
Non è facile dare una definizione della Vita. Gli approcci possono essere i più vari: medici, filosofici, psicologici, religiosi…ma una cosa è certa si tratta di un percorso che si svolge attraverso la relazione con altre vite. Il fatto stesso di cominciare questo cammino dentro il grembo materno ne è testimonianza. Le persone che ci circondano vanno e vengono, lasciano un segno positivo o negativo ma comunque tracciano, in noi, esperienze difficili da dimenticare. Quando intervengono i sentimenti è tutt’altra faccenda. Di fronte alla mancanza o lontananza delle persone care ci sentiamo disorientati, angosciati, disperati ma poi, a poco a poco, riusciamo ad andare avanti serbando il loro ricordo negli angoli più intimi del nostro cuore.
A volte, però quel dolore e quella sofferenza tornano e ci avvolgono in un modo in cui non credevamo possibile. E questo succede quando chiudiamo per sempre la porta di quelle che sono state le nostre case da tempo vuote: allora siamo costretti a lasciare andare quello cui ci eravamo aggrappati per conservare i ricordi. Si dice che i defunti permangano nello spirito nei luoghi amati e pur essendo considerato solo un valore consolatorio relegato al margine del paranormale, sempre più persone sono convinte di sentire odori, rumori, voci o sensazioni di presenze tra le pareti in cui quelle persone care avevano vissuto.

Personalmente devo dire che in periodi molto particolari, quando la mia sensibilità era molto sollecitata per problemi di salute dei miei familiari, ho sperimentato queste sensazioni difficili da spiegare, e ancora oggi in certi momenti la parte razionale riesce a collegarsi a certe percezioni fuori dalla mia volontà.
Mi aggiro per le stanze di quella che da ora in poi non sarà più la casa dei miei nonni, di mia nonna, con la quale come affermano anche studi accreditati, ho in comune materiale genetico quasi al pari di mia madre e alla quale mi ha sempre unito un forte legame di affetto e di amore.

A lei ripenso quando svolgo ogni attività della mia giornata che riguarda l’accudimento e la cura della mia famiglia; la rivedo come un esempio di pazienza, di consolazione e modello da imitare per la dedizione con cui ha allevato 5 figli in periodi storici non certo facili. Rivedo le sue dita muoversi intrecciando fili di cotone con l’uncinetto ad ogni ora del giorno, seduta accanto alla finestra delle scale dove piante lussureggianti annunciavano la bella stagione, sul davanzale che affacciava sulla via. Io, piccola, cercavo di imitarla ma fare cose difficili mi generava quella frustrazione che presto si trasformava in un capriccio dopo l’altro, allora con infinita pacatezza mi chiedeva di ricominciare e ricominciare e di non mollare fino al raggiungimento dell’obiettivo.

Mi rivedo, anche, correre su quei gradini per raggiungere la cucina dove il ragù domenicale o il brodo con i tagliolini bollivano sul fornello per le feste in famiglia. Assaggiare era obbligo: il pane intinto nel sugo, un pezzetto di formaggio o le olive conservate sotto sale… a me era tutto concesso e io ne ero felicemente consapevole. La presenza del secchio con il pastone per le galline fatto di semola e avanzi di cibo era costante; nel suo piccolo orto continuava a compiere gesti antichi che aveva imparato da sua madre e prima ancora da sua nonna e mi avvicinava a quei piccoli animali con la dolcezza che aveva per tutta la natura in generale. Ricordo un’altra uscita abituale che facevamo, quella all’oliveto; qui cercava di farmi superare la paura dei serpenti facendomi avvicinare per osservare con quell’enfasi francescana che considera tutte le creature dono di Dio. Devo dire però che nonostante la fiducia in mia nonna la paura è restata o addirittura aumentata!
Se le persone scompaiono i luoghi però sopravvivono, restano gli oggetti usati e pavimenti calpestati, la seggiola preferita, il cuscino, il cassetto… a volte, anche dopo molti, anni si riesce a sentire il profumo della casa intriso nei muri e nei mobili.

La targa sul pesante portone di legno con le rifiniture in ottone, ha perso la sua lucentezza ma la grafia elegante testimonia ancora oggi una raffinatezza affatto scontata per l’epoca in cui venne affissa. Mi sorprendo a guardarla con attenzione solo ora che sto per lasciarla.

Mi aggiro in quelle stanze dove ho pianto, giocato, riso; dove ho trovato braccia che mi hanno consolata e compresa.
Torneranno i fiori alla finestra ma non saranno i tuoi, tornerà a bruciare la legna nel camino ma non ci saranno più castagne arrostite sulla padella con i buchi. Qualcuno canterà e l’allegria si spanderà con nuove risate ma saranno voci a me sconosciute.
Una porta si chiude sul passato e si apre al nuovo presente di chi costruirà nuove speranze dondolando sull’altalena della vita.