LA CACCIA A STRONCONE: PRIMA META’ DEL ‘900

I monti intorno all’abitato, trasmettono un senso di stabilità e protezione. Le cime arrotondate e le linee morbide, si susseguono in un sinuoso sali-scendi…Guardandole, ci coglie, quasi, la voglia di seguire, con un dito, quei contorni, che si stagliano contro il cielo, quasi a volerne ripetere il disegno. Essi, sembrano avvolgere le case con i boschi misti di conifere e alberi caducifoglie sparsi lungo i fianchi. Una riserva naturale di “frutti” e animali, stanziali e migratori, che vi trovano un habitat favorevole alla riproduzione. Fin dal più lontano passato, questi luoghi, hanno rappresentato, per gli industriosi stronconesi, una fonte di sussistenza. Sopra ogni altra attività, la caccia, sembra essere quella più longeva, che, per passione tramandata, di generazione in generazione, si ripete come un rito sacro agli inizi dell’autunno.

Montagna e Caccia, un binomio quasi inscindibile…

“...poi i boschi tutt’intorno, la solitudine e lo stesso perfetto silenzio che la caccia esige, favoriscono una grande eccitazione del pensiero.” (Plinio il Giovane)

Nel 1600, Mezenzio Carbonario, descriveva le montagne intorno alla città di Terni, come “selve aspre da legnare e cacciare tanto a volatili, quanto a quadrupedi” …e ancora, “ricca di (…) animali come piccioni buonissimi che vengono a mangiarli da altre città. Lepri, cinghiali, tordi se ne mangiano tanti (…).

Una caccia secolare: le “palombe”

Trovandosi nella linea migratoria, prima di giungere sul litorale laziale, l’ Appennino centro meridionale, tra settembre e ottobre, può assistere al passo di colombacci e colombelle. Un momento, nella stagione venatoria, tra quelli più attesi ed emozionanti. I boschi di pinete, querce, cerri, faggi, castagni, carpini…offrono cibo e riparo a questi volatili che amano cercare il cibo, durante il giorno, spostandosi con voli di “traccheggio” al mattino e alla sera. Ghiottissimi di ghiande prediligono le zone in cui questi alberi sono presenti, e la maturazione del frutto coincide proprio con i “loro viaggi autunnali“. La quercia sembra essere un bene prezioso nelle nostre zone e non sono poche le citazioni presso il Giudice Conciliatore o nei verbali di contravvenzione dei casi in cui viene danneggiata insieme al suo frutto.

1916-Giuseppe M. viene citato per £ 20,00, per aver raccolto la ghianda nel recinto di Macchia Riservata, provocando danni all’esercizio della caccia alle palombe”.

L’Umbria insieme alle Marche è la regione in cui la caccia alla palomba è stata praticata da tempi molto antichi e dove i cacciatori hanno affinato le tecniche di cattura. La caccia con i volantini, ad esempio, è una di queste, mentre, l'”azzico”, sembra, proprio essere, un’invenzione tutta umbra. E’ costituito da un colombaccio che muove le ali, mentre è nell’atto di strappare la ghianda dalla quercia. Si diceva che i cacciatori umbri e marchigiani, avessero fatto, di questa attività,” una religione”. Tanto ebbe, nel passato, rilevanza storico-economica, che lo Stato Pontificio, nel 1600, legiferò in più occasioni per regolamentarla e tutelarla.

Un territorio agreste

Nel periodo preso in considerazione, il territorio era ben diverso da come si presenta oggi. Fatta eccezione per le abitazioni incastellate, tutto intorno era campagna e boscaglia, dove si alternavano coltivazioni di olivi e viti. L’immediata periferia, con località come Palombara, San Liberatore, Collepila, Madonna del Colle, che, in un recente passato, hanno visto un intenso sviluppo edilizio, erano luoghi dove era possibile esercitare l’attività venatoria.

Palombara, deve il suo nome al luogo idoneo per la caccia ai colombi. Citazioni al Giudice Conciliatore: 1905-M. Terenzio contro G. Pietro per £ 20,00 per essere stato più volte a cacciare nel suo terreno a San Liberatore tirando sugli ulivi col frutto pendente. A Collepila, c’era un roccolo per l’uccellagione: un intricato labirinto di siepi ai piedi di un grosso leccio, visibile ancora oggi . Madonna del Colle, veniva considerato luogo idoneo per il tiro a piattello in quanto lontano dall’abitato.

