dedicato a Marcello : diario di un cinquantenne che ha saputo mantenere intatti sentimenti, sensazioni ed emozioni legate ad un luogo caro.
Introduzione
I primi mezzi di trasporto solcano la strada ancora bianca e polverosa del sentiero francescano: 500 e 600 con gli sportelli al vento, giardinette, bianchine, motociclette, vespe…si sostituiscono, ormai, ai carri e alle bestie da soma che, per anni ,hanno trasportato persone e vettovaglie destinate al soggiorno montano.
Il primo autobus a raggiungere I Prati, fu un Leoncino, era il 15 agosto 1956 ed era guidato da mio nonno Adamo.

Qui, ho trascorso la mia infanzia e il ricordo di quei giorni lontani è ancora molto nitido e presente nella mia mente. Risento l’odore di sterco misto a quello del latte appena munto, l’odore del fieno tagliato e delle erbe selvatiche, del muschio, rivedo quella terra marrone tendente al rosso del bosco e delle zolle fra i prati.
Ricordi di fanciullo
Con mia madre, partivo all’inizio dell’estate. Le giornate calde che accompagnavano la fine della scuola, erano per me, le più felici perché preannunciavano quel lungo periodo in mezzo alla natura dove avrei vissuto in assoluta libertà e spensieratezza.
Correvo per i campi assolati e acchiappavo le cicale arrampicandomi sugli alberi per portarle con me perché sapevo che in montagna non le avrei trovate. Le mettevo con cura in una scatola con i buchi ma…che delusione! morivano quasi subito! Oggi mi meraviglio nel sentirle gracchiare all’ombra dei grandi ciliegi e mi piace immaginare di aver contribuito anche io a questa strana migrazione.
Lungo la strada i miei occhi si appagavano di quel verde, di quel cielo azzurro con le nuvole così bianche da sembrare panna montata che, con il vento, diventavano cavalli, facce, e altro da sognare.
Il laghetto circondato dai pioppi mi dava il suo benvenuto con la sua vita pulsante: il gracidare delle rane, lo svolazzare delle libellule, lo strisciare e il sibilare delle bisce…era un inghiottitoio naturale in perfetta sintonia con l’uomo e gli animali…Una tristezza incommensurabile mi assale ripensando all’angoscia che mi pervase quel giorno, quando, le ruspe emisero il loro stridente rumore per coprirlo. Quel “suono” così stonato con la naturalezza del luogo, riecheggiava per la vallata come un urlo di morte.
Sulle sue sponde, frotte di ragazzini come me, sperimentavano mille modi per pescare tinche, acchiappare rane e salamandre: una canna di bambù, del filo da pesca e ami spesso improvvisati ricavati perfino da bollette delle scarpe. Altra meta, era spesso il laghetto di Sant’Antonio che raggiungevo, con mio nonno o mio padre anche a piedi.

Spesso, alla luce dell’acetilena, quando era già buio, mi appiattivo tra l’erba e tendevo l’agguato a quei gracidanti animaletti che cercavano di acchiappare incuriositi un batuffolo di ovatta saltellante.
La graziosa chiesetta del Buon Pastore, ( o Santa Maria dei Prati secondo alcuni documenti), è adiacente al lago. L’ho scelta come scenario per uno dei giorni più importanti della mia vita e, non poteva essere altrimenti, visto l’amore che mi unisce a questi luoghi.

Davanti ci sono un pozzo e degli abbeveratoi che per anni sono stati mete di incontri per pastori e paesani che vi sostavano per fare due chiacchiere durante le afose serate estive.
L’albergo-bar di Gigi e la bettola di Norma erano gli unici luoghi pubblici dove ci si poteva riunire per bere un bicchiere di vino e giocare a carte. Il sabato si ballava e noi bambini spiavamo quelle coppie di ballerini affatto improvvisati che si distinguevano per la creazione di figure a passo di danza. Altri luoghi molto frequentati erano il forno di Loreta e quello di Ferruccia, dove c’era anche il telefono, e rappresentavano anch’essi un punto di incontro soprattutto per massaie che, con le loro succulente ricette, inondavano l’aria di profumi gastronomici.
