
IL MONASTERO DI LA’ DAL FOSSO
Per molto tempo, la presenza dei benedettini a Stroncone è restata nell’oblio di una memoria lontana e vissuta nella passione di pochi storici locali. Per chi, come me, è cresciuta all’interno delle mura castellane, San Benedetto e San Simone non erano altro che ruderi abbandonati di insediamenti monastici appartenenti alla storia della “gente” che viveva di là dal fosso.
Estranei alle gite domenicali o alle passeggiate, al pari di altri luoghi, cari alla comunità, come Santa Maria, San Gregorio, i Prati… A lungo ne sono stati ignorati il peso economico, e, di conseguenza, la spinta allo sviluppo, di questo territorio, per opera dei laboriosi monaci che vi abitarono.
Negli ultimi anni, però, studi approfonditi, in particolare, dell’Angeletti e del Mazzoli , hanno acceso una luce nuova su questa realtà. Inoltre, la pubblicazione di opere, anche grazie all’Amministrazione Comunale, ha risvegliato una sensibilità nuova, riaccendendo l’interesse, dell’odierna popolazione, verso la storia antica di questi luoghi.
Nel consueto pensare , Conventi, Monasteri e Abbazie, sono, spesso, considerati sinonimi, e non è difficile considerare alla stessa stregua francescani e benedettini. In realtà la Regola monastica, che li contraddistingueva, riuscì a plasmare in modo diverso gli usi e i costumi della stessa comunità sociale e persino la sua stessa quotidianità. Fu così vero che, confrontando vari documenti dei secoli XIV e XV, è stato possibile rintracciare i diversi rapporti tra le famiglie stronconesi con l’abbazia di San Benedetto e con il Convento di San Francesco.
Mentre intorno al primo ruotavano interessi economici e le famiglie benestanti del luogo ne rappresentano a turno, procuratori, amministratori, monaci e persino abati, al secondo era riservata la vera natura spirituale del fedele e la cura della propria anima.
San Benedetto, Collocato nei pressi del Monte Terminuto, deve il suo nome “in fundis”, alla sua collocazione geografica. Lo storico Costanzi, attribuisce ai benedettini una parte fondamentale anche nella fondazione del Castello, facendo risalire il loro insediamento addirittura ad un’epoca ad essa precedente. Nonostante questa tesi sia stata messa in dubbio, tuttavia è senz’altro accertata l’opera di “accoglienza” svolta dai monaci per pastori e viandanti, nei diversi siti in cui hanno svolto la loro pratica religiosa. Infatti, sempre secondo il Costanzi, furono numerose le chiese e gli oratori affidati alla cura dei monaci.
San Giovanni al Torello

Per anni, il sole ha baciato il mio terrazzo, inondando con la sua luce tutta la gola naturale che ospita il tortuoso fossato. Davanti ai miei occhi, una costa coltivata a uliveto e a tratti boschiva con alcuni ricoveri in muratura dismessi da tempo. Luogo privilegiato per cacciatori nella “stagione del rientro”, zona battuta alla ricerca di fascine per il fuoco, raggiungibile attraverso sentieri percorribili a piedi. Da Stroncone, quello più noto è detto delle Scentelle , famoso quasi quanto il fantomatico serpente bianco “gigantesco” che, puntualmente, all’inizio della bella stagione, ritornava sulla bocca degli anziani, che affermavano di averlo visto sbucare dagli anfratti. Il personaggio che più di tutti si identificava con il Torello, era Marino. Lui e i suoi muli, carichi di legna, per il forno del paese. Quando arrivava davanti alla cantina, dove Fiorenza teneva i fasci, con un colpo deciso ed esperto scioglieva il basto, proprio in mezzo alla via e lì, per davvero, a volte, si poteva vedere scappar via una “serpe sorcina” che seminava paura tra i passanti. Parlando del luogo, capitava, a volte, di sentir parlare di una chiesa, ma, poiché, ai più, era ignara la notizia, nessuno si incuriosiva più di tanto.
Anni più tardi mi sono imbattuta in toponimi come Sancti Janni o San Giovanni al Torello e così ho scoperto che il legame benedettino non era relegato, solo, alla montagna di Monterotondo.
Il Costanzi scrive: “…chiesa di San Gioan Battista nella scoscesa ed erta contrada Torellus(…)si sublimava nell’apice della collina in quel ripiano circondato da quercie…” Afferma inoltre che alla chiesa sarebbe stato annesso un “monistero.. atto a comprendere un sufficiente numero di cenobiti per uffiziarla.. Già al tempo dello storico, ne rimanevano solo le tracce di “antiche fabbriche diroccate…ora ridotte a stalla di bestiame”. Per un certo periodo, il sito godette di benefici e lasciti e crebbe di importanza tanto da essere donato all’Abbazia di Farfa. Non si conosce il motivo della sua decadenza né l’epoca in cui venne distrutto.
In un’epoca relativamente recente questo luogo figurava tra le proprietà della Congregazione di Carità che durante il periodo dell’accentramento ne volle curare la vendita. Al terreno catastalmente definito: pascolivo olivato con mandria, appartenente alla Confraternita del Sagramento, veniva attribuito un valore di £ 191,88.
San Simone

