LE PIETRE RACCONTANO n. 2

AGOSTO A STRONCONE

Fino agli anni ’70, il Ferragosto rappresentava la fine della vacanza ai Prati. Proprietari e visitatori occasionali si riunivano con parenti e amici per la grande abbuffata che terminava sempre con secchiate d’acqua e tiri di scorze di anguria in mezzo ai verdi pascoli. Se l’avvenimento era in prossimità della domenica si indugiava ancora un po’, per terminare gli avanzi della grande festa estiva. La mia famiglia continuava i festeggiamenti per il compleanno di mio fratello e così pasta al forno e zuppa inglese imbandivano di nuovo la tavola. Tutti gli Stroncolini cominciavano a preparare la chiusura delle case dopo la lunga permanenza estiva per dedicarsi ai preparativi per la celebrazione del Santo Patrono che sarebbe caduta di lì a qualche giorno.

Tutto il paese scendeva al Convento di San Francesco per celebrare i riti che da tempo immemore avevano visto, molti enti ed associazioni coinvolti nell’organizzazione delle cerimonie laiche e religiose.

Il Convento, la cui fondazione, si vuol far risalire al passaggio dello stesso Francesco, nel 1213, aveva, da sempre, attirato nella sua orbita la devozione e il pellegrinaggio verso il Beato, che qui era cresciuto. Antonio, era nato dalla famiglia nobile dei Vici, nel 1381. Una famiglia che aveva alimentato la fede con il culto di San Francesco e della Madonna nella piccola comunità di Stroncone e aveva reso possibile la crescita religiosa di questo piccolo centro. Donazioni, anche attraverso la costituzione del Terz’ordine francescano, e confraternite sorte in ossequio ad alcuni Santi, avevano fatto erigere altari e decori, trasformando un semplice ricovero francescano in uno dei Monasteri più frequentati tra le mete dei pellegrinaggi. Antonio attratto dalla vita monastica volle entrare in convento da giovane fanciullo. Trascorse la sua vita lontano da Stroncone e morì ad Assisi, ma il popolo non lo dimenticò mai al punto da volerne rubare le spoglie, proclamandolo Patrono.

Quando si avvicinava questa ricorrenza, nel mio ricordo di bambina c’era il vestitino nuovo da sfoggiare alla Messa e le scarpe, quasi sempre alla bebè chiare, come si conveniva in estate. Per il pranzo a casa di nonna si riunivano tutti i miei zii e cugini e, se veniva lo zio Giorgio, da Treviso, la felicità era completa. Mio padre il giorno prima della festa vera e propria usciva in anticipo dal lavoro, come fosse un sabato. Io gli andavo incontro per essere la prima a comprare il biglietto della Pesca di Beneficenza. Più che altro mi affascinava entrare per vedere, in quello spazio così piccolo tutti quegli oggetti così diversi tra loro. Oggetti che oggi, sono presenti in ogni supermercato ma che all’epoca, abituati alla piccola bottega, si faceva fatica anche solo a pensarli. Nel mese di Agosto il paese era animato, anche, da villeggianti, che in realtà non erano forestieri, ma soltanto famiglie che tornavano a occupare le case di proprietà, chiuse nel periodo invernale. Anche per loro era una solennità irrinunciabile. Arrivavano le genti dalla campagna perché, la festa popolare si svolgeva tutta nel borgo. Tre giorni intensi dove le maggiori attrattive erano la Pesca di Beneficenza, il Concerto della banda nel pomeriggio e lo spettacolo musicale, serale, con qualche complesso che cantava un po’ di tutto, incitando anche al ballo del liscio, ma a memoria d’uomo nessuno ricorda uno stronconese che si sia abbandonato alla danza! Per l’occasione le sedie del salotto di casa, quelle migliori, venivano posizionate in mezzo alla piazza molto presto, chi veniva da fuori, faceva a gara con i paesani per prendere i posti migliori. Chi abitava sulla Torre o nelle immediate vicinanze di San Nicolò, fuggendo il clamore della mondanità, sistemava i cuscini per appoggiarsi con i gomiti e godersi il passeggio, lasciandosi andare a pettegolezzi, così come, chi sceglieva il gradino del muro sottostante che, osservava direttamente, il viavai di tutta quella gente insolitamente presente sulla piazza. Era il momento dell’anno più propizio per aggiornarsi sulle nuove situazioni familiari di conoscenti e amici: lavoro, figli, affari… Gli uomini sostavano, maggiormente, davanti al bar o sul muretto dietro al Monumento in un: “vedo non vedo ma mi accorgo di tutto” e così in questo gioco di occhi spianti le nuove coppiette o i nuovi amori erano costrette a slalom fuorvianti gli sguardi. I fuochi d’artificio, davano un arrivederci all’anno venturo; non di rado, era necessario l’intervento dei pompieri per spegnere l’incendio delle stoppie provocato dalle “luglie”.

