
Le case arroccate sulla collina si aprono al più vasto panorama verso una pianura antropizzata ricca di campi coltivati. Nella parte posteriore del paese le montagne sembrano confluire in un abbraccio con i loro boschi.
Da sempre la montagna ha costituito un bene collettivo che ha permesso a piccoli artigiani, contadini e pastori di aumentare il proprio sostentamento attraverso lo sfruttamento delle risorse che il bosco e i pascoli offrivano. Regolato da norme e vigilato da guardie campestri il patrimonio boschivo è sempre stato oggetto di una politica amministrativa volta a tutelare la sua gestione.
UNA POLITICA A TUTELA DEL BOSCO
Nei primi anni del secolo scorso, l’incremento demografico, la nascita delle nuove fabbriche nella vicina Terni, nonché lo sviluppo delle infrastrutture per modernizzare il neo nato Regno d’Italia, provocò una richiesta sempre più pressante di legname.
Nel 1907, una citazione presso il Giudice Conciliatore, tratta di ” traverse provenienti da Rocca Carlea” che avrebbero dovuto essere portate alla strada comunale di Crocemicciola. Tra gli attori figurano persone provenienti da Roma o non dimoranti a Stroncone
Nell’uso quotidiano della comunità, le attività di disboscamento riguardavano il taglio della legna da ardere, il taglio di frasche e di germogli per uso animale o di legna per alimentare le fornaci di calce.
- 1928, C.Luigi “chiede di poter tagliare ginepri di proprietà comunale da utilizzare per cottura a calce ad uso proprio e non a scopo di commercio, a voc. Treiu, sopra una superficie non maggiore di 1 ettaro”. Nel 1904, M.Lorenzo vuole essere risarcito da S. Chiara per £ 10,50 Importo di 3 rubbie di calce vendutagli; V.Nicola contro S. Vincenzo per conteggiare il denaro ricavato dalla vendita di calce di proprietà comunale;
- G. Americo, chiede di tagliare nei boschi comunali per ” i bisogni dei forni per la cottura del pane”.
Era praticata anche l’attività di carbonaio come risulta da alcuni documenti:
nel 1891, una “soma” di carbonella vale £ 250.Luigi E. taglia una quercia a Valle Lecina e carbonizzandola, ricava circa mezzo q.le di carbone. Nel 1929, nella Verifica periodica di Pesi e Misure, figura C. Natale di Finocchieto, carbonaio.
Di scarsa importanza era la discussione sul reperimento delle zone da adibire al pascolo a svantaggio degli alberi, che teneva banco, invece, in altre zone geografiche del paese. Tuttavia anche qui risulta che parti di bosco siano state sacrificate per ottenere terreni seminativi, relegando porzioni di macchia, sempre più lontane dal centro abitato. Senza dubbio anche la promiscuità con gli animali avrà avuto la sua parte. Infatti, come si può dedurre dai documenti che attestano la presenza di stalle all’interno del castello, sembra evidente che il passaggio di greggi e di altri animali abbia provocato un eccessivo sfruttamento dei terreni limitrofi.
Giacomini P. viene multato per aver portato in piazza il suo maiale; Sensi A. per aver abusato di tenere una gran quantità di letame nella stalla cagionano disturbo ai vicini; Nella borgata di Coppe, per ordine dell’Ufficiale Sanitario Angelici S. viene sanzionato perché nella stalla di sua proprietà si trova letame che fa danno alla salute dei vicini; Vittori V. riceve una contravvenzione per avere tenuto una quantità di letame nella stalla.
Inoltre c’erano greggi di pecore e capre che si ricoveravano in ovili a ridosso del paese e che offrivano latte appena munto al ritorno dal pascolo in pianura; una costante presenza di muli e cavalli, necessari al trasporto di merci e persone, che in alcune zone impervie rappresentavano l’unica possibilità di movimento.
Il legname era la materia prima per eccellenza che poteva creare maggiori problemi nel mantenimento dell’area boschiva.
Il taglio periodico andava protetto per i danni che potevano essere recati a polloni e matricine. Occorreva dunque una rigida regolamentazione che punisse i trasgressori, i quali non si lasciavano spaventare da divieti e sanzioni. Andava promossa una politica tesa a impedire lo sfruttamento scellerato in nome del riconoscimento del bosco come fattore economico-produttivo.
Vennero previsti turni di sorveglianza svolti dalle guardie campestri i cui compiti erano:
- La vigilanza continua nei boschi comunali;
- l’accertamento e denuncia delle contravvenzioni al regolamento di polizia rurale e di quelle per furto di legna.
Il taglio degli alberi comunali non era libero ma soggetto al pagamento di un censo che poteva essere aggiudicato all’asta mediante il metodo della candela vergine.
1911: Felice da Soriano nel Cimino, paga 2 rate rispettivamente da £ 4.811,68 e £ 3.311,68 per il taglio del bosco a Solagno di Ruschio; Cesare, paga £ 1.500,00 per il taglio a bosco Martine.