Le tecniche di uccellagione

Nel periodo del “passo”, i proprietari di fondi, assoldavano al proprio servizio, cacciatori che procuravano la selvaggina destinata ai mercati non solo regionali. I cacciatori spargevano cibo negli appostamenti facendo così abituare a sostare i colombacci. Creavano, con delle piante, capanni e spiazzi dove veniva posto il becchime. Quando i volatili arrivavano, le reti, dette panie, venivano tirate e catturavano un sostanzioso numero di capi. Era una caccia senza fucile, che fruttava un notevole guadagno per i proprietari, che potevano essere anche affittuari del fondo. L’esistenza della figura del cacciatore di professione, si può evincere da un documento comunale in cui alla richiesta di G. Vincenzo, di rilascio del porto di fucile a tassa ridotta, si risponde che, non essendo cacciatore di professione, bensì calzolaio, era tenuto a pagare la quota per intero. Gli avvistamenti dei selvatici risultano già dai registri del 1879. Tra le tecniche di uccellagione, c’era anche il roccolo, una costruzione in muratura o in legno, alta e stretta, con una torretta al centro di varie siepi e piante. Avvistati gli animali, il “roccolatore” lanciava uno spauracchio che costringeva i volatili a ripararsi tra la vegetazione in cui erano preparate le trappole. Queste catture servivano anche per rifornire i cacciatori degli uccelli di richiamo per capanni e appostamenti fissi.

Nel 1901 un documento, così stabiliva la Caccia con panie. ” Ove un cacciatore con boschetto fisso e panie volesse esercitare contemporaneamente più boschetti anche in località diverse dello stesso comune, occorre sia munito di tante licenze quanti siano i posti in cui caccia. Nella domanda collettiva occorre indicare, oltre i posti, anche le persone che lo rappresentano. La tassa di concessione per la licenza è di £ 24,40 più 0,60 per marca; per le altre licenze sussidiarie la tassa si riduce la metà, ossia 12,80. Tra i documenti da dichiarare serve anche il nullaosta con dichiarazione che il richiedente ha ottemperato gli obblighi sull’istruzione elementare riguardo a sé o alla prole“.

Anche nel 1928, per esercitare tale attività occorreva comunicare il luogo e il proprietario del fondo

1909Vittori Vitaliano e G. Luigi, a più riprese, si citarono presso il giudice conciliatore per dispute sulla caccia. Da esse scopriamo che 2 tordi e 3 fringuelli, utilizzati per 50 mattine, potevano valere fino a £ 30,00; che il mantenimento di un fringuello cieco, costava £5,40, e £ 6,00 un tordo e una cecafella; il costo di una gabbia era di £ 1,00 e che, la metà di fitto di caccia, relativo ad una quercia per uso caccia, aveva il valore di £ 7,50; un fringuello cieco e altri richiami vivi, £ 25,00.

Un’attività che teneva unita una comunità

Non è difficile immaginare, nelle mattine di cielo sereno, gli uomini avviarsi a piedi o con mezzi di fortuna, assieme ai loro cani, per i sentieri montani fischiettando e pregustando la cattura e la narrazione che l’avrebbe accompagnata. Che sia vacante o di appostamento, la caccia, richiedeva comunque, una tecnica e un’abnegazione non indifferenti. Scrutare il cielo, trascorrere ore ed ore su capanni o nascosti dietro ramazzole, presupponeva anche un impegno fisico, insieme alla costanza e alla tenacia. Racconti e resoconti, poi, animavano bettole e botteghe in una sana competizione basata sullo sfottersi a vicenda…Il tutto in una condivisione sociale e una comunione di intenti anche nella gestione del patrimonio boschivo e montano che qui, ogni cittadino considerava e considera proprio.