Oggi, guardo i secolari castagni e i grandi noci e, con gli occhi della mente, rivedo, sotto un cielo terso e immenso, gruppi di ragazzetti giocare a nascondino dentro i grandi tronchi o gli adulti approfittando dell’ombra fare pic-nic su tovaglie colorate e stoviglie improvvisate quando, ospiti inaspettati, si univano ai deliziosi pranzetti.

Impressioni, sentimenti ed emozioni legati a questi luoghi sono gli stessi di quando ero bambino e ancora oggi, pur vedendoli trasformati, trovo fatica a viverli in modo diverso.
Semplicemente vacanza
Mia madre preparava poche cose da portare: una valigia con qualche vestito, asciugamani, tovaglie e cibo. Caricavamo tutto sulla 600 di mio padre che ci accompagnava prima di ripartire per svolgere il suo duro lavoro di camionista. La casa era, ed è, appena dietro il laghetto, in un agglomerato di casupole dai tetti e scale irregolari. Un letto matrimoniale e un piccolo armadio a muro, abbellito da uno specchio, erano separati da una grande tenda a fiori. Il resto della stanza era occupata da una credenza e da un tavolo di marmo grigio con poche sedie. Un grande camino di roccia padroneggiava un angolo della parete di fondo e la sua maestosità stonava con la semplicità del resto del mobilio; una brandina ospitava mio nonno Arturo, quando si fermava nel fine settimana. Il tetto, con le grosse travi di legno, mi incuteva quasi timore e nello stesso tempo mi affascinava, i suoi disegni geometrici accompagnavano i miei sonni e i miei risvegli. Le notti di pioggia erano per me le più belle, sentivo l’acqua picchiettare sulle tegole e mi addormentavo con quella ritmata ninna nanna. La nostra casa era tutta lì: una unica grande stanza, un tempo abitata da pastori. Un ballatoio sopraelevato alla strada, con annessa una grotta per tenere a fresco il cibo, completava la modesta proprietà.
Noi trascorrevamo le giornate feriali sempre da soli. A volte, inaspettatamente, arrivava mio nonno, con la sua motocicletta e ci portava regali e gustose cose da mangiare. Capitava di vedere arrivare dal paese anche Pennacchio, il fedele cane da caccia di mio padre, stava un po’ e poi se ne tornava a casa.
Il paesaggio e gli animali
Oggi il paesaggio è molto cambiato, la vegetazione è più fitta anche intorno all’abitato. Gli alberi ancora bassi e il pascolo che avveniva in prossimità delle case non permetteva agli arbusti di infittirsi.

Le abitazioni erano poche e quasi tutte prive di luce e acqua. I più fortunati attingevano acqua dai pozzi ma per lo più bisognava andare a rifornirsi alle fonti di Raicato e Moggio. Si trasportava con i secchi e poi a casa si teneva in altri contenitori, spesso di rame, dai quali si attingeva con un mestolo. Con occhi increduli guardavo con quanto equilibrio alcune donne riuscivano a portare contemporaneamente brocche in testa e secchi in mano.
Quando l’afa estiva si placava, me ne andavo a spasso per i sentieri del bosco. Dalle alture guardavo le coste delle montagne dove, come schizzi di colore, in mezzo al verde scuro, spuntava il marrone dei semi di carpino, deliziosi e gustosi grappoli per frosoni e fringuelli. Spesso mi fermavo ai “salari” ad aspettare le capre e guardavo i pastori mettere il sale su quei sassi levigati dalle ruvide lingue dei caprini. Il momento preferito, dell’intera giornata, era per me, la mungitura al rientro dal pascolo. con il mio barattolino di metallo, aspettavo con ansia di vedere quelle mani veloci stringere le mammelle gonfie di latte e poter godere di quel succo caldo e dolce cui i miei sensi tutti aspiravano.
