UN MONUMENTO PER NON DIMENTICARE

Camminava appoggiandosi al suo fedele bastone attento a non cadere nelle insidie dei sanpietrini sconnessi dal tempo. Il suo era un incedere lento che sembrava sostenere a fatica il peso di una vecchiaia che si allungava verso il tramonto della vita. Una vecchiaia che in realtà non era ancora giunta alla sua pienezza ma che palesava la sofferenza delle vicende affrontate ogni giorno tra dolori e miserie. Il compito che lo attendeva era uno di quelli che nessuno avrebbe voluto compiere. Un groppo alla gola lo accompagnava e lo sconforto lo dilaniava, ancora una volta, come già troppe volte, quando la sua presenza diventava latore di morte. Nella tasca custodiva una lettera che avrebbe cambiato la vita di una famiglia, così come era già avvenuto per altre ed era toccato sempre a lui il pesante onere della triste comunicazione. Anche stavolta aveva abbracciato tutto il suo coraggio e si era avviato a compiere l’ingrata incombenza.

Nella via principale del paese, le botteghe erano in piena attività già da ore. Il ritmo lento dei martelli che battevano su ferri infuocati sembravano voler accompagnare il suo mesto tragitto tra i vicoli. Un cavallo legato alla ringhiera aspettava impaziente il turno per la ferratura e mostrava insofferenza con nitriti che si diffondevano nell’aria insieme al rumore di pialle e seghe. I garzoni dei negozi pulivano gli ingressi sulla strada ed esponevano la mercanzia in vetrine all’aperto, appendendo ogni genere di alimento. Quella di Augusto si distingueva dalle altre per la cura e la meticolosità quasi artistica con cui amava circondare la porta del negozio occupando buona parte della parete superiore. Era una delizia passarci davanti anche solo per curiosare. Carote, peperoncini, agli e cipolle erano sapientemente intrecciate ed elegantemente appese; i broccoli sembravano fiori appena sbocciati tra cespi di sedano tenuti in grandi ceste rotonde insieme a fichi, mele e pere, appoggiate su panche di legno rivestite di carta paglia. Il buon uomo aveva una figura imponente resa austera da due grandi baffi alla moda e un berretto calato su una faccia rotonda dal colorito roseo. Al collo un fazzoletto legato con un nodo ben visibile e l’immancabile grembiule. Accoglieva la sua clientela con un sorriso accattivante; amava il suo lavoro e la gente. Il negozio era la sua creatura, venuta alla luce con tanti sacrifici. La famiglia contribuiva con i prodotti della campagna da quando era riuscita a riscattare un piccolo podere dopo anni di mezzadria.

Suo figlio Giacomo, il suo unico e adorato figlio, un giorno sarebbe diventato il padrone e chissà, avrebbe potuto anche ascendere nella scala sociale aspirando a diventare uno dei signori del luogo. Era con quell’orgoglio che lo pensava soldato a combattere un nemico del quale quaggiù si comprendeva poco l’esistenza ma, la cui cacciata, sembrava sempre più un’impresa eroica che avrebbe dato lustro e onore all’intera Nazione. Per la verità, quando gli echi della guerra erano  giunti in questa piccola realtà rurale di fede Guelfa, la risposta non tradì la scarsa inclinazione a sposare idee rivoluzionarie. Arroccato tra le montagne dell’Appennino centrale questo ameno pesino, era più interessato a mantenere un tranquillo “status quo” piuttosto che imbarcarsi in imprese ardimentose. Era uscito indenne, anche, dal vento risorgimentale dei moti di fine secolo che aveva spirato con veemenza ai suoi confini. Inoltre si era appena ripreso dallo sconvolgimento per essere stato catapultato nel Grande Stato Italiano, dopo aver vissuto per anni all’ombra del protettorato pontificio. Questo aveva dato una scossa negativa alle commesse delle piccole imprese del territorio costrette a trovare nuovi mercati facendo fronte a concorrenze spietate. Il piccolo Comune aveva dovuto trovare un nuovo equilibrio,  non solo dal punto di vista economico ma anche politico e sociale, con prefetti e sottoprefetti che lo stringevano in una morsa burocratica che non ammetteva  sbagli e omissioni. Il riassetto obbligatorio degli Ordini caritatevoli,  inoltre, poneva non pochi problemi in una piccola comunità dove la carità e la beneficenza, anche se a volte sfuggivano al controllo, facevano la differenza per i diseredati e i derelitti che non riuscivano neanche a vivere di elemosine. Perciò ora sarebbe restato, volentieri,  a guardare quella Guerra lontana per dedicarsi alla gestione del suo territorio montano e collinare che richiedeva  continuamente  manutenzione e  attenzione. Eppure aveva dovuto rispondere al richiamo delle armi e i sacrifici in vite umane cominciavano a farsi sentire.

