Pensandoci bene, apparteniamo anche noi alla medesima storia, che continua attraverso i secoli! Non hanno dunque una fine i grandi racconti?”. “No, non terminano mai i racconti”, disse Frodo. “Sono i personaggi che vengono e se ne vanno, quando è terminata la loro parte. La nostra finirà più tardi… o fra breve”.
J.R.R. TOLKIEN da “Il Signore degli Anelli”
Durante la stesura della mia tesi di laurea, un progetto mi continuava a frullare nella mente. Più rileggevo quei testamenti delle donne, dettati in una lontana epoca medievale, e più desideravo approfondire e scovare quei legami che si andavano intrecciando tra le famiglie, in una fitta trama di relazioni sociali, tra affari e parentele o solo per comunione di ideali.
Immaginavo, in quella piccola realtà rurale, il possidente, il contadino, l’uomo o la donna di buona famiglia e il povero bisognoso, percorrere vie e vicoli che, io stessa, sebbene in epoca ben più moderna, ho calpestato; entrare nelle stesse chiese e assistere alle medesime celebrazioni.
Marutia, ser Arcangelo, domino Francesco, domina Paola, Vannella e Clarella... nomi, persone che hanno vissuto il loro tempo, rispecchiando gli avvenimenti della Grande Storia. Sullo sfondo delle loro vite sono passati gli eventi che hanno modificato la società del tempo: la crisi economica, la peste, il grande scisma, le crociate; ” l’invenzione” del Purgatorio che ha legato, quasi indissolubilmente, la necessità di non morire intestati, per superare la paura della morte; il movimento francescano con le sue iniziative a favore dei poveri e bisognosi. Poi, il ruolo della donna che la cultura descrive come soggetto passivo delle decisioni dell’uomo: padre, marito e fratello. Un’immagine che sinceramente è ben diversa da quella che appare dai testamenti presi in esame.
Approfondire tutto questo, è diventato un toccare con mano la “storia vera” mediante la consultazione di documenti e atti conservati negli archivi o attraverso gli scritti di chi ha approfondito tali vicende .
UNO SGUARDO AL PERIODO STORICO CONSIDERATO
Oggetto di studio è, dunque, la comunità di Stroncone, un ” piccolo borgo circondato da mura”, come lo descrive il Contessa, nel suo “Memoriale”…
Inserito nello Stato Pontificio e sicuro della sua fede Guelfa, gode, da sempre, della benevolenza di papi e cardinali che non disdegnano la loro permanenza tra queste “fertili colline,” soprattutto nel periodo estivo, con benevolenza della popolazione. Concedono sovente anche indulgenze per le chiese del castello, come quella di Papa Nicolò IV, nel 1291, per la Chiesa di Santa Maria, futuro convento di San Francesco.
Nel 1378, Gregorio XI, ribadisce che il Municipio di Stroncone e i suoi abitanti sono da considerarsi “immediatamente sogetti alla Chiesa Romana”. D’altra parte alcuni coraggiosi stronconesi avevano anche, cacciato Tomacelli e distrutto la loro stessa Rocca, per riaffermare la sudditanza alla Chiesa romana.
Proprio la Religione è il palco sul quale si muovono scelte e decisioni politiche e personali. Sono i secoli in cui si è ormai affermato il movimento francescano che, a Stroncone, ha trovato un ricco terreno su cui svilupparsi. Tradizione vuole che, San Francesco abbia visitato questi luoghi, nel suo cammino verso Narni e si sia fermato a pregare davanti all’immagine della Madonna, nello stesso luogo che, oggi, occupa il Convento.
La devozione, la preghiera e le opere caritatevoli, accompagnano l’uomo e la donna che vivono questo momento storico fortemente dominato dalla paura della morte e del giudizio divino.
La Peste nera
Il grande flagello di questi secoli, ha colpito anche qui, come testimonia la vicenda personale del notaio Ser Battista Cole, quando, nel 1478, scrive della sua toccante vicenda: perde la moglie e il figlio nato prematuro, colpiti, appunto, dalla peste. Il pover’ uomo, inoltre, deve assistere impotente, alla morte dei figli Lattanzio e Ludovico e della cara nipote Brigida. La frase conclusiva: “Ignoro che cosa Dio riservi a me e a mia sorella Francesca”, trasforma una grande tristezza in rassegnazione e fiducia nella volontà e nella misericordia di Dio; tutto ciò in perfetta sintonia con il sentimento religioso del tempo.
