
Natale, da sempre, una festa in cui non c’è posto per la tristezza, in cui ogni famiglia cerca di dimenticare ogni preoccupazione.
Gli anni ’20, furono anni difficili ma in occasione delle festività, associazioni laiche e religiose cercavano di alleviare, almeno per un giorno, le privazioni dei più sfortunati. Un po’ ovunque, alti alberi tagliati da esperti boscaioli, troneggiavano in sale comuni, addobbati con caramelle, dolci e oggetti utili. Era ancora recente il ricordo dell’Italia Vittoriosa e, così, sulle note di Inni patriottici venivano distribuiti pacchetti dono e i bambini recitavano versi famosi. I loro visi si illuminavano di felicità. Gli addetti, spesso donne, distribuivano bandierine tricolori e giocattoli. Per un momento, le mamme che accompagnavano i figli, strette nei loro fazzolettoni sbiaditi e con gli scialli rammendati, scordavano i loro vestitini logori, le scarpette bucate e quelle lampade ad olio, le cui fioche luci, inesorabilmente, rischiaravano una vita di stenti.
Alla vigilia, lo scampanio festoso di mezzanotte annunciava la nascita del Bambino Gesù.
Le famiglie benestanti facevano le elemosine in beni di natura come legna, farina e olio, così la famiglia Malvetani, per il Convento delle Suore o per le famiglie bisognose, vergognose di chiedere un aiuto. I possidenti ricevevano dal colono quanto gli spettava per le festività, per la famiglia Contessa, ad esempio, erano previsti 3 capponi.
Soffitte e cantine abbondavano di ogni sorta di cibo: dall’uva passa ai prosciutti, formaggi pecorino e caprino, grandi vasi di salsicce sott’olio e, in apposite ceste, conservate tra foglie di lauro, frutta secca: mele pere, cachi, prugne; capaci botti colme di vino e giare d’olio. Gli abiti venivano confezionati dai sarti: vestiti in velluto con fodera, cappelli di feltro; calzature nuove o risuolate all’occasione; fantesche e garzoni correvano da mattina a sera per soddisfare ogni esigenza della casa. Addobbavano le loro case con grandi alberi e presepi con statuine di cartapesta. I loro bambini vestiti in cappottini di pelliccia e di calda lana, ricevevano carrettini, revolver, schioppi, cavalli, bambole, tram, soldatini di piombo, biliardini…La famiglia si riuniva presso il focolare. Un grande albero ricco di fiori, di lumi, di doni attendeva in sala da pranzo. Fra i rami verdi del pino spuntavano bamboline, tamburi e trombette, caramelle e dolci vari… Ma non era così per tutti.
Chi non rinunciava a un po’ di atmosfera natalizia, pur nella sua misera casa, decorava rami di albero con bucce di frutta essiccata e qualche biscotto. Il ciocco nel camino era, forse la tradizione che accomunava famiglie povere e ricche. Una tradizione che si perdeva nella notte dei tempi, augurio per la nuova stagione, luce per i defunti della casa o per scaldare il Bambinello. Qualunque significato gli si volesse attribuire restava sempre uno degli elementi cardine delle festività. A volte la veglia si teneva nelle stalle con parenti e vicini e si aspettava la mezzanotte alternando racconti a momenti di preghiera.
In ogni cuore albergava la speranza di un domani migliore che avrebbe sopito le disgrazie e i dolori dei luttuosi anni, appena, trascorsi.
Nel componimento di Mario, IV ginnasio ( Torre Annunziata) sono ben descritti alcuni aspetti della società del tempo, nell’attesa di festeggiare il nuovo anno:
” Benvenuto, anno novello! tu arrivi desiderato, festeggiato da tutti con grandissima gioia; bicchieri spumeggianti di vini si levano e si toccano tra gli auguri, gli appalusi, le promesse, i doni!
Tu arrivi salutato da suoni di campane, da squilli di trombe, da urli di sirene, da rauche voci di piroscafi. Tutti ti festeggiano, tutti ti onorano; ma dì, meriti davvero così liete accoglienze? Anno nuovo, che cosa ci porti? sei foriero di pace e di gioia o di discordie e di dolori? Hai pensato, avvicinandoti, a chi piange, a chi soffre, a chi muore? Hai pensato all’infinita schiera di poveri fanciulli che in questi giorni lieti sono scalzi e affamati; alle vedove che piangono nel vedere i figliuoli chiedere invano il pane; ai poveri infermi che tra le pareti nude dell’ospedale sono tristi e febbricitanti? Hai portato, porterai a tutta questa gente pane, salute e conforto? Sarai per essa l’astro benefico che ravviva e riscalda?