Le stalle erano adiacenti alle case e il contatto tra l’uomo e l’animale era molto stretto. Tutti i prati erano usati per pascere le greggi. Queste venivano spostate continuamente insieme a recinti di rete e paletti per creare degli “stazzi”, fertilizzanti naturali. I pastori con le loro camicie a quadretti, un grande cappello e la giacca scura, si appoggiavano con fare stanco, ma deciso, sul loro lungo bastone e trascinavano su un carretto, scopi, lamiere e tavole per il loro precario riparo notturno.
La notte buia, faceva diventare alberi, rocce e cespugli masse scure e minacciose, i lupi spiavano gli animali chiusi nei recinti. Il loro ululato vicinissimo, faceva tremare il belato delle pecore …era l’unico momento in cui temevo questo luogo altrimenti sentito magico…Mi stringevo forte a mia madre nel lettone e, silenziosamente, un pensiero malinconico andava a mio padre chiuso nel suo camion chissà dove… La presenza dei lupi era così forte che a volte si rendeva necessario, chiamare il “luparo”: un personaggio che veniva da Spoleto. Egli faceva appostare i cacciatori, nelle notti di luna piena, e richiamava la belva imitando quel grido cupo e prolungato dentro un recipiente di coccio.
Una piccola comunità
Spesso i temporali erano preannunciati da forti boati. Pian piano il cielo diventava sempre più scuro e un vento minaccioso cominciava a muovere le fronde degli alberi aumentando il rumore tutt’attorno. Poi, improvvisamente una pioggia fredda e intensa cominciava a bagnare la terra arida. Erano le occasioni migliori per radunare le poche famiglie presenti, per allegre chiacchiere o giocate a carte. Solidarietà e condivisione caratterizzavano la semplice quotidiana arricchendo rapporti umani di nuove amicizie o rafforzando le vecchie. Ogni avvenimento, triste o felice toccato a uno toccava tutti e veniva vissuto con vero amore fraterno. Occasioni normali diventavano spesso entusiasmanti e motivo di festa solo perché si svolgevano insieme. Quando ad esempio Loreta accendeva il forno era una gioia grande. Le donne al mattino presto mettevano il lievito per cuocere pizza e pane, con i loro grembiuli colorati e spesso ricamati ( come voleva la tradizione del corredo), con i loro fazzolettoni in testa, controllavano la cottura di gustosi manicaretti: oca, pollo, agnello, crostate…l’aria si impregnava prima dell’odore della legna bruciata e poi di un insieme di fragranti aromi. Noi bambini eravamo eccitati e correvamo e bisticciavamo e le nostre grida si mischiavano alle chiacchiere delle comari dove non mancava qualche pettegolezzo.
La notte e la sua magia
Nella notte illuminata da un cielo carico di stelle, due fari illuminano l’ampia distesa erbosa di Ruschio. Il laghetto è circondato di anfratti fatti da scopi e felci, ripari naturali per animali selvatici. Gli occhi furtivi di un cacciatore esperto come mio padre, abituato a scrutare nell’oscurità, si accompagnano ai miei spauriti ma orgogliosi e tenaci nel voler dimostrare di essere cresciuto e degno di poter partecipare a queste avventure notturne. Nel mio cuore, però, sono contento della presenza di mia madre, con lei, infatti, posso anche solo far finta di essere grande! L’aria umida ci accarezza il viso dai finestrini della 600; la luna rischiara a tratti quelle masse erbose impenetrabili. Un’upupa spaventata si alza in volo dal cespuglio interrompendo il suo sonno notturno. Arriviamo alla Croce e scendiamo dalla macchina , lentamente avanziamo sul prato; sento il cuore battermi in gola. Dal pendio scosceso giungono scricchiolii di rami spezzati, battiti d’ali di uccelli, predatori in cerca di cibo. Anche volpi, cinghiali e lupi si muovono a proprio agio di notte, i loro versi si intrecciano all’ unisono con ululati sinistri e lugubri. Ora la luna splende in tutto il suo chiarore illuminando la vasta piana, rimaniamo in silenzio, senza quasi respirare e la nostra attesa viene premiata: una famiglia di leprotti esce allo scoperto. Occhietti rossi saltellano qua e là fermandosi a rosicchiare giovani arbusti, rannicchiati sulle loro zampette posteriori. Ci fermiamo a guardarli. Non è raro poter osservare gli animali selvatici nel loro habitat, sia di giorno che di notte. Sono grato a mio padre per avermi insegnato a conoscere la natura rispettandone i ritmi.
