terra contesa, fu devastante e difficile da dimenticare anche a distanza di anni. Cappellani, barellieri, infermieri, spesso camminavano tra i corpi agonizzanti dove gli occhi ancora speravano di essere salvati…di notte e col tempo tiranno, quelli in peggiori condizioni venivano lasciati lì a condividere il luogo della morte con lo stesso nemico.
NATALE 1917
Il 23 Dicembre 1917, una fitta nevicata fece desistere l’attacco austriaco che pur era stato annunciato da un massiccio bombardamento e sembrava avere la meglio. …”il generale Conrad disse che avrebbe celebrato il Natale andando a messa a Venezia. (…) Gli italiani ripresero i monti perduti e furono loro a partecipare alla messa a Venezia “ e a ringraziare Dio della loro liberazione”.
CONCLUDO CON UNA POESIA DI McCRAE, SCRITTA DOPO DUE GIORNI TRASCORSI IN MEZZO A CORPI STRAZIATI DAI GAS, SUL FRONTE OCCIDENTALE
Fioriscono i papaveri nei campi di Fiandra
fra le croci che, fila dopo fila,
segnano il nostro posto; e nel cielo
volano le allodole, levando coraggioso il canto
che quaggiù fra i cannoni quasi non s’ode.
Noi siamo i Morti. Qualche giorno fa
eravamo vivi, sentivamo l’alba, vedevamo rifulgere il tramonto,
amavamo ed eravamo amati e ora siamo distesi
nei campi di Fiandra.
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
Documenti conservati presso Archivio Storico del Comune di Stroncone
Foto e documenti Archivio Roberto Perquoti
Documenti Archivio personali
Martin Gilbert ” La grande guerra mondiale” volume I° e II°, Arnoldo Mondadori Editore S.P.A. Milano, 1998