Dedicato ai miei figli perché abbiano memoria delle loro origini
dedicato a me perché il Ricordo valorizzi sempre il mio presente
LA PASQUA
Diversa dal Natale, trionfo e simbolo dell’intimità familiare riunita intorno al focolare, la Pasqua è una festa che risveglia la dimensione sociale e comunitaria.
In questa occasione tutti sono osservanti di quella saggezza popolare espressa dal proverbio ” Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”.
Il periodo pasquale era quello in cui maggiormente si realizzava quell’interazione, altrimenti sopita, tra il capoluogo e la periferia, e, se alla campagna spettava fornire la materia prima per il banchetto, il paese diventava invece propulsore della ritualità religiosa che vedeva tutta la popolazione stringersi intorno alla Parrocchia. Sì, perché, la fede religiosa si distribuiva a seconda della frazione in cui si abitava. Il Convento di San Francesco era ed è custode delle spoglie del Beato Antonio, patrono, venerato e celebrato con grande devozione. Al suo interno le cappelle di Santa Elisabetta, protettrice delle terziarie e la statua di Sant’ Antonio Abate, custode degli animali e quindi dei lavori nei campi, attiravano per lo più chi viveva fuori dal borgo. Le frazioni, in realtà indirettamente , vivevano, comunque, la parrocchia in quanto le messe venivano celebrate anche nei piccoli centri di Coppe, Santa Lucia, Colle, Aguzzo, Finocchieto…ognuno aveva il proprio Santo da venerare e Don Antonio correva di qua e di là come poteva. Nelle Chiese del paese convergeva la popolazione del borgo e quella al limitare della strada principale. La scelta tra le due chiese, oltre a rispondere a ragioni pratiche, in seguito ai diversi orari delle Messe, spesso rispondeva a una sorta di campanilismo contradaiolo, di appartenenza all’una o all’altra parrocchia.
Nel mese di Aprile, oggi, come allora, nei campi, avevano già messo radici fruttuose: cicoria, raponzoli, saporite e caccialepri; sulle ripe che costeggiavano gli uliveti spuntavano i primi asparagi, una leccornia che prodigamente, spesso, ricompensava il bracciante dalle fatiche delle potature, stagionali. Tra margherite gialle e bianche, i mandorli e i peschi mostravano le prime tenere foglie e i fiori erano, ormai, solo un ricordo. Erano ancora evidenti solo su alcuni arbusti e sull’albero di Giuda, chiamato anche “Scarpette della Madonna”. Gli aromi erano intensi: menta, mentone, finocchietto selvatico, mentuccia… nell’orto agli e cipolle. Alcune di queste verdure venivano aggiunte a carciofi e borragine per la classica frittata. Le galline erano in piena produzione e molte uova venivano accantonate, in parte per essere vendute e in parte per essere utilizzate nelle ricette tradizionali. I piccoli allevatori alle prese con capretti e agnelli da immolare per coratelle e arrosti prelibati. Il vino nuovo troneggiava nella tavola in festa e dunque se le uve erano state generose, il modesto contadino, poteva permettersi di vendere “il più”. La richiesta di caci e ricotte aumentava in vista della gitarella di pasquetta e nei campi di fave la raccolta era già cominciata. Con mia nonna andavamo a prendere l’aceto a Colmartino in una grande casa colonica da una donna robusta e vestita di nero, con un fazzoletto grigio in testa. Teneva ” la madre” così come veniva chiamato il vino non più buono che per anni era stato rimboccato fino a diventare forte e asprigno, adatto a condire insalate e a mantenere conserve. Ci ospitava gentilmente in una stanza a pianterreno, dove il pavimento era di mattoni e una piccola finestra restava alle spalle del tavolo che ci accoglieva . Non ricordo il suo nome, però ricordo la giovane nuora che ci serviva rosolio e caramelle. Andavamo a piedi ed era una bella camminata, lungo la strada sterrata nonna cantava e raccoglievamo fiorellini. Era sempre di buon umore e per me stare con lei era veramente una gioia.
La vera atmosfera di festa si svolgeva tutta all’interno delle mura castellane.