Altro documento che conferma la presenza della nefasta malattia è riportato anche da Angeletti quando dichiara che la Chiesa di San Rocco, fu edificata, probabilmente dalla Comunità, intorno al 1450, in “rendimento di grazia per la preservazione dalla peste”. Sempre Angeletti, riporta un certo Pellegrino di Giovanni Angeluzzi, che, malato di peste, dispone 19 carlini per chi vorrà andare, “pro suo viatico” , in pellegrinaggio alla Madonna di Loreto.
Nel Convento di San Francesco, inoltre, tra il 1450 e il 1460, venne fatta erigere la Cappella di San Sebastiano perché cessasse la peste nel castello. La devozione per questo Santo si può ricavare anche dal testamento di Eugenia uxor Santo Franceschelli, del 1492, la quale dispone che i suoi eredi paghino 10 bolognini che, lei stessa, si era impegnata a versare per una figura di San Sebastiano, nella chiesa di San Francesco.
Il Purgatorio
La morte arrivava all’improvviso; a volte favorita, anche, dalle scarse conoscenze in ambito medico. L’alta mortalità è un dato comprovato
Margherita Chiarecte, testa una prima volta nel 1476, come “uxor”, alcuni anni dopo, in un nuovo testamento risulta vedova; Andrea Freze, testimone in vari testamenti e citato come erede in quello di sua madre, nel 1470, lo sappiamo morto otto anni dopo; Francesca Laurentii, testatrice nel 1479, risulta morta nel 1486, nel testamento di sua sorella Margherita vedova Chiarecte; stessa sorte per Clarella Polloni.
Le guerre, le carestie e la povertà, spesso facilitavano l’approssimarsi del triste evento. L’unica speranza era nella redenzione e nella fiducia di un Purgatorio che evitava la dannazione eterna nel fuoco dell’inferno. La creazione di questa sorta di Terra di mezzo, fu un bel guadagno per la Chiesa sia per il clero secolare che per i frati.
Uno strumento quasi obbligatorio per il credente era il testamento. Chi moriva intestato, non poteva essere sepolto in chiesa o nel cimitero e affrontava la scomunica.
Molte testatrici, come Clarella, Vannella, Margherita...hanno conosciuto il dramma di sopravvivere a una parte della prole. Un grande dolore che poteva essere lenito, solo, dalla speranza che Messe, pellegrinaggi e preghiere, potessero permettere all’anima del proprio caro, di giungere presto in Paradiso.
Nelle formule di rito, il testatore, per prima cosa, si preoccupava di restituire il maltolto ( male ablatis) e di rimediare ai torti fatti in vita lasciando una somma in denaro per le elemosine.
Spontanea, figlia di Antonio Andriocchi lascia “pro incertis et male ablatis solidos XX”; Margherita figlia di Giovanni Magliavacca di Monteleone lascia “pro incertis et male ablatis solidos V” e così si potrebbe andare avanti per tutti i testamenti, non solo della piccola comunità stronconese.
La cura della propria anima passava anche attraverso le messe di intercessione: secondo i riti: di San Gregorio, dell’Arcangelo Gabriele e di quelle che si ripetevano durante l’anno: la settima la trentesima e annuale.
La cerimonia funebre
Quando la morte arrivava, chierici e presbiteri si preparavano alla veglia; ad ognuno veniva offerta una piccola somma in denaro. Il corpo veniva, poi, accompagnato nella chiesa destinata alla sepoltura. Per l’intera durata del rito, ardevano ceri e candele.
Sant’Angelo era quella più indicata, la più antica. Seguiva, poi, quella di San Nicolò, mentre San Francesco era destinata alle “pinzoche”.
Marta Cole Ianni lascia 10 ducati”pro missale seu calice, seu planeta”
C’è traccia, anche, della testatrice, Vannella, che vuole essere sepolta, invece, a San Benedetto e perciò, lascia 1 fiorino, un quarto di sale, 2 tovaglie di seta e una ricamata e 2 pezzi di panno di canapa di 20 braccia .
Alcune testatrici dispongono le celebrazioni per la propria anima anche per diversi anni dopo la propria morte:
Vannella, dispone che ogni anno, nella festa di San Nicolò, sia offerta una libra di candele per 10 anni dopo la sua morte e la stessa cosa sia fatta a San Francesco, per la festa di Santa Maria nel mese di agosto. Giovannetta, lascia alle suore di Terni, ogni anno per la festa di tutti i Santi, un mesale di grano.