1921: il Comune organizza un’asta pubblica per la vendita di n.1150 piante di alto fusto di Pino d’Aleppo di proprietà comunale.
Il taglio andava fatto a regola d’arte. Da un documento del 1891: “taglio dovrà essere eseguito a regola d’arte con ferri ben taglienti, non a bocca di lupo, né a strappo, ma a taglio piano e a scivolo, rasentando possibilmente la ceppaia, rispettando tutti i lasciti marcati con tinta rossa. E’ assolutamente vietato il taglio prima del levar del sole e di proseguirlo dopo il tramonto. Ogni tagliatore, incominciato il taglio in una ceppaia dovrà proseguirlo nella medesima, accuratamente ripulendola”.
L’iter da rispettare era lungo e prevedeva spese anche per l’Amministrazione. Le trasferte a Perugia come dimostra un documento di pagamento all’assessore Vittori per esservisi recato prima di stabilire il taglio. Le visite degli Ispettori forestali per sopralluoghi e rilievi che coinvolgevano anche dipendenti comunali e operai. Tutto questo aveva una ricaduta anche per le attività commerciali del luogo che offrivano vitto, alloggio e trasporti. Inoltre agli artigiani venivano commissionati lavori di costruzione e affilatura degli strumenti necessari. Per alcuni anni a seguito del disboscamento effettuato le zone interessate erano vietate al pascolo o addirittura bandite con l’impossibilità di reperire alcun prodotto o cacciare. La bandita poteva essere definitiva o temporanea. Quest’ultima interveniva nei periodi di raccolta delle castagne, ad esempio, o di altre produzioni agricole. Lo sviluppo del bosco e la sua tutela, passavano e passano ancora oggi attraverso alcune attività dell’uomo. E’ lecito supporre che le zone deputate alla semina del grano fossero interdette ad ogni animale salvo le bestie da lavoro o da trasporto. Anche i castagneti secolari rappresentavano l’impegno volto a preservare questo patrimonio. Essi, tuttora, vengono custoditi attraverso il rimpianto di nuove piante, la potatura e la messa a punto di nuovi innesti. Questo importante frutto ha rappresentato per molti anni una risorsa alimentare ed economica fondamentale per i ceti più bassi della popolazione. Meleti, noceti e querce da ghianda erano anch’essi necessari alle attività rurali e dunque tenuti in considerazione per il sostentamento di uomini e animali.
Le zone a bandita erano: Ripe “Cadorce”: Enrico M. viene multato perché conduce 30 pecore in un bosco giovane non andato a pascipascolo in nessuna specie di bestiame , Ialli, Cesanto, Coranieri e poi Coppe: un documento del 1899 afferma il divieto di pascolo per la messa a dimora di giovani pini.
Il binomio montagna- animale è inscindibile. I prati sono da sempre pascoli ambiti per i pastori che in estate si spostano con le loro greggi. Eppure proprio gli animali possono essere la causa dell’indebolimento del bosco perché danneggiano le cortecce e le fronde dei giovani alberi. Il governo del bosco ceduo praticato in epoche passate ha cercato di rispondere a diverse esigenze dei contadini e degli allevatori. Consentiva di poter stabilire stabilire delle zone individuando sia il tipo di pianta che di animale destinato al pascolo. Era evidente ad esempio che le capre rappresentassero un danno maggiore rispetto agli animali da lavoro o che pascolare con le pecore procurasse un diverso risultato che pascolare con suini o equini. Inoltre permetteva di ottenere legna da ardere, pali necessari all’agricoltura e riconquistare zone di pascolo dopo pochi anni dal taglio.
Macchialunga: il pascolo è consentito solo agli animali da lavoro; Pipiolo e Lamata non adatti a pascolo caprino.
La tutela del dominio collettivo si estendeva alle sanzioni contro i “forestieri” e le multe salate colpivano quelli che oltrepassavano il confine.
Costemartoni uomo di Cottanello che conduce al pascolo 9 capre ; donna multata in località Valleone per sconfino pascolo con 12 suini; a Buco del Grugnale multa di £200 per sconfino con 7 vaccine.
La potatura a “capitozzatura” era una delle strategie atte a far desistere i possessori di animali a compiere tagli vandalici sulle piante montane. Fare la “frasca” (fronde tenere) infatti era una consuetudine molto radicata e permetteva di integrare il foraggio invernale soprattutto quando questo cominciava a scarseggiare. Purtroppo però tali iniziative venivano spesso disattese, lo dimostrano numerose sanzioni.
Voc. Monterotondo: taglio abusivo di frasche uso lavoro; Monti Grandi taglio abusivo di frasche uso bestiame; Voc. Forchetta: taglio abusivo di frasche uso bestiame; Buco del Grugnale :taglio abusivo di una grossa “petagna” di cerro e di frasche di cerro uso bestiame danneggiando il bosco.
Il bosco una riserva naturale di ricchezza apparentemente inesauribile oggi come ieri, generoso nel donare e nel riprodursi continuamente che conserva al suo interno la memoria dell’uomo.
DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO L’ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI STRONCONE