La comunità intera si ritrovava per giorni, a condividere riti laici e religiosi all’insegna della laboriosità e della collaborazione fuori dal torpore invernale delle proprie case.
C’era gran fermento in strada e nelle abitazioni per ritrovare una luce nuova dopo l’oscurità e l’isolamento dovuto al freddo. Le grandi pulizie cominciavano dai pavimenti, dove i mattoni, con le cere riacquistavano il rosso del nuovo e spargevano un profumo che aleggiava nelle stanze per giorni; veniva dato olio alle porte di legno e i battenti di ottone tirati a lucido. Se, oltre le mura, la primavera era già esplosa da giorni, nel paese faceva la sua apparizione sui balconi e sui davanzali delle finestre con ciclamini, giacinti, tulipani, margherite e primule, disposte qua e là ad accompagnare tendine a vetro finemente lavorate.
Nelle settimane precedenti, quello che non mancava era la ricerca dell’abito nuovo e delle scarpe, soprattutto per i fanciulli. Era il momento dell’acquisto per la stagione nuova. Soprattutto le scarpe, dopo la prima uscita per la messa di Pasqua, sarebbero diventate quelle da usare per occasioni importanti e per andare in chiesa la domenica. Io ricordo le vetrine, in città, piene di calzature lucide di vernice, rossa o nera, di pelle bianche, nei modelli più capricciosi: alla bebè, con fiocchi o con delicate roselline e fibbie dorate. Mia madre, sarta e maglierista esperta, acquistava anche lana e stoffa; cuciva, per me, sempre qualcosa di nuovo e lavorava maglie eleganti, impreziosite da ricami.
A casa mia arrivavano pacchi dono per mio padre, operaio specializzato all’acciaieria e responsabile del reparto Manutenzione. Erano poca cosa, a dire il vero, rispetto alle strenne natalizie e comunque, anch’esse, per alcuni giorni, godevano di gloria messe in bella mostra sulle mensole, di noce massello, della sala. Cioccolate, colombe e liquori di marca erano posti in ricche confezioni, con ricci di trucioli di paglia e carta lucida, rifinita di nastri lucenti. A casa di mia nonna, invece, arrivava l’agnello. Mia zia, infatti, lavorava all’Ispettorato dell’Agricoltura e i pastori poco avvezzi a riempire fogli burocratici la ringraziavano così, per la sua gentilezza, quando erano alle prese con domande e carte bollate.
A scuola si preparavano lavoretti con carta velina, pittura e fiocchi che richiamavano i colori dei rami in fiore, venivano aggiunti cioccolatini e rametti di ulivo; la carta cellophan avvolgeva il tutto che accompagnava l’immancabile letterina con i versi della poesia da recitare durante il pranzo. Ricordo che un anno, noi fanciulli del doposcuola, organizzammo con le nostre maestre, la rievocazione della Via Crucis del Venerdì Santo. Don Antonio, che era sempre disponibile e aperto, ad accogliere, nella sua chiesa, anche manifestazioni laiche, ci ospitò a Sant’ Angelo. Io svolgevo la parte del narratore. il mio abito era quello della Prima Comunione privato di tutti i fronzoli che lo abbellivano per renderlo più adatto all’occasione. Un grande tappeto rosso davanti all’altare principale occupava tutta la scena e la parte della Sacrestia, con l’entrata della navata laterale, fungeva da “dietro le quinte”.
Ogni venerdì, dall’inizio della quaresima, ci si poteva impegnare a pregare sotto una delle “stazioni” della passione di Cristo. Generalmente la Chiesa coinvolta era quella di San Nicolò e nel silenzio più assoluto, ci si immergeva nella triste atmosfera che veniva rappresentata.
Dal lunedì successivo alla Domenica delle Palme, iniziava la benedizione delle case all’interno del castello. Le pulizie straordinarie erano già completate da giorni e all’interno delle case tutto era perfettamente in ordine. Il passaparola cominciava di buon ora perché era certo che il rito sarebbe cominciato dopo la messa delle 8:00. Volti sporti alla finestra spiavano ogni mossa del vicinato per capire quando sarebbe venuto il proprio turno. Un’offerta in denaro era sempre pronta vicino alla porta e quando don Antonio arrivava si intratteneva in ogni stanza con una preghiera gettando acqua benedetta.