LE FAMIGLIE NOBILI: IL LORO INTERVENTO PER LA CHIESA
In ogni grande o piccola città, alcuni “Signori”, importanti per casata, professione o ricchezza , hanno occupato cariche e indirizzato la politica sociale e ideologica di quel luogo.
Giorgio Petrollini, ministro della confraternita del Terz’ordine; Giovanni Leterutii, probabilmente della famiglia di Francesca Leterutii, è procuratore della chiesa di San Nicolò; l’abate di San Benedetto,Nicolò Odutii, è il fratello di Angelutia
Appartengono al Terz’ordine come Lucia Bartolomei Simelli, probabilmente nipote di Constantia che elargisce molti beni alle chiese e all’ospedale. Lucia è una delle donne che il 13 dicembre 1498, si registrarono come appartenenti alla Confraternita. La cerimonia si svolse a San Francesco alla presenza del notaio Battista Cole e al Ministro Giorgio Petrollini.
Concludono affari con l’abbazia di San Benedetto in Fundis, come le famiglie Mactielli, Tocchi, Cole Ianni, Poli, Vici… Sono spesso presenti come testimoni di atti notarili. Contribuiscono a costruire e abbellire chiese con le loro donazioni e lasciti testamentari. Dimostrano la loro generosità verso i poveri e partecipano al sostentamento di conventi e ospedali. Come scrive il Contessa, “portano somma riverenza alla Chiesa et alle cose sacre, il che mostra nell’ornamento di chiese et alla divotione de’ Sacramenti”.
La devozione si esercitava all’interno delle chiese e la partecipazione richiedeva la presenza dei fedeli ed era accompagnata da gesti e preghiere, per questo motivo si svolgevano processioni e pellegrinaggi.
I FRANCESCANI
La forte spiritualità che sembra caratterizzare questi luoghi, probabilmente, sarà derivata anche dalla presenza dei francescani, ai quali la popolazione, tutta, sembrava molto legata a giudicare dai documenti che ne attestano la presenza e l’influenza nelle decisioni persino nel governo della città. Come già scritto, in un precedente articolo, infatti, la stessa creazione dei “Monti di credito”: quello di pietà e quello frumentario, si deve all’opera di predicatori itineranti, così come la vigile attenzione alla correttezza dei costumi, soprattutto delle giovani donne.
“Il luogo di Stroncone ebbe sempre Frati devoti i quali formavano il popolo assiduamente con l’esempio e con la parola”
Canonici
Il Convento, dapprima un povero e semplice ricovero per eremiti, con il tempo si trasformò in un vero e proprio centro spirituale dove accorrevano, oltre ai religiosi, anche gli artisti, per affrescare cappelle e dipingere le immagini sacre. Confraternite e Compagnie avevano qui i loro altari e contribuivano con le loro offerte e cerimonie, alla sussistenza dei frati.
Certamente, una grande influenza fu esercitata dalla famiglia dei Vici, che annoverò tra i suoi membri, beati e religiosi. Tale famiglia era nobile e imparentata con altre dello stesso rango, così è facile supporre che quando Giovanni Vici, diventò superiore del locale convento, tutta la popolazione condivise l’orgoglio per questo importante incarico occupato da un loro concittadino. Questo fu solo l’inizio: sulla fine del trecento, da Ludovico Vici e Isabella Martini, sarebbe nato il futuro Beato Antonio, venerato ancora oggi come patrono della città. Appena dodicenne volle far parte della comunità religiosa, sulle orme dello zio Giovanni nella stretta osservanza della Regola di san Francesco.
Tutte le famiglie patrizie, così come i Vici, scrive il Contessa, “portano somma riverenza alla Chiesa et alle cose sacre, il che mostra l’ornamento di chiese et alla divotione de’ Sacramenti”, e non si macchiarono mai di eresia.
Molti si adoprarono per la “fabricha” delle chiese del castello contribuendo non solo in paramenti sacri o oggetti propri delle celebrazioni ma anche per abbellimenti vari al loro interno. Una pratica, questa, che “assicurava la memoria nell’ambito della Comunità”.
Cicchola lascia 10 libre di denari cortonesi per un’immagine della Madonna da farsi nella chiesa di san Nicolò; Agnese dispone un lascito per l’auditorio della chiesa di Sant’Angelo; Clarella lascia un fiorino per il tetto di San Nicolò…
Ai Conventi, sia di Stroncone che del circondario, venivano elargiti lasciti in beni naturali per la sussistenza dei frati, oltre a quelli per paramenti sacri o abiti.