Un’arte per pochi: l’abilità di fare cartucce

Le cartucce venivano fabbricate in casa, per la mancanza di disponibilità economiche o per passione per la balistica, con procedimenti lunghi ed elaborati. Dosi diverse da persona a persona, erano il risultato combinato tra l’ arma cui erano destinate e le prede da abbattere; venivano conservate gelosamente dai cacciatori più esperti, condivise solo a familiari e amici più intimi.

Materiali, quasi sempre di recupero, si sposavano con la capacità di riutilizzo insieme a tecniche e abilità raffinate. I bossoli venivano riciclati e riadattati attraverso il taglio dell’orlatura e la calibratura del fondello; Il piombo, rimediato da altri oggetti, veniva fuso e poi trasformato in pallini attraverso colini adatti; per riempire lo strato che separava la polvere dal piombo, veniva prodotto il borraggio: sughero macinato oppure semola; i cartoncini, che servivano per chiudere i vari strati, erano fatti a mano con stampi di ferro battuti col martello; i tubetti o innesco, già utilizzati, venivano ribattuti e spianati per essere riempiti di fulminato di mercurio (fiammiferi) e riutilizzati. Altri strumenti consentivano di dosare la cartuccia in modo equilibrato: dosatori ( dose paro e colmo); bilancini di precisione; imbuti di piccole dimensioni; bordatrici a mano per creare il bordo che, insieme ai cartoncini, avrebbero chiuso le cartucce. Corpetti Ermenegilda e Contessa Otello, erano rivenditori di polveri piriche, dette anche polveri nere, che venivano usate per fare cartucce. Erano molto pericolose poiché avevano una potenza difficile da gestire ed inoltre potevano compromettere la velocità dello sparo, perché sensibili all’umidità.

Se per le classi più abbienti, la cacciagione serviva ad arricchire la tavola, per le persone più modeste poteva fare la differenza tra mangiare o saltare i pasti, inoltre era un modo per consumare la carne alternandola ai cibi poveri. C’era l’usanza di cuocere e conservare gli uccelletti sott’olio che, dunque, diventavano provviste alimentari. A causa della crisi economica degli anni ’20, venne emanato il D.M. del 30 ottobre 1920, che doveva regolamentare l’uso delle carni fresche o conservate. Dal divieto, la cacciagione venne esclusa.

Dalle ore 15 del mercoledì a tutto il venerdì di ciascuna settimana, è vietato vendere al pubblico e consumare nei pubblici esercizi, carni bovine, bufaline, ovine (…) Dal divieto sono eccettuate le frattaglie, la cacciagione (…) “

La società dei cacciatori

Da un documento del 25 marzo 1929Sin dal 1891 in Stroncone, iniziatore il Comune (che procura un onesto divertimento ai cittadini), si fondò una Società di Cacciatori che preso in affitto il bosco comunale di Macchia Riservata, istitutiva una riserva per la caccia alle palombe”.

La Società intenta causa contro Contessa che voleva impiantare nelle sue proprietà, all’interno della riserva, una servitù di caccia. Il Contessa riconoscendo i diritti comunali pretese una palomba ogni anno, cosa che la Società fece. Alla sua morte, l’erede David disse che la Legge era cambiata e che le distanze erano cambiate e lui poteva cacciare. Per trascuratezza della Società dei cacciatori vinse per vie legali. Si chiede, quindi, al Podestà di poter recuperare tale cosa dal momento che oltre a far cosa grata alla popolazione di Stroncone che non ha divertimenti di sorta, rende al Comune un reddito annuo di £ 1500. L’ex Comune di stroncone, ora Terni, riserva tutte le sue proprietà di circa 130 ettari nelle località di Macchia riservata, Valle Castiglioni, Tavola, Cesanto, Capoliana, non includendo i piccoli appezzamenti privati che per 36 anni non hanno obiettato.

Fitti di caccia comunale e relativa normativa

Il fitto dei posti da caccia, ha da sempre rappresentato una voce nei bilanci comunali.

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Nel 1911 il costo era di £ 257,00 diviso in due rate.

B. Costantino fa domanda per avere il capanno a Finocchieto; M. Benedetto per Monterotondo; G.Antonio per Fontazzano; Rosa Ilario per Pipiolo; V. Serviliano per Macchia riservata; Corpetti Federico per Collepicchio e per Montigrandi; C. Ugo e G. Domenico per Macchia Riservata.