Se vuoi essere benedetto, anno novello, fa svanire le tristi passioni: l’ira, l’odio, il desiderio della vendetta; dà all’anima umana la pace serena, la tranquillità apportatrice di benessere materiale e morale. Esaudisci, anno novello, i miei desideri, e fa che al tuo tramontare possiamo tutti salutarti con sincero rimpianto”.
GUERRA E PANDEMIA
Le difficoltà economiche e le sofferenze, in cui versava il paese, in quegli anni, derivavano, non solo, dagli effetti della guerra che aveva spazzato via un’intera generazione di giovani ma, anche, dall’influenza, chiamata di spagnola, che fece ammalare quasi un abitante su 3 dell’intero pianeta. A fine pandemia, nel 1920 si registrarono almeno 50 milioni di morti. In Italia, si ammalò un abitante su 7 e tra i 650 mila morti, furono compresi i 50 mila soldati, vittime di questa malattia che serpeggiò anche tra le trincee. Le raccomandazioni igieniche arrivarono a poche persone, sia perché erano pochi ad essere alfabetizzati, sia perché le condizioni di vita della maggior parte della popolazione erano affidate a precarie condizioni igieniche: case senza gabinetti e fognature, mancanza di luce elettrica e di acqua corrente.
Stroncone- L’11 dicembre 1920 Ufficiale Sanitario dottor Faggioli così scriveva:
“Ad ovviare lo sviluppo di malattie infettive in gennaio e specialmente della cosiddetta spagnola si impone al personale addetto alla nettezza pubblica non solo del Capoluogo ma anche delle frazioni nelle quali si nota un luridume impressionante di spiegare la maggiore possibile attività nello scrupoloso adempimento del proprio dovere. Non è mai abbastanza raccomandato per ottenere una relativa nettezza, l’allontanamento degli animali immondi dai centri abitati e la rimozione del letame dalle stalle e dai vicoli dove maggiormente raccoglie ammorbando l’aria che da tutti si respira”.
Nel 1920 la vita media era di 47 anni. Infezioni respiratorie, febbri e contagi di varia natura, erano sovente causa di morti e di inabilità al lavoro. A volte le condizioni climatiche contribuivano al diffondersi di morbi anche su vasta scala.
Nel 1922, a causa dell’estate particolarmente calda, si raccomandavano indicazioni sanitarie come: “profilassi infettiva verso gli animali in piena efficienza; disinfezione periodica a brevi intervalli acqua potabile zona protezione serbatoi percorso conduttura, incaricando persone responsabili di ispezionare mulini, pastifici e depositi cereali di provenienza estera; necessario aver pronto locale isolamento personale, adatto materiale disinfezione; denuncia qualsiasi caso anche sospetto malattia infetta intestinale, febbre acuta, ghiandole ascellari e inguinali, senza creare allarmismi. La denuncia deve avvenire per telegramma”.
LA POVERTA’
Inutile dire che Guerra e Pandemia, aumentarono le difficoltà delle persone che già vivevano in situazioni economiche precarie. Per il mondo contadino già arretrato, la mancanza di braccia o stagioni sfavorevoli, nonché l’approvvigionamento statale di olio e di grano, crearono delle situazioni al limite della fame anche per chi era riuscito sempre a cavarsela con il sudore del proprio lavoro. Stroncone paese rurale, molti erano i braccianti a giornata e per di più stagionali, incapaci di avere una rendita annuale indipendente dal clima o dalle produzioni stagionali. La stessa cosa avveniva in buona parte del territorio italiano; soprattutto al sud, il lavoro nei campi consentiva un livello di vita assai modesto.
La Regia Prefettura di Perugia il 17 marzo 1921, ribadiva i criteri per stilare l’elenco dei poveri e ammetteva le difficoltà incontrate “ora più che in passato in questa Regione, per la generale crisi economica che col valore mutevole delle cose e della moneta, rende mutevole per conseguenze, anche economie private e sia in particolare per l’avvenuta trasformazione in residenziali delle condotte mediche a cura piena provinciale e non più comunale onde l’elenco che finora si fermava ai soli confini della somministrazione dei medicinali si deve estendere anche all’assistenza medica.”
