UN’ECONOMIA DIMENTICATA

La pazienza è potere: con il tempo e la pazienza ogni foglia di gelso diventa seta

Confucio

Lo si può ammirare nella sua secolare bellezza ai confini delle strade, lungo i fossi o all’interno di vecchi poderi. E’ maestoso e la sua storia si intreccia con una pratica antica e affascinante: la produzione della seta, attraverso l’allevamento del baco: è il GELSO!

LA GELSIBACHICOLTURA IN UMBRIA

Malgrado ebbe una vita breve, questa economia domestica caratterizzò per alcuni anni la nostra regione e rappresentò un incremento ai guadagni dei contadini. Lo stesso Stato Pontificio, elargiva premi per incoraggiare i contadini ad espandere le piantagioni di gelso.

Gli studi dimostrano che la parabola ascendente della produzione umbra, iniziata nel ‘700, terminò con l’Unificazione, quando venne a mancare il sicuro mercato romano e la concorrenza degli opifici settentrionali si mostrò superiore.

Nel 1850, a Terni esistevano 13 titolari di filande che, alcuni anni, dopo arrivarono a 17. La seta ternana aveva un ottimo mercato, raggiungeva i centri di Londra, Roma, Lione e Parigi. La maggior parte dei lavoratori era rappresentata da donne e si calcola che ne fossero impiegate circa 500.

Quelli dopo l’Unità d’Italia, furono gli anni della grande industrializzazione ternana che fece perdere di vista il possibile incremento dell’attività serica e lo sviluppo delle filande. Ciò determinò un’iniziale differenziazione sul piano economico rispetto alla provincia perugina dove le aziende manifatturiere continuarono, invece, a produrre legandosi al territorio. Una brutta battuta d’arresto si verificò con la comparsa della pebrina che ebbe come conseguenza sia la mancata rimessa a dimora di nuove piante, che l’abbattimento di quelle esistenti.

Nel 1871 Il Comizio Agrario di Terni, rese noto che, anche qui, le perdite subite furono catastrofiche.

La produzione della seta si interruppe ma, nei centri urbani, si consolidò il mercato dei bozzoli e l’Umbria diventò uno dei maggiori produttori per le filande di Toscana e Marche.

La coltivazione del gelso e l’allevamento dei bachi veniva praticato in campagna, mentre, la commercializzazione del prodotto avveniva in città.

Nel 1922, sappiamo, per certo, che a Terni esisteva un mercato pubblico di bozzoli.

Stroncone, come dimostrano i documenti conservati nell’Archivio Storico del Comune, non fu estraneo a tale attività. Ripercorreremo la storia di questa antica pratica contadina attraverso le disposizioni di governo e le dinamiche sociali che furono alla base di un’economia che sembrò redditizia ma non troppo convincente.

IL GELSO NEL PAESAGGIO UMBRO

Nel paesaggio umbro di fine ‘800, il gelso campeggiava insieme a pergole, olivi, querce, pioppi… La coltivazione del gelso era favorita dal clima mite e dal terreno fertile. Quasi ogni fondo ne possedeva uno; si trattava maggiormente di piante isolate, che nei poderi più grandi, però, potevano arrivare anche a dodici. Si trovavano anche nei giardini privati ed avevano un valore che andava dai 40 ai 60 baiocchi, per le piante giovani, fino ad arrivare a più di 2 scudi se erano maturi e rigogliosi.

….” il moro gelso alle volte si rinviene lungo i confini delle strade nelle vicinanze delle case coloniche di ciascuno podere e lungo i confini delle diverse proprietà… Risulta difficile stabilire a livello storiografico l’entità dell’estensione occupata dalla pianta perché non ci sono veri e propri gelseti ma singole piante rinvenute…”

Era difficile sottoporre ad un controllo censorio l’estensione della coltivazione di questa pianta in quanto era una coltura dispersiva che sfuggiva ad ogni accertamento. Dagli atti del Comizio Agrario risulta la presenza di gelsi anche in piccoli centri come Collescipoli.