Ceccha lascia una tunica per ogni frate; Cicchola lascia a San Francesco di Greccio un mediale d’olio da distribuirsi in 6 anni dopo la sua morte; Paola,lascia a S.Simone 2 ducati per una pianeta e una culcitram di seta; Vannella,di Iannicellus, lascia un mediale d’olio a San Francesco di Greccio, di Fontecolombo, di Piediluco e al Loco Francescano di Monteluco di Spoleto.
LA POVERTA’ E LA CARITA’
Il terz’ordine della Penitenza di origine francescana, coinvolgeva i laici che volevano vivere secondo il messaggio del Vangelo sulle orme di San Francesco. La frequenza alla messa, ai sacramenti e una vita ritirata e modesta si sposarono, presto, con la cura per il prossimo e per il bisognoso.
I poveri non erano tutti uguali, così come la povertà e lo stato di indigenza in cui si trovavano a vivere. C’era il miserabile, il derelitto che viveva di elemosina e non aveva un ricovero . C’era poi, chi, a causa di motivazioni più varie, anche all’interno della propria casata, poteva cadere improvvisamente in miseria. Lavoratori che, per motivi più vari, si trovavano nell’impossibilità di esercitare la professione. Una brutta stagione, una malattia, un’infermità che impedivano il lavoro stagionale o giornaliero. Questi anni furono caratterizzati da una instabilità nello smercio dei prodotti. La grande epidemia della peste si unì ad una carestia dovuta a insufficienti raccolti, questo determinò una crisi economica molto forte che, pur coinvolgendo maggiormente, le città, passò non senza conseguenze anche nei piccoli centri.
Margherita uxor Mactei Antoni, stabilisce che i suoi eredi possano vendere e alienare i suoi beni in caso di necessità; Marutia, lascia ai suoi nipoti, tutti i beni mobili della sua casa a patto che non li vendano senza il consenso della loro madre;
Anche la carità, dunque assumeva diverse forme: dal pane e panni distribuiti per i poveri del Castello: ” nutrire i poveri, significava nutrire con preghiere l’anima del donatore”, ai beni particolari, destinati a persone specifiche, non sempre individuabili nell’ambito della stessa cerchia familiare.
Le figlie di Bartolomeo Chinalli, compaiono in vari testamenti come destinatarie di modesti legati, accompagnate dalla citazione “pro amore Dei”.
I BENI DELLA DONNA
La dote
In caso di crisi economica, il soggetto più fragile era la fanciulla in età da marito. D’altra parte anche il Monte Frumentario aveva tra gli scopi quello di costituire, ogni anno, la dote per una fanciulla del castello. La moralizzazione dei costumi, ribadita anche nelle predicazioni itineranti dei francescani, era quella di evitare il concubinaggio e di favorire il matrimonio. Certamente la dote diventava un elemento indispensabile che doveva essere congrua al patrimonio familiare e allo stato sociale, quindi una delle preoccupazioni era di fornirne una dignitosa.
Antonella, uxor olim Pietro Caterine, dona alla figlia già sposata 10 ducati come supplemento alla dote, perché sia ben accetta nella casa del marito; Fiorella, moglie di Giovanni Cole Fiorelle, lascia alle figlie come supplemento della loro dote, un terreno; Iacobutia, lascia 100 denari cortonesi per aumento della dote di sua figlia, Antonella, lascia a Lucia sua nipote, per ora non sposata, mezzo ducato.
Laddove, la famiglia non riusciva a costituirne una, spesso, entrava il contributo di altre famiglie benestanti che attraverso lasciti e donazioni provvedevano con corredo o somme in denaro.
Lucia destina parte della sua dote alle persone povere; Angelutia, lascia la sua dote a Francesca, figlia di Nicola
Sovente erano le nonne a provvedere alle nipoti.
Ritella, lascia 5 fiorini per un letto; Antonella lascia mezzo ducato; Vannella pro dotibus 200 denari e Lucia 50 denari.
La dote era costituita da terreni, case, il letto, la cassa, la coltre cum penna, le lenzuola…poi ducati e fiorini, terreni.
Paula figlia di Pietro di Giovanni Palutii, in dote ebbe: 18 fiorini un letto, “unam culcitram cum penna et unum capitale”; Diuccia, 10 fiorini d’oro; Lucia, un terreno.
