LA CASA DEI NONNI

Mia nonna grattugiava il formaggio come non ci fosse un domani. Il pecorino era sparso ovunque sul tavolo, come la farina che appariva, qua e là, in terra e sulla spianatoia. L’acqua, nella grossa pila sui fornelli, era pronta ad accogliere le ciriole appena tagliate. Erano spesse, dure e contorte come piacevano a me. In un’altra pentola il sugo bolliva da ore e il profumo di quel ragù di carne e di funghi si spandeva per la casa. Pensai subito che, evidentemente, zia dovesse essere partita per uno di quei viaggi, in giro per il mondo che faceva, una volta l’anno, alla scoperta di terre lontane. Zaino in spalla e pochi compagni, spariva per un mesetto. Telefonava solo all’arrivo e dall’aeroporto nel giorno del rientro. Lei odiava ogni tipo di latticino e il disordine sfrenato, cose in cui, invece, mia nonna sguazzava. Per fortuna, zia, non amava stare in casa e le sue fughe erano una costante dei fine settimana, una tregua che consentiva una convivenza accettabile.   Ottobre era il mese delle prelibatezze soprattutto quando si accompagnava al crepitio della legna nel caminetto. Le serate cominciavano a farsi fresche, in quella grande casa dentro il paese con la quale il sole era avaro in estate, figuriamoci nelle altre stagioni. Mio nonno, grande cacciatore, partiva all’alba con i suoi richiami e raggiungeva in macchina il vicino uliveto, dove aveva un capanno affatto scomodo in verità. Era così attrezzato che ci si poteva anche passare la notte, al bisogno. Lo aveva costruito in muratura e aveva lasciato una piccola finestrella dalla quale mirava gli uccelletti che si posavano sui rami del bosco confinante. Se ne stava al calduccio con la sua stufa a legna sulla quale riscaldava il cibo e si preparava un buon caffè. Lo aveva arredato anche con una brandina e una coperta marrone che sembrava infeltrita;  al tocco faceva venire i brividi per la mancanza di morbidezza. Noi nipoti più piccoli, durante la raccolta dell’oliva, andavamo a giocare in quella che consideravamo la nostra casetta e nonna ci portava gustose merende. Gli uomini salivano sulle scale per arrivare ai rami più alti. Le donne, raccoglievano dai rami bassi, da terra, con una specie di grembiule che aveva una grossa sacca sul davanti. Quando i sacchi erano pieni, li portavamo al frantoio e aspettavamo la macinatura che a volte avveniva quasi a notte. Non mancava mai l’assaggio dell’olio nuovo con la bruschetta che, i padroni del molino, arrostivano nel grosso camino. C’erano delle seggiole tutte intorno e tutti aspettavamo con pazienza quel momento. Si parlava della resa dell’olio, dei costi affrontati nella stagione, si contrattava il prezzo…    Trascorrevo con i nonni, molte ore al giorno. Mia madre, casalinga, maglierista, nonché sarta all’occorrenza, non aveva certo il tempo di portarmi a spasso e mio padre, operaio alle acciaierie, usciva da casa alle 8 di mattina e tornava alle 19, tutti giorni della settimana, escluso il sabato e la domenica. Le uniche giornate per uscire erano quelle ma, non sempre, accadeva di fare qualcosa. Con loro, invece, non mi annoiavo mai e le mete più frequenti erano la montagna e i campi. In autunno si cominciava con i funghi. Le piogge di fine estate e il sole che riappariva ancora così potente, nelle ore centrali della giornata, consentivano raccolte abbondanti e, allora, vai a polenta e pasta.                                                                                                                                                    Passavamo dentro il bosco; con la sapienza di grandi conoscitori, mi indicavano questo o quell’albero, mi facevano segno di stare in silenzio per non tradire la nostra presenza e far scoprire i posti in cui i porcini erano nati e ne sarebbero spuntati ancora nei giorni successivi. Tutti i “fungaroli” facevano così, c’era una tacita sfida combattuta a colpi di fandonie e di imbrogli. Qualche volta, se avvertivamo la presenza di qualcuno, nascondevamo il canestro pieno e camminando a testa bassa, facevamo finta di non aver visto niente, intanto spiavamo gli altri per scoprire posti sconosciuti.                                                                                                                              Il periodo della caduta di noci e castagne coincideva. Il sabato, uscivo prima da scuola, mi venivano a prendere con la 500. Nonna preparava un panino imbottito di prosciutto e portava tavolette di cioccolata bianca e nera. Salivamo verso la montagna dove saremmo restati fino a sera. Al rientro avrebbero cotto le castagne sulla fiamma nella grande padella dal fondo bucherellato. Io mi accovacciavo sulla poltrona tanto vicina al fuoco da farmi bruciare le guance. Guardavo con quanta maestria il nonno faceva saltare in aria quei frutti dopo averne intaccato al buccia. Quando questa, cominciava a diventare scura, ne prendeva una da assaggiare, poi le copriva con un panno per farle macerare. Mia nonna le apriva e le schiacciava; quando erano pronte io ne facevo scorpacciate. Le noci le mettevano ad asciugare in capaci cassette sul davanzale del terrazzino più esposto al calore del sole. Successivamente con pazienza, le avrebbero spaccate con lo schiaccianoci e messe da parte per i panpepati di Natale.                                                                                                                       