Dai documenti conservati nell’Archivio Storico, risulta che il Comune di Stroncone fosse proprietario di alcuni gelsi.

1906 Castelli Pio si aggiudica la foglia di gelso per £ 4,8

1911: Valuta di foglia di gelso di proprietà comunale caducifoglie a trattativa privata, somma stanziata da: £660. Castelli Pio, del fu Luigi, se l’aggiudica per una somma pari a £ 787 con una prima rata di £ 35.

1927: Il rapporto del Cantoniere dichiara che Rosa Mauro ha piantagioni di gelsi in voc. Cupero di sua proprietà, rasente la conduttura dell’acqua potabile della fontana pubblica in detta località.

1928: Il Comune di Stroncone, risulta proprietario e venditore anche di foglia di gelso per la quale bandisce un’asta pubblica e qualora vada deserta finisce a trattativa privata. Dal bilancio si evince che il ricavato fu di £ 400.

UN’ECONOMIA GESTITA DALLE DONNE

Se la coltivazione dell’albero e la raccolta della foglia erano di pertinenza degli uomini, l’allevamento dei bachi era riservato alle donne, ai bambini e agli anziani della famiglia. Questi ultimi, in particolare, provvedevano ad intrecciare giunchi per realizzare ceste utili al trasporto del fogliame.

Le uova dovevano essere tenute al caldo e appena avveniva la schiusa bisognava provvedere a nutrire i bachi posti su telai tenuti sempre puliti. Cominciava allora l’estenuante raccolta delle foglie per la loro insaziabile fame durante la crescita. Terminata la fase di nutrizione, si preparava l'”ascesa al bosco”: si costruivano dei “castelli” di rami dove i bachi lavoravano per costruire il bozzolo. Questa fase era molto delicata perché a mano a mano che crescevano avevano bisogno di spazio e c’era pericolo di malattie che avrebbero potuto far morire l’intero allevamento.

A volte la seta era prodotta in casa con rudimentali aspi e telai. Pezzi di stoffa di modeste proporzioni venivano cucite insieme per realizzare capi di biancheria.

1922: presso il Giudice Conciliatore del Comune di Stroncone si presenta C. Lucia per citare in giudizio C. Orsola la quale le deve £6,00 prezzo di bachi da seta vendutigli.

QUALI OSTACOLI AL DECOLLO DELL’ECONOMIA LEGATA ALLA BACHICOLTURA

RAPPORTI TRA PADRONE E CONTADINO

Nel territorio umbro, la terra era divisa in poderi che erano lavorati dal contadino e dalla sua famiglia. Il ricavato veniva diviso con il padrone, in base ad un contratto mezzadrile che ne definiva i contorni anche in merito alle attrezzature, alle sementi e ad ogni altro materiale necessario alla coltivazione e alla raccolta.

I rapporti tra contadini e padrone che regolavano la coltivazione del gelso e l’allevamento dei bachi, erano diversi da luogo a luogo. Il proprietario poteva obbligare o meno il colono ad allevare i bachi.

La foglia dei mori gelsi è tutta padronale e sarà in facoltà del padrone di obbligare il colono a coltivare i bachi da seta per quanti ne possono alimentare i gelsi del podere”

Spesso restava proprietario della foglia e dunque riceveva parte del ricavato della vendita. A volte il contadino scontava con l’utilizzo della seconda foglia utilizzata come cibo per il bestiame.

A Terni era così regolamentato: …” di ordinario i proprietari somministrano ai coloni la semente, forniscono loro la foglia di gelso per l’alimentazione dei bachi, lasciando ai contadini il carico dell’educazione e dividendo con essi gli utili di tale industria a parti uguali, come si suol fare di qualsiasi altro prodotto agrario”.