“saranno iscritti nell’elenco dei poveri coloro che si trovano in stato di miserabilità o che pur essendo in grado di sopperire col complessivo reddito della famiglia agli ordinari bisogni della vita in condizioni di parità di tutti i componenti, non possano in caso di malattia sopportare la maggior spesa per assistenza medica per acquisto di medicinali”.
Nello stesso tempo, una seduta del Consiglio Comunale ammoniva a rispettare le regole stabilite in materia di assistenza:
“Esiste un elenco di persone che hanno diritto a cura gratuita e ai medicinali nell’applicazione della condotta residenziale, il sottoprefetto invita a rispettare i termini degli articoli di Legge che determinano le condizioni e di non eccedere nel criterio di larghezza perché ciò graverebbe sul bilancio comunale e se le spese sanitarie saranno meno gravose anche il sacrificio per i contribuenti sarebbero minori”.
Requisizione di grano, olio e grassi suini, limitazione dell’uso della carne, prezzi calmierati…una politica annonaria che avrebbe dovuto scongiurare carestie invece causò un fenomeno continuo di accaparramento e di rifiuto di vendita dei generi alimentari e delle merci ai prezzi calmierati o di non vendita in attesa del rialzo dei prezzi stessi. ” Opera criminosa di speculatori” come riportò una lettera prefettizia datata13 dicembre 1920.
Un telegramma del 23/11/1922, portò un po’ di buonumore e di ottimismo tra le genti provate, Il prefetto, notificò che: “in occasione delle Feste Natalizie, il Commissario generale di approvvigionamento, ha autorizzato la vendita di carni e dolci durante le feste natalizie”.
LA SANITA’
Il 1923 fu l’anno in cui il Consiglio Comunale di Stroncone, deliberò l’interessamento del Ministero dell’Interno per l’accesso a un mutuo presso la Cassa DD e PP per la sistemazione dell’impianto elettrico: “Provvedimento urgente di utilità pubblica”. Obiettivo è quello di “fare in modo che tutte le famiglie abitanti nelle zone dell’impianto potessero godere del beneficio della luce” e nel 1924, nella seduta di ottobre, la Giunta affermò, anche, la necessità di dotare le 4 frazioni di illuminazione con motivazione proprio di ordine sanitario:
” …frazioni…alcune delle quali si trovano lontane dal Capoluogo e si trovano in difficoltà in caso di malattie gravi per contattare i sanitari”.
Nel 1923 i prezzi dei generi alimentari continuavano a salire e vennero limitate le indennità caroviveri anche ai lavoratori dipendenti. Il Comune di Stroncone si trovò costretto a togliere dalla pianta organica alcune figure che espletavano il loro lavoro parzialmente: vespillone, portalettere, bidello, custode mattattoio, telefonista, scopino..
Il 27 Maggio, venne emanato il Decreto n.1177 che prevedeva di rivedere le tabelle e i regolamenti organici del personale dipendente, riducendo posti e stipendi, salari e assegni di qualsiasi specie in relazione alle condizioni finanziarie dell’ente, alle esigenze dei servizi e dell’importanza delle attribuzioni affidate al personale stesso. L’art. 1, come pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale, prevedeva la riduzione del personale sanitario e dei maestri elementari.
Il Farmacista Vittori in questi anni lamentava il disastro in cui versava la sua farmacia e la sua attività. Costretto a lavorare senza essere pagato per una popolazione povera: ” sembra si sia sostituita (la farmacia) alla Congregazione di Carità”, denunciava il Vittori insieme alla poca accuratezza che il Comune riservava al locale e agli strumenti necessari ad espletare tale professione. Egli dichiarava, alla fine del 1921, un credito di £ 11000, più £ 7000 da un vecchio conto, e avvertiva, nel caso in cui, il Comune, non avesse pagato il dovuto, che: “si troverà costretto ad interrompere la somministrazione di medicinali ai poveri”.
Egli, alla stregua di tutti i farmacisti dell’Ass.Naz. Farmacisti rurali, chiedeva al Comune un’indennità di residenza e servizio notturno di £ 3000 annue e ” l‘impegno a servizi di tale farmacia non solo per i medicinali per i poveri ma anche per quanto concerne all’ambulatorio. L’esercizio farmaceutico è un servizio pubblico come quello del medico, veterinario e levatrice, integra quello degli altri sanitari ed è indispensabile. Lavora 24 ore su 24 ed è legato alla sua casa”.
Documenti conservati presso archivio storico del Comune di Stroncone
FOTO DAL WEB di BARBARA PICCI ARTIST & ART BLOGGER