Intanto il Messo comunale era giunto a destinazione: « Buongiorno Primo», Augusto lo salutò con la solita cordialità e nemmeno un istante dubitò della bonarietà di quella visita continuando a far entrare i clienti con la prontezza di sempre. Primo salutò togliendosi il cappello con un certo imbarazzo e solo allora, vedendolo indugiare,  il commerciante capì…il suo volto divenne bianco e si sentì mancare immaginando il vero scopo di quella venuta. Davanti a sé si aprì un baratro talmente profondo dal quale non sarebbe stato facile risalire. Il telegramma era arrivato nella prima mattinata, quando  il cielo dell’albore  non aveva ancora deciso quale vestito indossare. La carta era giallina e mostrava numerosi timbri postali, una elegante grafia con inchiostro nero riportava come  destinatario il sindaco del Comune. All’interno poche righe scritte a macchina con colore blu partecipavano con dolore la perdita del tenente avvenuta durante il ripiegamento sul Tagliamento, quando le truppe austro-ungariche sferrando un grande attacco avevano colto impreparate le truppe italiane. Il testo continuava con le condoglianze alla famiglia per la morte eroica del giovane congiunto. Quel telegramma testimoniava un dramma, comune a molte altre famiglie, un dramma consumato in territori lontani, dove la ferocia dell’uomo si univa all’inospitalità di montagne impervie. Esso metteva fine a tutte le speranze e alle lunghe attese di lettere dense di tristezza e malinconia, dove le parole trasudavano le più intime fragilità dell’animo umano di fronte a crudeltà ed atrocità, inimmaginabili ed inenarrabili, per chi combatteva nella prima linea del fronte. Le generazioni più giovani avevano indossato l’ideale patrio con la stessa facilità  con cui  avevano indossato l’uniforme.

 La piccola comunità, alla fine del conflitto pagò un tributo di 78 anime, partiti ragazzi, morti da uomini. Quando finì il tempo delle lacrime, un solo pensiero parve serpeggiare nella penisola intera: non dimenticare e così monumenti e lapidi sorsero in ogni piazza “ad perpetuam rei memoriam”. Da ogni parte sorsero comitati per sostenere le iniziative patriottiche e far sentire la propria vicinanza alle famiglie colpite da lutti e infermità. Il Consiglio comunale stanziò con il contributo di Enti e Associazioni del territorio, 7500 £ per realizzare un monumento in marmo e pietra che venne messo in opera il giorno stesso dell’inaugurazione, prevista per settembre. Giunta la data concordata il Paese tutto si apprestò a solennizzare l’inaugurazione. La lunga giornata cominciò con la Santa Messa cui parteciparono anche le scolaresche nel più assoluto e rispettoso silenzio. Al termine, don Antonio guidò la processione in corteo fino alla piazza. Tra le autorità erano presenti anche due onorevoli eletti nei territori vicini e il Comandante del Presidio Militare, a testimoniare l’importanza dell’iniziativa patriottica che si andava estendendo in tutta la Nazione. Il Sindaco tenne un discorso accanto all’asta dove sventolava il tricolore e non mancò di sottolineare l’eroismo dei suoi concittadini. Declamò, poi, i loro nomi uno ad uno con tono solenne. L’animo di tutti, seppur gonfio di dolore, si riempì di gloria e di vanto per la soddisfazione di onorare giovani strappati alla vita così presto. Ad ogni caduto venne designato un familiare che ricevette una menzione e una bandiera; per un crudele destino, ci fu chi dovette rappresentare due familiari. Augusto stringeva il cappello delle grandi occasioni tra le mani e non poteva trattenere le lacrime dinanzi all’epigrafe che riportava il nome dell’adorato figlio. Alcuni piccoli orfani posarono una corona votiva davanti al Monumento, la commemorazione continuò con i riti sacri della benedizione e le preghiere . Terminata la cerimonia, i bandisti si disposero dinanzi al ricordo marmoreo e il Maestro diede l’attacco per l’esecuzione dell’Inno Nazionale che venne cantato dall’intera comunità, seguì la canzone del Piave e altri inni sacri che conclusero con un’atmosfera quasi mistica l’intera celebrazione.

Racconto pubblicato nell’Antologia “I racconti della storia moderna” AA.VV. 2023 Rudis Edizioni 2023

Il racconto è liberamente ispirato a eventi accaduti e a documenti conservati presso l’Archivio storico del Comune di Stroncone

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