1922- N.Carlo di Benedetto, si presenta al Giudice Conciliatore di Stroncone per rivendicare la sua porzione di foglia di gelso situata nel terreno tenuto in affitto.

Anche se i contadini avevano capito che la coltivazione del gelso e il conseguente allevamento del baco poteva essere remunerativo, tuttavia la consideravano un impegno più gravoso che conveniente. Non si può dar loro torto se consideriamo che l’allevamento dei bachi, soprattutto all’inizio aveva bisogno di locali idonei, riscaldati e privi di correnti d’aria, una situazione che, troppo spesso, si scontrava con la realtà di case, poco più che capanne che, mal riparavano dalle intemperie i suoi abitanti, figuriamoci i bachi! La raccolta delle foglie era pericolosa perché gli alberi erano molto alti e una rovinosa caduta avrebbe messo a repentaglio le altre opere agricole. L’allevamento richiedeva cura e responsabilità perché non si era gli unici proprietari del prodotto. I bachi potevano essere venduti al mercato o direttamente alle filande ma in ogni caso il ricavato andava diviso col padrone.

L’ARRETRATEZZA DELLE TECNICHE

Lo scetticismo verso le nuove tecniche produttive che avrebbero portato un miglioramento del settore, si dimostrò anche verso l’opera dei Comizi Agrari, fin dalla loro comparsa nel 1868. I padroni stessi non erano interessati a migliorare le tecniche produttive e i contadini erano più interessati ad ottenere abbondanti raccolti di foglia piuttosto che a curare la pianta attraverso potature e concimazioni.

Secondo le nuove conoscenze, affinché l’allevamento potesse procedere nel migliore dei modi, la foglia doveva essere ” fresca, raccolta senza macchie ed asciutta. Meglio se raccolta nelle prime ore della mattina con la rugiada asciutta o dopo le ore di massimo caldo del pomeriggio”.

La foglia bagnata non poteva essere mangiata dai bachi, quindi la pioggia rappresentava un vero problema, bisognava farla asciugare molto bene all’interno delle capanne.

I mesi di marzo-aprile potevano già dare un’idea di come sarebbe stato il raccolto , considerando le condizioni climatiche che si andavano delineando.

L’analfabetismo era una piaga che si andava sommando alla mancanza di una adozione verso metodi scientifici di pratica agricola e spingeva a fare ancora affidamento su metodi empirici legati solo all’esperienza. In realtà esistevano le scuole rurali ma erano poco frequentate perché i figli dei contadini dovevano principalmente badare alle cure del podere.

Una politica sociale poco adeguata, inoltre, spingeva quella parte di lavoratori saltuari non inglobati in alcuna fascia della società a rubare nei fondi, per sopravvivere alla più grande miseria. Pur essendo perseguiti dalle guardie campestri e municipali, tuttavia erano una fascia di popolazione che occorreva inserire nelle attività di bracciantato ad opera dei proprietari terrieri. Questi ultimi avevano tutto l’interesse ad evitare queste azioni illegali in quanto non solo, così facendo, salvaguardavano il prodotto ma anche la pianta stessa, che, spesso, ne usciva rovinata.

UNA PRODUZIONE INTENSIVA

Gelsicoltura e allevamento del baco, un binomio, quasi inscindibile. Tra i mesi di maggio e luglio, venivano impiegate centinaia di persone. L’allevamento durava circa due mesi e mezzo, si trattava di un’attività tutta concentrata in un periodo particolare dell’anno. che prevedeva molte ore lavorative. Nelle case coloniche si ricorreva anche a mano d’opera salariata ma il lavoro maggiore era svolto dai componenti della famiglia. Nel periodo di nutrimento del baco, l’approvvigionamento di foglie era continuo e poteva avvenire anche nelle ore notturne.

Così come nella casa contadina era la donna la vera protagonista, anche nelle filande le operaie erano donne. Venivano occupate anche le bambine a partire dagli 8-9 anni; ad esse era riservata la scopinatura perché con le loro piccole mani, riuscivano ad individuare il capo del filo che, poi, veniva fatto passare sull’aspo. Ognuno aveva un ruolo preciso., agli uomini erano riservate le mansioni del fuoco e quella del vapore.