La caccia di oggi e di ieri
Puntualmente, ogni anno, alla riapertura della stagione venatoria, il nostro paese è bombardato da rivolte ambientaliste verso questo sport che viene considerato una vera crudeltà nei confronti degli animali.
Condivido certi ideali, io stesso non riesco ad allevare un animale domestico e poi ucciderlo per mangiarlo. Amo la natura, il verde e gli ambienti incontaminati, lotto per difendere la mia montagna dal turismo selvaggio e dallo scempio teppistico di sprovveduti che la considerano terra di nessuno. Io stesso, nella mia funzione di Guardia venatoria volontaria, facendo servizio notturno, ho potuto constatare con i miei occhi atti vandalici a cose, piante e animali. Eppure sono un cacciatore. In me vive l’istinto primordiale di quegli antenati che proprio attraverso la caccia permisero la nostra sopravvivenza.
In me sento rivivere le anime di generazioni di uomini dediti a questa attività: sento voci e vedo figure solo immaginate, di uomini che per le vie del paese fischiano sotto alle finestre addormentate per unirsi con i loro cani al guinzaglio e i loro fucili tirati al lucido e ben ingrassati, che si incamminano a piedi o in moto per intere giornate. La bisaccia accuratamente preparata da amorevoli mani di donna e un carniere vuoto da riempire. Al ritorno, la stanchezza non è tale da impedire racconti spesso “gonfiati” di prede catturate. Si riuniscono in barberia, nelle bettole o in casa di amici…
Davanti al fuoco viene cotta la cacciagione e poi conservata in barattoli sott’olio. Una vecchia foto, mostra i membri dell’Associazione Cacciatori di Stroncone, volti di uomini orgogliosi e fieri di appartenervi. Anche io avrei voluto farne parte. Io che mi sono emozionato ai racconti di quelle generazioni, io che ho sognato ad occhi aperti l’inseguimento dei cani alla selvaggina e gli scenari naturali dove nel rigoroso silenzio avvenivano gli appostamenti …Sono vissuto e cresciuto in questa ondata di ricordi, ho respirato l’aria di luoghi selvaggi, quando ancora circondavano la mia stessa casa; quando al posto dei palazzi c’era il bosco e potevo sentire: tordi, fringuelli e merli richiamarsi e rincorrersi da un ramo all’altro rimpinzandosi di bacche.
Ricordo quando partivamo con i miei genitori per il fine settimana e mio padre mi permetteva di andare a caccia con lui. Nei giorni precedenti l'”apertura”, dormivamo nella casetta ai Prati e c’era anche chi stazionava nei prati con ripari di fortuna. Prima di addormentarmi sentivo il guaire dei cani che, insofferenti del posto, pernottavano con i padroni negli appostamenti.

La nebbia e la brina mattutina mi gelavano le ossa e in me c’era una lotta quasi fisica tra la voglia di dormire e quella di avventurarmi nei boschi al pari di lui. Mio nonno,i miei zii, mio padre, raccontavano come in un film le peripezie e le astuzie per sfuggire ai guardiacaccia, per trovare selvaggina prima e più di altri, in una sfida continua tra sfottò vari e qualche tiro mancino che poi si concludevano spesso con una bella bicchierata o mangiata.
