IL CONCERTO CIVICO

Seduto davanti al focolare su una vecchia poltrona sdrucita,  affidava i suoi pensieri  a quella debole fiammella che ardeva dalle braci appena ravvivate dei ciocchi. Le prove alla sala di musica si erano appena concluse e il malcontento dei soci anziani aveva compromesso la riuscita delle esecuzioni. La guerra era finita ma aveva lasciato morte e distruzione nei corpi e negli animi. La miseria era la costante che accomunava la maggior parte delle persone e sbarcare il lunario era diventato ogni giorno più difficile. Il governo aveva tagliato le indennità caroviveri e lo stipendio oltre ad arrivare in ritardo era diventato sempre più esiguo. Sulla parola era stato autorizzato dall’assessore e dal sindaco a prestare la sua opera anche fuori dai territori comunali del piccolo paese di Stroncone. Marmore, Piediluco, Terni… per brevi e temporanei periodi aveva arrotondato il suo misero compenso di 120 £, accettando di dirigere le prove dei corpi musicali di quelle cittadine. Ora sembrava diventata più una colpa che una possibilità di guadagno. Da più parti gli venivano mosse accuse di trascurare il Concerto e sembrava certo l’arrivo della Censura da parte dell’Amministrazione Comunale. Eppure aveva addirittura messo a disposizione la sua casa per le prove, durante il conflitto, quando la scuola comunale non era più a disposizione. Aveva perso ore di sonno per scrivere nuova musica e per adattare le parti ai musicanti. Aveva dato prestigio all’intera comunità alla guida del Corpo Bandistico per numerosi anni, ricevendo elogi ed encomi. Tristemente, dovette ammettere che il suo futuro era ormai diventato incerto così come quella fiducia una volta conquistata. Forse era giunto il momento di guardare oltre quei ridotti confini.

            Achille percorreva la Strada di Sopra, alla luce tremula dei lampioni. La notte sembrava ancora più nera con il cielo nuvoloso ad oscurare anche il chiarore della luna. Nella bettola di Arsenio, qualche avventore indugiava ancora, trovando penoso rientrare in case, dove le mogli, inasprite dalla miseria, rendevano ancora più squallide quelle gelide dimore. Le numerose botteghe erano già chiuse ma gli odori intensi di pece, cuoio e legno tagliato si sentivano anche attraverso le pesanti porte sigillate da grossi chiavistelli. Affrettò il passo lungo la discesa che portava alla sala di musica. Quando entrò suo padre stava già provando lo strumento. Un gruppetto appartato attirò la sua attenzione per il vociare che di tanto in tanto si alzava. La discussione si faceva sempre più infuocata e coinvolgeva gli aspetti economici delle uscite della Banda. Erano gli anni del dopoguerra, così drammaticamente difficili per ogni famiglia che oltre alla perdita dei propri cari, spesso si era dovuta privare del lavoro e dei beni per malattia o povertà. Il Concerto civico rappresentava per i Comuni che riuscivano ad organizzarlo, un vanto da mostrare anche all’esterno e, dunque, le Amministrazioni spingevano affinché il servizio fosse prestato anche fuori dal borgo e dalle frazioni. Se la trasferta era lontana però impediva ai bandisti di esercitare le loro attività con una conseguente perdita di denaro. Inoltre il rigido regolamento impediva di recarsi individualmente nel luogo previsto e l’organizzazione del viaggio era tutt’altro che flessibile. Spettava al Capo banda prendere contatti con i “festaroli” per ricevere e aver garantito il dovuto : cavalcature, vitto e alloggio. Il dibattito era tra i giovani che mostravano le loro ritrosie e i vecchi soci che vedevano nelle missioni un lustro per il Paese. Ad Achille, tutto ciò sembrava una perdita di tempo e a dire la verità anche di sonno. La giornata nei campi era stata pesante. Ore ed ore impegnate nella zappatura del terreno per la semina, diventavano leggere solo al pensiero delle note che uscivano dallo strumento. Era un allievo ed era stato ammesso con riserva a partecipare come membro per la manifestazione prossima a venire e lui non pensava ad altro. Aveva risparmiato i soldi del vecchio raccolto per comprare il clarinetto e una colletta dei compaesani aveva permesso ai nuovi entrati di poter indossare anche la divisa. Un abito che dava quell’immagine decorosa che poche volte la quotidianità di braccianti, contadini, muratori e artigiani poteva permettersi. Già si immaginava sfilare per le strade, vedere negli occhi della gente lo stupore e la beatitudine che la musica sapeva offrire anche alle menti ottenebrate dalla fatica.

