Armando versava il vino per le lire che aveva davanti. Nella bettola angusta, ricavata da una cantina attigua alla propria abitazione, la luce era fioca e le ombre si allungavano sui muri anneriti dal fumo. Da fuori si percepiva l’odore forte e a tratti acre degli aromi di cucina misto a sudore e polvere intrisi sui vestiti sporchi di garzoni, braccianti e manovalanza varia. L’immancabile partita a carte, con il pugno sul tavolo e la bestemmia, erano lo sfogo di giorni sbagliati e lavori persi. Marino aveva due muli e ad alcuni pareva una fortuna. Nessuno ricordava da dove fosse venuto e quale fosse la sua famiglia. Seduto sempre allo stesso tavolo, un po’ in disparte, sera dopo sera, vedeva in quel bicchiere tutta la sua vita. Chi avrebbe potuto dire quali fossero i suoi pensieri e se ne avesse; quale fosse stata la sua vita precedente, quando la gioventù abbracciava l’orizzonte con lo sguardo. Eppure un tempo, il suo cuore era stato rapito dalla dolce Emma, la ragazza dagli occhioni verdi che coltivava i bachi da seta nella casa colonica fuori le mura. Incontri fortuiti e poi sempre più intenzionali, alle feste di paese, la domenica a Messa o sulla corriera per andare in città nei giorni di mercato; giochi di sguardi che accomunavano gli animi, un segreto da tenere riservato. Quando la stagione dei lavori di campagna aveva richiesto braccianti e manovali, Marino non se lo era fatto ripetere due volte e ogni giorno passava davanti a quella casa, dove lei lo aspettava. Un rapido saluto e poi durante la pausa, dietro il muro della casa, mano nella mano, si baciavano sperando in un futuro. Quel sogno fu l’unica cosa che rimase di quella storia: all’inizio dell’autunno, Emma morì: contagiata dallo zio reduce della campagna d’Africa. La tubercolosi non lasciò scampo a quell’esile e fragile ragazza che sperava di diventare donna. Così l’animo di Marino aveva ceduto allo sconforto e alla disperazione, fino alla rassegnazione e alla decisione di vivere di quel ricordo fino alla fine dei suoi giorni .
Con la testa appoggiata sulle braccia, spesso, cedeva al sonno, incurante del vociare continuo tra assi e primiere. Era sempre l’ultimo ad andarsene, Armando lo svegliava strattonandolo un po’e lo scortava all’uscio. La notte accompagnava i suoi passi nel vicolo, fino alla porta di legno rovinata dal tempo. Apriva con una pesante chiave di ferro. Una lampada ad olio illuminava a fatica lo scarso mobilio presente: poche sedie e un tavolo in mezzo alla stanza; l’acquaio sempre ingombro di piatti e rami; una cassapanca in noce, era l’unico arredo di un certo valore. Una tenda sbiadita e rattoppata divideva la stanza. Il letto era posto accanto a un’alta finestra priva di scuri; a volte il chiarore della luna lo avvolgeva come una coperta preziosa e custodiva il suo sonno. Aveva un fisico asciutto ed era basso di statura. Il viso magro era perennemente scuro per le lunghe ore trascorse nei campi. Alcuni denti mancavano e conferivano al volto una strana smorfia ma gli occhi scuri nascondevano una vivacità tipica di chi che sa il fatto suo e non si fa abbattere dalle circostanze. Il berretto schiacciato sulla testa, con una visiera a coprire la fronte era diventato parte di sé come la giacca dove, a poterci guardare dentro, l’occhio si sarebbe perso tra mille cianfrusaglie. Era sformata al punto da toccargli le ginocchia. Ogni giorno, di buon mattino, si recava nella stalla vicino alla piazzetta a prendere i muli che ragliavano e scalciavano impazienti di uscire. Non cavalcava mai le sue bestie ma li teneva con la cordicella del basto. Erano docili, e in realtà la necessità di guidarli si faceva esigente solo all’ingresso e alla percorrenza del paese. L’ultimo scalino prima di una breve salita e poi l’inizio di quel sentiero che digradava verso il fossato costeggiando arbusti e alberi di cerro, carpino e conifere. Sempre lo stesso percorso, passando davanti ad orti, stalletti e voliere. Il puzzo che a taluni poteva sembrare nauseabondo per lui era l’odore caratteristico del luogo e non avrebbe saputo immaginarlo privo. I paesani con i loro secchi di mangimi e con le loro ceste piene di uova andavano e venivano; di sera, spesso, sostavano lungo i muretti ad aspettare il suo ritorno per fare quattro chiacchiere.
Quel giorno il cielo di una primavera ormai inoltrata sembrava oscurarsi, grossi nuvoloni si rincorrevano velocemente; tirò su il bavero e controllò di avere a portata di mano l’ombrello infilato nel basto del primo mulo. Non camminavano mai affiancati ma sempre l’uno dietro l’altro, come in una lenta processione. Ad ogni passo, pagine di bosco si aprivano sotto i suoi occhi: impronte di selvatici o nidi di uccelli sui rovi rinvigoriti di nuove gemme. Il profumo delle giovani foglioline di timo, erica e acacia, solleticava il suo naso. Qualche lucertola, inseguiva i radi spiragli di sole che si facevano strada tra il fogliame. Immerso in quella pace trovava la serenità del suo intimo più profondo e la solitudine si annullava. Giunto a valle, attraversò con prudenza schivando i grandi massi trasportati dall’acqua e cercando di evitare le buche nascoste dai detriti ammucchiati qua e là. Guardò quel lato il paese che sembrava salutarlo dalle tante finestre sparse. Arrancò di nuovo in salita e si fermò nel campo degli ulivi. Cominciò la sua attività quotidiana: togliere erbacce e potare a dovere le piante, concimare, zappare e raccogliere quanto doveva. Al suono della campana di mezzogiorno tirò fuori la sacca di stoffa: il pane fresco non mancava mai perché la buona Fiorenza gliene regalava sempre qualche pezzo invenduto, un pezzo di formaggio del suo amico pastore completava il pasto. Marino approvvigionava il forno del paese con i fasci adatti alla cottura. Tutti avrebbero saputo dire in quali giorni ed orari avrebbe consegnato la legna. Con un sapiente colpo faceva schioccare la frusta ed il basto cadeva in terra. Non di rado qualche biscia strisciava fuori e disorientata se ne scappava rintanandosi in qualche buco nel muro. Quando tornava a casa, a pomeriggio inoltrato, le vie risuonavano del vociare degli abitanti ancora in giro e dei ragazzini che tiravano palloni o giocavano a rialzino tra i vicoli. Tutti sapevano che prima del tramonto lo avrebbero visto arrivare con i suoi muli, era una presenza costante in quella comunità. Oggi però la pioggia imminente non faceva sperare in un rientro serale. Si mise al riparo dentro l’antico casolare per un po’, ma il temporale veniva dalla montagna e aveva riempito il fosso in un attimo. Poteva sentire il rumore dell’acqua sbattere contro i sassi e le sponde; immaginò di dover trascorrere la notte lì non potendo rischiare di attraversare la corrente. Il paese intanto chiudeva le imposte, ancora per poco e poi il silenzio lo avrebbe riavvolto fino all’indomani. Qualcuno pensava a Marino e ai suoi muli.
RACCONTO DI FANTASIA ISPIRATO ALLA FIGURA DI MARINO

FOTO DI Luciano Cinti pubblicata nella pagina fb STRONCONE: L’altro ieri. Ieri, Oggi, Domani.