I Prati…non solo d’estate
Il sabato, quando al suono della campanella, si apriva il grande portone di legno e tutti gli scolari in fila aspettavano febbrilmente il loro turno per uscire,io sbirciavo tra le teste dei miei compagni sperando di vedere la macchina di mio padre che mi veniva a prendere.Quando ciò avveniva per me era una gioia immensa. Sul sedile posteriore si metteva mia madre con piatti e tegami contenenti cibi già cucinati, legati da canovacci. Io mi sistemavo davanti con l’immancabile Pennacchio che per tutto il tragitto mi leccava e chiedeva carezze. La macchina, nelle mani esperte di mio padre saliva allegra in quella strada che era poco più di un sentiero e una curva dopo l’altra ci portava ai Prati. Ad Ottobre, alternavamo la caccia alla raccolta di noci, castagne e funghi. Il Castagneto a Cimitelle si riempiva di ricci e noi bambini correvamo per discese e piccoli dirupi facendo finta di aiutare quanti erano impegnati nella raccolta di questi gustosi frutti autunnali. Grossi sacchi venivano riempiti con fatica da schiene abbassate e mani doloranti che lavoravano senza sosta per intere giornate. A sera, un fuoco scoppiettante invitava ad assaggiare la prima padellata della stagione: in religioso silenzio e ammirazione, occhi innocenti guardavano tagliare e “pallare” le castagne sopra la fiamma viva con assoluta maestria da nonni e genitori. A cottura ultimata, quando già la stanza era invasa da quella fragranza, si avvolgeva la padella in un panno per qualche minuto mentre bocche avide erano impazienti di addentarle.
A volte, era mia nonno che mi veniva a prendere con la sua moto Augusta. Allora mi sedevo sul seggiolino dietro e partivamo per due giorni di avventura montana: io e lui da soli come due uomini al pari! Mi portava a caccia e io aiutavo nelle faccende domestiche; mi preparava manicaretti, si vantava di essere un bravo cuoco, anche se a volte, ad essere sincero, qualche mal di pancia l’ho avuto! Negli ultimi Km di strada, prima di arrivare alla “spianata” finale, chiudevo gli occhi, mi facevo accarezzare il viso da quel venticello fresco e godevo di quella mescolanza di odori fatta di sterco e erbe aromatiche…era il segnale che stavamo per giungere a destinazione. Il mio amore per questi luoghi partiva proprio da lì. Appena entrati, la casa era fredda, quasi inospitale, stanchezza e fame si facevano sentire, ma, subito, la ricerca di legna per accendere il camino rianimava la mia voglia di godere di ogni momento . Subito dopo aver mangiato, andavamo ” a rientro” . Mi sentivo importante e aspettavo impazientemente di avere l’età per possedere un fucile tutto mio e vivere così in prima persona questa sfida tra l’uomo e l’animale.
Conclusione
I Prati: luogo vivo in tutte le stagioni. D’estate era l’allegria scanzonata delle famiglie e delle comitive ad animare la vallata; d’inverno erano il bosco e il silenzio. Ancora oggi il cacciatore vive questi luoghi conoscendone ogni segreto. Io sono riconoscente ai miei cari per avermi insegnato, anche, il rispetto con cui si deve praticare l’attività venatoria. Passione non è accanimento per la conquista della preda ma, è sfida, inseguimento, tra cane e selvaggina, dove l’uomo, è l’ultimo anello della catena e, non sempre, determinante perché per colpire un animale ci vuole destrezza e capacità.
Nei miei ricordi, “le cacciate” terminavano con tradizionali spiedate e polentate. Intere famiglie si riunivano nell’armonia e nell’amicizia. Le donne cucinavano e chiacchieravano scambiandosi consigli e ricette, gli uomini raccontavano le loro avventure arricchendole di particolari, battute e accurate descrizioni…

A noi bambini che li ascoltavamo rapiti, trasmettevano quella passione che, a loro volta, era suscitata in loro dalle generazioni precedenti…si compiva così quella fusione di anime che unisce l’uomo nella universalità che porta all’immortalità.
Il racconto mi ha preso talmente tanto che mi sembrava di essere anche io lì,, sentivo profumi e vedevo luoghi….brava Elisabetta…io attenderò il libro… bravissima
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