Nel 1921, a causa del disavanzo di cassa,nel bilancio comunale, che perdurava dall’anno precedente, venne aumentata la quota di £ 20,00.

Nel 1924 la Direzione Generale dell’Agricoltura, con un telegramma, rendeva noto che la domanda di concessione di Riserva di caccia era stata accolta

Nel 1927, in voc. Solagno Valle li Pennoli venne adibito un capanno da caccia.

Nel 1928, a Monterotondo, M. Arduino, venne multato perché sistemava il boschetto da caccia in proprietà comunale; L. Antonio, perché sistemava il boschetto da caccia in voc. Lubrelle, proprietà comunale.

1928- C. Antonio, fece domanda di licenza per cacciare con capanno con frasche e richiami vivi senza preparazione di sito;

Nel 1928 pagarono la tassa per porto di fucile, rivoltella e per licenza di caccia con panie: Alfonso A., Ruggero G., Antonio C., Antonio L., Italo P., Florido P., Pietro C., Domenico M., Luigi N., Giuseppe P., Nazzareno A., Giosuè S., Giulio P., Emiliano L., Guido D., Ernesto S., Contessa D., Eugenio C., Vittorio P., Generoso S., Guido S., Giocondo S., Leonardo L., Giovanni G., Martino G., Luigi G., Pietro F.; il costo del porto di fucile era di £114,10; quello di porto di rivoltella, 153,10; la tassa della caccia con panie , venne aumentata di £ 0,60 per un totale di 108,65.

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Nel 1929, il Comune di Rieti, emanò un’ordinanza di: Divieto di costruire capanni e altri ripari in Moggio, per uso caccia.

Nel 1942 i posti di caccia comunale risultavano essere: Macchia Riservata; Pipiolo; Macchialunga; Fondazzano ( in alcuni documenti anche Fontazzano; Montigrandi; Taballe; Monterotondo; Cimavalli; Mandrioli. Essi venivano attribuiti attraverso un’asta pubblica.

Essere titolare di porto di fucile, era pregiudiziale per ottenere un qualsiasi sussidio. E’ il caso di D. Otello che, nel 1936, chiese di essere iscritto nel registro dei poveri e perciò dichiarò di non aver rinnovato la licenza da caccia, dal momento che nell’anno precedente,a causa di essa, gli era stata precluso l’inserimento negli elenchi comunali.

Il certificato di abilità al maneggio delle armi, doveva essere rilasciato dalla sezione di tiro a segno. Se un minorenne voleva rinnovare il porto di fucile, per uso caccia, doveva esibire, fino all’anno in cui concorreva alla leva, il certificato di frequenza del tiro a segno.

11 maggio 1923 Documento comunale “... costituzione di una società per il tiro di addestramento al piattello per cacciatori locali, chiedono il permesso di cominciare l’attività in località Colle della Madonna, luogo piano e distante dall’abitato. Sempre nel 1923, ad agosto, il Presidente della soc. Tiro a volo di Stroncone, Augusto Genuini, chiese di poter indire gare di tiro a piattello con premi in denaro. Osservando la data è lecito supporre che potrebbe trattarsi di gare organizzate in occasione dei festeggiamenti per il Beato Antonio.

Un’altra entrata per le casse comunali, derivante, seppur indirettamente dall’esercizio venatorio, era la tassa sui cani. Nel 1911 è di £ 2. Nel 1920, secondo il decreto luogotenenziale del 1918, vennero aggiornate le tariffe e, la quota fissata, per i cani da caccia, passò a costare £ 50 annue.

Nel 1924 la Direzione Generale dell’Agricoltura, con un telegramma, rendeva noto che la domanda di concessione di Riserva di caccia era stata accolta.