                 Mario guardò suo padre dormicchiare a cavalcioni della sedia davanti al focolare. Fuori il freddo gelava il respiro. Sua madre filava alla tenue luce della lampada ad olio. Sonno e stanchezza, però, non erano di questa stagione. La fatica della campagna riposava così come i corpi dei contadini che si attardavano prima di andare a letto nelle lunghe notti invernali. Prese l’ottavino e uscì per andare nella stalla. Chiuse la porta e al tepore generato dalle bestie ricoverate, si accinse a suonare il caro strumento. Con cura aprì la custodia e con un panno di stoffa  prese un pezzo alla volta e lo montò con estrema precisione. Si stupiva lui stesso di come le sue mani appesantite dai rozzi strumenti di lavoro potessero  scivolare su quei fori e riuscissero ad emettere suoni così armoniosi. Di fiato ne aveva di sicuro anche se aveva dovuto imparare a regolare l’intensità e le pause del respiro. All’inizio gli studi che il maestro gli assegnava erano monotone ripetizioni di note, lontane dalle melodie che l’orecchio potesse gradire. Molte volte a sera tardi, si era recato a casa dell’insegnante che di buon grado lo aveva accolto pazientemente assecondando la sua passione. Aveva preso a cuore quel ragazzo e lo incoraggiava ogni volta che le difficoltà della nobile arte si palesavano in suoni striduli affatto piacevoli.

                    Gaspare correva ma il buio del vicolo non aiutava di certo la fretta. Inoltre le scalette alte e strette non erano agevoli per il suo fisico robusto, poteva contare però sull’abitudine a percorrere quella strada tante volte. Giunto davanti alla porta, cercò di ricomporsi. L’ordine e la compostezza della propria figura facevano parte del corredo di un bravo bandista e lui lavorava per guadagnarsi l’onore di far parte di quel corpo musicale, come suo padre e suo nonno prima di lui. Fece un grosso respiro per ritrovare la regolarità del fiato e si accinse a bussare. Ulderico, il bidello aprì prima ancora di sentire il batocchio. Era un ometto basso con un viso sempre rosso. Le sue mani tozze spesso colpivano bonariamente le nuche dei ragazzi per richiamarli all’ordine e alla disciplina. I soci anziani avevano già preso posto e il maestro era chino sugli spartiti, apportava le ultime modifiche. Gaspare prese posto vicino ai nuovi allievi che, come lui, partecipavano alle prove generali.  Il maestro avrebbe ascoltato i brani che gli erano stati affidati e l’emozione era palpabile. Gaspare, all’inizio, aveva faticato non poco a mantenere la postura del corpo durante lo studio, la stanchezza a volte impediva di mantenere la posizione delle braccia per il tempo necessario a portare a termine la sonata. Il fiato sembrava abbandonarlo nell’emissione delle note lunghe. Il poco tempo a disposizione impediva il necessario allenamento all’uso dello strumento eppure lui non aveva mollato e finalmente era riuscito così bene da essere preso in considerazione per le esibizioni con l’orgoglio della sua famiglia.

                      Dopo giorni di discussioni tra i soci della Banda,  si arrivò a conclusioni che sembravano appianare le numerose divergenze. Il risultato fu l’approvazione di alcuni servizi in zone limitrofe per le feste religiose dei Santi patroni; per gli allievi un’emozione tutta da vivere. La questione del Maestro fu riportata al Sindaco, in qualità di presidente del Corpo bandistico e all’assessore che rappresentava l’Amministrazione comunale. L’antica stima di cui godeva come persona gli valse il ripensamento dei soci anziani sulla sua chiacchierata condotta e fu concordata la stipula di un nuovo riordino del Concerto, tenuto conto delle nuove realtà socio-economiche provocate dalla Guerra.

                  A Primavera inoltrata, in una bella giornata di sole, i carri e i cavalli trasportarono musicanti e strumenti al vicino paese di Configni. All’arrivo sulla piazza la gente era ancora poca, poi, le accordature degli strumenti richiamarono le donne che, per prime, uscirono dalle loro case. Gli uomini seduti ai tavoli del caffè si avvicinarono e i bambini cominciarono a correre e a fischiare per richiamare tutti allo spettacolo. Consapevoli del severo regolamento, i bandisti assunsero un comportamento serio e ordinato. Ad un cenno del maestro, ognuno prese il proprio posto e un silenzio calò  sulla folla che si era assiepata a circondare i musicanti. L’attacco era sempre difficile e l’emozione a volte giocava brutti scherzi, l’emissione delle prime note poteva essere disomogeneo e addirittura sparato, suscitando l’ilarità dei presenti. Invece quel giorno l’aria era carica di rinnovamento e di trasporto verso quella nobile arte. Ognuno riuscì a dare il meglio di sé per  affermare quello scopo con cui il Concerto era stato fondato nel lontano 1864: “Nutrire le menti  più sensibili e raffinate e incivilire gentilmente gli onesti cittadini”.

La foto appartiene all’Archivio di famiglia e dovrebbe riportare la data del 1924

Il Racconto è liberamente ispirato a personaggi e situazioni storiche del primo dopoguerra, prendendo spunto anche da documenti conservati presso Archivio Storico del Comune di Stroncone

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