Quando le donazioni della popolazione subirono una crescita, le serate aumentarono e cominciarono ad arrivare commedianti e teatranti, qualche nome famoso del mondo della canzone come Mino Reitano e Raul Casadei e al pomeriggio, sbandieratori e tamburini dei Comuni vicini.

La Processione e la Benedizione dei Bambini erano i pezzi forti di tutta la manifestazione religiosa. Erano le due occasioni cui nessuno rinunciava. Bambini e bambine, splendidi nei loro vestitini, solcavano la navata centrale portando un fiore, quasi sempre bianco, da posare sull’altare del Beato. La cerimonia andava avanti in una confusione generale dove non mancavano pianti e capricci; il caldo afoso e la calca convinceva qualcuno ad uscire sul piazzale seppur a malincuore.

La processione si svolgeva il 20 agosto. Partiva e tornava dal Convento dopo avere raggiunto la Piazza del Paese. Il protocollo era sempre lo stesso, la Banda precedeva il corteo, seguivano gli stendardi delle confraternite, la statua del beato, il clero, le donne e i bambini e in fondo gli uomini con il cappello in mano e le mani spesso intrecciate dietro la schiena. Erano poche le persone che restavano al limitare della passeggiata a guardare perché ognuno in cuor suo aveva qualche grazia da chiedere e camminava tenendo in bocca una preghiera per sé o per i propri cari.

AGOSTO STRONCONESE

Quell’anno i preparativi cominciarono molto tempo prima. Il paese era stranamente animato da tanta gente e, tutti, dico tutti, compresi i villeggianti e abitanti della campagna, partecipavano alla Manifestazione che si sarebbe tenuta nei giorni dedicati alla festa del Beato Antonio.

Si cominciò a parlare di 3 Contrade, con una divisione territoriale cui vennero attribuiti simboli e colori. Il Castello per il paese su fondo blu e rosso, L’Arco in virtù di quello che, un tempo, attraversava voc. San Liberatore su fondo giallo, e Santa Lucia su fondo bianco-celeste.

Contradaioli in vacanza

La nuova Festa che si andava delineando era qualcosa di grande. Ci fu bisogno addirittura di una Regista, così la chiamavamo tutti. Ne ho un vago ricordo, mi sembra che portasse abiti leggeri e ampi dai colori vivaci: azzurro, verde… e un paio di occhiali, il tutto completato da un cappello, ma non saprei dire se si tratti dell’immagine che ho di lei o se corrisponda alla realtà.

Per certo so che ci fu uno studio approfondito e meticoloso che arrivò anche in Francia, soprattutto per quello che concerneva i figurini delle guardie napoleoniche e i costumi.

Il periodo scelto per rappresentare la storia, legandola ai fatti del Beato Antonio, fu quello del 1809 quando, alcuni giovani ,guidati da Padre Angelico Coletti, riportarono il corpo incorrotto del Beato, trafugandolo alla città di Assisi.