1922- “Il Ministero del Lavoro autorizza ad utilizzare per l’industria dei bozzoli, su domanda, donne minorenni e adulte nelle ore della notte, in cui il lavoro è vietato, purché si osservino le condizioni stabilite dalla Legge sul lavoro donne e fanciulli”.

L’INTERVENTO GOVERNATIVO IN UN’OTTICA DI AMMODERNAMENTO AGRICOLO

All’indomani dell’Unità d’Italia, fu avviata un’inchiesta per conoscere lo stato dell’Agricoltura in Italia, e dunque dall’analisi emersero, anche, delle informazioni sulle piantagioni di gelso. La crisi economica che, alla metà dell’800 aveva attraversato l’Italia non aveva lasciata indenne l’agricoltura. L’atrofia dei bachi, nello stesso periodo, portò ad un crollo dell’allevamento e molti gelsi vennero abbattuti per ricavarne legname.

In realtà, da subito il neonato governo si rese conto dell’arretratezza e dello scetticismo verso nuove tecniche di coltivazione che caratterizzava alcune aree del paese. Occorrevano idee e capitali per riorganizzare l’intero comparto e soprattutto occorreva socializzare alle masse le nuove tecniche e le nuove conoscenze. Si cercò di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso la creazione dei Comizi Agrari, (trasformati in Consorzi Agrari con la Legge del 18 aprile 1926), le Cattedre Ambulanti di Agricoltura, le Conferenze, le Mostre, i Concorsi e i Giornali. Nel nostro territorio “L’Umbria agricola” fu il periodico ufficiale dei Comizi Agrari di Perugia, Terni, Spoleto, Rieti e Orvieto.

Era previsto il contributo degli enti locali e dello Stato, come dimostrano i verbali del Consiglio comunale di Stroncone:

1896: Il Consiglio Comunale di Stroncone, stabilisce il contributo al Comizio Agrario in £ 6,60;

1921: Nel Bilancio del Comune viene previsto l’aumento del sussidio alla Cattedra Ambulante di Agricoltura per un totale di £ 80,00;

1928: Al Consorzio Agrario Nazionale viene destinata la somma di £ 15,00.

L’inchiesta agraria venne approvata con la Legge 15 marzo 1877. La parte relativa all’Umbria fu affidata al marchese Francesco Nobili-Vitelleschi. La relazione finale fu redatta dal senatore Jacini, che credeva in un rinnovamento di tecniche e di conoscenze che passassero però per il mantenimento dell’assetto fondiario.

Per quanto riguarda il tema di cui stiamo trattando, le conclusioni misero in luce la necessità di superare metodi di coltivazione poco remunerativi a vantaggio di nuove tecniche di potatura, di innesto e concimazione. L’introduzione di nuove specie e varietà di piante che potessero accelerare la vita vegetativa oltre a presentarsi di dimensioni più modeste con meno rischi per la raccolta. Nelle filande, un’innovazione importante fu l’introduzione del vapore al posto del fuoco, che permise un maggiore controllo sulla temperatura, migliorando la qualità del prodotto.

La gelsibachicoltura terminò definitivamente alla metà del novecento. Intorno agli anni ’30, infatti, ci fu un crollo irreversibile di questa attività e conseguentemente anche delle filande.

DOCUMENTI CONSERVATI PRESSO ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI STRONCONE

Bibliografia

M.Vaquero Pineiro “Il baco da seta in Umbria (XVIII-XX sec.) In Economia e Storia collana diretta da G.Taranto- editoriale scientifico s.r.l. Napoli, 2010

M. Vaquero Pineiro ” Intraprendenti” serici e filandieri in Umbria ( XVIII-XX sec.) Univeristà degli Studi di Perugia

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