Situato ai piedi del Monte Rotondo, è quello restato sempre più in ombra rispetto a San Benedetto, forse, perché, si diceva fosse luogo che i monaci usavano come foresteria o come assistenza e ricovero. Ma nei testamenti femminili che ho avuto modo di studiare, nel periodo in cui le donazioni a San Benedetto spariscono, per San Simone, resta una certa venerazione. I lasciti, seppur di modesta entità, rappresentavano comunque una devozione ancora sentita. Probabilmente ciò era da attribuire alla presenza dei Clareni che occuparono questo sito dalla metà del ‘400. Essi, come è noto, facevano riferimento al movimento francescano che caratterizzò per lungo periodo la spiritualità stronconese.
Oggi ospita la Comunità dei Ricostruttori che, sapientemente, hanno riportato il monastero al suo antico splendore, dopo anni di abbandono e di degrado, recuperando tutti gli elementi e gli spazi di un tempo antico. Ho avuto il piacere di cenare in questo luogo che invita al silenzio, circondato da boschi, ai piedi del Monte Rotondo e con il panorama verso la valle. La Chiesa e il Chiostro sono tornate ad ospitare attività di meditazione e preghiera attraverso le iniziative che, tale comunità, organizza durante il corso dell’anno.
I Benedettini all’interno del tessuto sociale
Altro aspetto, di non secondaria importanza, è rappresentato dalle opere di bonifica e di disboscamento a vantaggio di pascoli e coltivazioni dei terreni incolti che svolsero i monaci. Fu proprio questa operosa laboriosità che contraddistingueva la Regola, unita alla preghiera che, paradossalmente, però, creò un nuovo profilo di tutte le abbazie benedettine, cui Stroncone non fece eccezione. Infatti la produzione e la raccolta portò ricchezza oltre la natura e lo scopo per cui erano state fondate. Quei luoghi rurali e solitari, scelti per favorire la dimensione spirituale, finirono per diventare centri economici per stipulare: permute, contratti, vendite, affitti ecc.
E’ proprio il libro del Mazzoli, citato in bibliografia, che mette in luce i rapporti tra i monaci e le famiglie più in vista del castello. Famiglie a volte imparentate tra loro attraverso matrimoni di convenienza per mantenere o accrescere il capitale.
Il procuratore di San Nicolò Giovanni Leterutie, compare nel testamento di Francesca, come suo nipote ser Ieannis Leterutii; testimoni del documento, sono altre figure note nel panorama della buona società: Iohanni Petri Mactielli, Colecte Mactei, Sancte Freze, Arcangelo Vici, Petro Ihoannis Florentie.
L’usanza di mantenere il nome di nonni e genitori, se da una parte concretizzava quel senso di rispetto permettendo, così, anche di riconoscere l’appartenenza all’una o all’altra famiglia, di contro, però aveva lo svantaggio di non riuscire, sempre, a far distinguere le singole persone oggetto di omonimia.
E ‘ il caso, ad esempio, della ben nota e numerosa famiglia Mactielli i cui membri erano molto attivi nella società di questo periodo. Pietro Mactielli (padre o figlio) stipula un contratto di acquisto per un terreno dall’abbazia, nel 1460. Cosa certa è che nel 1463, il capostipite risulta defunto e Agnese uxor olim Mactielli Petri Iohannis, nomina tra gli eredi i suoi figli: domino Francisco, ser Pietro, Angelo e Giovanni. In altri testamenti, della stessa casata, troviamo nuovamente Pietro e Giovanni, così come la loro presenza nel ruolo di testimoni durante l’atto testamentario, di molte testatrici. Nel 1478, durante una riunione nell’Arengo, Giovanni, propone di far erigere la cappella di San Sebastiano per proteggere la comunità dalla peste che in quel periodo imperversava nell’intero territorio. Altra figura di spicco è doctor domini Francisci che sposa domina Paula Salzeri di Interamna, che, come si confaceva alla gente nobile, apparteneva alla “fraternità delle pinzoche“.