Antonella uxor olim Giovanni Macti dispone che le figlie potranno restare nella casa paterna, se non dovessero sposarsi, a condizione che rinuncino alla propria dote; Vannella stabilisce che se la figlia Paradisa, in caso di vedovanza, potrà rientrare nella sua casa e stare con gli eredi, fino a che sarà sufficiente la sua dote; Iacobutia, dispone che se sua figlia dovesse rimanere senza figli, potrà disporre liberamente della sua dote.
Francesca di Pietro Butii, dichiara di dover ricevere dagli eredi del marito, 3 fiorini e 50 orci d’olio, è presumibile pensare che anche questi, rientrino nella “concessione dotalizia” in quanto, alla vedova veniva restituito il patrimonio personale portato col matrimonio. Margherita uxor Colecte , riceve da suo suocero, 10 fiorini della sua dote.
Spesso, al momento della dettatura del testamento, la donna ne è rientrata in possesso e allora può scegliere di donarla alla propria discendenza o di restituirla alla casa paterna. Non c’era una regola ben definita ma, certamente, se la donna “restituiva la dote”, significava che continuava ad appartenere alla casata d’origine, piuttosto che alla “famiglia coniugale”.
Marutia Lugnini e Lucia Sanctis, lasciano l’eredità universale ai propri fratelli.
Francesca, lascia l’usufrutto della dote al marito e poi ai suoi figli e così fanno Macteutia e Berardina. Margherita, lascia a sua figlia 10 ducati e una cassa con tutto ciò che vi è contenuto ad eccezione di tovaglioli e oggetti d’argento che appartengono alla casa di suo marito e che lei concede al figlio Sante.
Il Patrimonio personale
La vita economica del Castello, si svolgeva all’esterno delle mura, nelle vallate e nelle colline intorno, dove abbondavano coltivazioni di ogni sorta. Le donne possedevano un patrimonio personale composto da beni mobili e immobili, come case, terreni coltivati a grano, vigneti e oliveti. Essi derivavano da donazioni e lasciti familiari. Non di rado, ciò derivava da altre donne, appartenenti ad una cerchia di conoscenze o dalla famiglia acquisita: nuore, suocere, cognate, elargivano al pari di madri, nonne e sorelle.
Andriole filia Andree Martoni lascia a Maria uxori magistri Petri, un pezzo di terra, e così a Iacobutia uxor olim Petri Iohannis Antonii; a Marta Cole Iannis,un “plancatum”, un catino di rame, una catena di ferro, unum coctorum; Spontanea, uxor Bruni Petri, lascia un terreno a Lodovice figlia di Piero Vitalis; Vannella, uxor Angelis, lascia una cassa di noce, Biannecta uxor olim ser Simeonis Antoniutii, lascia a Margherita de dicto loco “unum petiolum terre positum in vocabulo Delle Piane”; Margherita, stabilisce che sua cognata potrà avere in usufrutto, un terreno dopo la sua morte.
Altra mobilia presente: asce, coltelli, mattere, callara di rame, soppedanum, sedie, olla di metallo…
Tra gli attrezzi da lavoro, compare anche il telaio. Un frammento di statuto conservato nell’Archivio Notarile del Comune di Stroncone, afferma che esistevano donne che svolgevano l’attività di tessitrici. In effetti la maggior parte delle donne, aveva un sostanzioso corredo in stoffe di lino, seta e lana. I “panni” venivano conservati in una “cassa“. I loro abiti erano: tuniche colorate, verdi, celesti, nere; mantelli; scialli; gonnelle; camicie. Per ornarsi avevano cinture e pettini che potevano essere anche d’argento; reticelle anche di seta, rosse, nere e viola . Della tunica, in particolare, si può addirittura desumerne il valore: si andava da mezzo ducato a tre ducati, ed era donata anche se consumata o logora. Poteva essere data alla chiesa per fare paramenti ad altari o alle ragazze per il giorno delle nozze.
Margherita, lascia una sua veste celeste per i paramenti dell’altare; Agnese dona a sua nipote 3 ducati per una tunica, per quando si sposerà; Matalona, dona a Margherita una tunica celeste per le sue nozze e se dovesse morire senza figli, tale tunica dovrà andare ad un’altra fanciulla povera del castello.
I teli venivano misurati in braccia e canne. La tunica che Matalona lascia a Margherita ha il valore di 6 braccia e un’estensione pari a 20 canne. Il valore è, inoltre, confermato da Francesca, che ha dato in pegno a Bernardino Nicolangeli una tovaglia di 11 braccia doppia. Erano presenti, poi, Coperte doppie, lavorate, ricamate, di lino, di lana, cum piumacio, coltri e lenzuola.
