Ersilia

Vitaliano e Ersilia Vittori

Camminavi con il tuo incedere lento, come lento era il ritmo della tua vita. L’abito nero lungo fino alle caviglie nascondeva un corpo gracile e snello. Le scarpe di pelle, chiuse pure in estate, erano anch’esse, rigorosamente nere; l’immancabile fazzolettone che avvolgeva la testa incorniciando un viso scavato e pallido, qualche ciocca di capelli grigi a volte sfuggiva evidenziando il tuo unico tocco femminile. Le mani magre con le dita affusolate e bianche, erano attraversate da vene bluastre quasi a rilievo su quella pelle così delicata. Il tuo abbigliamento non conosceva stagioni o feste e l’unica nota diversa era rappresentato dallo scaldino che accompagnava le lunghe giornate invernali.

Ersilia, zia Ersilia, nacque nel 1887, da Gioberto Vittori e Anna Maria Massoli. Visse gli anni gloriosi della Grande Officina Vittori e assistette all’ascesa di suo fratello Vitaliano sia in campo politico che economico. Quando l’altro fratello Ubaldo si ritirò dagli affari dell’Officina, intraprendendo altre strade con sua moglie, lei, decise di dedicarsi alla numerosa famiglia che intanto Vitaliano aveva cominciato a formare. Una famiglia che crebbe con gli anni così come la fama di questo intraprendente fratello che riuscì a sposare una donna appartenente alla casata dei Malvetani: famiglia possidente, con i cui esponenti condivideva l’interesse per la politica amministrativa. I Vittori e i Malvetani furono per anni protagonisti della scena politica del paese alternandosi nei ruoli di sindaci e assessori.

I ricordi che ho di te risalgono all’ultimo periodo della tua vita. Eri sposata con Gesù e a dirla in verità sembravi una vera e propria suora. Per me eri la zia di famiglia, non proprio la mia ma ” quella non sposata” che i nipoti dovevano accudire così come aveva lasciato detto tuo padre o addirittura il tuo stesso fratello dall’alto della sua autorevolezza. L’accordo stabiliva che dovessi restare nella casa di famiglia e, a te, poco importava se non c’era riscaldamento e l’unica stanza di cui in realtà usufruivi era la tua camera. A te stava bene così e il tuo primo obiettivo era non disturbare. Ricordo un letto grande dalla biancheria sempre immacolata, un catino vicino alla finestra, che poggiava su un piedistallo artisticamente lavorato in ferro battuto, così come la testata del letto: prodotti dalle abili mani degli artigiani Vittori.

Accettavi di andare un giorno alla settimana, a turno, a pranzo dai tuoi nipoti. Consumavi un pasto semplice e frugale perché alcun peccato di gola potesse nuocere alla tua purezza. Vivevi in un mondo tuo dove non trovava posto la ricchezza, lo sfarzo e tantomeno la modernità. Quando era il turno di mia nonna ad ospitarti, mi chiedevo sempre perché anziché mangiare con noi in sala, te ne stavi tutta sola in cucina quasi se il tuo intento fosse solo quello di sfamarti. Il motivo però non era il cibo ma una scatola magica che da pochi anni aveva invaso le case di tutti: la televisione. Un elemento di quel progresso che non riuscivi ad accettare e così in cuor tuo avevi fatto il voto di non cedere mai alla curiosità di quel mostro sonante, così sempre per non essere di peso, non impedivi a noi di goderne e preferivi restare in disparte.

Eri trattata con amore e rispetto per la tua appartenenza alla famiglia, ricordo a malapena la tua voce, sembravi stanca di trascinarti in un mondo che non ti apparteneva più e in cui non riuscivi a trovare ragione di vita se non nella preghiera, sembravi ansiosa di raggiungere il cielo promesso ai giusti. Questa santa visione di te era talmente radicata, in chi ti conosceva, che, dopo la tua morte, mia madre ti sognò in un grande giardino pieno di fiori seduta su una panchina con il volto beato di chi ce l’aveva fatta ed era consapevole che tale luogo, però, fosse riservato a pochi.

Eppure nella tua gioventù dovevi essere stata diversa! Di certo i cambiamenti della società non saranno stati pochi! Avrai visto la povertà imperversare negli anni bui delle due guerre, automobili sostituire carretti e un’emancipazione della donna sempre maggiore che sicuramente ti avrà fatto storcere il naso. Tu che dai racconti di zia Ornella piangevi se la stesa della pasta non era perfettamente rotonda, tu che dedicavi intere giornate al bucato perché diventasse bianco: prima al fontanile, e poi trasportandolo nella cesta adagiata sulla testa, giungevi, con uno stuolo di pronipoti al seguito, al campo, vicino al cimitero e lì stavi tutto il giorno fino a completa asciugatura di tovaglie e lenzuola. Davi una mano ovunque potevi, consapevole che il tuo essere nubile, senza un uomo che provvedesse a te, poteva risultare complicato anche in una famiglia benestante come la tua. In fondo problemi ce n’erano stati e come! Quando tua sorella Angela si era sposata e se ne era andata, a te era toccata la sorte di veder discutere i tuoi amati fratelli. Ubaldo così diverso da Vitaliano, era più attaccato agli interessi che alla fatica e il suo maggior contributo alla Società familiare era stato quello di guardarla fallire. Furono anni difficili e solo con l’ingegno, la capacità e la razionalità che accomunava Vitaliano a sua moglie Taide, fu possibile ricominciare. Nella casa di famiglia restò Ubaldo, come sorte decise, tu ne mantenesti la parte di tuo diritto. Taide, usò la sua dote per acquistare una nuova casa dove allevò 9 figli, i tuoi nipoti. Lì visse il lutto per la morte prematura di Viviana e con la tua fede, ancora una volta, le fosti accanto, sempre pronta a condividere e a sostenere. Quando avevi del tempo libero, aiutavi Pierina, la sarta del paese e ti prendevi cura delle ragazze che venivano a imparare. Trapuntavi colletti e bustini con la macchina da cucire a manovella. Mia madre diceva sempre che a tarda età eri ancora in grado di infilare l’ago senza bisogno di occhiali! Nell’ora del Rosario prendevi per mano mia madre e mia zia e le portavi in chiesa. Davi una mano nell’orto di famiglia, che si trovava nei pressi dell’Officina e nell’allevamento di galline e conigli. L’unica distrazione che ti concedevi era trascorrere qualche momento con la tua e forse unica, vera, amica Cesarina.

Nei miei ricordi ovunque ti trovassi, sembravi di passaggio, così come sembravi esserlo nelle nostre vite, eppure sempre più spesso mi torni in mente e sono consapevole di portare dentro di me anche un pezzetto della tua storia.

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