Alla stessa famiglia, più o meno direttamente, potrebbe appartenere il monaco Matteo teotonico, che il Mazzoli, ritiene presente nell’anno 1460. Ciò potrebbe trovare conferma dal testamento di Sabecta, (1475) definita dal notaio Cole, teotonica, e moglie di Antonio Mactielli. Tra i legatari appare Matteo. La stessa Sabecta, appare, come sua nipote, nel testamento di Cicchola vedova di Herrighus Janne. Nello stesso, viene citato anche Matteo, che riceve una parte dei beni.
Abati e monaci entrano, a volte, direttamente nella gestione dei propri beni o di quelli familiari:
Angelo Contesse, abate negli anni 1455-56, potrebbe essere parente di Tomassus Johannis Contesse, suocero di quel Francesco Thomei che entrerà in affari con l’abate Salvato, per possedimenti nel territorio narnese alcuni anni più tardi.
Altra famiglia importante, sicuramente è quella dell’abate Angelo Antonio Tocchi. Nel 1474, l’abate Salvato acquista dei beni da Antonio di Pietro Tocchi. Nel 1481, Caterina, figlia di Antonello di Pietro Tocchi, pur essendo sposata, viene testata col suo patronimico, inoltre, stabilisce che alla sua morte, in mancanza di eredi, i suoi beni tornino a suo padre. Due condizioni che venivano accordate solo a donne di un certo livello sociale. Lo stesso Antonello, nel 1477, diviene depositario di una somma di 19 ducati per conto dell’abate Salvato.
Antonio Ciccholi è abate nel 1461. Nel 1481, ormai l’abbazia ha perso i suoi fasti e lo spirito religioso di Vannella uxor Iohannis Ciccholi, si rivolge devotamente, con le sue donazioni al Convento di San Francesco e al suo testamento è presente anche il custode del suddetto convento.
Benedettini e Francescani una convivenza separata
Il finire del ‘400, vide la fine, anche, della stessa Abbazia benedettina. Ma quali furono i risvolti sociali negli anni che precedettero tale decadimento, soprattutto in concomitanza con la presenza dei francescani nello stesso spazio territoriale?
E’ indubbia la diversa finalità che i due ordini rappresentavano pur avendo, entrambi incarnato, in momenti diversi, l’esigenza spirituale della società che voleva rinnovarsi rispetto alla corruzione della chiesa regolare.
I monaci che ricercavano la quiete e che volevano glorificare il Signore attraverso il lavoro, avevano svolto una missione sociale e culturale non indifferente accompagnando il progresso anche economico di piccole realtà rurali. Accoglievano viandanti e pastori ma aprivano anche nuove strade e camminamenti, bonificando e mettendo in comunicazione anche genti lontane. Era normale che oltre alla preghiera, finirono per essere messe al centro le pratiche di gestione di patrimoni che, a volte, diventavano anche ingenti per i lasciti testamentari che i fedeli gli accordavano.
Di contro i francescani, con la loro opera di spiritualità votata alla povertà e alla preghiera, sembravano quelli più idonei ad incarnare quella strada per conquistarsi il paradiso attraverso i pellegrinaggi e la celebrazione delle messe. L’istituzione del Terz’ordine e il coinvolgimento di uomini e donne nella cura delle chiese e dei santuari, esprimeva una nuova pratica religiosa, spostando l’attenzione sulla salvezza della propria anima.
Questo è evidente dalla lettura dei testamenti che pur essendo coevi ad entrambi gli ordini religiosi, vedono nei Conventi francescani, pure in quelli lontani dalla municipalità stronconese, i soggetti maggiormente beneficiati, sia in denaro che in altre opere.
L’Abbazia oggi