Maggiormente preziose appaiono le stoffe destinate alla tavola e ai paramenti sacri donati alle chiese: Tovaglioli ramati, tovaglie grandi di seta rossa, panni di lino e pannicelli di cotone.
A San Benedetto in fundis, viene destinato un mantello celeste per paramento dell’altare e a Sant’Angelo, un tovagliolo e velo come ornamento dell’altare.
Nell’attribuzione dei beni, giocava un ruolo molto importante, sia la famiglia di origine che il sentimento di appartenenza della moglie alla nuova famiglia. Non deve stupire, quindi, trovare tra le testatrici, donne giovani che designavano eredità per figli ancora piccoli o addirittura in grembo.
Maddalena uxor Mactei Petri Butii, lascia suo figlio Angelo erede universale, e “si decesserit in pupillarri etate”…; Francesca uxor Petri Iacobi Persichuti è incinta; altre, come Giovanna Menichelli, ipotizzano una discendenza maschile, stabilendo che, se dovessero nascere figli maschi, saranno questi ultimi ad avere l’intera eredità. D’ altra parte, scopo del matrimonio era “generare dei buoni eredi“. Come hanno dimostrato studi recenti, le gravidanze occupavano circa la metà della vita della donna prima dei quarant’anni. Nello stesso tempo, l’alta mortalità infantile contribuiva alla necessità di fare molti figli.
A Vannella di Giovanni Verardoni, sono morti il figlio e la nuora. Quest’ultima le ha lasciato dei beni che lei si appresta a concedere ai nipoti.
Generalmente, la preferenza accordata alla discendenza maschile nell’eredità universale era dettata dalla necessità di mantenere lustro al casato o per scongiurare matrimoni con forestieri che avrebbero potuto far confluire i beni a “famiglie rivali”. La formula, spesso destinata alle figlie femmine ” e non possa chiedere di più”, può far supporre che abbiano già ricevuto la dote, oppure secondo lo studio di Pertile, si può ipotizzare che anche a Stroncone esistessero degli statuti che limitavano l’eredità per le figlie come accadeva anche in altri comuni.
La vedova
Restare vedova, poteva rappresentare un vero e proprio momento di precarietà. La donna, spesso ancora in giovane età, a volte senza figli, si trovava all’interno di una famiglia che la doveva ospitare oppure poteva chiedere di tornare alla casa paterna. Una condizione non tanto rara come dimostrano alcune disposizioni testamentarie.
Cicchula, stabilisce che la vedova Marutia, potrà abitare in metà della sua casa insieme alla nipote Sabecta; Francesca, stabilisce che la nuora Caterina, potrà rimanere nella sua casa se vivrà “honesta et casta” e condurrà “vitam vidualem”
Tuttavia, i testamenti delle vedove, rivelano spesso, anche, un consistente patrimonio e una certa libertà nella sua gestione. Se, si dà per scontato, infatti, che anche il proprio marito, abbia fatto testamento, come è usanza del tempo, si evince che la sposa non sia stata estromessa dalle proprietà della famiglia. Rientra in possesso della sua dote e gestisce i beni immobili tra gli eredi delle sue, due o più, famiglie.
Solidarietà femminile, mantenimento del “buon nome”, tutela del patrimonio familiare…qualunque fosse la ragione per definire le scelte nella spartizione dell’eredità, è certo che avrebbero influito notevolmente sulla vita dei beneficiati. Al di là del significato religioso, infatti, il testamento era anche un mezzo per “mantenere e consolidare la ricchezza familiare” .
Margherita Chiarecte, rispetta entrambe le famiglie: restituisce ai suoi cognati quanto ha ricevuto in eredità dai suoceri e dal marito, nomina eredi universali i nipoti carnali.
In caso di nuovo matrimonio, nelle preghiere e messe in suffragio, si ricordava il defunto marito, e si distribuivano lasciti per i figli.
Lucia uxor Francisci Bartolomei Angeli, dispone salme di grano da distribuire alle chiese, per le anime dei suoi due mariti defunti: Cole e ser Iohannis, e per suo figlio Lareti; Francisca uxor Petri Iacobi Persichuti de Interamna, lascia a sua figlia Palmitia, avuta da Luce Fantilli , “olim marito”, un carlino papale; dispone eredi universali, l’attuale marito e Murandinam eius filiam.
Si poteva anche essere nel ruolo di “seconde mogli”, e, allora, tra i beneficiati, apparivano anche i figli.