MERCOLEDI’
Era l’unica sera dell’anno, che io e mia madre uscivamo di casa da sole. La meta era la casa di mia nonna con lo scopo di mettere il lievito per le pizze dolci. La piccola cucina era attrezzata con chili di farina, stoviglie e conchette più o meno grandi contenenti i vari ingredienti; quello più prezioso era rappresentato dalle gocce aromatiche che venivano aggiunte ai liquori di mandarino, arancia, banana e anisetta. La bottiglietta di vetro trasparente era custodita gelosamente e proveniva da una nota drogheria di Terni e non era facile reperirle al pari degli altri liquori. Il lievito, in scaglie, veniva messo a sciogliere nel latte. Una prima lievitazione era già pronta. La dose richiedeva 40 uova che venivano aggiunte al panetto insieme agli altri ingredienti in una grossa conca verde di coccio. Mia madre indossava un fazzolettone colorato in testa e con le maniche tirate al gomito, sbatteva con forza l’impasto schiaffeggiandolo e sollevandolo più volte. Al termine dell’operazione veniva lasciato lievitare, tutta la notte, con una coperta, sopra, per isolarlo dal freddo della casa.
A lievitazione avvenuta mamma e nonna si ripartivano l’impasto e continuavano a farlo crescere una seconda volta nei propri recipienti. La cottura poi sarebbe avvenuta nei due forni del paese: quello più tradizionale di Orsoletta e quello più moderno di Gigi. La preparazione delle pizze avveniva in giorni diversi e si protraeva di giorno e a volte anche di notte, proprio perché era impossibile prevedere il momento in cui l’impasto sarebbe arrivato ai famosi 2/3 del soletto. Allora le voci si rincorrevano per le vie e gli echi arrivavano da una parte all’altra della strada per avvertire dell’avvenuta lievitazione o cottura e stabilire il proprio turno. Si vedevano passare le più anziane con una lunga tavola sopra la testa piena di tegami da infornare e il profumo si spandeva ovunque. Alcune donne, nell’attesa, sbattevano la chiara d’uovo da mettere sopra e i bambini pregustavano invece i confettini di zucchero e cioccolato che avrebbero completato la dolce decorazione. Quasi sempre a noi bambini era riservata una piccola pizza ricavata con l’impasto avanzato.
GIOVEDI’ SANTO
Le suore, da sempre ancelle della cristianità e della vita religiosa, preparavano i Sepolcri nelle due Chiese principali. Coprivano immagini e crocefissi con drappi neri e viola in segno di lutto e spogliavano gli altari dei candelabri e altri oggetti ornamentali. Restavano solo i semi di grano germogliati al buio simboleggianti la Resurrezione.
In serata, nella Chiesa di San Filippo si svolgeva il rito della Lavanda dei Piedi con la partecipazione delle Confraternite e dei Comitati. Era una cerimonia tutta al maschile e, non di rado, alcuni si avvicinavano al Signore solo in queste occasioni. Tutte le persone convergevano all’interno del paese, riempiendo le strade. Erano momenti di rinnovata cordialità e socialità. Terminata la cerimonia, drappelli di persone restavano a conversare e si scambiavano un arrivederci alle serate successive.
Tra gli addobbi tipici dei sepolcri, i fiori bianchi, il vino fatto bollire con l’incenso e i semi di grano germogliati al buio che simboleggiano il passaggio dalle tenebre della morte di Gesù alla sua Resurrezione. Nell’ altare vengono collocati il tavolo, simbolo del sacrificio, il pane, i 12 piatti degli Apostoli e il tabernacolo dove è collocata l’Eucarestia.
Tutto il resto in Chiesa viene oscurato in segno di dolore perché è iniziata la Passione di Gesù: le campane tacciono, l’altare più grande è disadorno, il tabernacolo vuoto e aperto, i Crocifissi coperti.