Uccelletti arrosto, funghi, castagne… tutta la via era impregnata di questi odori perché in ogni casa si svolgeva lo stesso rito da tempo immemore. Una legge non scritta ma rispettata da tutti. La legna stessa mentre bruciava emanava un profumo piacevole, spesso aromatizzata dalla resina delle pigne che cadevano abbondanti nei boschetti vicini al paese e che venivano raccolte per aiutare i ceppi più grossi ad ardere.                                                                              

 Quando la sera era ancora giovane, ma buia, nelle strade, le sole voci che si sentivano erano dei botteganti e degli avventori che si dilungavano in chiacchiere. Gli uomini che tornavano dal lavoro camminavano in fretta, per raggiungere le loro case, dopo ore sfiancanti in campagna o nelle fabbriche. Per me cominciava l’ora dei ricordi. Aprivo una porta chiusa sulle scale dopo aver oltrepassato il portone principale. Un lungo corridoio, poi, mi conduceva ad un’altra porta oltre la quale venivo accolta da un calore familiare che profumava di coccole, di frutta consumata vicino al caminetto, di biancheria ricamata sulla tavola e di centrini sparsi su ogni mobile a ospitare cornici di vecchie foto. Si creava l’atmosfera dell’attesa di un nuovo racconto, dove volti noti o sconosciuti diventavano protagonisti di vecchie storie.                                                                                         

   Mia zia sembrava aver vissuto dieci vite. Aveva scelto di non legarsi a nessuno se non alla libertà. A differenza di mia madre che aveva seguito la tradizione della donna di quell’epoca e conduceva un’esistenza dedicata alla famiglia, lei aveva scelto e potuto lavorare in città e il suo impiego le aveva concesso di divertirsi e di incontrare gente di ogni tipo. Portava pantaloni e guidava una macchina sportiva, andava in grotta e scalava montagne, sciava e camminava per sentieri. Io mi riempivo la testa di quelle immagini e guardavo le foto di posti meravigliosi e di volti sorridenti. Ogni sera una nuova puntata mi lasciava entusiasta e curiosa.                                                                 

  Accanto alle avventure però, c’erano anche le vicende di famiglia. Quelle mi toccavano nel profondo e le ascoltavo con una concentrazione quasi mistica. Io, infatti, pur ammirando la vita di quella zia fuori dal comune, nel mio intimo aspiravo alla tranquillità familiare impersonata da mia nonna e da mia madre e mai avrei seguito le orme della scalmanata parente. La preferivo nella versione bambina quando con i suoi fratelli faceva visita agli anziani nonni o andava in campagna a raccogliere le erbette per cucinare. Mi raccontava di luoghi che anch’io avevo in parte vissuto come l’Officina di famiglia con quell’odore forte di segatura e i rumori delle macchine. Gli zii che con i loro grembiuli blu accoglievano i committenti mentre lavoravano e contemporaneamente discutevano di politica o di sport. Anche quello era un luogo dove, spesso mi recavo a piedi con nonna. Persino la domenica c’era sempre qualcuno. Entravamo da una porticina di ferro che era all’interno di una più grande che veniva aperta solo per transitare con macchinari o caricare prodotti finiti. Un grande e lungo capannone dove venivano prodotti banchi per le scuola, mobili, infissi e casse da morto. La carpenteria con i suoi valenti fabbri era conosciuta in tutto il mondo: cancellate, portoni, letti. I miei parenti la consideravano una seconda casa da sempre e tutti lo sapevano quindi, non era raro, anche nelle giornate festive, trovare  l’amico che cercava una tavoletta o un pezzetto di ferro, il nipote che doveva costruire qualcosa per la scuola, clienti e amici  che andavano per ricevere un consiglio, un aiuto o un parere professionale…tutti venivano accolti dall’allegro fischiettio dei Vittori, gente allegra e ottimista.                                                                                                     

    Quell’ottimismo che era proprio anche di mia nonna. Si poteva sentirla cantare dalla strada quando sfaccendava per casa e la sua voce altisonante era inconfondibile anche durante le funzioni religiose. Malgrado avesse allevato cinque figli nel periodo della guerra, non aveva mai perso il buonumore e trascorreva nottate a cucire e a stirare per aiutare il bilancio familiare. Nonostante ciò i suoi figli erano sempre ben vestiti e curati come si addiceva ai suoi natali benestanti. I suoi genitori e dunque i miei bisnonni appartenevano a casate importanti che si erano distinte per meriti professionali e politici. Persino la passeggiata del mio paese è intitolata al mio avo e, da piccola, io me ne vantavo con gli amichetti.               

 Godevo nell’ascoltare mia zia narrare di sua nonna che recitava parti della Divina Commedia a memoria, scriveva poesie e amava tutti i suoi numerosi nipoti che intratteneva con la lettura di fiabe. Io che l’avevo conosciuta, seppur per breve tempo, rivedevo la sua figura di donna robusta e bassina girare per casa. Ovunque c’erano libri, quaderni e documenti. La ricordavo nei suoi gesti semplici ma amorevoli come quando mi faceva sporgere da una finestrella sul corridoio per prendere una caramella portata dalla prima rondinella, era per dirmi che la primavera era arrivata. Oggi restano case ormai chiuse e luoghi abbandonati, molte persone care sono morte, ma la polvere dell’oblio non potrà mai posarsi sui ricordi di chi ha amato.

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