Sabecta, uxor Antonio lascia a Maddalena figlia di Antonio una sua tunica e un panno.
La solidarietà tra donne
Dai documenti studiati, appare una figura della donna libera e non eccessivamente prevaricata dalla figura maschile, dunque, ben inserita in questa modesta comunità. Tuttavia, alcune disposizioni testamentarie dimostrano l’esistenza di una fragilità nello “status” di donna che passa attraverso una consapevolezza da parte della donna stessa, del bisogno di essere tutelata e protetta.
Diuccia, di Antonio Massoli, stabilisce che sua sorella, in caso di necessità potrà abitare nella sua casa; Margherita, lascia alla sorella, ogni suo diritto sulla casa paterna e una porzione di un terreno; Francesca, cede i beni ricevuti dall’eredità di sua sorella, a sua nipote
Una solidarietà che può derivare anche da un sentimento di tutela. Cicchula, è vedova , i suoi eredi universali sono i suoi nipoti: Pietro e Sabecta. Quest’ultima è orfana di padre e, dunque, Cicchola si assume il ruolo di “capofamiglia”, stabilendo che Pietro lavori i suoi possedimenti e dia i frutti a Sabecta, la quale potrà sposarsi solo con il consenso di Pietro, pena l’esclusione dall’eredità; Renzia, Ferratii, stabilisce che in caso di mancata discendenza dei suoi eredi legittimi, ereditino i suoi fratelli a condizione che le sue figlie abbiano 200 libre di denari.
Amicizia, comunanza di interessi o anche solo rapporti di buon vicinato, possono essere tra i motivi che portano alcune a beneficiare di beni immobili, donne fuori dal parentado.
Spontanea ” item reliquit Sabecte filie Petri Benciole…un petiunculum terre positum in voc, Pede Macchiamorta iuxta bona dicti Petri Benciole“.
Curioso è il caso di due testatrici: Marta Cole Ianni e Marutia Antonii Rumpittis . Dal testamento di Marta, sappiamo che Marutia è pinzoca, le concede di abitare in un plancato per tutta la sua vita; nello stesso tempo, Marutia, elegge erede universale la stessa Marta.
LE DONNE DELLA FAMIGLIA “MACTIELLI”
La “matriarca” che è all’origine della famiglia in questione è AGNESE vedova di Mactielli Petri Ioannis. I suoi figli sono Margherita, Giovanni, domino Francesco, ser Pietro e Angelo. Nel suo testamento, del 1456, i lasciti sono in ducati d’oro e proprietà immobili. La sua attenzione principale è tutta verso il figlio Giovanni, al quale vuole lasciare 35 ducati d’oro e dovranno essere gli altri fratelli a far sì che egli li possa avere. Nello stesso tempo, vuole che lo stesso Giovanni, però non si opponga in alcun modo alla condivisione dei beni che lascerà in comune. Testerà altre 2 volte e, mentre in questo, gli eredi universali sono tutti e 4 i figli maschi, nell’ultimo, del 1463, erede universale sarà, solo, Giovanni.
Le nuore sono: domina Paula, moglie di eximii doctoris domini Francesco, Lorita vedova di ser Pietro e Angelutia, moglie di Giovanni
Testano in un periodo compreso tra il 1461 e il 1499 e si caratterizzano per una marcata devozione verso gli ordini religiosi e i poveri.
Domina Paula è di Interamna, nel suo testamento dispone che l’erede designato, faccia fare ossequio di un mediale di grano per ogni anno della sua vita. Alla morte di suo marito, la chiesa di S.Maria di Terni, erediterà un pezzo di terra e due volte l’anno dovrà fare ossequio per l’anima della testatrice e per quelle dei suoi morti. Inoltre, alla presenza della ministra Paula Lucivenute de Interamna, lascia un pezzo di terra alle pinzoche del Terz’ordine francescano.
Lorita, lascia ducati d’oro, un anello d’oro, cera e paramenti sacri come pianete, capitale sete, culcitram sete. Chiede la celebrazione delle Messe di San Gregorio “pro anima sua et ser Petri olim sui viri”. I suoi figli sono Giovanni Battista, Giulio e Feliciano.
Angelutia dispone che i suoi eredi facciano pane con salme di grano e che tali pani vengano distribuiti tra i poveri, come è usanza del castello; lascia anche al Convento di San Francesco. Tra i suoi 5 figli, vanno ricordati frate Angelo e Antonio. Di Antonio, ci è pervenuta la discendenza, attraverso i documenti notarili.