VENERDI’
Le campane legate, restavano silenziose di fronte a frotte di ragazzi che, con le strigole, scandivano le ore della Passione e invitavano i fedeli ai riti religiosi fino alla Mezzanotte del Sabato Santo. I ragazzi più grandi costruivano in casa queste tavole rozze dove battevano maniglie di metallo. La partecipazione era libera, partivano tutti insieme da Sant’Angelo e percorrevano le vie del paese. I più piccoli, secondo un tacito cameratismo, venivano esclusi ma questo non impediva loro di accodarsi e di mischiarsi alla confusione di quegli striduli strumenti; pregustavano il momento in cui sarebbe toccato anche a loro.
L’evento centrale dei riti sacri avveniva proprio in questo giorno. La processione che negli anni, ha cambiato più volte itinerario, originariamente si snodava tra le vie principali toccando le due chiese. La partenza era da Sant’Angelo, dove, nella Sacrestia, venivano custoditi i sai appartenenti alle varie confraternite e le tuniche degli incappucciati aguzzini. Queste ultime erano marroni, e nere; i figuranti trascinavano pesanti catene per incutere maggiore terrore. Chi ci fosse, sotto a quelle tetre tuniche, era un segreto, e noi bambini facevamo a gara per smascherarli, cercando di riconoscerne l’altezza, le scarpe, addirittura l’orologio o una maglia sfuggente a maniche troppo larghe. Chierici, preti e frati seguivano la statua del Cristo morto intonando preghiere e canti, le donne e i bambini seguivano subito dopo e, chiudevano il corteo, gli uomini, giovani e anziani che, pur non partecipando alle orazioni, restavano in rispettoso silenzio. Sulla strada di casa, tra conoscenti, era un susseguirsi di felicitazioni benauguranti per l’imminente festività e per progetti futuri. L’indomani, sarebbe stato un giorno intenso per le attività di preparazione alla domenica, qualcuno avrebbe accolto parenti lontani o fatto visita egli stesso a famiglie care. Altri non avrebbero dimenticato di portare fiori al cimitero e di pregare il Beato Antonio nell’intimità del Convento.
SABATO SANTO
Il simbolo di questa giornata era l’uovo sodo che sarebbe stato mangiato durante la colazione del giorno seguente. A scuola e a casa venivano decorati gusci vuoti o finti con disegni e pitture varie. Venivano poi, adagiati su cestini addobbati ricercatamente con tovagliette ricamate, ramoscelli d’ulivo e fiori finti, tra le uova vere e proprie. La Benedizione avveniva nel pomeriggio, a San Nicolò. Ci si disponeva davanti all’altare centrale e Don Antonio, assistito dal chierichetto di turno passava con l’aspersore recitando una preghiera.
A mezzanotte si celebrava la S.Messa e si scioglievano le campane. Noi, a differenza di quella natalizia, non partecipavamo e ci riservavamo quella della domenica. Mia madre andava a San Nicolò alle 9:00, quella in genere era riservata alle mamme e alle nonne che dovevano preparare colazione e pranzo e alle famiglie che si recavano fuori o dovevano ricevere parenti. Quella delle 11:30, così come avveniva nelle domeniche “normali” era per “i signori”, si diceva, inglobando in tale classe, quelli che non avevano troppe faccende da sbrigare e mostravano abiti nuovi. La Messa era cantata e, pur essendo uguale nel rito, sembrava essere più solenne. Anche gli uomini, che, spesso, restavano in fondo se non addirittura fuori, non mancavano questo appuntamento e anche i posti in piedi arrivavano fino alle porte. Il nostro pranzo pasquale si consumava a casa dei miei nonni con i zii e cugini. Si restava anche a cena così nel pomeriggio, spesso, andavamo a fare un giro tutti insieme.
Pasqua e pasquetta rappresentavano il momento del risveglio della natura e della ripresa delle attività all’aperto. La passeggiata diventava nuovamente un luogo di ritrovo per grandi e piccoli. Ricordo passeggiare gli uomini della piazza intenti a parlare di affari e di politica, Alberto il sindaco e don Antonio scambiarsi opinioni e iniziative, le mamme nei loro vestiti nuovi e i figli giocare su scivoli e altalene.
Era il tempo degli incontri e lo è stato anche per me.