Con i primi tepori primaverili, un sabato pomeriggio sono salita al Monastero.
Lasciata la macchina in prossimità della frazione il Colle, con un gruppo di amici, ho iniziato, quella che sembrava una semplice passeggiata in mezzo agli uliveti. Ben presto però è cominciata la salita e più avanzavamo e più la strada si inerpicava. Vedevo mio marito avanti e sparire dietro svolte, di fronte alle quali, speravo, finalmente, di vedere la famosa spianata che ospita l’abbazia e, invece, trovavo sempre un’erta sempre più faticosa. A mano a mano che ci addentravamo nella zona boschiva la vegetazione cambiava sotto ai nostri occhi; i pini, carpini, lecci, prendevano il posto di arbusti odorosi come l’erica e il timo selvatico e le ginestre non ancora fiorite.

Sul lato destro si intravedeva una gola che faceva immaginare lo scorrere dell’acqua nelle giornate di forti temporali. Finalmente, superato il dislivello che ci separava dai famosi 633 metri s.l.m., altitudine cui viene fatto corrispondere il sito, ci è apparso il fontanile, preannuncio di quanto resta dell’antico monastero.

La visita è stata agevole perché, nei giorni precedenti, il luogo era stato pulito dai rovi e dalle erbacce dagli AMICI DEL CAMMINO DEI PROTOMARTIRI FRANCESCANI in occasione dell’evento: ” Alla scoperta della millenaria Abbazia di San Benedetto in Fundis” a cui hanno aderito diverse associazioni del territorio. Quindi, la piana che ci ha accolto, era facilmente accessibile così come i ruderi che tutt’oggi mantengono intatta la loro bellezza e il loro fascino.

Sulla destra sono ancora visibili i camminamenti dei frati; le grosse pietre, che sembrano sostenerli, appartengono ad una formazione geologica chiamata Maiolica, risalente a più di 100 milioni di anni fa..
I sentieri permettevano di raggiungere Miranda, Marmore e indirettamente Piediluco, che consentiva, anche, l’approvvigionamento del pesce, e la valle reatina.

Certo, ai primi monaci che giunsero, dovette apparire quasi un miraggio la valle che si trovarono dinanzi. Una valle nascosta, con una fonte di acqua sorgiva dalla quale partiva un fossato che giungeva fino alla piana di Molenano. Un luogo protetto dalle montagne e da un fitto bosco, luogo ideale per soddisfare la sete spirituale e nello stesso tempo trovare rifugio sicuro in quegli anni tormentati da invasioni e continui combattimenti.
Bibliografia
Mazzoli C., L’Abbazia di San Benedetto in Fundis di Stroncone, Thyrus, Arrone 1994
Costanzi T., Notizie storiche di Stroncone, a cura di G. Angeletti e F. Fratini, Thyrus, Arrone 1998
Contessa A., Memoriale del convento di San Francesco di Stroncone (1575-1673) a cura di F. Treccia O.F.M., Stroncone, 1990
Angeletti G. La devozione a Stroncone. Documenti d’archivio dal 1400 al 1550, in Il Beato Antonio da Stroncone a cura di M.Sensi Ed. Porziuncola, Santa Maria degli Angeli, 1999, vol. III
G. Angeletti Toponomastica stronconese, ed- Thyrus, Arrone 2004
Ceccarelli A. Donne e testamenti a Stroncone tra il XIV e il XV sec. edizioni Thyrus, 1999
Spezzi E. Mondo femminile a Stroncone dai testamenti del notaio Battista Cole tesi di laurea Anno Accademico 1998/99 Relatore Prof. F. Mezzanotte
Documento conservati presso Archivio Storico del Comune di Stroncone