La regolamentazione dello Stato

Dal Bollettino delle privative industriali del Regno d’Italia-vol.11 parte 1 del 1912

ISTRUZIONI PER LA VIGILANZA CONTRO LA CACCIA DI FRODO: ” La vigilanza è affidata ai Carabinieri Reali, alle Guardie di città, agli Agenti forestali, agli Agenti di Finanza, alle Guardie municipali, alle Guardie campestri, agli Agenti daziari (…) La vigilanza è diretta a prevenire ovvero a reprimere la caccia di frodo. La vigilanza preventiva provvede a impedire che venga presa o uccisa selvaggina in tempi o con mezzi vietati”. (…) Dovranno essere vigilati luoghi resi inservibili e distrutti mezzi aucupi vietati, la vigilanza, inoltre, deve impedire il commercio di selvaggina per questo tale vigilanza deve essere estesa dai luoghi di caccia alle vie di comunicazione fino ai negozi e ai locali di consumo. La vigilanza repressiva è vivamente raccomandata perché rende improduttivo il bracconaggio impedendo il commercio del prodotto”. (…) Occorre pertanto che gli agenti, i quali risiedono nell’abitato (…) pratichino indagini (…) per scoprire la selvaggina presa o uccisa di frode, valendosi di ogni indizio o notizia, utili allo scopo e sopra tutto senza preoccupazioni alcune nei riguardi delle persone e dei luoghi che debbono essere oggetto delle indagini stesse”. (…) Agli agenti che accertano la contravvenzione spetta il quarto della somma pagata dal contravventore per condanna del magistrato o per oblazione”.

La professione del cacciatore, venne riconosciuta dal D.L. del 21 Aprile 1919 n. 603 in tema di: “Assicurazione obbligatoria contro l’invalidità e la vecchiaia, per le persone di ambo i sessi che prestano l’opera loro alle dipendenze di altri”. All’art.1 tra: operai, apprendisti, garzoni, assistenti, commessi …ecc.,troviamo gli impiegati delle industrie, dei commerci, delkl’agricoltura , compresa la caccia e la pesca..

LEGGE 7/6/ 1928 n. 1248 in difesa della granicoltura

Il provvedimento venne emanato per proteggere il raccolto del grano. Consentiva la cattura dei passeri e dei nidi, anche nei mesi di aprile e di maggio. Consentiva detta cattura anche con il fucile …”qualora non sia possibile operare la cattura con reti”.

Inoltre, specificava che …”tale difesa non deve essere un pretesto per dar luogo ai più gravi abusi, specie in considerazione del tempo in cui verrebbe esercitata, tempo della riproduzione di tutte le specie nobili stanziali”.

Divieto di caccia per neve: Il 12 dicembre 1929, la Commissione Provinciale Venatoria, emanò il divieto di caccia, specialmente nelle frazioni e nelle borgate: “data la stagione in cui può improvvisamente cadere la neve”.

1937 Norme per la selvaggina importata

Il Ministero dell’Agricoltura e Foreste, dettava così, le norme per la selvaggina importata dall’estero:

L’ordinanza aveva come scopo quello di tutelare il territorio nazionale a livello sanitario dall’importazione di animali destinati al ripopolamento delle Riserve di caccia affetti da tularemia o da altre forme infettive. “….devono essere scortati da un certificato rilasciato da un veterinario di Stato attestante l’origine e la provenienza da località immuni da tularemia o da altre forme infettive; devono essere riconosciuti sani dal veterinario di confine; nelle riserve devono essere mantenuti in isolamento per un periodo di giorni…”

Guardie campestri e guardaboschi

Un territorio vasto come quello del Comune di Stroncone, con un imponente patrimonio boschivo, non ha mai potuto fare a meno di avere alle sue dipendenze guardie campestri e guardaboschi. Purtroppo, però, le vicende che hanno visto alternarsi, negli anni, queste figure ha creato non pochi grattacapi agli amministratori, che, si sono trovati più volte ad applicare sanzioni disciplinari.

Nel 1883, Brunetti Ernesto, venne nominato Guardia campestre di un Consorzio formato tra il Comune di Stroncone e alcuni particolari della borgata di Finocchieto. Nel 1886 venne nominato nel capoluogo con un salario annuo di £ 360,00. Nel foglio del registro del personale comunale, viene definito competente nella lettura e nella scrittura.

Massoli Francesco nel 1868 venne nominato guardabosco municipale con giuramento e un assegno annuo di £ 191,52 poi alzato a £ 225,00. Nel 1874, mentre era in servizio notturno presso il laghetto di abbeveraggio di Ruschio, venne colpito da un colpo di fucile e ferito alla spalla.

