CONSOLAZIONE A CHI RESTA

L’umidità del primo mattino rendeva scivolosi i sanpietrini lungo la discesa. Il freddo novembre sembrava voler anticipare l’inverno. Le due donne camminavano con quella mestizia di chi vive un lutto; proseguivano lentamente lasciandosi avvolgere dalla nebbia.

Quando arrivarono davanti al convento, sentirono suonare la campanella, segno che la messa stava per iniziare nella piccola cappella. La suora che aprì era anziana e bassina con il viso scarno e la pelle che a malapena copriva le ossa. Negli occhi e nella voce però la stessa energia che l’aveva portata lì, anni or sono, giovane novizia. Aveva dato tutta se stessa in quella piccola comunità devota e praticante che seguiva i riti spirituali al pari dei ritmi stagionali con le sue tradizioni e usanze rurali.

L’ambiente della chiesetta era tutt’altro che mesto: ben illuminato sembrava un faro deciso a indicare la via di un nuovo inizio nonostante tutto. Il lampadario lavorato in ferro, dono dei fabbri del luogo, sovrastava le loro teste e il piccolo altare era coperto da una tovaglia di un bianco candido, ricamata e rifinita all’uncinetto dalle abili mani delle sorelle; anche le candele su candelabri lucenti avevano una fiamma affatto tremolante quasi a voler sottolineare la fermezza di quella fede che si manifesta attraverso la devozione.

Poche persone laiche prendevano parte alla celebrazione eucaristica mattutina. Il parroco ripeteva quei gesti ogni giorno da molti anni e le messe in suffragio dei defunti sembravano avere il principale scopo di consolare il dolore di chi era sopravvissuto.

Trascorso il tempo della funzione, le due donne ricevettero l’abbraccio spirituale di tutte le monache che cercavano di infondere fiducia cacciando così la disperazione. Pronunciarono parole di speranza, quella speranza che alberga in tutti noi che vogliamo credere un giorno di poter riabbracciare i nostri cari oltre la morte.

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