Per la riuscita dell’evento si succedettero giorni febbrili dove ognuno mise a disposizione sia le proprie capacità, per costruire, cucire, dirigere, disegnare… che la semplice manovalanza. Così ogni Contrada si dotò di un direttivo che potesse coordinare il proprio spazio. E sì che il da fare non era poco! Socializzare e coinvolgere le frazioni, acquistare tutto il materiale: dalla stoffa per i costumi a quella per le bandiere, distribuirle secondo l’ordine programmato, comunicare alle sarte il taglio, l’abbinamento dei colori e suggerendo cosa aggiungere o cosa togliere. Molti rispolverarono i vecchi costumi di famiglia adeguandoli al periodo preso in considerazione. Popolani e nobili, sfoggiarono per l’occasione eleganti collane di corallo, bustini, fazzoletti e grembiuli di fini merletti. Le bandiere dovevano essere cucite e decorate, così uno stuolo di volontari si mise all’opera in vari punti del paese provvedendo senza distinzione di sorta. Intanto c’erano da costituire: il corpo delle guardie e quelle dei tamburini: dalla scelta dei figuranti, quindi si passò a prendere le misure per confezionare divise e intanto ore ed ore di prove “formavano” i vari personaggi: dal soldato semplice al capo delle guardie, dal primo tamburo agli allievi provetti. Venne creata anche la prigione, con un vero galeotto che sostava in attesa dei passanti curiosi. Una taverna allestita nei locali, presi in prestito dal Convento delle Suore, offriva pasti tradizionali, in un ambiente rustico, dove le tovaglie erano di carta paglia, le anfore e i boccali in terracotta e i camerieri e le cameriere indossavano tipici costumi.

Quando giunse il grande momento, tutto il territorio era colorato di bandiere sventolanti.

Io avevo aiutato a dipingere e a disegnare con modelli di legno il Castello e l’Arco. Le mie finestre, però, offrirono il risultato delle sapienti mani di mia madre: una bandiera che ritraeva esattamente il vessillo del Comune.

Il mio vestito, lo cucì con le indicazioni ricevute: la gonna era rossa e aveva delle guarnizioni blu; la camicia e il fazzolettone erano di merletto antico di quasi cento anni e il bustino uscì fuori da quell’abilità di sarta conquistata nell’elegante laboratorio di sartoria delle signorine Contessa, negli anni della sua gioventù. Oggi, a distanza di 40 anni, lo indossa ancora mia figlia.

I giorni di festa aumentarono con una varietà di spettacoli e nelle vie del paese si moltiplicarono gli artisti desiderosi di mettere in mostra i propri lavori artigianali. Qualcuno pensò addirittura di organizzare una divisione competitiva tra popolani che, inutile a dirlo diventò immediatamente coinvolgente: “Il torneo di calcio”. Il divertimento fu assicurato: grandi e piccini tifavano a favore o contro, fratelli, generi o mariti, difendendo il proprio campanilismo tra luoghi natii o di importazione. Per un po’, come sempre succede, tutti furono allenatori e arbitri; nelle vie, nella piazza e in ogni dove si discuteva e si rideva.

La sera dedicata alla sfilata fu un tripudio di folla, non ci fu una sola famiglia che non avesse almeno un componente coinvolto nella rievocazione. Calessi di nobili elegantemente vestiti, carretti di contadini e cesti di fiori delle popolane, guardie a cavallo e guardie a piedi…

Ognuno dette il proprio contributo con la propria presenza o fornendo il necessario. Ogni frazione sfilò con il proprio stendardo e i suoi abitanti: Finocchieto, Aguzzo, Vasciano; Colle venne compresa nella contrada dell’Arco; Coppe e Colmartino con la Contrada Castello e Santa Lucia fu contrada propria. Seguiva il Corteo la gente in abiti comuni quasi a portare ancora una volta devozione al simulacro del Santo Patrono.

Altra novità fu la Sfida alla Berretta: i Cavalieri delle Contrade si sfidavano in una giostra medievale. Questa manifestazione ebbe alti e bassi e periodi in cui venne sospesa e poi ripresa.

Nel corso degli anni L’Agosto Stronconese ha modificato eventi e tradizioni, nei due anni di pandemia, poi qualcosa si è addirittura perso. La mia famiglia a vario titolo è stata sempre coinvolta nel Corteo.

Da Castellana sono diventata Arcolana ma solo di nome! La mia Lucrezia ha indossato diversi abiti che hanno seguito la sua crescita

Con la perdita di mia madre, altre mani hanno lavorato con la stessa sapienza per tenere alto il valore di questa ricorrenza. E’ per questo che con gioia ed emozione mi accingo a rispolverare un costume che rappresenta molto più che una semplice festa di paese.

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