Nel 1900, lo stipendio era di £ 900 annue, più la metà dei proventi delle contravvenzioni conciliate.

Nel 1911 a Massoli A., guardabosco comunale, venne inflitta una punizione disciplinare per £5,00 dal Sottoprefetto.

Nel 1911, erano iscritti tra i dipendenti comunali, come guardie campestri: Gasbarri Generoso, Giubila Andrea e Brunetti Ernesto.

Nel 1912 chiesero di entrare a far parte dei dipendenti comunali Rossi Gabriele e Massoli Ernesto.

Nel febbraio del 1914, a seguito di Pubblico Concorso, resosi necessario a seguito delle dimissioni di Rossi Gabriele e della morte di Brunetti, prese servizio Massoli A., per la durata di un biennio. Tale incarico, però non riuscì ad approdare alla data di scadenza, in quanto, già a novembre, il Massoli, venne sospeso per indisciplina e insubordinazione. “Incurante dei suoi doveri e dedito al vino, incurante dei richiami verbali ripetutamente ricevuti. Nella seduta consiliare, del 13 novembre, con voto segreto si sospende il suo salario per 15 gg.” In realtà la vicenda era molto più complessa. La situazione del Massoli si univa, infatti, a quella di un altro omonimo ( almeno nel cognome) anche lui guardia comunale, che aveva ricevuto la sospensione del salario a causa di insubordinazione. Entrambi vennero licenziati. Contro di loro si possono leggere le seguenti motivazioni: “hanno dimostrato ad esuberanza di essere privi di ogni senso morale e quindi assolutamente inetti al compimento dei loro doveri. Oltre ad essere dediti al vino, attaccabrighe, indisciplinati, insensibili ai richiami e alle punizioni, ricevono denaro e donativi da quelli ai quali dovrebbero contestare le contravvenzioni sia per pascolo abusivo sia per furto di legname e simili. L’Amministrazione non può più avallare tali comportamenti ormai noti pena la sua rovina e il decoro. Ad unanimità con scrutinio segreto fatto con palline bianche e nere viene deliberata la cessazione dal servizio al 31/ 12 / 1914.”

Il 5 febbraio 1915, i Carabinieri ritirarono dall’abitazione di Massoli A. le armi date in consegna dall’Amministrazione comunale: 1 moschetto n.1870 con baionetta triangolare e cinghia di cuoio naturale; 1 berretto con il monogramma G.B.; 1 pacchetto di cartucce a pallanota n.8 delle quali 3 esplose; nega di aver avuto in consegna una rivoltella.

Il 15 febbraio 1915, venne bandito un nuovo Concorso per la nomina di due guardaboschi. Dalla prefettura arrivò la seguente raccomandazione: “Si ravvisa la necessità di provvedere al più presto per non lasciare i boschi incustoditi” . La situazione non cambiò di molto. Il 7 ottobre 1919, vennero sospesi dal salario per 5 giorni Serlorenzi B. e Massoli D. per negligenze continue. A maggio avevano già ricevuto la censura.

E la storia continuò. Nel 1928 venne sospeso il salario ai guardaboschi Leonardi A. e Giacomini G., perché” più volte, nel mese di ottobre si recarono senza regolare permesso in perlustrazione nei boschi comunali ognuno per proprio conto dilettandosi di caccia”. Il delegato del Podestà, propose, allora, di sospendere loro lo stipendio di due giornate ma non il servizio. Propose, inoltre che:” venga rilasciato il permesso di porto d’armi per rivoltella e moschetto perché le armi attualmente possedute sono inservibili e così si evita che, per difesa personale portino il fucile con il quale potrebbero andare a caccia“.

Bibliografia

Documenti conservati presso l’Archivio storico del Comune di Stroncone

Mazzotti G., “Fra querce e palombe”, editoriale Olimpia, Arti Grafiche Città di Castello, 1976

https://www.ilcolombaccio.it/CMS/category/tradizione-caccia-al-colombaccio-in-umbria/

Angeletti Giorgio “Toponomastica stronconese” ed. Thyrus, 2004

Testimonianze orali

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