Antonio, nel 1460, acquista un pezzo di terreno dall’abate di san Benedetto in fundis, per 12 ducati d’oro. Sposa Sabecta, definita dal notaio teotonica, probabilmente nipote di Herrighus Janne. Sembrerebbe un secondo matrimonio in quanto Sabecta tra gli eredi nel suo testamento, definisce Maddalena, come figlia di Antonio e Giovanni, invece, come suo figlio naturale. Anche qui troviamo lasciti in ducati d’oro e oggetti preziosi d’argento.
Giovanni, quasi sicuramente, è la stessa persona che nel 1478, come riporta l’Angeletti, che in una seduta dell’Arengo, si alzò in piedi per sollecitare il completamento della Cappella di San Sebastiano, presso il Convento di San Francesco. Figura come testimone anche nel testamento di Francesca Laurentii.
Jacobutia, è la moglie di Giovanni ma nel 1480, quando testa, è già vedova. Anche in questo documento sono citate le Messe gregoriane, le messe rivelate dell’Arcangelo Gabriele e le donazioni sono in ducati. I suoi figli maschi sono : maestro Ludovico, Benedetto, Giuliano. E’ citato inoltre un nipote, Pietro, a dimostrazione di come anche i nomi , diventino quasi uno status che indica l’appartenenza a questa o a quella famiglia. Lo stesso è, nel 1460, al centro di un affare con l’abate del Monastero benedettino per l’acquisto di un terreno per 12 ducati d’oro. Fatto che conferma la disponibiltà economica di tale famiglia.
Analizzando altri documenti scopriamo che c’è un’altra figlia: Caterina, a meno che, non possano essere altre le ipotesi, da un errore di trascrizione a un’omissione tra gli eredi. Caterina, vedova di Pietro Malfetani, infatti, nel 1479, esprime la volontà che in caso di mancata discendenza di suo figlio Francesco, possano ereditare i suoi fratelli: maestro Ludovico e Giuliano Ioannis Mactielli. In realtà, tra i designati, compaiono anche delle figlie, ma, evidentemente, la famiglia di origine ha una maggiore importanza, anche, sulla sua stessa progenia. Anche in questo testamento sono previste le celebrazioni: delle 18 Messe, delle Messe gregoriane ; le donazioni ai conventi, compreso quello di Greccio.
Da notare è la casata con la quale si è unita in matrimonio. La famiglia Malfetani è tra quelle benestanti e la ritroviamo in altri atti notarili. Mactiello Malfetani è citato come proprietario di “domus “ e terreni nella determinazione di confini con altre proprietà ed è destinatario di alcuni lasciti importanti.
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
Documenti conservati presso l’Archivio Storico Notarile del Comune di Stroncone
Spezzi E. tesi di laurea ” Mondo femminile a Stroncone dai testamenti del notaio Battista Cole” A.A. 98/99 relatore Ch.mo Prof. F. Mezzanotte
Angeletti G. Il monte di Pietà ed il Monte Frumentario a Stroncone in Il Beato Antonio da Stroncone a cura di M.Sensi – EdizioniPorziuncola, Santa Maria degli Angeli, 1995 vol.II
Angeletti G. La devozione a Stroncone Documenti d’Archivio dal 1400 al 1550 in Il Beato Antonio da Stroncone a cura di M.Sensi – Edizioni Porziuncola, Santa Maria degli Angeli, 1999 vol.III
Ciccarelli A. Donne e Testamenti a Stroncone tra il XIV e il XV secolo. Mostra foto-documentaria dall’archivio storico notarile comunale- Thyrus, Arrone 1999
Contessa A. Memoriale del convento di San Francesco di Stroncone a cura di F. treccia O.F.M.- Stroncone 1990
Costanzi T. Notizie storiche di Stroncone, a cura di G.Angeletti e F. Fratini, Thyrus, Arrone
Mazzoli C. L’abbazia di San Benedetto in Fundis di Stroncone, Thyrus Arrone, 1994
Pertile A. Storia del Diritto Privato, in Storia del Diritto italiano dalla caduta dell’impero Romano alla codificazione, vol. IV Arnaldo Forni, Bologna
Sensi M. Vita quotidiana a Stroncone in Il Beato Antonio da Stroncone a cura di M. Sensi – Edizioni Porziuncola, Santa Maria degli Angeli, 1995 vol.II
http://www.rmoa.unina.it/3360/
L’influenza dei francescani a Stroncone, tra il XIV e il XV sec. attraverso la lettura dei testamenti femminili
